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domenica 21 giugno 2026

LA FAMIGLIA PASSERINI

 



Filippo Pieri

Cristiano ‘Cryx’ Corsani

LA FAMIGLIA PASSERINI

Amazon Kdp

2026 

52 pp. a colori

brossura

9,90 €


 

Ho sempre seguito con affetto e simpatia il percorso di Filippo Pieri, fumettista per autentica passione, sceneggiatore (ma in grado di disegnare, all’occorrenza), umorista (ma capace di muoversi tra generi diversi, quando serve). Insieme al socio ideale Cristiano “Cryx” Corsani ha  realizzato la trilogia di Viviane l’Infermiera (Sbam! Libri, 2018-2024), tre albi che mescolano la commedia sexy all’italiana degli anni Settanta con lo spirito di Amici Miei e un pizzico di satira amara. Ne abbiamo parlato in dettaglio su questo stesso blog.

Con La Famiglia Passerini i due autori si applicano a un umorismo più quotidiano e generazionale. La serie, composta da tavole autoconclusive, ha debuttato nell’ottobre 2018 sul sito Cryx Comics con il titolo The Flippies. Successivamente è approdata sulla rivista cartacea Il Vernacoliere, il celebre mensile satirico toscano diretto da Mario Cardinali, dove viene pubblicata con il nome definitivo La Famiglia Passerini.

Come spiega Filippo Pieri: «Inizialmente la serie si chiamava The Flippies, dal nome di un trucco degli smanettoni di un tempo sui floppy disk da 720 byte per raddoppiare la capacità praticando un foro sul lato, e per questo c’è un floppy sul logo della serie. Quando però abbiamo proposto la serie a Mario Cardinali ci ha detto che i nomi in inglese non sono graditi sulla rivista e quindi abbiamo pensato a “passera” (variante di “topa”, parola cara ai livornesi) da lì il cognome Passerini».

Il protagonista è il classico pre-digitale, nato in un’epoca in cui i computer non c’erano o stavano appena arrivando, che viene catapultato da adulto in un mondo di smartphone, app, WiFi, aggiornamenti forzati, smart home e intelligenza artificiale. Accanto a lui troviamo la moglie, che ama la tecnologia e la usa con entusiasmo pur capendola solo il giusto, e la figlia, nativa digitale, che risolve i problemi in modo rapido e naturale. Completano il cast un cane e un pesce rosso che commentano sarcasticamente le disavventure dei padroni di casa.

Cryx e Pieri sembrano aver spiato una famiglia vera per mesi e averla raccontata senza filtri, ma con grande affetto. Le gag nascono dal diverso rapporto delle generazioni con la tecnologia: la serie satireggia con intelligenza sulle difficoltà, i paradossi e le situazioni comiche generate da una dipendenza che dovrebbe semplificare la vita ma spesso la complica.

I disegni di Cryx sono puliti e vivaci, dal tratto cartoonesco efficace. Le espressioni del capofamiglia, che passa dall’aria da esperto a quella da vittima in un attimo, sono un piccolo capolavoro, così come le occhiate esasperate della moglie e lo sguardo clinico della figlia, che osserva i genitori come una specie in via di estinzione. Il cane e il pesciolino rosso rubano spesso la scena con i loro commenti cinici.

La Famiglia Passerini è una lettura fresca e divertente, capace di far sorridere riconoscendo situazioni tristemente vere, come testimonio io stesso medesimo nella mia introduzione.

 

FILIPPO PIERI SU QUESTO BLOG 

Luke Ness, PHD - L’esecrabile uomo delle nevi https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/02/luke-ness-phd-lesecrabile-uomo-delle.html

Il passato di Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/08/il-passato-di-viviane-linfermiera.html

Sulle tracce di Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/12/sulle-tracce-di-viviane-linfermiera.html

Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/07/viviane-linfermiera.html

 

mercoledì 22 ottobre 2025

LE COPERTINE PERDUTE DI ZAGOR




Alessandro Piccinelli
LE COPERTINE PERDUTE DI ZAGOR
Sergio Bonelli Editore
2025, brossura
100 pagine, 29.90
Tiratura limitata (999 copie)

