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martedì 25 agosto 2020

IL LIBRO DEI BALTIMORE




Joël Dicker 

IL LIBRO DEI BALTIMORE
La nave di Teseo
2016 cartonato
590 pagine


Benché fossi rimasto perplesso dopo la lettura di "La verità sul caso Harry Quebert" (di cui ho già scritto esprimendo tutti i miei dubbi sulla qualità del romanzo a dispetto del clamoroso successo mondiale) ho comunque deciso a concedere una seconda possibilità a Joël Dicker. Dopo parecchie esitazioni, mi sono deciso e ho letto finalmente il suo romanzo successivo, "Il libro dei Baltimore". Ecco, con ogni probabilità Dicker lo saluto qui. Sussistono tutti i motivi per storcere le labbra che c'erano nel precedente romanzo, ma almeno lì c'era un giallo da risolvere e alla fine, bene o male, pur fra mille situazioni tirate per i capelli, il mistero veniva svelato. Personalmente non ho apprezzato la soluzione, ma bisognava ammettere che lo scrittore aveva saputo tenerci incollati fino alla fine. Nel "Libro dei Baltimore" non c'è neppure il giallo. La trovata per farci rimanere incollati fino alla fine è cominciare con l'annunciare una "tragedia" data per avvenuta da chi ne scrive molti anni dopo (lo stesso Marcus Goldman, improbabile scrittore protagonista del "Caso Harry Quebert") e poi procedere con la ricostruzione degli avvenimenti sempre tenendo alta la curiosità su quale mai sarebbe stata questa "tragedia". Non soltanto, nel finale, la "tragedia" si rivela assurda al limite del grottesco, ma per tutto lo svolgimento del romanzo capitano una quantità di avvenimenti a cui si fa fatica a credere. Sostanzialmente Marcus Goldman rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza in seno a una famiglia divisa in due, quella di suo padre, piuttosto squattrinato, e quella dello zio Saul, pieno di milioni. Marcus rimpiange di continuo non essere figlio dello zio Saul, che ha un figlio suo, Hillel, e un secondo, Woody, che ha finito per essere adottato, non si capisce bene perché. Comunque sia, ci sono tre cugini che crescono insieme, e c'è una ragazza che li frequenta, Alexandra, di cui tutti e tre sono innamorati. Romanzo di formazione, si potrebbe dire, se non che il succedersi degli avvenimenti (quelli che avrebbero condotto alla famigerata "tragedia") fa cadere le braccia per come si resta increduli nel sentirli raccontare. Un esempio: lo zio Saul adorato da tutti, a un certo punto teme di essere sostituito, nell'ammirazione dei tre cugini, dal padre di Alexandra che, più ricco di lui, diventa idolatrato, come possono farlo degli adolescenti, dai ragazzi. Allora sponsorizza con sei milioni di dollari lo stadio dove questi vanno ad assistere alle partite di football, in modo che ci sia scritto il suo nome sul portone da dove figli e nipote entrano. Figli e nipote che mai hanno litigato con lui o hanno smesso di volergli bene, beninteso. Però Saul, roso dalla gelosia, fa questo gesto eclatante che lo manda in rovina e provoca la fine anche del suo matrimonio. Si badi bene: lo zio Saul è sempre stato descritto da Marcus come l'uomo più saggio, buono, assennato del mondo. Mah. E vogliamo parlare della tragedia? Non dirò qual è, ma accenno al fatto che tutto nasce da una condanna a cinque anni (ripeto: cinque anni, non cinquanta) a cui uno dei cugini cerca di sottrarsi fuggendo prima dell'incarceramento: inseguito, spara come un assassino nato e ammazza perfino dei poliziotti. Roba da matti: ma perché? Ecco: in cose così ci si imbatte in ogni pagina. A onor del vero va detto che Dicker scrive in modo fluido, che è gradevole da ascoltare, che seicento pagine di romanzo si leggono in poche ore, ma si tratta del grado zero della scrittura. Peraltro, perché mai uno svizzero debba raccontare vicende americane, non si capiva al tempo di Harry Quebert e si continua a non capire adesso.

