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lunedì 21 luglio 2025

IVANHOE

 
 


Walter Scott
IVANHOE
Rizzoli
1988, brossurato
544 pagine, 10.500 lire

Si dice che Walter Scott (1771-1832) sia stato il primo autore di bestseller appositamente costruiti per raggiungere il più vasto pubblico possibile. Benedetto Croce addirittura scrive che “nel trattare dello Scott conviene, in primo luogo, aver l’occhio all’ufficio sociale che egli ha adempiuto: ufficio che fu semplicemente quello di un produttore industriale, intento a fornire il mercato di oggetti dei quali era altrettanto viva la richiesta quanto legittimo il bisogno. Egli ebbe il genio dell’intrapresa industriale a ciò corrispondente”. “Intrapresa” che fu coronata da una straordinaria fortuna. Personalmente, nel giudizio crociano non ci vedo niente che svilisca l’autore, anzi, viva gli autori che scrivono per il loro pubblico. Si dice anche che Walter Scott abbia inventato, o perlomeno portato in auge, il romanzo storico, che, come nota il Carducci, “non ha nulla a che fare col romanzo cavalleresco e col poema romanzesco”. “Ivanhoe” (1819), la sua opera di maggior successo (ma si potrebbe citare anche “Rob Roy”) non ha per ambientazione un medioevo fantastico, ma si cala nella realtà dell’Inghilterra attorno al 1194, avendo per sfondo luoghi riconoscibili e per protagonisti alcuni personaggi storici (come Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni). Non solo: Scott sceglie di affrontare un argomento spinoso come l’invasione dell’Inghilterra da parte dei Normanni che sottomettono i Sassoni. Lo fa, peraltro, cercando di documentare minuziosamente la sua ricostruzione delle usanze, degli abiti, degli stati d’animo dell’epoca, occupandosi anche di mettere a confronto le rivendicazioni degli sconfitti e le strategie politiche dei colonizzatori, ma anche gli scontri politici attorno alla rivendicazione della corona, rendendo parte del racconto anche le crociate. Prima di “Ivanhoe” lo scrittore, nato a Edimburgo, aveva scritto soltanto di cose scozzesi, e forti furono i suoi dubbi e i suoi timori allargandosi anche a quelle inglesi, al punto he inizialmente pubblicò la sua opera sotto lo pseudonimo di Laurence Templeton. Un’altra cosa ripetuta è che Alessandro Manzoni trasse proprio da Walter Scott la determinazione di scrivere anche lui un romanzo calato nella realtà storica, quella lombarda dei Seicento, “I promessi sposi”. Il Manzoni lo fa in modo diverso, più sofisticato e con intenti pedagogici, ma di certo dello scrittore scozzese dice: “il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Scott”, riconoscendogli anch’egli una valenza letteraria e culturale di primo piano, quella che si deve inevitabilmente a ogni autore che abbia la fortuna di essere ascoltato e avere influenza sui suoi lettori.  Tre cose che mi hanno colpito: la prima, rappresentazione (che non pare condivisa dal narratore) di un odioso antisemitismo, che si ritrova, per fare un esempio, anche nelle pagine di Dickens, ambientate nella Londra della prima metà dell’Ottocento, segno che il pregiudizio cristiano contro gli ebrei ha attraversato i secoli. La seconda: la presenza, fondamentale e tutt’altro che accessoria, di Robin Hood e della sua banda (Frate Tuc compreso), anche se all’arciere viene cambiato il nome in Locksley. Infine: “Ivanhoe” viene a torto considerato come un romanzo per ragazzi, forse per la componente avventurosa, le scene di battaglia, gli assalti al castello, i tornei cavallereschi, il mistero che circonda la figura il Cavaliere Nero che alla fine (spoiler) si rivela essere Riccardo Cuor di Leone tornato dalla Crociata. Tuttavia molti aspetti e contenuti del romanzo sono tutt’altro che destinati a lettori particolarmente giovani: i riferimenti storici e politici, la discriminazione verso gli ebrei e soprattutto verso la sfortunata Rebecca, l’odio fra Sassoni e Normanni che vede alla fine una possibilità di fusione tra i due popoli con il matrimonio (spoiler) fra Ivanhoe e Rowena e via dicendo. Il linguaggio di Walter Scott, anche nella versione integrale, resta piacevole da leggere nonostante certe prolissità dovute soprattutto alla minuzia delle descrizioni. Indimenticabili e ottimamente caratterizzati certi personaggi come il buffone Wamba, il servo Gurth, il castellano Cedric, lo sbruffone principe Giovanni, l’Eremita (Frate Tuc), l’usuraio Isaac, la vecchia e folle Urfrida, e i cattivi De Bracy, Bois-Guilbert e Front-de-Boeuf. “Ivanhoe” non sarà “I promessi sposi” ma ci si diverte a leggerlo.



domenica 11 febbraio 2024

I PROMESSI SPOSI

 
 