Alessandro Piccinelli è un copertinista di straordinario talento ormai entrato nel cuore dei lettori e  sono felicissimo di averlo proposto come prosecutore dell’opera di Gallieno Ferri riguardo le cover. Partiamo dal presupposto che Ferri è stato autore di copertine memorabili, che hanno scandito e segnato per oltre cinquant’anni la vita di generazioni di lettori. Qualunque sostituto avessimo scelto non avrebbe potuto essere all’altezza del maestro, agli occhi di lettori che da sempre identificano Zagor con la versione grafica data dal grande e inarrivabile ligure. Nel 2016, con la scomparsa di Gallieno, è stato necessario però sodstituirlo. Tra i disegnatori dello staff zagoriano c’erano sicuramente dei validi papabili, da Marco Torricelli (quello attivo da più tempo) a Joevito Nuccio, da Michele Rubini a Marco Verni, da Raffaele Della Monica agli Esposito Bros (e qui mi fermo per non citarli tutti). Qualunque nome fosse stato scelto avrebbe avuto dei tifosi pro e dei tifosi contro (e si sa che in genere è più facile criticare che trovarsi d’accordo). Il nodo principale da sciogliere era: vogliamo un copertinista che “assomigli” a Ferri, o qualcuno che faccia proposte di tipo diverso? Si ripeteva il dilemma del sostituto di Galep alle copertine di Tex: in quel caso fu scelto un giovane, Claudio Villa, che sicuramente rappresentava una svolta innovativa. Però il pubblico texiano è molto più abituato di quello zagoriano ad accettare interpretazioni diverse del personaggio da parte di disegnatori dagli stili più disparati. Quando si trattò di riunirci in redazione (io, il direttore, l’editore, il caporedattore) per stabilire il sostituto di Ferri, espressi tutte queste considerazioni e proposi la mia soluzione. I miei argomenti furono questi: primo, scegliere un outsider e non un disegnatore dello staff, in modo da non creare dissapori e rivalità; secondo, optare per qualcuno in grado di offrire una versione di Zagor più moderna ma non troppo moderna, che sapesse rinfrescare e innovare ma nel rispetto della tradizione; terzo, selezionare comunque un autore che per indole, carattere, passione conoscesse bene Zagor e la bonellità e il fandom bonelliano; quarto, affidarci a qualcuno con un forte senso della copertina, in grado di indovinare pose e situazioni da raffigurare. Ciò detto, mostrai tutta una serie di illustrazioni zagoriane realizzate da Piccinelli negli anni precedenti, per commission, quali regali agli amici, per portfolio, per pubblicazioni amatoriali. I partecipanti alla riunione non ebbero il minimo dubbio, nessuno avanzò controproposte, Alessandro Piccinelli venne immediatamente scelto. Dal 2016 a tutto il 2025 ho seguito, come curatore dello Spirito con la Scure, l’elaborazione di tutte le (tante) copertine richieste ogni anno dalle (tante) testate legate al Re di Darkwood, parlando con lui dell’argomento dei singoli albi, inviandogli le storie in visione, a volte suggerendo qualche soluzione o qualche aggiustamento di tiro, ma sempre trovandomi poi di fronte a tre, quattro ma anche cinque bozzetti: le proposte di Alessandro. Bozzetti peraltro molto definiti, come si può vedere sfogliando il volume “Le copertine perdute di Zagor”, talora tutti così belli da mettere in difficoltà me e Michele Masiero (il direttore editoriale, a cui spetta l’ultima parola) nell’operare una scelta. Dieci anni dopo l’esordio come cover man, ecco raccolti in volumi un centinaio di bozzetti a malincuore scartati, che volevamo non tenere soltanto per noi ma far ammirare a tutti (parlo al plurale, ma in questa iniziativa ho solo il merito della proposta, poi il curatore del libro è Luca Crovi e c’è anche lo zampino di Luca Del Savio). Precede l’antologia una interessante intervista a Piccinelli che dimostra tutta la passione per Zagor e per il suo lavoro, e che mi ha commosso nella risposta alla domanda: “Come ti sei sentito quando Moreno Burattini ti ha dato la notizia che eri stato scelto come nuovo copertinista di Zagor?”. Ricordo la sua emozione, ma anche la mia. 



mercoledì 23 luglio 2025

TATA'



Valérie Perrin
TATA’
Edizioni e/o
2024, brossura
608 pagine, 21 euro

Non tutte le ciambelle riescono col buco, e questo quarto romanzo della scrittrice francese Valérie Perrin (1967) è probabilmente quello che le è venuto un po’ più stortignaccolo. Il precedente, “Tre”, invece era decisamente bello: ne avevamo parlato in questo stesso blog.
Dicendo che “Tatà” delude le aspettative comunque va da sé che le aspettative erano alte, visto il talento dell’autrice e la sua abilità di costruire intrecci intriganti di pari passo alla caratterizzazione e all’approfondimento psicologico dei personaggi. La Perrin riesce, insomma, a dar vita a trame avvincenti con misteri da chiarire e ingegnosi colpi di scena senza che le si possa attribuire una etichetta di genere, raccontando di personaggi calati nella realtà della vita quotidiana e nei loro legami famigliari e amicali. Un equilibrio delicato che, però, con “Tatà” si è sbilanciato. Il desiderio di costruire un meccanismo in grado di sorprendere il lettore con impreviste rivelazioni che si susseguono la porta a dar vita a una architettura inutilmente complicata e difficile da credere. Lo stesso difetto di Joël Dicker ne “La verità sul caso Harry Quebert”,anche se, dal punto di vista della qualità della scrittura, la francese surclassa lo svizzero. 
Eppure l’inizio di “Tatà” è promettente:  Agnès, una regista cinematografica di successo che vive il personale dramma di una crisi coniugale, riceve la notizia della morte della zia Colette Septembre. Il fatto è che Colette era già stata dichiarata morta tre anni prima. Agnès si reca nel suo paese natale, a Gueugnon, una cittadina della Borgogna a nord della Francia, per indagare: dopo aver riconosciuto il cadavere della zia, defunta per cause naturali, serve scoprire chi è sepolto, dunque, al posto suo, nella tomba che reca il suo nome e perché la vecchietta abbia deciso di fingersi morta nascondendosi da tutti nei suoi ultimi anni di vita. Le indagini di Agnès ricostruiscono pezzo per pezzo la vita di Tatà Colette e, con la sua, quella dell’intera loro famiglia, dagli anni dell’occupazione nazista della Francia ai giorni nostri, ovvero quelli del romanzo, ambientato nel 2010 nella sua parte principale. Tutto ciò che la regista credeva di sapere sui genitori e i parenti viene rimesso in discussione, e la Perrin esplora la complessità dei legami famigliari, che vanno al di là dei vincoli biologici. Nell’intreccio trovano posto anche le figure di un gruppo di amici d’infanzia che Colette ritrova a Gueugnon, e che la aiutano nella ricerca della verità. L’indagine alterna vari piani temporali saltando di decennio in decennio e tornando indietro, e la narrazione viene affidata a voci diverse, perché attraverso alcune decine di audiocassette la stessa Tatà racconta (ma con una lentezza esasperante) gran parte di ciò che Agnès vuol sapere (se la regista le avesse ascoltate tutte di fila o se la zia, come sembrerebbe più logico, avesse spiegato tutto in una cassetta sola, facendola breve, la faccenda sarebbe stata più credibile. Oppure sarebbe bastata una lettera. Invece, Agnés si fa durare l’ascolto per tutto il romanzo arrivando all’ultima registrazione giusto in fondo al libro. Alla verità, che nella vita reale tutti vorrebbero sapere subito, si giunge in modo frammentato. Ed è poco convincente che la protagonista, di fronte alle cassette audio che potrebbero rivelargli tutto, pensi: “Me la prenderò con calma, voglio scoprire quelle cassette poco a poco, come un regalo. Non le ascolterò in ordine, chiuderò gli occhi e lascerò fare al caso, come quando si legge un libro che non si vuole divorare, ma assaporare. Ho tutto il tempo che voglio”. La sospensione dell’incredulità nel lettore vacilla e viene messa a dura prova. 
Le perplessità aumentano quando ci viene presentatala figura di Blanche, che personalmente ho trovato indigesta e poco credibile. Come poco credibile sono i rapporti fra Blanche e suo padre e quelli fra Colette e sua madre, genitori degeneri decisamente sopra le righe. Soprattutto il papà di Blanche è davvero fuori registro, al punto da assomigliare allo Zalachenko padre di Lisbeth Salander nella saga di “Millennium” (lui sì, però, in grado di creare la suspension of disbelief). Il lettore apprende del perché Blanche debba nascondersi da un vecchietto novantenne e resta di stucco riflettendo sul fatto che sarebbe bastato rivolgersi alla polizia per risolvere ogni problema. Ma accadimenti tirati per i capelli si susseguono per tutto il romanzo e riguardano ogni personaggio: tra quelli più incredibili, l’improbabile storia d’amore fra un diciottenne campione di calcio e la già matura Colette, umile calzolaia – ma anche il matrimonio improvviso, interreligioso, tra un amico di Agnès e una ragazza conosciuta poche settimane prima, nel corso delle indagini. I buoni sentimenti e la correttezza politica imperversano, il potere salvifico dell’amicizia è la panacea di ogni male, il racconto è pieno di morali della favola e il guaio è che non si traggono, ci vengono spiegati.