sabato 22 febbraio 2020

INFERNO BIANCO



Andy Hall
INFERNO BIANCO
Corbaccio
cartonato, 240 pagine
2014, 19.90 euro


Ho una particolare predilezione per i libri di alpinismo, e ogni tanto cerco di leggerne qualcuno - scegliendo fra quelli non del tutto tecnici e per iniziati, ma che raccontino di uomini, di sfide, di situazioni estreme. "Inferno bianco" è una ricostruzione puntuale, documentata e fedele di una tragedia che nel 1967, fece strage di un gruppo di dodici alpinisti: ben sette morirono, e di quattro di loro non si sono mai ritrovati i corpi. La vetta che la spedizione, guidata da Joe Wilcox, intendeva scalare era il McKinley, chiamato Denali dai nativi, in Alaska: 6193 metri, con nevicate sopra i duemila in tutte le stagioni dell'anno e una parete verticale di quattromiladuecento. Andy Hall descrive la montagna e fa la storia dei tentativi di scalata precedenti al 1913, anno della prima conquista, per poi passare a descrivere l'organizzazione della spedizione Wilcox, messa insieme potendo contare su pochissimi fondi a disposizione. Seguire la fatica del trasporto dei materiali e delle scorte di cibo da un campo base all'altro, portato a spalla come di regola dagli alpinisti (o dai loro sherpa, che qui non c'erano), e poi il superamento di mille difficoltà, rende dolorosa la lettura per chi già sappia del finale infausto dell'impresa. Dodici uomini con indole diverse, che litigano fra loro, che soffrono, poi si rincuorano, poi giungono alle stremo delle forze, poi le recuperano... Hall, pur non romanzando nulla, ci fa entrare in empatia, come se anche noi facessimo parte della spedizione. Poi, a tragedia avvenuta (causata da una delle più improvvise e imponenti bufere di neve di tutti i tempi da quando sul McKinley se ne tiene il conto), si indaga su cosa poteva essere fatto per evitare la strage, e si fanno ipotesi sulla sorte occorsa agli scomparsi nel nulla. Lettura coinvolgente ed emozionante.

venerdì 16 febbraio 2018

LETTERA AL MIO GIUDICE



Georges Simenon
LETTERA AL MIO GIUDICE
Adelphi
2003, brossurato
206 pagine, 13.50 euro


Mi è parso di riconoscere gran parte delle tematiche de "L'uomo che guardava passare i treni", che Simenon scrisse nel 1938, in questa "Lettera al mio giudice" che invece è del 1946. In ambedue i romanzi il protagonista è un uomo dalla vita tranquilla che improvvisamente si ribella alle convenzioni sociali e sceglie di essere se stesso. O meglio, per usare una metafora contenuta nella "Lettera", di ritrovare la propria ombra. Charles Alavoine, medico di campagna, per due volte si sposa (la seconda dopo essere rimasto vedovo della prima moglie morta di parto) in ossequio a ciò che tutti si aspettano da un uomo come lui: che abbia un lavoro dignitoso, una consorte, dei figli. E lui si adatta, pur essendo insoddisfatto della propria vita. Non è che non veda vie di fuga: non considera l'ipotesi che le cose possano andare diversamente. Però si accorge sempre di più che gli manca l'ombra, come se la sua esistenza fosse senza sostanza, non vera. Finché non scatta una molla che cambia le cose. Charles conosce per caso una ragazza, Martine, di cui si innamora follemente, al punto da non concepire più come possibile la vita senza di lei. La cosa manda a monte il suo matrimonio con la borghesissima seconda moglie Armande, con cui da tempo non ha più neppure rapporto sessuali, che pure si dice disposta a tollerare che il marito sfoghi i propri bisogni con l'altra a patto che ciò avvenga discretamente e occasionalmente al di fuori delle mura domestiche, in modo da salvare le apparenze. Armande non ha capito che per Charles non si tratta di quello: si tratta della propria vita, del diritto di essere felice. Ci sono pagine molto belle che esprimono il concetto di una esistenza che deve assomigliare a chi la vive, e che spiegano cos'è l'amore. "Il bisogno di una presenza, anzitutto. Il bisogno necessario, assoluto, vitale come un bisogno fisico. Poi la smania di spiegarsi, a noi stessi e all'alto, perché siamo così estasiati, così consapevoli di essere di fronte a un miracolo. Abbiamo tanta paura di perdere quella cosa in cui non avevamo mai sperato, che il destino non ci doveva, che forse ci è stata donata per caso, da sentire continuamente il bisogno di rassicurarci e, per rassicurarci, capire". Purtroppo la forza dirompente della scoperta di come l'amore possa cambiare la vita, porta a degli scompensi in Charles. Il crollo delle precedenti certezze, che pure lui rifiuta con piena consapevolezza, è destabilizzante. Martine è una ragazza dal passato torbido. Probabilmente gli anni in cui il romanzo fu scritto non permisero a Simenon di essere più esplicito, o è lo stesso Charles, nel scrivere la sua Lettera al giudice (tutto il romanzo è costruito come una missiva scritta dal carcere), a essere reticente, ma si accenna di continuo all' "altra Martine", quella della vita prima del suo incontro con il medico. Ragazza dolce, docile, facile, che attira gli uomini da cui veniva sfruttata, manipolata, lusingata, e a cui piaceva trarre rassicurazioni dai desideri altrui, Martine forse è stata una prostituta, comunque è passata attraverso esperienze promiscue non meglio specificate. Dal momento in cui Charles se ne innamora, lui la vuole solo per sé. L'idea del suo passato lo manda un bestia e il medico diventa preda di una furia incontenibile - che porterà alla sua perdizione, e a quella della ragazza, che pure accetta il suo destino perché anche lei trova in quell'amore folle una catarsi desiderata. Drammatico e disturbante, soprattutto nel finale. Simenon sempre magistrale. Da questo romanzo è stato tratto il film "Il frutto proibito" (1952), di Henry Verneuil.

