Confesso di aver acquistato il libro solo perché attirato dal titolo, “Delitto in una camera chiusa”, senza nulla sapere dell’autore e della trama (non ho neppure letto i risvolti di copertina). Sono infatti un cultore e collezionista del genere “camera chiusa”. Wikipedia ben spiega che “con la locuzione enigma della camera chiusa o mistero della camera chiusa viene indicata una particolare varietà di romanzo o racconto poliziesco in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili come quello scoperto in una camera chiusa dall'interno”. Ciò significa che non è tanto importante chi sia il colpevole e perché qualcuno abbia commesso l’omicidio (elementi comunque che fanno la differenza, quanto a risultato e qualità del racconto), quanto il “come” ci sia riuscito. Il maestro indiscusso di questo tipo di giallo è, come sapete (dato che in questo spazio se ne è parlato più volte), John Dickson Carr, ma naturalmente anche altri autori si sono cimentati nell’impresa di fornire spiegazioni convincenti (e nel mio piccolissimo anch’io ci ho provato in un racconto di Zagor). Anche Michel Crombie (pseudonimo di James Ronald, 1905-1972), giallista scozzese, di Glasgow, a lungo vissuto negli Stati Uniti ma poi tornato in patria sul finire dei suoi anni, amava giocare con i “misteri impossibili” e nei suoi quaranta romanzi ne propose diversi. Tuttavia, in “Delitto in una camera chiusa”, il delitto in una camera chiusa viene scoperto soltanto a pagina 178 (sulle 199 dell’edizione italiana), e quindi l’enigma di come sia stato possibile assassinare una vecchia signora (testimone di un altro omicidio) nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno è soltanto un tassello marginale di un poliziesco che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un altro titolo. La storia racconta di uno zio criminale, Godfrey Winter, tutore di due nipoti, Eric e Patricia, che uccide il primo e tenta di far fuori anche la seconda, senza riuscirsi solo per un caso fortunato (per lei, che viene presa sotto tutela dal fidanzato Alan). Non faccio spoiler perché che il cattivo sia Godfrey lo si scopre già a pagina 15 e il giallo consiste soprattutto nel seguire le indagini di un coraggioso giornalista, Larry Milner, per vedere come, inizialmente non creduto e anzi licenziato dal suo stesso giornale, riesca a incastrare il colpevole della morte di Eric (e dell’eliminazione successiva di due testimoni scomodi). Eric e Patricia devono morire, nei piani dello zio, perché lui possa ereditare le loro sostanze, lasciate ai due dai genitori prematuramente scomparsi. Il romanzo è movimentato e divertente come un film poliziesco degli anni Quaranta (“The Sealed Room Murder” è del 1934), con molta azione e vari colpi di scena. Quando Milner si trova di fronte alla camera chiusa praticamente siamo agli sgoccioli della storia. Buffo che, per risolvere l’enigma, il giornalista si rivolga a tutti gli scrittori di gialli di sua conoscenza (giustamente, i delitti nelle camere chiuse non avvengono mai nella realtà e sono i giallisti i massimi esperti). La soluzione gli viene però suggerita da un prestigiatore, che quando fa sparire le persone dopo averle chiuse in una scatola con quattro solide pareti, ci riesce perché una delle pareti non è poi così solida.
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domenica 26 novembre 2023
DELITTO IN UNA CAMERA CHIUSA
Confesso di aver acquistato il libro solo perché attirato dal titolo, “Delitto in una camera chiusa”, senza nulla sapere dell’autore e della trama (non ho neppure letto i risvolti di copertina). Sono infatti un cultore e collezionista del genere “camera chiusa”. Wikipedia ben spiega che “con la locuzione enigma della camera chiusa o mistero della camera chiusa viene indicata una particolare varietà di romanzo o racconto poliziesco in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili come quello scoperto in una camera chiusa dall'interno”. Ciò significa che non è tanto importante chi sia il colpevole e perché qualcuno abbia commesso l’omicidio (elementi comunque che fanno la differenza, quanto a risultato e qualità del racconto), quanto il “come” ci sia riuscito. Il maestro indiscusso di questo tipo di giallo è, come sapete (dato che in questo spazio se ne è parlato più volte), John Dickson Carr, ma naturalmente anche altri autori si sono cimentati nell’impresa di fornire spiegazioni convincenti (e nel mio piccolissimo anch’io ci ho provato in un racconto di Zagor). Anche Michel Crombie (pseudonimo di James Ronald, 1905-1972), giallista