venerdì 11 ottobre 2024

LA FOSSA DEI LUPI

 

Ben Pastor
LA FOSSA DEI LUPI
Mondadori
2024, brossurato
420 pagine, 20 euro

Il sottotitolo di questo romanzo, “Come proseguono I Promessi Sposi”, rischia di trarre in inganno. Perché, in realtà, Ben Pastor (scrittrice italo-americana, specializzata in gialli storici), con confeziona un vero e proprio sequel del capolavoro manzoniano, ma ne usa i principali personaggi e l’ambientazione per congegnare una vicenda molto intrigante e ben calata nella realtà storica, incentrata sulle indagini di un luogotenente di giustizia milanese sull’omicidio di Francesco Bernardino Visconti, Conte del Sagrato, detto l’Innominato – che l’autrice decide invece di nominare con dovizia di generalità, sulla base delle più accreditate ipotesi elaborate dagli esegeti del Manzoni. Così come un nome viene dato anche alla Monaca di Monza, Marianna de Leyva e non già Gertrude (consacrata come Suor Virginia Maria), e al di lei amante, identificato in Giampaolo Osio dagli storici (e nascosto da don Lisander sotto le spoglie di un anonimo Egidio). Il Manzoni, sempre combattuto fra verità e verosimiglianza, trasportò nel suo romanzo la torbida vicenda della Monaca, rendendola peraltro assai meno torbida di come fu in realtà, spostandola venticinque anni di più avanti. Ben Pastor accetta la datazione manzoniana, ma si tratta dell’unica libertà che si è concessa, mentre per il resto l’ambientazione del 1631, un anno dopo la peste, è piuttosto credibile e anzi, la documentazione alla base della ricostruzione degli scenari e dei personaggi sembra molto rigorosa. Tutto appare più vero e credibile che ne “I promessi sposi”, romanzo peraltro tutt’altro che scollegato dalla realtà, ma pervaso da una inevitabile patina di cattolica  ritrosia nel descrivere la sfera sessuale, da una eccessiva dose di buoni sentimenti tesi a esaltare i valori religiosi e il ruolo della fede nella Provvidenza nelle cose del mondo. Dico questo essendo comunque convinto che il capolavoro manzoniano sia effettivamente un capolavoro assolutamente da leggere con il massimo entusiasmo (ne abbiamo parlato anche in questo spazio), così come “La fossa dei lupi” è soltanto un ottimo giallo storico che non ambisce certo a divenire testo scolastico. Però Renzo, Lucia, Agnese, don Abbondio così come li descrive l’autrice diventano personaggi più reali. Nessuna delle figure de “I promessi sposi” è, comunque, protagonista del romanzo  di Ben Pastor, che mette al centro della narrazione Diego Antonio Sarrìa de Olivares, una sorta di poliziotto dell’epoca, che ha il proposito di farsi missionario gesuita e andare a cercare il martirio nelle Americhe (chi ha visto il film “Manto Nero” sa di che cosa stiamo parlando). Però, l’incontro con la giovane e nobile vedova Polissena de’ Stampi, figura magistrale di donna che dispone di se stessa a dispetto del moralismo dell’epoca, gli fa scoprire l’amore e il richiamo del sesso e i progetti del luogotenente di giustizia finiscono per cambiare. Nella Milano del 1631 descritta da Ben Pastor ci sono del resto le prostitute su cui il Manzoni non si sofferma, c’è la milizia armata del Cardinale Borromeo, descritto come tutt’altro che in odore di santità (al pari di Agnese, che non fa bella figura), ci sono i funzionari della dominazione spagnola con cui, tutto sommato, l’autrice è invece indulgente. E’ bello ritrovare qua e là nelle pagine anche i personaggi minori de “I Promessi Sposi”, come i bravi dell’Innominato o Tonio, l’amico di Renzo. Benché “La fossa dei lupi” si basi sulle indagini per scoprire chi ha ucciso l’Innominato, alla fine il nome del colpevole non è così interessante come tutte le vicende che servono per giungere alla soluzione, che intrigano il lettore al punto che si vorrebbe durassero di più. La soluzione del caso, comunque, arriva ed è convincente.


domenica 22 settembre 2024

PICCOLO CACTUS E… LA SIGNORA C



 
Cristina Contini
PICCOLO CACTUS E… LA SIGNORA C
Tielleci
2024, spillato
24 pagine