domenica 4 febbraio 2018

LOLITA



Vladimir Nabokov
LOLITA
Adelphi
2005, brossurato
400 pagine, 8.50 euro

Un consiglio: meglio leggerlo prima che lo censurino o finisca all'Indice. Una raccomandazione: meglio leggerlo perché è una esperienza che lascia il segno. Una constatazione: è disturbante ma scritto da una dio della scrittura. Una avvertenza: non c'è niente (ma proprio niente) di erotico. Per quante siano state (e furono tante) le difficoltà che ebbe Vladimir Nabokov (1899-1977) nel pubblicare "Lolita" a Parigi nel 1955, quasi certamente oggi l'autore ne incontrerebbe di più. Tuttavia, fin dalla immaginaria prefazione del fantomatico psicologo John Ray (che racconta di come il diario di un detenuto in attesa di giudizio morto in carcere nel 1952 fosse giunto nelle sue mani), la vicenda di Humbert Humbert, letterato europeo (di nazionalità svizzera) trapiantato negli Stati Uniti, viene considerata quella di un caso clinico. Non c'è nessuna indulgenza o simpatia da parte dell'autore verso il suo personaggio, nonostante questi narri in prima persona, e lo stesso H. H. considera se stesso come un malato, in qualche modo vittima del suo modo di essere. Dunque Nabokov non si compiace morbosamente di quel che racconta ma indaga l'animo umano e ne descrive una perversione che tutte le statistiche definiscono tutt'altro che insolita (viene citato uno studio che sostiene una incidenza del 12% tra i maschi americani). Nel 1956 Nabokov scrisse una postfazione ("Note su un libro chiamato Lolita"), allegata a ogni edizione del romanzo in cui ne spiega la genesi e le vicissitudini precedenti la pubblicazione prendendo garbatamente in giro i censori e facendo interessanti riferimenti anche alla propria madrelingua, il russo, abbandonata nel 1940 quando emigrò negli Stati Uniti, dove venne naturalizzato: sarebbe appunto questa il trauma che avrebbe segnato la sua vita e non certo alcun tipo di esperienza pedofila. In questo testo l'autore scrive di essere quel tipo di scrittore che "quando comincia a lavorare a un libro non ha altro intento se non quello di liberarsi del libro medesimo". "Lolita" si può dividere in due parti: nella prima (stranamente quella che disturba di più nonostante non vi sia descritta alcuna violenza ai danni di minori), Humbert Humbert descrive la propria ossessione per le "ninfette" e le sue strategie per tenerla a bada, prima in Europa e poi negli Stati Uniti in cui si trasferisce. Quando va ad alloggiare come pensionante nella casa di Charlotte Haze e vede sua figlia dodicenne, Dolores, ne resta folgorato. Lolita (così viene chiamata la bambina) è naturalmente maliziosa (è questo che trasforma, spiega Humbert, una bambina in una ninfetta) e l'io narrante (che scrive il suo diario in prigione, come viene fin dall'inizio dichiarato) studia infinite strategie per poterla guardare, sfiorare, toccare senza dare scandalo. Nella seconda parte del libro, quando Charlotte, che l'uomo ha finito per sposare, muore in un incidente stradale e Humbert diventa in qualche modo il tutore dell'orfana, le cose cambiano. Il pedofilo comincia ad avere rapporti sessuali con Lolita ma si scopre che la ragazzina già ne aveva avuti molti con i suoi coetanei ed è (per quanto si possa esserlo alla sua età) consenziente in cambio di regali. Humbert gira l'America con lei viziandola in ogni modo, sinceramente innamorato perso (per quanto possa esserlo un pedofilo) della bambina. Bambina che si rivela capricciosa, superficiale, svogliata, perfino stupida quando sceglie di cambiare pedofilo abbandonando Humbert e finendo dall'altro abbandonata in mezzo alla strada. Ci sono poi i risvolti noir della vicenda, perché prima il protagonista vorrebbe uccidere la moglie Charlotte per poter restare solo con Lolita (il destino lo previene), poi va a caccia, armato di pistola, dell'uomo che gli ha portato via la ragazzina, roso dalla gelosia e dalla passione. Humbert, per quanto perverso e consapevole della propria malattia, è uomo colto e intelligente e sa descrivere se stesso, gli altri, la società e gli avvenimenti alla luce di un filtro letterario che illumina tutto in modo anticonformistico e dissacrante. Dal romanzo di Nabokov Stanley Kubrick ha tratto un film nel 1962.