scozzese, di Glasgow, a lungo vissuto negli Stati Uniti ma poi tornato in patria sul finire dei suoi anni, amava giocare con i “misteri impossibili” e nei suoi quaranta romanzi ne propose diversi. Tuttavia, in “Delitto in una camera chiusa”, il delitto in una camera chiusa viene scoperto soltanto a pagina 178 (sulle 199 dell’edizione italiana), e quindi l’enigma di come sia stato possibile assassinare una vecchia signora (testimone di un altro omicidio) nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno è soltanto un tassello marginale di un poliziesco che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un altro titolo. La storia racconta di uno zio criminale, Godfrey Winter, tutore di due nipoti, Eric e Patricia, che uccide il primo e tenta di far fuori anche la seconda, senza riuscirsi solo per un caso fortunato (per lei, che viene presa sotto tutela dal fidanzato Alan). Non faccio spoiler perché che il cattivo sia Godfrey lo si scopre già a pagina 15 e il giallo consiste soprattutto nel seguire le indagini di un coraggioso giornalista, Larry Milner, per vedere come, inizialmente non creduto e anzi licenziato dal suo stesso giornale, riesca a incastrare il colpevole della morte di Eric (e dell’eliminazione successiva di due testimoni scomodi). Eric e Patricia devono morire, nei piani dello zio, perché lui possa ereditare le loro sostanze, lasciate ai due dai genitori prematuramente scomparsi. Il romanzo è movimentato e divertente come un film poliziesco degli anni Quaranta (“The Sealed Room Murder” è del 1934), con molta azione e vari colpi di scena. Quando Milner si trova di fronte alla camera chiusa praticamente siamo agli sgoccioli della storia. Buffo che, per risolvere l’enigma, il giornalista si rivolga a tutti gli scrittori di gialli di sua conoscenza (giustamente, i delitti nelle camere chiuse non avvengono mai nella realtà e sono i giallisti i massimi esperti). La soluzione gli viene però suggerita da un prestigiatore, che quando fa sparire le persone dopo averle chiuse in una scatola con quattro solide pareti, ci riesce perché una delle pareti non è poi così solida.
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domenica 1 novembre 2020
LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL
John Dickson Carr
LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL
Classici del Giallo Mondadori
brossurato, 1995
210 pagine, 6500 lire
Del giallista americano John Dickson Carr (1906-1977) è noto lo straordinario talento nel congegnare soluzioni per i delitti nelle camere chiuse, vale a dire quegli assassinii commessi in una stanza il cui accesso è bloccato dall'interno e dove, una volta aperta la porta, si trova solo un cadavere senza che l'uccisore abbia potuto, almeno apparentemente, fuggire. In moltissimi dei suoi romanzi e racconti si ritrovano casi del genere. Nel suo capolavoro nell'ambito di questo sottogenere del giallo, "Le tre bare" (già recensito in questo spazio), lo scrittore non solo enumera tutte i possibili escamotage che giustifichino quel che in fin dei conti è un gioco di prestigio, ma si rivolge anche in prima persona al lettore mettendo le mani avanti contro chi volesse contestare l'elaborata complessità dei suoi meccanismi: se qualcuno vuole casi polizieschi in cui le vittime muoiano come di solito si legge nelle pagine di cronaca nera dei giornali, legga quelle. Lui intende proporre casi eccezionali, in cui gli assassini architettano piani mefistofelici, perché la letteratura è finzione e il genere in cui Dickson Carr si applica è una sorta di partita a scacchi con il lettore. Non importa che la soluzione sia probabile, basta che sia possibile. Anche "The House at Satans Elbow" (tradotto con "Lo spettro e il dottor Fell" dai curatori del Giallo Mondadori che hanno voluto mettere nel titolo il nome del più famoso tra gli investigatori del giallista) propone una camera chiusa, in cui però viene commesso soltanto un tentativo di omicidio: non c'è, in realtà, nessuna morte su cui indagare, soltanto un (pur grave) ferimento. Il romanzo è del 1965, e colpisce un insolito indugiare sui risvolti sessuali di alcune relazioni amorose, cosa che sarebbe stato difficile trovare negli scritti degli anni precedenti. Pur essendo americano, Dickson Carr è un maestro del cosiddetto "giallo all'inglese", non solo per la tipologia dei casi ma anche per il set delle sue storie, ed è inglese anche Gideon Fell, criminologo in pensione (protagonista di oltre venti romanzi) ideato sulle sembianze di Gilbert Keith Chesterton (lo