A volte non servono libri pubblicati da grandi editori e firmati da autori famosi per regalare delle emozioni. Né questo blog deve intendersi riservato a pubblicazioni blasonate. Perciò mi fa piacere parlare, questa volta, di un opuscolo spillato di formato orizzontale, del tutto simile ai vecchi album da disegno di quando andavamo a scuola, e persino stampato su una carta particolarmente adatta alle illustrazioni a matita che vi sono riprodotte. E in effetti di un album scolastico si tratta, essendo il risultato finale di un corso di illustrazione dell’anno accademico 2023-2024 dell’Università Popolare di Parma, sotto la guida della docente Roberta Ferretti. La particolarità della pubblicazione è rappresentata dal fatto che l’autrice, Cristina Contini, non lavora come illustratrice, né intende farlo (non almeno per mestiere). E’ una simpatica signora dal pollice verde, felicemente in pensione, che cerca di dedicarsi a tutto ciò che non aveva il tempo di fare quando lavorava, compreso frequentare un corso di disegno. Il risultato della sua applicazione è un piccolo libro dalla grafica deliziosa che racconta benissimo una storia “vera” tratta dal vissuto quotidiano, con protagonisti la Signora C (lei stessa), la sua gatta Macchia e un Piccolo Cactus rinato a nuova vita e dimostratosi incredibilmente prolifico. Il racconto è minimale, ma non sono minimali (non almeno nel senso di essere poca e piccola cosa) i disegni, assolutamente semplici quanto accattivanti e (miracolo della sensibilità, dell’istinto, del talento naturale) perfettamente funzionali alla narrazione rivolta, e non ci se ne meravigli, a grandi e bambini.
 


sabato 24 agosto 2024

MAESTRI DEL PENSIERO E DELLA PAROLA

 


 
Georg Popp
MAESTRI DEL PENSIERO E DELLA PAROLA
Fratelli Fabbri Editori
1961, cartonato
90 pagine

Tra i libri per ragazzi di una volta c’erano, oltre ai romanzi ritenuti adatti a loro (a volte anche equivocando), quelli edificanti o educativi destinati ad avvicinare i più giovani alle grandi figure o ai grandi fatti della storia. Le basi della mia personale  conoscenza della mitologica greca risalgono, per esempio, alla lettura fatta durante le elementari di “Storia delle storie del mondo” di Laura Orvieto, un libro scritto nel 1911 e ininterrottamente ristampato. La collana “I grandi personaggi del mondo” dei Fratelli Fabbri proponeva brevi biografie di esploratori (“Uomini alla scoperta della Terra”), scienziati (“Uomini al servizio della scienza”), musicisti (“Creatori di melodie eterne”), artisti (“Maestri dell’arte”). Ho recuperato su una bancarella “Maestri del pensiero e della parola”, tradotto dal tedesco e pubblicato in Italia nel 1961, attirato dal buono stato di conservazione e dalla nostalgia per quel tipo di produzione ben rilegata che veniva proposta ai nipoti dagli zii o dai nonni come regalo di Natale, compleanno, prima comunione e cresima. Ricordo che a me piaceva molto ricevere regali del genere, che preferivo ai calzini o alle maglie. Ad attirarmi ha contribuito anche la copertina di Alessandro Biffignandi (autore anche delle illustrazioni interne), che poi sarebbe diventato celebre anche per le cover del sexy pocket della Edifumetto di Renzo Barbieri. Di chi parla il libro? Di nove caposaldi della filosofia e della letteratura, a ciascuno dei quali viene dedicato un ritratto biografico (proposto in modo laico e tutto sommato corretto, pur se didascalico adatto a lettori giovanissimi) e un racconto che narra un particolare episodio della sua vita (in cui è evidente l’intento agiografico teso a suscitare ammirazione verso la figura di cui si parla). Si parte con Socrate, Platone e Aristotele, dei quali si compendia il pensiero filosofico in modo limitato ma accattivante, per passare poi a Dante Alighieri e, strano ma vero (visto che non è il primo nome che viene in mente), Giambattista Vico. Ci sono poi quattro scrittori stranieri, indicati all’italiana come Michele De Cervantes, Guglielmo Shakespeare, Giovanni Volfango Von Goethe, Giovanni Cristiano Andersen (anche in quest'ultimo caso ci si chiede il motivo della scelta). La lettura è divertente e briosa, alcuni aneddoti mi erano sconosciuti (come quello di Platone ridotto in schiavitù dal tiranno siracusano Dionigi), di altri viene da interrogarsi circa il perché si sia deciso di narrarlo (come la vicenda del cane di Aubry che Goethe non voleva far salire sul palcoscenico del teatro di Weimar). Del resto, però, qualcuno di voi si starà interrogando sul perché io abbia sentito il bisogno di scrivere questa recensione (così come io mi interrogo sul perché voi la stiate leggendo).


martedì 6 agosto 2024

IL PASSATO DI VIVIANE, L'INFERMIERA



 

Filippo Pieri
Cryx
IL PASSATO DI VIVIANE, L'INFERMIERA
Sbam!
2024, brossurato
64 pagine, 10 euro 

Filippo Pieri e Cristiano Cryx Corsani ci consegnano il terzo, divertente libro di Viviane, "Il passato di Viviane, l'infermiera".  Che poi è il prequel del primo, "Viviane, l'infermiera" di cui abbiamo parlato qui (e che aveva una mia prefazione):

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/07/viviane-linfermiera.html

e quindi precede anche il secondo, "Sulle tracce di Viviane, l'infermiera", recensito invece qui:
Così come la seconda puntata aveva caratteristiche diverse dalla prima (humor amaro e alanfordiano contro commedia sexy soft), questa terza (che cronologicamente precede le altre) è diversa da entrambe, proponendo un intreccio brillante di equivoci e situazioni da sit-com alternate a skeytches e gag slapstick, in un alternarsi di personaggi che vanno e vengono togliendo la scena alla protagonista, Viviane, che pur essendo la primadonna finisce per recitare meno degli altri (il che va benissimo) partecipando però da comprimaria al gioco di squadra. Gli spunti sexy sono ridotti al minimo sindacale, ma ci sono parecchie buone battute e qualche divertente colpo di scena. Mi sono sembrati buffi soprattutto i due investigatori privati Ordigno Belluomo e Dinamitardo Bellino (i cui genitori erano ammiratori  della cantante Mina), che fra i tanti rimandi che si possono rintracciare assomigliano a Smalto & Johnny di Pezzin e Cavazzano.  Filippo Pieri, che da grande non voleva fare il pompiere (ma il fumettaro), e il sodale Cryx, che a un certo punto della vita ha sbagliato bivio trovandosi a lavorare come informatico (come si autoraccontano) si confermano sceneggiatore e disegnatore del dopocena ma con il vantaggio di divertirsi nel potersi sbizzarrire senza vincoli di orario e senza dover timbrare il cartellino.
 