giovedì 26 maggio 2016

CUORE DI MAMMA



CUORE DI MAMMA
di Rosa Matteucci
Adelphi
2006, brossurato
140 pagine, 10 euro

Romanzo vincitore del Premio Grinzate Cavour 2007, è il terzo libro di Rosa Matteucci (Orvieto, 1960). Nel 1998 la scrittrice aveva vinto il Premio Bagutta con "Lourdes". Con stile ipnotico e coinvolgente, fatto di periodi lunghissimi ma perfettamente articolati e in grado di fotografare la realtà di una scena che scorre vivida davanti ai nostri occhi come in un piano sequenza, la Matteucci racconta il dramma (comune e quotidiano) di Luce, donna quarantenne da poco divorziata, fortunatamente senza figli ma con l'incubo di una madre anziana da accudire. Dopo una settimana di lavoro in banca, Luce deve lasciare la città per raggiungere il paesello dove, nella vecchia casa di famiglia, la mamma Ada va accudita perché non è più in grado di bastare a se stessa, ma non vuole mettersi in casa una badante (e non è detto che una badante voglia prendersi cura di un soggetto così difficile da gestire, anche caratterialmente). Luce si rende conto che trascorrere i weekend dalla madre significa rinunciare a nuove relazioni sentimentali che possano rimetterla in gioco e dare un senso alla sua vita, e finisce per detestare sempre più quei viaggi e le manie della genitrice. Il doversi prendere cura di lei si è trasformato in una sorta di discesa negli inferi. Però, proprio nel paesello, ecco che a Luce sembra di scorgere dell'interesse da parte di un vecchio compagno delle elementari, anche lui separato, Gianluca. Nella donna si riaccende una speranza, quella di recuperare gioie credute perdute per sempre. Sennonché Gianluca, lo scoprirà con delusione, non la cerca per amore o almeno attrazione, ma perché lei è in grado, come vicedirettrice di banca, di aiutarlo con i debiti che ha accumulato. E intanto, Ada finisce inferma in ospedale. La vita di Luce sembra andare a rotoli. Ma è l'incontro con un fornaio, e ciò che l'uomo le dice sulle difficoltà che tutti devono affrontare nella vita (alcune molto più dure di quelle provocate da una vecchia madre malata e fuori di testa), ad aprire gli occhi della protagonista: "sopporterà ogni prova e se cadrà si rialzerà, ora e sempre", sono le ultime parole del romanzo.

martedì 26 aprile 2016

NON E’ SUCCESSO NIENTE



Tiziano Sclavi
NON E’ SUCCESSO NIENTE
Arnoldo Mondadori Editore
Prima edizione 1998
cartonato - 422 pagine -  lire 32000