Alessandro Manzoni
I PROMESSI SPOSI
Giunti
brossura, 2016
642 pagine, 5.90 euro

Ho riletto, per la quarta volta nella mia vita, “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Ne ho ricavato la medesima impressione riferita da Marcello Fois nel suo breve saggio “Renzo, Lucia e io” (Add edizioni), che ha per sottotitolo “Perché, per me, I Promessi Sposi sono un romanzo meraviglioso". Il problema che molti hanno con il capolavoro manzoniano deriva probabilmente dall’obbligo scolastico che ne impone la lettura e il commento. Se si riuscisse a liberarsi dall’idea che le sue pagine siano imposte dai programmi di studio e si leggessero come faremmo con un qualunque romanzo più o meno coevo (di Balzac, Hugo, Dumas, Melville) ne potremmo che rimanerne conquistati (al netto dei bastian contrari). 
Ora, se volessi approfondire ogni aspetto dell’opera, per il poco che so e mi riesce, rischierei di interrompere qui la lettura di questi appunti da parte dei miei venticinque lettori. Perciò mi limiterò ad annotare le considerazioni e le impressioni colte al volo mentre mi venivano in mente nel rileggere la storia di Renzo Tramaglino e di Lucia  Mondella. Eviterò dunque di raccontare la rava e la fava partendo da Fermo Spolino e Lucia Zarella (quei “Fermo e Lucia” protagonisti della prima versione del romanzo che Manzoni completò nel 1823 e che rimase inedita fino al 1915). Nulla dirò sulla prima edizione de “I promessi sposi” apparsa nel 1827 dopo una riscrittura e della definitiva “Quarantana” (del 1840), frutto della “risciacquatura dei panni in Arno” che è quella che oggi leggiamo, in cui sono evidenti i tentativi dell’autore di eliminare tutto ciò che gli sembrava indigesto nei francesismi e nei lombardismi dei quali aveva fatto uso in precedenza, con il preciso intento di creare, mettendola a disposizione di tutti attraverso lo strumento del romanzo, una lingua condivisa. 
Si potrebbe, ma non lo farò, accennare alle nevrosi dello scrittore di cui resta traccia nelle sue pagine (sulla vita personale di don Lisander va letto “La famiglia Manzoni”, di Natalia Ginzburg, di cui ci siamo occupati in questo spazio anni addietro), sulla sua conversione e la sua religiosità, sulla concezione del Male e della Provvidenza, sulla modernità dei personaggi e sul modo di indagarne la psicologia, arrivando ad approfondire il tema della vicinanza o della simpatia dello scrittore verso le masse popolari vessate dai nobili e dai potenti. Ancora più interessante sarebbe indagare su ciò che c’è di vero e di inventato, sull’identità dell’Innominato, sulle biografie storiche della Monaca di Monza e del cardinale Federigo. Ma mi trattengo e vengo al dunque. Primo punto: “I Promessi sposi” meritano davvero di essere letti? Indubbiamente sì. Sono facili da leggere? Se non ci lascia scoraggiare dalle quattro pagine iniziali dell’Introduzione, in cui il Manzoni finge di ricopiare un antico manoscritto che racconta una storia del Seicento (le vicende cominciano il 7 novembre 1628 e finiscono tre anni dopo), sicuramente sì. Una volta entrati nel mood, è tutto molto avvincente. 
Sicuramente il Manzoni è scrittore assai più gradevole e ancor oggi comprensibili della maggior parte dei romanzieri ottocenteschi italiani (D’Azeglio e Guerrazzi per dirne due che mi sono provato a leggere anch’io). La prima parte è addirittura divertente, piena di dialoghi brillanti e annotazioni spiritose, sembra di leggere il Collodi, e ci sono scenette da teatro vernacolare (si parla di umorismo manzoniano). I personaggi sono quasi tutti strepitosi o degni d’interesse, da don Abbondio a don Rodrigo, da padre Cristoforo ad Agnese, da Gertrude all’Innominato (che a dispetto del Manzoni tutti sanno essere un certo Conte del Sagrado), dal Conte Zio a Perpetua, da Federigo Borromeo a donna Prassede e suo marito don Ferrante. Per non parlare dei bravi, il Griso e il Nibbio su tutti. Forse in questa galleria di figure memorabili quelli a spiccar di meno sono proprio Renzo e Lucia. Lucia, soprattutto, lagnosa e insopportabile, ma alla quale tutto si perdona perché se non avesse attirato l’attenzione di don Rodrigo non ci sarebbe stato il resto del racconto. Bisogna, in realtà, farsi andar bene anche che alla base di tutto ci sia un capriccio di questo tipo: un nobilastro concupisce una giovane contadina e scommette con suo cugino che l’avrà. Pare che il Manzoni abbia attinto lo spunto da Walter Scott e da “Ivanohe” (1819), solitamente indicato come il primo romanzo storico della letteratura (il genere in cui le vicende dei personaggi si intrecciano con quelle della nazione). Mi sono sempre chiesto perché Renzo e Lucia non siano stati sposati fin da subito da padre Cristoforo o da un qualunque prete dicesse messa nel convento di Pescarenico, visto il rifiuto di farlo di don Abbondio, ma le cose hanno preso subito una brutta piega con la separazione dei due sposi promessi e poi si è messa in moto tutta una serie di disgrazie, così che ciò che si poteva risolvere meglio prima non si è potuto aggiustare poi. Renzo e Lucia disturbano un poco anche perché sembrano mancare, in loro, il desiderio e l’attrazione: mai una volta, che io rammenti, in cui si parli d’amore, mai si ricordino languidi baci, mai si accenni a un contatto fisico. Non dico che il Manzoni, figlio del suo tempo, avrebbe dovuto indulgere in qualche passaggio erotico, ma certamente si poteva alludere di più, visto anche il titolo del romanzo e vista l’acutezza con cui lo scrittore indaga nei moti d’animo dei suoi personaggi. L’unico momento in cui Lucia pensa qualcosa che riguardi il sesso, è quando fa il voto di castità trovandosi prigioniera dell’Innominato. 
Resta il dubbio anche sull’aspetto di Lucia: per aver fatto colpo su don Rodrigo la si può immaginare più formosa o avvenente delle altre ragazze della zona, però quando, nel finale del romanzo, la famiglia Tramaglino si trasferisce in territorio bresciano, il Manzoni lamenta il fatto che Lucia fosse derisa perché bruttina, al punto che Renzo deve rispondere così alle malelingue: “Chi v’ha detto che fosse bella? E’ una contadina! V’ho detto mai che v’avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N’avete delle belle donne: guardate quelle!”. E le cose vanno a tal punto che Renzo e Lucia si convincono a cambiar paese. 
A proposito del finale, colpisce che al matrimonio (in conclusione, celebrato da don Abbondio) si accenni a malapena di straforo: “Venne quel benedetto giorno, i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa dove furono sposati”. Tutto qui. Dopo queste poche annotazioni di perplessità non si può che restare affascinati da tutto il resto. 
Milano e la Lombardia sotto il dominio spagnolo sono descritti con efficacia e verosimiglianza, frutto di una straordinaria documentazione. Le scene dei tumulti per il pane e la descrizione degli effetti della carestia del 1629 sono memorabili, ma ancor di più è formidabile la ricostruzione dei mesi del 1630 in cui imperversa la peste. Lo scrittore, forte delle ricerche fatte negli archivi seicenteschi sulle tracce di memoriali e atti ufficiali, ci trascina attraverso veri e propri gironi infernali sconvolgendoci con scene potenti come quella della madre di Cecilia o del tradimento del Griso. Alla luce dei complottismi e dell’irrazionalità che hanno contrassegnato gli anni della pandemia si resta sgomenti nel riconoscere l’attualità della follia popolare che vedeva congiure per sterminare la popolazione nella penuria di grano o l’opera degli untori nel diffondersi del contagio della peste. Il delirio complottista della “caccia all’untore” viene approfondito dal Manzoni in un’altra sua opera, “La storia della colonna infame” (1840). Le pagine dedicate alla peste valgono da sole la lettura dell’intero romanzo, se ne esce a pezzi ma migliori.