 

venerdì 31 maggio 2024

STUDIO ITALIA

 

 
Piersandro Pallavicini
STUDIO ITALIA
Helvetia Editrice
2023, brossura
128 pagine, 11 euro

A volte capita di imbattersi in certi libri assolutamente per caso e affacciarsi, grazie a essi, su mondi o universi sconosciuti. E’ successo a me con “Studio Italia”, che mi è finito per le mani senza averlo cercato, che ho cominciato a leggere con perplessità ma che alla fine si è rivelato in grado di solleticare interesse e curiosità. L’autore, Piersandro Pallavicini (professore ordinario di chimica all’Università di Pavia, scrittore e critico letterario, commediografo), è nato come me nel 1962 e di sé scrive: “Ero il secchione perfetto: adoravo stare in laboratorio, leggevo solo fumetti e romanzi di fantascienza, ascoltavo musica fuori moda”. Poi, assecondato anche dalla compagna Manola, scopre le frange più avanzate dell’arte contemporanea e ne rimane folgorato. Ecco, arrivato a questo punto, leggendo una lista di nomi a me sconosciuti (lo confesso a mio disdoro) di artisti, riviste, correnti, scuole, gallerie avrei potuto battere in ritirata e non proseguire la lettura. Invece, ho continuato: perché Pallavicini è gradevole da leggere e non si inoltra in dotte disquisizioni (aliene ai profani) sull’interpretazione, le dinamiche o l’esegesi della produzione artistica d’avanguardia, terreno su cui probabilmente non avrei potuto seguirlo senza prima aver percorso un training di avvicinamento, ma racconta la sua personale esperienza di collezionista. E quindi batte un terreno di cui percepisco il fascino, essendo da sempre raccoglitore seriale di albi a fumetti e tavole originali, libri e dischi. Soprattutto Pallavicini descrive una pratica che trova una certa corrispondenza anche nell’universo parallelo dei fumettisti: lo “studio visit”. Cioè la pratica, descritta come comune tra appassionati e collezionisti di arte contemporanea, di andare a trovare l’artista dove lavora. Quindi conoscerlo di persona, vederlo mentre crea le opere, discutere delle sue tecniche e delle sue quotazioni, ma anche bere con lui un bicchiere di vino, scambiare opinioni sull’arte e sul mondo. Pallavicini racconta nove incontri ravvicinati con altrettanti artisti (Velasco Vitali, Federico Lombardo, Adelisa Selimbasic, Iva Lulashi, Giovanni Frangi, Daniele Galliano, Luca Pignatelli, Laura Paperina, Valentina D’Amaro), presentandoli come persone prima che come autori e descrivendo i loro laboratori o atelier. Non sempre la visita si conclude con l’acquisto di un dipinto o di un disegno, che spesso hanno prezzi fuori portata, tuttavia viene spiegata la dinamica delle gallerie a cui le opere vengono affidate, il metodo con cui si quotano, le tecniche per concludere buoni affari al di fuori dei circuiti ufficiali (su eBay, per esempio). Traspare dal racconto la gioia successiva a ogni acquisizione, con il collezionista che rimira il pezzo di cui è entrato in possesso, oppure il desiderio irresistibile di dare la caccia a un autore che sembra irraggiungibile. Ecco, sensazioni che, nel mio piccolo e in tutt’altro ambito, conosco bene anch’io.

lunedì 22 aprile 2024

I DELITTI DELLA RUE MORGUE

 


 
Edgar Allan Poe
I DELITTI DELLA RUE MORGUE
Cut-Up Publishing
2023, brossurato
80 pagine, 13.90 euro