La copertina, che vale da sola l’acquisto del libro, è una citazione da Roland Topor. A prima vista sembra solo tutta bianca, poi, guardando meglio, si capisce che riproduce la grafica di un quotidiano. In alto, al posto della testata del giornale, il nome dell’autore. Poi, come un titolo a otto colonne, “Non è successo niente”. Il resto è bianco di conseguenza, come lo sarebbe un quotidiano in un giorno in cui non ci sia niente da raccontare per mancanza di notizie. Sotto la copertina, il più corposo romanzo di Sclavi (il creatore di Dylan Dog), dalle dimensioni quasi kinghiane. Il più scorrevole, il più coinvolgente, il suo migliore. Non si capisce però perché nei risvolti di copertina si parli come se fosse un racconto brillante, divertente, quasi umoristico. Al contrario, è drammatico e disperante. Mette addosso un’angoscia indicibile. L’autore si libera delle proprie nevrosi raccontandole impietosamente, e le trasmette a chi legge. Non c’è niente da ridere. Neppure negli aforismi. “Dio c’è. Adesso si tratta solo di trovarlo e riempirlo di botte” (ma è di Sclavi o è una citazione? La domanda non è balorda): sarebbe un perfetto sottotitolo.  
Scrivere “Non è successo niente” è sicuramente servito all'autore più di una serie di sedute psicanalitiche (quelle che, dopo decenni, oggi in una intervista dice di aver interrotto perché tanto hanno lo stesso effetto degli psicofarmaci, cioè nessuno). Infatti Sclavi, nel suo romanzo, non inventa nulla, o quasi. Parla di sé stesso e di chi gli sta abitualmente vicino, come se fosse sul lettino di Freud, semplicemente cambiando i nomi, e a volte neppure quelli. Mi chiedo anche che effetto faccia la lettura di questo libro a qualcuno che non conosca l’autore, né capisca che dietro a ogni personaggio c’è una persona reale (facile da riconoscere). In questo, “Non è successo niente” rappresenta il seguito perfetto de “Le etichette delle camicie” (o forse il suo inevitabile sviluppo). Come nel romanzo precedente, Sclavi si è sdoppiato in tre (se in tre ci si può sdoppiare, e non solo in due). E’ Tiziano Sclavi, autore del seguito di “Dellamorte Dellamore” inviato in lettura a un altro sé stesso; è lo scrittore Cohan; ma è anche Tommaso Carta, autore di fumetti alcolizzato, caduto in un abisso di disperazione e ormai incapace di scrivere una riga. Tommaso Carta, abbreviato in Tom così come Tiziano, in redazione, era abbreviato in Tiz, era il protagonista de “Le etichette delle camicie” e anche lì faceva l'autore di fumetti, creatore di una serie che vendeva oltre trecentomila copie a numero,  ma caduto in crisi creativa per qualcosa che non va nella sua testa, un disagio esistenziale senza cause precise, dovuto a mille, piccole cose come le etichette delle camicie che pungono sul collo
Sembra che Sclavi abbia voluto intenzionalmente scindere nettamente l'autore di fumetti da quello dei romanzi. In ogni caso Cohan vive sugli allori di passati successi, è vittima di nevrosi, manie, fobie, non lavora, va dall’analista, non vorrebbe mai uscire di casa, convive con una donna più giovane di lui che è la sua ragione di vita ma anche l’oggetto del suo terrore che lei si stanchi e lo lasci. Anche lei, un bel campionario di follie. Sclavi racconta delle proprie manie di autodistruzione, delle sigarette spente sul proprio corpo, dei tentativi di suicidio, delle cure con l’elettroshock. Racconti allucinanti, disperati, sconvolgenti, che non fanno dormire se solo ci si sofferma a pensare. A sostenere la non-trama (del resto, non è successo niente) il “giallo” di Paride, commercialista che trama una truffa miliardaria ai danni di Carta, di Cohan, dell’editore Ravasciò, e di tutti i dipendenti di una (chissà quale) casa editrice. Eccezionali le pagine in cui si racconta della scoperta degli ammanchi e di Paride messo di fronte alle proprie responsabilità, la descrizione delle sue reazioni, del tipo d’uomo. Meno male che alla fine c’è una speranza di redenzione sia per Tom Carta e per Cohan: il primo si libera dall’alcool frequentando gli “Alcolisti Anonimi” (ma che dramma anche quelle riunioni!); il secondo sposa la sua convivente e trova la forza di uscire fuori dalle proprie fobie. Per finire, ci sono da notare gli artifici grafici mediati dal fumetto con cui si esprimono le frasi gridate o pronunciate in un certo modo: maiuscole, neretti, sottolineature. E i neologismi, tutti fantastici, fanno rimpiangere che Sclavi abbia deciso, dopo questo romanzo, di non scrivere (quasi) più.

venerdì 29 gennaio 2016

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI



IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI
di Giorgio Bassani
Universale Economica Feltrinelli
2012, brossurato
220 pagine, 9 euro

Ipnotico, affascinante, rilassante e inquietante al tempo stesso: quando un libro riesce ad assorbire totalmente il lettore e farlo entrare nelle proprie pagine è una magia che esorcizza la realtà e dona un rinfrancante senso di benessere. Chiusa l'ultima pagina del libro, mi sono posto la domanda che indubbiamente preme dentro a chiunque lo legga per tutta la durata del romanzo: è esistito davvero, il giardino dei Finzi-Contini? O Bassani si è inventato tutto? Facendo ricerche in rete, si scopre che il dibattito è controverso. Ne parleremo fra un attimo. Prima, due informazioni sullo scrittore e sulla sua opera più nota, resa tale grazie anche al film omonimo diretto da Vittorio De Sica. 

"Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d'Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l'ultima guerra. Ma l'impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d'aprile del 1957", così comincia il prologo del romanzo, uscito in realtà nel 1962, anno in cui vinse anche il premio Viareggio. 
Giorgio Bassani era nato a Bologna nel 1916, da genitori ebrei, ferraresi. A Ferrara, la città che fa da sfondo (o da protagonista) ai suoi principali racconti, trascorse l'infanzia e la giovinezza. Sfuggito alle persecuzioni fasciste dopo essere entrato in clandestinità, trascorse a Roma il resto della vita come scrittore e uomo pubblico. Proprio dalla sua esperienza degli effetti nefasti delle tragiche leggi razziali nasce "Il giardino dei Finzi-Contini". 
La trama è esile e si può raccontare in poche parole. L'anonimo io narrante, che si può tranquillamente identificare in Bassani stesso pur non essendolo, è un giovane ebreo ferrarese, nato in una famiglia borghese, benestante ma non ricca. L'appartenenza alla comunità israelitica e le comuni frequentazioni scolastiche lo fanno diventare amico di Alberto e Micòl Finzi-Contini, rampolli invece di una famiglia altolocata e dalle grandi risorse economiche, proprietaria di una villa e di un enorme parco. Tutti e tre i giovani sono studenti universitari, e si trovano a passare insieme l'estate del 1938 giocando quasi tutti i giorni a tennis nel campo privato dei Finzi-Contini. Con loro una varia compagnia di coetanei, tra cui spicca il milanese Giampiero Malnate, di idee marxiste. Il gruppo discute di politica, di letteratura, di musica, dei rispettivi studi. Su di loro grava però il giro di vite delle leggi razziali volute da Mussolini e l'incubo del regime hitleriano. L'io narrante si innamora di Micòl e costei sembra in un primo tempo dargli corda o incoraggiarlo, ma poi, al ritorno di una sua lunga assenza (per la laurea, conseguita a Venezia), quando lui si dichiara, la ragazza cambia atteggiamento e, dopo un lungo tergiversare, lo respinge, confessandogli che preferirebbe non vederlo più. Malnate aiuta l'amico respinto a superare la delusione d'amore, standogli vicino per tutta l'estate del 1939. Questi riesce effettivamente a dimenticare Micòl, convincendosi però, alla fine, che lei abbia una relazione segreta proprio con Malnate. 
Il romanzo si conclude con la fine del rapporto del protagonista con la ragazza, ma a questo punto siamo già all'invasione della Polonia da parte di Hitler, che scombina le idee anche dei marxisti che non si sarebbero aspettati un mancato intervento da parte di Stalin. Un epilogo racconta in breve della morte di Alberto per linfogranuloma, della fine di Giampiero Malnate, arruolatosi nel 1941 nel corpo di spedizione italiano inviato in Russia e non tornato mai più, e della deportazione nei campi di sterminio del'intera famiglia Finzi-Contini, catturata nell'autunno del 1943 dai nazifascisti. 
Il fascino del romanzo non sta tanto, dunque, nel succedersi di drammatici avvenimenti (le vicende storiche più tragiche restano alluse) ma nella ricostruzione emotiva di un periodo storico su cui incombeva la catastrofe, visto con gli occhi dei giovani di allora. Bassani riesce a rendere in maniera superlativa gli effetti delle leggi razziali la cui applicazione, inizialmente disattesa, si fa via via sempre più stringente, mentre i ragazzi ebrei ci appaiono per quel che sono, inseriti perfettamente nel tessuto sociale, informati, collegati con il circuito delle idee internazionali, pieni di voglia di vivere, di desideri, di curiosità: le persecuzioni si mostrano perciò insensate, folli, assurde negli effetti prima ancora che nelle premesse. Viene inoltre ricostruita la vita ferrarese dell'epoca, si scopre quanto effervescenti fossero i cinema, i teatri, i ristoranti, persino le case chiuse, un minuto prima che la Guerra spazzasse via tutto. La lingua di Bassani è curata e gradevole, musicale e puntuale al tempo stesso. Perfetta. 
Ma alla fine, quel che lo scrittore racconta è vero oppure no? E' ormai acquisito che tutto nacque dall'esperienza diretta di Giorgio Bassani sulle persecuzioni e sulle deportazioni nei campi di sterminio degli ebrei di Ferrara, ma i personaggi sono di fantasia. O meglio, ognuno di essi fa riferimento a più di una persona realmente esistita. In particolare, però, una figura ben identificabile è Silvio Finzi-Magrini, che sarebbe l' uomo la cui vicenda ha ispirato in Bassani la figura di Ermanno Finzi-Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. Chi era allora proprio costei? Prima di morire, la narratrice Roseda Tumiati ricordò: «Riassume un certo numero di donne che Bassani ha amato e frequentato. Noi abbiamo pensato potesse essere mia sorella Caterina, bionda, occhi celesti, dolcissima. Giorgio ne era innamorato. Ne ha amata un' altra: piccola, enigmatica, affascinante. Ce n' era un' altra a Bologna che giocava bene a tennis». Insomma, un gioco di sovrapposizioni in un romanzo che non si può fare a meno di leggere.

sabato 2 gennaio 2016

GLI ULTIMI GIORNI DI P. B. SHELLEY



GLI  ULTIMI GIORNI DI P. B. SHELLEY
di Guido Biagi
La Vita Felice
2013, brossurato
36 pagine, 12 euro