scrittore dei racconti di Padre Brown) che, a sentire l'autore, lo ispiro. Perciò, la vicenda si svolge in una villa inglese, dove ha luogo una riunione di famiglia che deve decidere a proposito di una discussa eredità lasciata dal vecchio Clovis Barclay, padre di tre figli (Nicholas, Pennington ed Estelle), destinata però a un nipote, Nick (figlio di Nicholas, che è morto a sua volta tempo prima). Nick vorrebbe rinunciare all'eredità del nonno, e ristabilire buoni rapporti con gli zii che si sentono traditi dal burbero e imprevedibile padre. Tutto bene, dunque, se non che qualcuno, a famiglia riunita, tenta per ben due volte di assassinare il bizzarro zio Pen, uomo dall'animo d'artista, facilmente preda di forti emozioni. Il secondo tentativo avviene quando Pennington si trova solo in una stanza in cui si sta cambiando d'abito e che dunque ha chiuso a chiave dall'interno. Udito uno sparo, gli altri famigliari riescono a entrare forzando la porta e trovano Pen disteso a terra in fin di vita, accanto alla pistola ancora fumante, colpito da un proiettile esploso a bruciapelo, come testimoniano le bruciature di polvere da sparo. Nella stanza, però, non c'è nessuno. Si potrebbe pensare a un tentativo di suicidio, ma Gideon Fell (accorso sul luogo quasi per caso) ritiene che invece qualcun altro abbia premuto il grilletto di quell'arma. La soluzione del giallo è possibile, nel senso che effettivamente quel che viene proposto può accadere (non ci sono magie, solo giochi di prestigio), certamente bisogna stare al gioco e non attendersi che tutte le circostanze si possano comunemente verificare una dopo l'altra nella vita di tutti i giorni. Si tratta di un caso singolare e come tale eccezionale e se volete qualcosa di più credibile Dickson Carr vi manderebbe al diavolo consigliandovi di leggere la cronaca nera sui giornali. Vero è che tutto teso a creare il suo meccanismo, il giallista non ha l'eleganza della Christie, che rende le sue storie molto più credibili. Dickson Carr va a nozze con i personaggi da feuilleton, con i tipi bizzarri, con le ambientazioni cupe. E, purtroppo, anche Gideon Fell (pur avendone l'intuito) non ha lo spessore di Hercule Poirot.
LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL
Classici del Giallo Mondadori
brossurato, 1995
210 pagine, 6500 lire
Del giallista americano John Dickson Carr (1906-1977) è noto lo straordinario talento nel congegnare soluzioni per i delitti nelle camere chiuse, vale a dire quegli assassinii commessi in una stanza il cui accesso è bloccato dall'interno e dove, una volta aperta la porta, si trova solo un cadavere senza che l'uccisore abbia potuto, almeno apparentemente, fuggire. In moltissimi dei suoi romanzi e racconti si ritrovano casi del genere. Nel suo capolavoro nell'ambito di questo sottogenere del giallo, "Le tre bare" (già recensito in questo spazio), lo scrittore non solo enumera tutte i possibili escamotage che giustifichino quel che in fin dei conti è un gioco di prestigio, ma si rivolge anche in prima persona al lettore mettendo le mani avanti contro chi volesse contestare l'elaborata complessità dei suoi meccanismi: se qualcuno vuole casi polizieschi in cui le vittime muoiano come di solito si legge nelle pagine di cronaca nera dei giornali, legga quelle. Lui intende proporre casi eccezionali, in cui gli assassini architettano piani mefistofelici, perché la letteratura è finzione e il genere in cui Dickson Carr si applica è una sorta di partita a scacchi con il lettore. Non importa che la soluzione sia probabile, basta che sia possibile. Anche "The House at Satans Elbow" (tradotto con "Lo spettro e il dottor Fell" dai curatori del Giallo Mondadori che hanno voluto mettere nel titolo il nome del più famoso tra gli investigatori del giallista) propone una camera chiusa, in cui però viene commesso soltanto un tentativo di omicidio: non c'è, in realtà, nessuna morte su cui indagare, soltanto un (pur grave) ferimento. Il romanzo è del 1965, e colpisce un insolito indugiare sui risvolti sessuali di alcune relazioni amorose, cosa che sarebbe stato difficile trovare negli scritti degli anni precedenti. Pur essendo americano, Dickson Carr è un maestro del cosiddetto "giallo all'inglese", non solo per la tipologia dei casi ma anche per il set delle sue storie, ed è inglese anche Gideon Fell, criminologo in pensione (protagonista di oltre venti romanzi) ideato sulle sembianze di Gilbert Keith Chesterton (lo scrittore dei racconti di Padre Brown) che, a sentire l'autore, lo ispiro. Perciò, la vicenda si svolge