venerdì 22 dicembre 2023

IL CONSIGLIO D’EGITTO

 
 
Leonardo Sciascia
IL CONSIGLIO D’EGITTO
Adelphi
Brossurato, 1989
176 pagine, 11 euro

Scrive Leonardo Sciascia: “Volevo fare la cronaca del massacro dei presunti giacobini, avvenuto a Caltagirone alla fine del XVIII secolo, e avevo cominciato a documentarmi sull’argomento. Scorrendo la ‘Storia letteraria della Sicilia’ di Domenico Scinà, raccogliendo il materiale rimasto negli archivi, e poi leggendo le cronache del marchese di Villabianca, mi si è imposta la figura dell’abate Vella”. Il frate benedettino Giuseppe Vella (1749-1814), nato a Malta (dove aveva appreso i rudimenti dell’arabo) e poi trasferitosi a Palermo, è appunto il principale protagonista de “Il consiglio d’Egitto”, romanzo pubblicato da Sciascia nel 1963. Si tratta dunque di una figura storica, protagonista di una quasi incredibile vicenda ricordata come l’ “arabica impostura”, sostanzialmente la creazione di un falso, destinato però a destare grande clamore e finanche una certa influenza nel pensiero e nella politica non soltanto in ambito siciliano. Tutto nasce allorché fra’ Vella, destinato poi a venire chiamato “abate” per la fama acquisita, senza esserlo, viene convocato, in quanto in grado di parlare qualche parola di arabo, a fare da interprete tra le autorità palermitane e un ambasciatore del Marocco la cui nave era stata sospinta da una tempesta sulle coste siciliane. All’ambasciatore, nel corso del suo forzato soggiorno, viene mostrato un antico codice islamico risalente al periodo della dominazione araba in Sicilia, custodito nel monastero di San Martino. Il marocchino lo esamina e dichiara trattarsi di una copia di una delle tante biografie di Maometto in circolazione. Al che il Vella capisce di poter trarsi dalla sua condizione di povero frate questuante, e traducendo a beneficio di Monsignor Airoldi dichiara che l’ambasciatore ha riconosciuto nel manoscritto un testo che narra della conquista saracena della Sicilia e dei fatti della dominazione musulmana. Un documento, dunque, in grado di ricostruire vicende, perlopiù sconosciute o soltanto leggendarie, di mezzo millennio prima, anni da cui trassero fondamento le baronie e i feudi siciliani. Ripartito l’ambasciatore, Giuseppe Vella viene dunque incaricato di tradurre in italiano il preziosissimo codice, intitolato “Il consiglio d’Egitto”: per farlo, naturalmente, gli vengono riconosciuti emolumenti, un dignitoso alloggio, tutto il tempo necessario, il diritto di accesso nei salotti buoni, inviti nell’alta società nobiliare. Anzi, gli stessi nobili cominciano a foraggiare il Vella perché nella sua traduzione, di cui vengono abilmente fatti trapelare frammenti a spizzichi e bocconi, del tutto inventati, vengano citati i propri avi e confermati i diritti sulle terre possedute. Essendo ambientato tra il 1782 e i 1795, Sciascia riesce, riportando le conversazioni tra i baroni e gli ecclesiastici a cui l’abate assiste, e a cui partecipa in modo defilato, a ricostruire le vicende politiche e sociali di un’epoca che sta per tramontare, con la rivoluzione francese che sembra stare per tracimare anche in Sicilia, con le trame del Re, tramite il suo vice Caracciolo, tese ad avocare alla corona i privilegi delle baronie. Risulta chiaro che la vera “impostura” non è il falso dell’abate, peraltro di squisita fattura, ma quella dei fondamenti giudici del potere nobiliare di origine feudale. Le vicende di Giuseppe Vella si intrecciano con la vita di altre figure storiche, come quella Francesco Paolo Di Blasi, giurista e patriota, ghigliottinato nel 1795 per la tentata organizzazione di una rivolta tesa a creare, sul modello giacobino, una Repubblica siciliana. Il romanzo si chiude proprio con la lama che cade sul suo collo, e le pagine che raccontano le torture subite perché il Di Blasi facesse i nomi dei suoi complici (non li fece) sono sconvolgenti tanto quanto sono divertenti quelle dedicate alle prime mosse dell’ “impostura” dell’abate: è come se ne il libro di Sciascia ne racchiudesse due, e infatti ci sono due parti per distinte, una iniziale più faceta, una finale molto drammatica. Non si può fare a meno di ammirare l’eleganza della prosa sciasciana, precisa nella scelta dei termini, felice nell’ironia e tagliente nel cambio di registro, dotta nella ricostruzione di conversazioni fra poeti e letterati, avvocati e monsignori, maliziosa quando serve, impeccabile nella ricostruzione di ambienti e personaggi storici.