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley, nato nel Sussex nel 1792, morì per il naufragio della sua barca nel mare antistante Viareggio nell'estate del 1822. Le circostanze della morte e del ritrovamento del cadavere, con il rogo del corpo che ne seguì e l'espiantazione del suo cuore consegnato poi alla vedova Mary Wollstonecraft (l'autrice di "Frankenstein") sono assolutamente romanzesche per quanto storiche. Guido Biagi, letterato fiorentino vissuto tra il 1855 e il 1925, scrisse questo suo documentatissimo saggio nel 1892, settant'anni dopo, cioè, i tragico fatti di cui narra. Poté, dunque, intervistare personalmente alcuni viareggini molto anziani che però, da giovani o da bambini, avevano assistito alla cremazione del corpo di Shelley sulla spiaggia, alla presenza di Lord Byron e di Edward Trelawany (l'uomo che quando il petto del poeta si aprì per il calore sulla lastra di metallo su cui i resti erano stati deposti, ne estrasse il cuore a costo di ustionarsi le mani). Di questi testimoni oculari non soltanto vengono citati i nomi, ma se ne forniscono anche i suggestivi ritratti realizzati durante le interviste. Maria Giuseppina Malfatti Angelantoni firma una preziosa prefazione alla ristampa del saggio, in cui si ricostruisci la genesi del libro ma anche si inserisce nel contesto di una storiografia anche più recente che comunque sulla materia non ha aggiunto niente che smentisca la ricostruzione puntuale del Biagi. Dal canto suo, Giulio Cesare Maggi aggiunge una postfazione che spiega la sorte che i resti di Percy ebbero dopo la cremazione e in particolare fa delle ipotesi sul famoso cuore incombusto. Va detto che il corpo non venne cremato per un rito pagano, come qualcuno sospettò creando scandalo nella società dell'epoca, ma perché le leggi del Granducato di Toscana, molto severe nel prevenire i rischi di epidemie, vietavano il trasporto di cadaveri in decomposizione, che dovevano essere o interrati o bruciati sul luogo del ritrovamento. Il Biagi ricostruisce comunque tutta la vicenda fin dal momento in cui Shelley e alcuni amici decisero di affittare una casa sul mare a Lerici, esattamente a San Terenzio (nei pressi di La Spezia), dove trascorrere l'estate e venne costruita una barca, uno shooner, con cui compiere viaggi lungo la costa e brevi escursioni. Il vascello, battezzato "Ariel", aveva degli evidenti difetti di fabbricazione a cui non fu dato peso. I giorni in Liguria precedenti la tragedia erano stati inquieti: a Mary incinta non piacevano la casa e la povertà del borgo, Percy, turbato, non riusciva a comporre e aveva avuto dei dissidi con Byron. Tuttavia si imbarcò, con il capitano Williams a cui era affidato l'Ariel, alla volta di Livorno per far visita a un amico, William Hunt, il 1° luglio 1822. Percy e Hunt fecero visita a Lord Byron a Pisa, poi l'Ariel riprese il mare per far ritorno a San Terenzio, nonostante tutti gli esperti marinai livornesi sconsiglissero la navigazione per la burrasca che si stava preparando. Hunt regalò a Percy una copia del poema "Hyperion" di Keats, che Shelley si mise in tasca: fu questo libro che permise il riconoscimento del cadavere quando, alcuni giorni dopo, il suo corpo fu ritrovato sulla spiaggia di Viareggio insieme a quello del capitano Williamson.

mercoledì 16 dicembre 2015

LA STANZA DEL VESCOVO



LA STANZA DEL VESCOVO
di Piero Chiara
Arnoldo Mondadori Editore

Collana Oscar 
Scrittori del Novecento 
Introduzione di Giancarlo Vigorelli    

2000, 
brossurato

176 pagine  
lire 12.000

La chiave di lettura di questo straordinario romanzo ambientato sul lago Maggiore nell’immediato secondo Dopoguerra, o se si vuole, la metafora che meglio o di più ne riassume il senso, è custodita all’interno della misteriosa cassa conservata da Temistocle Orimbelli nella “stanza del vescovo”, là dove, nella villa della moglie, venivano alloggiati gli ospiti. 
Nel capitolo XVI, scrive Piero Chiara, volgendo a conclusione il suo racconto dopo il suicidio del protagonista: “Il baule venne aperto. Sotto una divisa da capitano c’era una spada d’ordinanza, un pugnale, una machine-pistole tedesca, una rivoltella calibro 9 e un fucile Winchester, avvolti in pezzi di tela. Più sotto, pacchi di lettere di donne legati con lo spago e distinti ognuno con un nome. Ne lessi alcuni: Fanny, Lina, Bruna, Luciana, Marisa. In un angolo del baule, dentro una cappelliera di cuoio, c’era un cappello duro di marca inglese che sul marocchino interno portava stampate in oro le iniziali T.M.O. Fra le altre cianfrusaglie, come ferri di cavallo, talleri di Maria Teresa, pipe e oggettini in avorio, c’era una bussola tascabile, un reggipetto nero, due o tre paia di mutandine femminili, calze lunghe di seta e giarrettiere di velluto d’ogni colore. ‘Ricordi di guerra’, disse il Procuratore della Repubblica. In una specie di grossa tasca, dissimulata nel rivestimento interno del coperchio, vennero rinvenuti dei biglietti di banca a corso legale per il valore di circa un milione di lire. Era tutto quanto l’Orimbelli possedesse in proprio”. 
 