Personalmente sono più che convinto che il primo giallo della storia della letteratura sia contenuto nella Genesi, il primo libro della Bibbia. Lì c’è un omicidio, quello di Caino ai danni del fratello Abele, c’è un detective (Dio), vengono svolti degli interrogatori e dunque delle indagini, si scopre il colpevole – che viene condannato e punito. A dire il vero, sul fatto che Caino sia stato il vero assassino ho i miei dubbi, che ho esposto in un racconto intitolato “La signora Miller e Dio” (lo trovate nell’antologia “Dall’altra parte”, edita da Cut-Up Publishing). Ma non divaghiamo. Genesi a parte, il capostipite del genere giallo viene pressoché unanimemente considerato "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe (1809-1849), datato 1841, anche se non propone un vero poliziotto quale autore delle indagini e propone una trama tutto sommato fantastica che si discosta dal realismo che contraddistingue invece il poliziesco vittoriano, da cui nasce una scuola giunta fino ai nostri giorni. Tuttavia è innegabile che Auguste Dupin (protagonista di altri due racconti dello scrittore bostoniano) sia un perfetto Sherlock Holmes ante litteram e l’amico che funge da io narrante sembra la controfigura del dottor Watson (condizioni economiche a parte). Quando, soltanto grazie al ragionamento, Dupin segue il flusso dei pensieri dell’altro e risponde a voce alta a una considerazione fatta dal compagno soltanto nella propria testa, pare proprio che a scrivere sia Conan Doyle. Oltre a essere il primo giallo letterario della storia, “I delitti della Rue Morgue” è anche il primo caso della “camera chiusa”. Il racconto è perfetto per ritmo, tempistica e climax, e la soluzione del mistero, per quanto insolita, risulta convincente (ne ho fatto la parodia in “Cico Detective”). Aldo Luigi Mancusi firma una nuova traduzione e una interessante postfazione. Cut-Up Publishing confeziona un libretto delizioso.
Va segnalato, però, che c’è chi sostiene che nei “Delitti della Rue Morgue” ci sia in realtà lo zampino di Alexandre Dumas. Un giallo nel giallo. La tesi è di Ugo Cundari e provo a riassumerla. Esiste un racconto di Dumas pubblicato a puntate tra il 28 dicembre 1860 e l’8 gennaio 1861, di cui esistono, negli archivi di tutto il mondo, pochissime copie, e che era, fino a poco tempo fa, praticamente sconosciuto: “L’assassinio di Rue Saint Roche”. La lettura lascia del tutto sbigottiti, perché si tratta di un clamoroso plagio dei "Delitti di Rue Morgue" di Poe. Stessa ambientazione parigina, stessa situazione, stesse vittime, stessa soluzione del caso. Non solo: anche i particolari sono i medesimi, dalle voci provenienti dalla casa chiusa scambiate dai vicini per lingue straniere sempre diverse, al dettaglio delle finestre inchiodate. Che cosa cambia? Cambia, innanzitutto, il fatto che il detective risolutore del caso è lo stesso Edgar Allan Poe. Cioè Dumas racconta di aver incontrato lo scrittore americano a Parigi nel 1832 e, mentre era in sua compagnia, di averlo veduto incuriosirsi di un caso descritto sui giornali e quindi indagare sulla faccenda fino a venirne a capo. Ora, i "Delitti della Rue Morgue" è stato pubblicato nel 1841, dunque vent'anni prima il racconto di Dumas. Dunque tutto lascia pensare che sia stato lo scrittore francese a copiare Poe. Il che non sarebbe neppure improbabile, essendo Dumas uso ad attingere a piene mani di qua e di là, al punto da aver subito diversi processi con l'accusa di appropriazione indebita di scritti altrui. Però, la questione non è così semplice. Nella sua lunga e avvincente postfazione, Cundari elenca tutta una serie di circostanze misteriose. Tanto per cominciare, anche nel racconto di Poe compare un Dumas, che è uno dei personaggi secondari. Una combinazione? E se Dumas e Poe si fossero davvero incontrati, nel 1832? Perché, infatti, Poe ambienta proprio a Parigi il suo giallo, e non a Boston o Philadelphia? Come può conoscere così bene la capitale francese, com'è dimostrato dal suo testo? La biografia di Poe è, incredibilmente, misteriosa e lacunosa sui suoi spostamenti in quell'anno e ci sono testimonianze che lo vogliono in Russia, in Francia, in Inghilterra. Il curatore elenca una serie impressionante di indizi che sembrano far supporre che il contatto ci sia stato, e che una bozza di racconto possa essere stato visto e letto da Poe, oppure discusso con Dumas, che sarebbe stato però l'artefice dell'opera, avendone collocato l'azione su uno sfondo parigino che l'americano non aveva ragione di usare. Per quel che può valere la mia opinione, credo in un plagio del parigino ai danni di Poe, ma è possibile che i due si siano davvero incontrati a Parigi.

domenica 11 febbraio 2024

I PROMESSI SPOSI

 
 