lunedì 16 agosto 2021

1793

 

 

Niklas Natt Och Dag

1793
Einaudi
brossurato, 2019

492 pagine, 20 euro

"Un crime avvincente come 'Il nome della rosa'", secondo The Washington Post. "Un viaggio vivido e avvicente nella Stoccolma del XVIII secolo, nelle sue ingiustizie e nei suoi luoghi oscuri", recensisce The Guardian. "Coinvolgente e scioccante", dice The Times. "Un romanzo livido, febbrile, di una potrenza palpabile. Un esordio eccezionale. Un autore da seguire", commenta Le Parisien. "Un thriller trascinante", aggiunge The Observer. Queste le scritte in copertina, che convincono all'acquisto a dispetto del nome oscuro (e impronunciabile) dell'autore, classe 1979, di cui ci viene detto che è il discendente della più antica famiglia aristocratica svedese, da tempo decaduta. A parte il paragone con "Il nome della rosa", che io non proporrei, i restanti commenti sono assolutamente veritieri. "1793", primo volume di una trilogia, è un romanzo potente, che stringe un nodo alla gola, trascina giù con sé in abissi inimmaginabili che pure si comprendono come reali, data che è evidente la documentazione da cui ha attinto Natt och Dag. Ambientato in Svezia durante la Rivoluzione Francese, di cui giungono gli echi e i cui eventi hanno un ruolo nel racconto, il romanzo descrive una Stoccolma crudele, putrida, corrotta, dissoluta, in preda a epidemie e incendi, in cui la vita umana era senza valore, reduce da guerre insensate e sotto un regime decadente e spietato (quello di Gustavo III si era concluso l'anno precedente con l'assassinio del Re, e il successore Gustavo Adolfo era solo quattordicenne). La sporcizia, le violenze, le ingiustizie, i soprusi, la disperazione, le malattie, l'avidità imperversano. Ciò nonostante, un reduce di guerra senza un braccio assunto nella guardia civica, Mickel Cardell, e un procuratore divorato dalla tisi, a cui già cercano di fare le scarpe per prenderne il posto, Cecil Winge, uniscono le loro forze per risolvere il caso di un orrendo delitto. Un uomo è stato mutilato pezzo per pezzo (prima la lingia, poi gli occhi, poi i denti, quindi gli arti, uno per uno, facendo risargire le ferite prima di procedere con le amputazioni) e il suo cadavere riemerge in un putrido lago dove scolano gli escrementi della città. Nessun indizio sulla sua identità. "1793" non è però solo il resoconto di una difficile indagine, ma la ricostruzione storica di una città, di un'epoca, di una società. Le ricerche di Cardell e Winge si incrociano con le vicende di altri due personaggi seguiti nelle loro drammatiche vicissitudini: il giovane spiantato Kristofer Blix, aspirante chirirgo, e una ragazza, Anna Stina, ingiustamente rinchiusa in un istituto di correzione perché accusata di meretricio, dove le recluse anziché venire rieducate subiscono le più crudeli violenze. Si resta sgomenti dall'inizio alla fine, ma ne vale la pena