Un baule del genere, probabilmente, è quanto rimarrà di ciascuno di noi dopo la morte, e aprendolo, chi resterà, giudicherà che cosa possedessimo di proprio, che cosa di noi rimarrà a chi resta, il senso intero della nostra vita. Il baule dell’Orimbelli conteneva solo il necessario perché di lui si potesse fare solo del sarcasmo. “Ricordi di guerra”, mutandine e giarrettiere, giacché il protagonista del racconto, costretto a partire soldato, come ufficiale, per evitare uno scandalo, non aveva neppure combattuto ma si era limitato a sedurre con i suoi modi da raffinato marpione una donna dopo l’altra o, più verosimilmente, una donna contemporaneamente a un’altra. Del resto, in vita sua, non aveva fatto nient’altro che vivere alle spalle degli altri, laureandosi solo grazie alle bustarelle elargite da suo padre ai professori, e vivendo fra gli agi garantiti dalla villa della moglie, ma non avendo remore a tessere ogni genere di tresca a danno di chiunque, anche degli amici, senza scrupolo alcuno, ma senza neppure il coraggio di mostrarsi apertamente cinico e disincantato, ma anzi, sempre accampando scuse, inventando bugie, tessendo intrighi. L’ultimo, il più grave, l’omicidio della moglie, organizzato per ottenerne l’eredità e sposare una donna più giovane, e messo in atto sfruttando l’inconsapevole complicità dell’anonimo io narrante, anche lui raggirato in maniera subdola dai modi sfuggenti e insinuanti dell’Orimbelli, e inizialmente incapace di distinguere il vero e il falso, e anzi, portato a sottovalutare la sottile perfidia di un ometto in grado di presentarsi come simpaticamente inoffensivo. 



Piero Chiara è abilissimo nel tratteggiare l’Orimbelli e i suoi modi suadenti e piccolo borghesi, portando lentamente alla scoperta della sua vera e squallida natura, fino all’apertura del baule, e al lascito di una vile eredità di cimeli femminili, armi mai usate, pochi soldi di certo non guadagnati. Il tutto, sullo scenario del lago Maggiore, dipinto in maniera straordinariamente efficace.



mercoledì 9 dicembre 2015

LA ZATTERA DI GHIACCIO



LA ZATTERA DI GHIACCIO
di Rudolf Blaumanis
Sellerio
1995, brossurato,
64 pagine, 6.20 euro

"La zattera di ghiaccio" è un romanzo breve inserito nella collana "Il mare" diretta da Salvatore Mazzarella che scrive l'introduzione, mentre c'è una postfazione di Renzo Oliva che inquadra bene l'autore nel suo tempo e nella sua collocazione culturale e geografica. Rudolfs Blaumanis nacque infatti in Livonia (una regione della Lettonia) nel 1863 e morì in Finlandia nel 1908, dunque piuttosto giovane. Scrittore realistico con grande senso del dramma (tant'è vero che fu anche drammaturgo) si rivela in grado di raccontare in modo efficace storie della sua gente e delle sue terre. "La zattera di ghiaccio" ne è un esempio fulminante, fin dall'incipit: "Ancora soffiava il vento da sud-ovest, e ancor di più l'enorme lastra di ghiaccio, galleggiando, si spingeva in alto mare. Sul lastrone si trovavano quattordici pescatori e due cavalli". Dopo poche righe così, chi riuscirebbe a non proseguire, per capire che cosa è accaduto e che casa accadrà? I pescatori avevano fatto fori nel ghiaccio del Mar Baltico per calare in acqua le reti, e tirarle su con i cavalli, ma si erano accorti troppo tardi che la lastra su cui si trovavano si era staccata dalla costa e aveva cominciato ad andare alla deriva. Uno di loro si era gettato in acqua per cercare di raggiungere la riva a nuoto, ma era annegato dopo poche bracciate, vinto dal freddo, sotto gli occhi dei compagni. Il dramma comincia così. Niente per difendersi del gelo della notte, niente acqua da bere (il ghiaccio non disseta, come sanno bene gli esploratori artici e gli alpinisti), il pesce solo crudo da mangiare e dei cavalli da macellare, senza sapere bene come. Nessuna speranza di salvezza se non quella dell'arrivo di una nave in tempi rapidi, molto rapidi, visto che la zattera di ghiaccio comincia a frantumarsi. Una prima divisione separa il gruppo, e per i pochi rimasti dalla parte sbagliata, senza cibo, è la fine. I sopravvissuti cominciano a litigare, qualcuno nasconde agli altri la fiaschetta del liquore o vuole vendere il pesce che considera suo e non dividerlo. Si tira a sorte chi debba togliersi la camicia per issarla come una bandiera. Un padre incoraggia il figlio, in molti subentra il fatalismo. Finché arriva una piccola barca in soccorso: ma non c'è posto per tutti! Solo sette potranno essere salvati, e i naufraghi sono dieci. Come scegliere chi vivrà, e chi sarà condannato a morire? Il tutto raccontato con la prosa asciutta del narratore abituato a non sprecare parole inutili, com'è tipico della gente del nord.