Alessandro Manzoni
I PROMESSI SPOSI
Giunti
brossura, 2016
642 pagine, 5.90 euro

Ho riletto, per la quarta volta nella mia vita, “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Ne ho ricavato la medesima impressione riferita da Marcello Fois nel suo breve saggio “Renzo, Lucia e io” (Add edizioni), che ha per sottotitolo “Perché, per me, I Promessi Sposi sono un romanzo meraviglioso". Il problema che molti hanno con il capolavoro manzoniano deriva probabilmente dall’obbligo scolastico che ne impone la lettura e il commento. Se si riuscisse a liberarsi dall’idea che le sue pagine siano imposte dai programmi di studio e si leggessero come faremmo con un qualunque romanzo più o meno coevo (di Balzac, Hugo, Dumas, Melville) ne potremmo che rimanerne conquistati (al netto dei bastian contrari). 
Ora, se volessi approfondire ogni aspetto dell’opera, per il poco che so e mi riesce, rischierei di interrompere qui la lettura di questi appunti da parte dei miei venticinque lettori. Perciò mi limiterò ad annotare le considerazioni e le impressioni colte al volo mentre mi venivano in mente nel rileggere la storia di Renzo Tramaglino e di Lucia  Mondella. Eviterò dunque di raccontare la rava e la fava partendo da Fermo Spolino e Lucia Zarella (quei “Fermo e Lucia” protagonisti della prima versione del romanzo che Manzoni completò nel 1823 e che rimase inedita fino al 1915). Nulla dirò sulla prima edizione de “I promessi sposi” apparsa nel 1827 dopo una riscrittura e della definitiva “Quarantana” (del 1840), frutto della “risciacquatura dei panni in Arno” che è quella che oggi leggiamo, in cui sono evidenti i tentativi dell’autore di eliminare tutto ciò che gli sembrava indigesto nei francesismi e nei lombardismi dei quali aveva fatto uso in precedenza, con il preciso intento di creare, mettendola a disposizione di tutti attraverso lo strumento del romanzo, una lingua condivisa. 
Si potrebbe, ma non lo farò, accennare alle nevrosi dello scrittore di cui resta traccia nelle sue pagine (sulla vita personale di don Lisander va letto “La famiglia Manzoni”, di Natalia Ginzburg, di cui ci siamo occupati in questo spazio anni addietro), sulla sua conversione e la sua religiosità, sulla concezione del Male e della Provvidenza, sulla modernità dei personaggi e sul modo di indagarne la psicologia, arrivando ad approfondire il tema della vicinanza o della simpatia dello scrittore verso le masse popolari vessate dai nobili e dai potenti. Ancora più interessante sarebbe indagare su ciò che c’è di vero e di inventato, sull’identità dell’Innominato, sulle biografie storiche della Monaca di Monza e del cardinale Federigo. Ma mi trattengo e vengo al dunque. Primo punto: “I Promessi sposi” meritano davvero di essere letti? Indubbiamente sì. Sono facili da leggere? Se non ci lascia scoraggiare dalle quattro pagine iniziali dell’Introduzione, in cui il Manzoni finge di ricopiare un antico manoscritto che racconta una storia del Seicento (le vicende cominciano il 7 novembre 1628 e finiscono tre anni dopo), sicuramente sì. Una volta entrati nel mood, è tutto molto avvincente. 
Sicuramente il Manzoni è scrittore assai più gradevole e ancor oggi comprensibili della maggior parte dei romanzieri ottocenteschi italiani (D’Azeglio e Guerrazzi per dirne due che mi sono provato a leggere anch’io). La prima parte è addirittura divertente, piena di dialoghi brillanti e annotazioni spiritose, sembra di leggere il Collodi, e ci sono scenette da teatro vernacolare (si parla di umorismo manzoniano). I personaggi sono quasi tutti strepitosi o degni d’interesse, da don Abbondio a don Rodrigo, da padre Cristoforo ad Agnese, da Gertrude all’Innominato (che a dispetto del Manzoni tutti sanno essere un certo Conte del Sagrado), dal Conte Zio a Perpetua, da Federigo Borromeo a donna Prassede e suo marito don Ferrante. Per non parlare dei bravi, il Griso e il Nibbio su tutti. Forse in questa galleria di figure memorabili quelli a spiccar di meno sono proprio Renzo e Lucia. Lucia, soprattutto, lagnosa e insopportabile, ma alla quale tutto si perdona perché se non avesse attirato l’attenzione di don Rodrigo non ci sarebbe stato il resto del racconto. Bisogna, in realtà, farsi andar bene anche che alla base di tutto ci sia un capriccio di questo tipo: un nobilastro concupisce una giovane contadina e scommette con suo cugino che l’avrà. Pare che il Manzoni abbia attinto lo spunto da Walter Scott e da “Ivanohe” (1819), solitamente indicato come il primo romanzo storico della letteratura (il genere in cui le vicende dei personaggi si intrecciano con quelle della nazione). Mi sono sempre chiesto perché Renzo e Lucia non siano stati sposati fin da subito da padre Cristoforo o da un qualunque prete dicesse messa nel convento di Pescarenico, visto il rifiuto di farlo di don Abbondio, ma le cose hanno preso subito una brutta piega con la separazione dei due sposi promessi e poi si è messa in moto tutta una serie di disgrazie, così che ciò che si poteva risolvere meglio prima non si è potuto aggiustare poi. Renzo e Lucia disturbano un poco anche perché sembrano mancare, in loro, il desiderio e l’attrazione: mai una volta, che io rammenti, in cui si parli d’amore, mai si ricordino languidi baci, mai si accenni a un contatto fisico. Non dico che il Manzoni, figlio del suo tempo, avrebbe dovuto indulgere in qualche passaggio erotico, ma certamente si poteva alludere di più, visto anche il titolo del romanzo e vista l’acutezza con cui lo scrittore indaga nei moti d’animo dei suoi personaggi. L’unico momento in cui Lucia pensa qualcosa che riguardi il sesso, è quando fa il voto di castità trovandosi prigioniera dell’Innominato. 
Resta il dubbio anche sull’aspetto di Lucia: per aver fatto colpo su don Rodrigo la si può immaginare più formosa o avvenente delle altre ragazze della zona, però quando, nel finale del romanzo, la famiglia Tramaglino si trasferisce in territorio bresciano, il Manzoni lamenta il fatto che Lucia fosse derisa perché bruttina, al punto che Renzo deve rispondere così alle malelingue: “Chi v’ha detto che fosse bella? E’ una contadina! V’ho detto mai che v’avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N’avete delle belle donne: guardate quelle!”. E le cose vanno a tal punto che Renzo e Lucia si convincono a cambiar paese. 
A proposito del finale, colpisce che al matrimonio (in conclusione, celebrato da don Abbondio) si accenni a malapena di straforo: “Venne quel benedetto giorno, i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa dove furono sposati”. Tutto qui. Dopo queste poche annotazioni di perplessità non si può che restare affascinati da tutto il resto. 
Milano e la Lombardia sotto il dominio spagnolo sono descritti con efficacia e verosimiglianza, frutto di una straordinaria documentazione. Le scene dei tumulti per il pane e la descrizione degli effetti della carestia del 1629 sono memorabili, ma ancor di più è formidabile la ricostruzione dei mesi del 1630 in cui imperversa la peste. Lo scrittore, forte delle ricerche fatte negli archivi seicenteschi sulle tracce di memoriali e atti ufficiali, ci trascina attraverso veri e propri gironi infernali sconvolgendoci con scene potenti come quella della madre di Cecilia o del tradimento del Griso. Alla luce dei complottismi e dell’irrazionalità che hanno contrassegnato gli anni della pandemia si resta sgomenti nel riconoscere l’attualità della follia popolare che vedeva congiure per sterminare la popolazione nella penuria di grano o l’opera degli untori nel diffondersi del contagio della peste. Il delirio complottista della “caccia all’untore” viene approfondito dal Manzoni in un’altra sua opera, “La storia della colonna infame” (1840). Le pagine dedicate alla peste valgono da sole la lettura dell’intero romanzo, se ne esce a pezzi ma migliori.







giovedì 11 gennaio 2024

POOH TUTTI I TESTI

 

 
Andrea Pedrinelli
POOH
TUTTI I TESTI E LA STORIA DIETRO LE CANZONI
Sperling & Kupfer
Brossurato, 2003
374 pagine