domenica 25 luglio 2021

SIDI



Arturo Pèrez-Reverte
SIDI
Rizzoli
2021, brossura
400 pagine

Chi abbia letto la saga del Capitan Alatriste sa dell'incredibile talento di Arturo Pérez-Reverte nel raccontare la Spagna (e l'Europa) dei secoli passati. Un talento non limitato al romanzo storico, in verità, dato che l'autore si è dimostrato in grado di spaziare anche nella contemporaneità e in vari generi (dal giallo al reportage di guerra). In ogni caso, da buono spagnolo appassionato di storia (è nato a Cartagena nel 1951), quando scrive di storie di Spagna, dà il meglio di sé. Vederlo cimentarsi con una rivisitazione dell'epopea del Cid è dunque una festa. El Cid Campeador (cioè "padrone del campo", o meglio "vincitore") è il protagonista di un poema del XII secolo, il "Cantar de Mio Cid", che ha successivamente ispirato mille leggende, racconti, romanzi, film. Alla base di tutto c'è un personaggio storico: Rodrigo Díaz de Vivar, o Ruy Dìaz (come lo chiana Pérez-Reverte), che visse tra il 1040 e il 1099 (nell'epoca della Reconquista), e fu un condottiero e soldato di ventura dotato di grande senso dell'onore, coraggio, carisma, capacità di comando e abilità tattica. Il soprannome Cid deriva dall'arabo "sidi", cioè "mio signore", e il romanzo di Pérez-Reverte ricostruisce le circostanze in cui si guadagnò, per la prima volta, questo appellativo. Lo scrittore sceglie di partire dall'esilio a cui Ruy Dìaz lo condannò la miopia di Re Alfonso IV di Castiglia, a cui comunque El Cid restò fedele destinandogli il quinto di ogni suo bottino. Costretto a lasciare il Regno da lui difeso ai tempi di Re Sancho II (fratello di Alfonso che gli succedette sul trono), Ruy Dìaz si mette al servizio di chi possa pagare la sua spada e quella degli uomini che lo seguono. Il romanzo comincia con la caccia da parte dei soldati di ventura del Cid a una "aceifa" musulmana, cioè una banda di predoni mori che seminano morte e distruzione lungo le frontiere fra i regni cristiani e quelli moreschi nella Spagna del XI secolo. La narrazione è tesa, crudele e drammatica, come se assistessimo al duello fra uno squadrone di soldati e una banda di apache in uno scenario western. In seguito, Ruy Dìaz si mette al servizio di un Re musulmano, Mutaman (figura che dimostra come anche i sovrani mori potessero essere saggi e illuminati), con l'impegno da parte di costui di non chiedergli di combattere contro i castigliani. Il romanzo non procede oltre nella biografia del Cid, segno che Arturo Pérez-Reverte intende (almeno lo spero) continuare con altre puntate di quella che potrebbe essere una saga molto lunga. La ricostruzione degli scenari, dei personaggi, della mentalità dell'epoca è fantastica, sembra di esserci. Tempi crudeli, in cui la vita e la morte avevano un valore diverso da quelli di oggi (come del resto in altre epoche storiche, e come in altre latitudini e longitudini rispetto alle nostre). La personalità di Dìaz, uomo forte ma anche intelligente, prudente, saggio, tormentato e consapevole di trovare una ragione di vita solo nel mestiere delle armi, risalta su tutte le altre, affascinante e, al tempo stesso, realistica, al di là dell'aura leggendaria e idealizzata della figura del Cid. Scrive Pérez-Reverte in una nota: "Ci sono molti Ruy Dìaz nella tradizione spagnola, e questo è il mio".

sabato 17 aprile 2021

IL ROSSO E IL NERO

 
 
 

Stendhal

IL ROSSO E IL NERO
Feltrinelli
2013, brossura
568 pagine, 11 euro
 
 
Lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal (1783-1842), innamorato dell'Italia (come dimostrano "La certosa di Parma" e l'epigrafe sulla sua tomba a Montmartre, scritta in italiano: “Arrigo Beyle / Scrisse / Amò / Visse”), fu un contemporaneo di Manzoni. La prima edizione de "Il Rosso e il Nero" è del 1831, quella de "I promessi sposi" è del 1827. Se penso a come il romanzo italiano abbia faticato a trovare una sua strada, una sua lingua, mentre in Europa e negli Stati Uniti fioccavano romanzieri modernissimi, mi sorprendo sempre. In Francia avevano Balzac, che da solo ha scritto, a partire dal 1824, cento romanzi, più che godibili anche oggi. Noi, a parte Manzoni ("I promessi sposi" sono un capolavoro), che comunque non si può certo definire romanziere prolifico, fatichiamo a leggere i romanzi di D'Azeglio o del Guerrazzi. Meno male che a fine secolo arrivò Salgari. Un po' prima ci furono anche Verga, Capuana, De Roberto, ma insomma ci fu da aspettare la seconda (inoltrata) metà del secolo. Invece, ecco Stendhal che, mentre Manzoni racconta la conversione dell'Innominato, fa mettere incinta a nobildonna Mathilde de la Mole dal bell'abatino Julien Sorel, segretario del marchese suo padre. Julien, prima di giungere a Parigi, aveva già intessuto a una tresca più che carnale con Madame de Rênal, moglie dei sindaco di Verrières, piccola cittadina (inventata dall'autore) della Franca Contea. Entrambe le relazioni, va detto, frutto di autentiche passioni scatenate e subite dal seminarista Julien e dalle sue amanti, in un turbinare di romantici sentimenti (intendendo per "romantico" come "tipico del romanticismo") che scuotono, travagliano, esaltano, fanno correre rischi mortali e perdere la ragione. Ma al di là del sesso (presente in Stendhal e assente in Manzoni, che non indaga neppure sulle pulsioni di don Rodrigo), la descrizione che lo scrittore francese fa della società francese dell'epoca e del momento storico suo contemporaneo, quello della Restaurazione post- napoleonica, è cinica e disincantata: si entra in seminario per far carriera, si punta ad avere parrocchie o diocesi con una buona rendita, così come si cercano di scalare i gradini della gerarchia militare o si ostentano le proprie rendite valutando le persone sulla base della ricchezza. Lo stesso Julien, che pure entra in seminario, non crede in Dio, o almeno spera, morendo, di non trovarsi di fronte quello vendicativo di cui parla la Bibbia. Sorel è di umili origini (figlio di un carpentiere di provincia, che lo maltratta e disprezza per il suo amore per i libri) e cerca di affrancarsi dalle sue umili condizioni in una una società dove da una parte i fautori della Restaurazione danno ancora importanza ai diritti di nascita, dall'altra i liberali, che hanno raccolto l'eredità della Rivoluzione Francese, danno importanza ai soldi. Julien vuole diventare qualcuno a dispetto della propria origine e della sua povertà, basandosi sulla sua intelligenza e sul suo talento. Divenuto istitutore dei figli in casa di Madame de Rênal, di cui diventa amante, scoperto nella sua relazione amorosa è costretto a chiudersi in seminario, rimpiangendo di non poter fare invece carriera militare (il Rosso è il colore delle divise dell'esercito, il Nero quello delle tonache religiose). Ma anche fra le pareti delle chiese e fra i fumi dell'incenso, cattiverie e sgambetti in ogni, intrighi e raggiri, lotte crudeli fra gesuiti e giansenisti. Il talento e la cultura (che si accresce lettura dopo lettura) di Julien lo conducono a Parigi, dove diventa segretario di un Marchese che si accorge delle sue doti: Stendhal è efficacissimo nel descrivere il passaggio fra il clima piccolo e becero della provincia e quello scintillante e ipocrita della capitale. Julien riesce a farsi strada nel mondo dei salotti, dei teatri, delle cospirazioni politiche e giunge sul punto di riuscire davvero a coronare i suoi sogni di gloria. Quando, però, Madame de Rênal... e qui non rivelo il finale, che a Stendhal venne ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto. "Non ho inventato niente", disse. In un passaggio del romanzo, l'autore si rivolge direttamente ai lettori giustificando la presenza, nel suo scritto, di tresche e trame poco edificanti. Usa questa metafora: lo scrittore è come uno specchio trasportato da qualcuno lungo una strada sconnessa e fangosa, lo specchio ondeggia e talvolta mostra il cielo, talvolta il pantano.

venerdì 21 settembre 2018

I DELITTI DEL MONDO NUOVO



Leonardo Gori
I DELITTI DEL MONDO NUOVO
Hobby & Work
Prima edizione gennaio 2002
Collana Giallo & Nero
Postfazione di Franco Cardini
cartonato - 380 pagine -  lire 30.000