Ho sempre pensato che tra i poeti del nostro tempo ci siano gli autori dei testi delle canzoni. Non soltanto perché, a tutti gli effetti, compongono veri e propri versi di poesia. C'è di più. La poesia, quella “ufficiale” e paludata, quella di coloro che non scrivono per la gente (come li definisce Roberto Vecchioni in un brano intitolato “La corazzata Potemkin”) , non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito della poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere.
La letteratura italiana nasce dopo che i trovatori provenzali,  tra il XII e il XIV secolo, hanno cominciato a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Ebbene, i versi di quei trovatori erano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Mi infastidiscono sempre quelli che snobbano i parolieri italiani ma anche coloro che riconoscono il titolo di poeta soltanto a qualcuno, magari Mogol, ignorandone altri, come due che (a parer mio) sicuramente lo meritano quali Giancarlo Bigazzi e Valerio Negrini. 
Proprio di Negrini sono la gran parte dei testi di canzoni raccolti in questo libro, che mette in fila oltre trecento composizioni da lui scritte per i Pooh (in tutto i brani sono 356, ce ne sono comprese alcune decine firmate da Stefano D’Orazio). Per motivi misteriosi, c’è chi i Pooh li detesta a priori. Fermo restando che ognuno ascolta la musica che gli fa bene e gli assomiglia, e che mal digerisco le critiche alla musca ascoltata dagli altri (la musica è un dio bambino, scrive appunto Negrini), secondo me costoro si sono persi tante emozioni, tanti bei concerti, tante belle canzoni che sembrano scritte su misura della vita di ciascuno. Sulla lavagna del mio cuore (tanto per citarlo), Negrini ha lasciato parecchi segni. Nato a Bologna nel 1946, morto a Trento nel 2013 all’età di 67 anni, Valerio non era il “quinto Pooh”, era il primo: fu lui, infatti, che era batterista, a fondare il gruppo, nel 1966, per poi ritirarsi nel 1971. Andrea Pedrinelli, che conosce il minimo segreto del gruppo composto da Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, analizza ogni canzone svelandone i retroscena, elencandone le cover e le nuove incisioni, l’eventuale presenza nella scaletta dei concerti.
Talvolta bastano due righe, in una canzone, per farla sentire nostra. Il paroliere dei Pooh (ma anche di molti altri cantanti) ha avuto il magico talento di raccontare la vita com’è, e non di quella finta di cui parlano quelli nei cui testi “amore” fa rima con “cuore”.  Io ne ho sperimentate parecchie, di situazioni come quelle descritte dall’autore, a partire dal fatto che sono nato un po’ in collina e rotolato giù:

Quelli nati un po’ in collina
fatti in casa come me
caricano a testa bassa e in qualche modo passano

e naturalmente ho scoperto che

gli amori fanno i nodi come i fili dei microfoni.

(Quelli nati un po’ in collina, 1983).

Anch’io, a certe ragazze avrei potuto dire

Entrasti come arriva un uragano
successe come quando passa il vento.

(Tutto alle tre, 1970)

E a qualcun’altra ho chiesto di darmi solo un minuto, un respiro di fiato, un attimo ancora, per convincerla a non gettare alle ortiche la nostra storia, e poi le ho detto

Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo?
dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando.

(Dammi solo un minuto, 1977).

Ma mi è successo pure di dover fare le valigie, cambiando amici e città, salutandola con il groppo in gola:

prendo soltanto la mia vita con me
cambiano posto i giorni miei
col resto fanne ciò che vuoi.

(Dove sto domani, 1981)

Ho avuto donne di quelle che sanno e non possono dir niente, a cui nessuno di solito dedica le canzoni, ma che sono dovunque perché la vita non segue le regole e rompe gli argini:

Sei l'altra donna,
la libertà,
quella che sa perché ritorno.

(L’altra donna, 1990)

E infatti poi scoppia prepotente il bisogno di non nascondersi più e un vento ci gonfia le vele:

Invece adesso ho il vento dentro l'anima
perché non si torna indietro
e adesso non c'è più bisogno di nasconderci
pensando che sia sbagliato
siano lacrime, siano brividi
al mio cuore gli ho detto di sì.

(Vento nell’anima, 2010)

Ma ci sono anche gli “altri uomini”, perché ogni donna, a qualunque età, ha il diritto d’amare:

Piegato in un pacco sottile
c'è il tuo vestito di qualche anno fa;
memoria di un amore che fu primavera
e adesso è precaria routine.
Eppure lo specchio è gentile,
non mostra quasi traccia del tempo che va,
si vedono ragazze coi libri di scuola
che sembran più vecchie di te,
ma lui si addormenta leggendo,
è già tanto se c'è.
 
(Diritto d’amare, 1996)

Ma mi sono anche ritrovato a essere un uomo solo, più volte, in cerca di equilibrio, in attesa di capire, pregando, sperando di essere aiutato a ritrovare il filo:

Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai
ma quaggiù non siamo in cielo
e se un uomo perde il filo
è soltanto un uomo solo.
 
(Uomini soli, 1990)

La disperazione, la solitudine, la diversità, la discriminazione sono temi che Negrini non ha mai avuto paura di affrontare, scrivendo di soldati di leva o in missione di pace, di prostitute e di omosessuali, di femminismo e manifestazioni di piazza, di carcerati, di giornalisti, di emigranti, di donne stuprate (“se non lo fa nessuno, vi chiedo scusa io”), di ragazze madri, di padri e di figli, di popoli sotto la dittatura, di etnie perseguitate, di guerre e di speranze, di Dio e del suo intollerabile silenzio. Sempre, Negrini ha fatto appello alla speranza nel cielo blu che è comunque in attesa sopra le nuvole, un cielo senza scale su cui ci si deve arrampicare, attingendo alla forza interiore che ognuno ha dentro di sé, senza aspettarsi aiuti da nessuno, senza guardare di sotto mentre si attraversa i ponte (“fa paura se ti fermi a metà”), senza aspettare il futuro, dato che “troppo passato è già andato via”.

Ma il cielo è blu sopra le nuvole
e non è poi cosi lontano,
dobbiamo arrampicarci e crescere
senza bisogno di nessuno.

(Il cielo è blu sopra le nuvole, 1992)