In quarta di copertina, la frase “uno scrittore di gialli che non delude”. Se “Nero di maggio” poteva essere etichettato come “giallo”, a questo nuovo romanzo sicuramente l’etichetta sta stretta. Non è un giallo nonostante ci siano dei delitti misteriosi e dei colpevoli, insospettabili, da scoprire. In copertina, una scritta dice: “Mistery”.  Il che aggiusta il tiro, indubitabilmente. In verità, secondo me, il genere (ma “letteratura di genere” in Italia suona male, non per colpa della letteratura di genere ma dei critici che storcono la bocca di fronte ai generi) è il feuilleton.  Il feuilleton è un termine francese che indica il romanzo a puntate nell’appendice di un giornale. Pubblicato a puntate, il feuilleton utilizza ogni mezzo per tenere viva la curiosità dei lettori: predilige le avventure di cappa e spada, i grandi affreschi storici, le vicende commoventi e le storie d’amore. Nei “Delitti del Mondo Nuovo” (qui recensito nella sua prima edizione, ma ce ne sono state altre) c’è, indubbiamente, tutto questo. La vicenda si svolge in Toscana nel 1776, dopo un breve prologo in America ambientato nell’anno precedente, in piena Guerra di Indipendenza. Protagonista del romanzo è il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena che, se si trattasse di un giallo, potrebbe essere identificato addirittura come l’investigatore. La figura di Pietro Leopoldo è ricostruita con acutezza e spessore, sorretta da una rigorosa documentazione che ci restituisce una figura umana vera, vivida, credibile e molto moderna. Dunque c’è una corte, ci sono le spie, ci sono gli intrighi, i passaggi segreti, i messaggi cifrati, i fatti d’arme. Non solo, ma i fatti si susseguono incalzanti, e la narrazione si interrompe spesso sul più bello, lasciando in sospeso il filo teso di una vicenda, per riprendere quello di un altra. Non è un romanzo a puntate, ma è costruito come se lo fosse. Ciò non significa sminuire i meriti del romanzo, tutt’altro. Anche se in Italia la parola “feuilleton” ha una accezione ingiustamente negativa (come “fumetto”), in realtà scrissero feuilleton Honorè del Balzac, Victor Hugo, Theophile Gautier, George Sand, Alessandro Dumas ed Eugene Sue. Un feuilleton è un capolavoro come “I tre moschettieri”. Il primo romanzo d’appendice, per convenzione, è il Robinson Crusoe di Daniel De Foe, apparso sul “London Post” nel 1719.  Parlando dei Tre Moschettieri, viene subito alla mente “Il Club Dumas”, e dunque uno scrittore a cui si può avvicinare Gori, e cioè Artruro Perez Reverte. Chi abbia letto un qualunque romanzo di Perez Reverte sa di come sia abile a mescolare il mistero con la Storia con la S maiuscola, il giallo con l’intreccio erudito. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  Il "Richelieu" del “Club Dumas” è l'io narrante, vale a dire un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere. Uno dei mali di molta letteratura italiana (e non) è appunto l’essere fine a se stessa, l’essere esercizio di bello stile, del dire ma non del raccontare. Troppo spesso alla letteratura è mancata la trama, è mancato l’intreccio, è mancata la storia, sono mancati i fatti. In Gori, la trama c’è. I fatti sono raccontati in modo serrato, la costruzione è avvincente, l’intreccio tutt’altro che banale.
Il delitto di un ingegnere impegnato nella costruzione della nuova e ardita strada granducale destinata a collegare Firenze con Modena attraverso il valico dell’Abetone, scatena una serie di fatti di sangue sulle montagne pistoiesi nei dintorni di Cutigliano. Il granduca Pietro Leopoldo, abituato a occuparsi in prima persona di ciò che avviene nel suo regno, si reca sul posto per rendersi conto di quanto stia avvenendo. Ma strada facendo, cade in una imboscata tesa da chi aveva architettato tutto per attirarlo in trappola e ucciderlo. Solo per caso gli viene risparmiata la vita, e il brigante slavo chiamato Lupo, incaricato di eliminarlo, finisce per salvarlo allorché si rende conto che le idee illuminare del sovrano rendono preziosa, per la gente come lui, la sua opera riformatrice. Il complotto teso a eliminare Pietro Leopoldo, che solo nel colpo di scena finale viene rivelato in tutta la sua complessità e nelle sue sofisticate motivazioni, voleva impedire che il Granduca potesse divenire Re delle Colonie Ribelli del Nord America, com’era negli accordi segreti con Jefferson e Washington. Pietro Leopoldo era in contatto con i rivoluzionati americani al punto da collaborare a scrivere la Dichiarazione di Indipendenza (a cui del resto contribuì non poco anche il fiorentino Filippo Mazzei) e il progetto dei capi ribelli e del Granduca prevedeva non che, a indipendenza ottenuta, si costituisse una federazione repubblicana ma una monarchica retta da un sovrano illuminato e democratico, in modo da consentire un passaggio meno traumatico dal regno di re Giorgio verso una nuova ma futura Repubblica destinata a instaurarsi solo quando i tempi fossero stati maturi.  Le idee di Pietro Leopoldo erano infatti del tutto tese all’avvento del “Mondo Nuovo” che avrebbe soppiantato l’Ancient Regime. Egli credeva che gli uomini nascessero tutti liberi e tutti uguali, e che ognuno avesse il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, com’è scritto nella costituzione americana. Il complotto ai suoi danni, benché sventato, gli impedisce comunque di dare tempestive comunicazioni a Jefferson della sua definitiva disponibilità a collaborare e dunque la rivoluzione finisce come la storia ci insegna e con Pietro Leopoldo rimasto al suo posto, a Firenze. Solo nelle ultime pagine scopriamo però che il complotto non era stato ordito, come era lecito supporre, dai reazionari, dai nobili, dagli imperiali o dagli inglesi. Al contrario: a capo c’è addirittura Robespierre, che intendeva impedire comunque l’instaurazione in America di una monarchia seppur illuminata, perché la Rivoluzione fosse completa.  Da notare. infine, come i romanzi di Gori siano sempre ambientati in momenti di passaggio della Storia, all’alba di eventi nuovi. Qui sta per arrivare la Rivoluzione Francese. Così, in “Nero di Maggio”, si era nel 1938, stava per arrivare la bufera. 
Da notare che uno dei personaggi, un popolano della Montagna Pistoiese, si chiama Burattini. Del resto il mio nome figura in una nota insieme a quelli di chi ha fornito all'autore un qualche tipo di consulenza (la mia è stata limitatissima).


martedì 14 agosto 2018

LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATA



Giuseppe Pignata
LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATA
FUGGITO DALLE CARCERI DELL'INQUISIZIONE A ROMA
Sellerio Editore
Terza edizione 1991
Collana La memoria
traduzione di Olindo Guerrini
brossurato - 190 pagine -  lire  10.000


Mosso all'acquisto dalla versione a fumetti realizzata da Magnus e da Tisselli, ho trovato questo libro estremamente gradevole, interessante e coinvolgente, e del resto il lavoro dei due fumettisti di cui sopra ne rende perfettamente il senso e lo spirito Arrivato ad Amsterdam nel giugno 1694  dopo lunghe peripezie durate un anno, Giuseppe Pignata racconta a un anonimo interlocutore la sua incredibile avventura (ma si avanza l'ipotesi che l'interlocutore sia in realtà egli stesso). Le sue traversie cominciarono allorché, nel 1690, Giuseppe Pignata venne arrestato a Roma dall'Inquisizione, e accusato di eresia per aver partecipato ad alcune discussioni di argomento teologico, in casa di amici. Già questo dà il clima dell'epoca. Chiuso nelle carceri della Santa Sede, Pignata attraversò umiliazioni e privazioni da cui riuscì comunque a difendersi grazie alla sua forza d'animo e alla sua inventiva, mai perdendo comunque la fede e sempre rivolgendosi a Dio (colpisce questa sua devozione, nonostante fosse proprio la Chiesa la causa dei suoi guai). Dopo interminabili mesi di prigionia, Pignata viene assolto dall'accusa, ma egualmenre trattenuto in prigione perpetua per penitenza ed espiazione (non si sa bene di che), e soprattutto gli vengono sequestrati tutti i beni (forse è questo il motivo della reclusione). Con il compagno di cella, il protagonista progetta una ingegnosa fuga, che a lui riesce (all'amico no). Si scatena in tutta l'Italia una furibonda caccia all'uomo, ma Pignata, per fortuna e per abilità, riesce a far perdere le proprie tracce pur attraversando sofferenze e patimenti di ogni sorta. Alla fine, dopo essere passato da Messina, arriva a Venezia. Non essendo al sicuro neppure lì, trova infine estremo rifugio in Olanda. La parte finale delle sue avventure, da Venezia in poi, è più noiosa delle altre. Forse perché ormai Pignata può contare sull'appoggio di nobili e ricchi signori che lo vestono e lo riempiono di denari, per cui la sua fuga è meno angosciosa che all'inizio. In appendice al testo, un saggio di Alessandro D'Ancona, molto ben documentato, conferma la veridicità del racconto di Pignata e trova riscontro a quanto egli riferisce: "Da queste testimonianze crediamo che sarebbe impossibile persistere nel dubbio circa la realtà della fuga". Insomma: interessante e coinvolgente. 

giovedì 2 agosto 2018

LA GRANDE RAPINA AL TRENO





Michael Crichton
LA GRANDE RAPINA AL TRENO
romanzo - Garzanti Editore
Collana Gli Elefanti
Prima edizione -  1995
brossurato - 240 pagine -  lire 16.000


Alla fine dell'avvincente lettura, un solo dubbio: ma è tutto vero oppure no? La domanda non è peregrina perché il romanzo di Michael Crichton si ispira a un fatto di cronaca ottocentesco. Nel 1855 l'Inghilterra manda al suo esercito impegnato in Crimea lingotti d'oro costuditi in casseforti a prova di bomba: caricate su un treno sorvegliatissimo, le paghe per i soldati dovrebbero giungere a Parigi ma una delle spedizioni si volatilizza durante il viaggio. Il clamoroso furto sollevò un tale clamore nel bel mezzo dell' epoca vittoriana, che il suo eco è arrivato fino a noi, e se c'è una "grande rapina al treno" per antonomasia, è di quella che si parla. Ed è proprio di questa che ci racconta lo scrittore americano, futuro autore di "Jurassic Park": lo fa con sapienza e ironia, descrivendo non solo le manovre e i colpi di genio di Edward Price per procurarsi copia delle chiavi necessarie a introdursi nel vagone adibito al trasporto dei valori, ma anche fornendo un ritratto accattivante e convincente della realtà sociale e culturale dell'epoca. Le mosse di Price vengono seguite facendo costante riferimento alle dichiarazioni rese durante il processo che gli fu intentato dopo la cattura: dunque, l' impressione è che Crichton scriva essendosi attentamente documentato, nulla o quasi lasciando all'invenzione e alla fiction. Però i colpi di scena, le difficoltà da superare, gli imprevisti, le azioni mozzafiato sono tali e tante, e il romanzo è così ben congegnato da far credere che lo scrittore ci abbia messo un bel po' del suo. E' così oppure no? Catturato per la soffiata della donna di uno dei suoi copplici, Price (rapinatore geniale al punto che perfino la regina Vittoria espresse il desiderio di vederlo) fu condannato all'ergastolo ma riuscì a evadere prima di essere rinchiuso nel penitenziario. Il bottino non fu mai recuperato e tutto lascia credere che l'artista del furto abbia potuto goderselo. Meritatamente, verrebbe da dire. Ed è questo il fatto strano: Crichton ci parla di una rapina e di un rapinatore, però vien fatto di tifare per lui anziché per la polizia. Perché? Innanzitutto perché l'intelligenza che contraddistingue il personaggio non può non affascinare; in secondo luogo perché a venire rapinati non sono i risparmi di un privato, ma il denaro dello Stato usato per finanziare una guerra odiosa; terzo, perché Price agisce in un'epoca romantica in cui c'è ancora spazio per l'homo faber fortuna suae, in tempi in cui le regole del gioco erano molto diverse dalle attuali. "Lei è accusato di un odioso crimine" dice un giudice al rapinatore. E Price risponde, riferendosi a lord Cardigan, quello che guidò al massacro la "Carica dei Seicento": "Io non ho ucciso nessuno; ma se avessi ammazzato cinquecento inglesi per la mia totale stupidità, mi avrebbero subito impiccato". Dal romanzo di Crichton è stato tratto il film “1855 - La prima grande rapina al treno” (1979), diretto da Michael Crichton, interpretato da Sean Connery, Donald Sutherland e Lesley-Anne Down. Personalmente, dalla lettura del libro ho preso ispirazione per un racconto di Zagor intitolato “Colpo da maestro” e Price è diventato il mio Mortimer.