in una villa inglese, dove ha luogo una riunione di famiglia che deve decidere a proposito di una discussa eredità lasciata dal vecchio Clovis Barclay, padre di tre figli (Nicholas, Pennington ed Estelle), destinata però a un nipote, Nick (figlio di Nicholas, che è morto a sua volta tempo prima). Nick vorrebbe rinunciare all'eredità del nonno, e ristabilire buoni rapporti con gli zii che si sentono traditi dal burbero e imprevedibile padre. Tutto bene, dunque, se non che qualcuno, a famiglia riunita, tenta per ben due volte di assassinare il bizzarro zio Pen, uomo dall'animo d'artista, facilmente preda di forti emozioni. Il secondo tentativo avviene quando Pennington si trova solo in una stanza in cui si sta cambiando d'abito e che dunque ha chiuso a chiave dall'interno. Udito uno sparo, gli altri famigliari riescono a entrare forzando la porta e trovano Pen disteso a terra in fin di vita, accanto alla pistola ancora fumante, colpito da un proiettile esploso a bruciapelo, come testimoniano le bruciature di polvere da sparo. Nella stanza, però, non c'è nessuno. Si potrebbe pensare a un tentativo di suicidio, ma Gideon Fell (accorso sul luogo quasi per caso) ritiene che invece qualcun altro abbia premuto il grilletto di quell'arma. La soluzione del giallo è possibile, nel senso che effettivamente quel che viene proposto può accadere (non ci sono magie, solo giochi di prestigio), certamente bisogna stare al gioco e non attendersi che tutte le circostanze si possano comunemente verificare una dopo l'altra nella vita di tutti i giorni. Si tratta di un caso singolare e come tale eccezionale e se volete qualcosa di più credibile Dickson Carr vi manderebbe al diavolo consigliandovi di leggere la cronaca nera sui giornali. Vero è che tutto teso a creare il suo meccanismo, il giallista non ha l'eleganza della Christie, che rende le sue storie molto più credibili. Dickson Carr va a nozze con i personaggi da feuilleton, con i tipi bizzarri, con le ambientazioni cupe. E, purtroppo, anche Gideon Fell (pur avendone l'intuito) non ha lo spessore di Hercule Poirot.
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venerdì 24 aprile 2020
IL MISTERO DELLA CAMERA GIALLA
Gaston Leroux
IL MISTERO DELLA CAMERA GIALLA
Garzanti
brossurato, 1967
240 pagine, 350 lire
IL MISTERO DELLA CAMERA GIALLA
Garzanti
brossurato, 1967
240 pagine, 350 lire
Se lo scrittore francese Gaston Leroux (1868-1927) è noto soprattutto per il suo celebre “Il fantasma dell’Opera”, al secondo posto va sicuramente ricordato uno dei più famosi romanzi polizieschi della storia, “Il mistero della camera gialla”, datato 1907. Si tratta, come si può capire anche dal titolo, di uno dei primi “gialli della camera chiusa”, ovvero di quei misteri legato a un crimine commesso da qualcuno all’interno di una stanza da cui non si può fuggire, e che tuttavia all’apertura viene trovata vuota. Il primo giallo della letteratura è, come si sa, “I delitti della Rue Morgue”(1841), di Edgar Allan Poe, ed è appunto anch’esso un “giallo della camera chiusa”. Al racconto di Poe si fa riferimento nel romanzo di Leroux, così come si cita Sherlock Holmes. In seguito sarebbero stati tanti i giallisti che si sono voluti cimentare con questo genere di rompicapo, e tra questi anche Agatha Christie e l’indiscusso specialista John Dickson Carr. Proprio Dickson Carr giudicò il romanzo di Leroux come “uno dei più bei romanzi polizieschi mai pubblicati”. C’è da dire, però, che nel 1907 la prosa, lo stile, il gusto letterario di Leroux risentiva ancora fortemente del feuilleton, e perciò “Il mistero della camera gialla” ha tutte le tinte fosche e gli effettacci sensazionalistici dei romanzi d’appendice. La Christie o Simenon, con i loro Poirot e Maigret, certamente ci consegnano opere più strutturate psicologicamente, e senz’altro più credibili. Arrivano però anche alcuni decenni dopo. L’indagatore inventato da Leroux si chiama Rouletabille, soprannome con cui è conosciuto il giornalista Joseph Josephin, protagonista di una serie di romanzi. Il caso su cui Rouletabille si trova a condurre una inchiesta giornalistica, con l’aiuto dell’avvocato Sainclair che funge da Watson della situazione, non è neppure quello di un omicidio, ma di un tentato omicidio (tentativo ripetuto più volte). La figlia di un celebre scienziato, Mathilde Stangerson, assistente del padre, viene sentita urlare disperatamente nella sua stanza da letto, chiusa dall’interno. Quando la porta della camera viene sfondata, la donna viene trovata ferita gravemente alla testa da un corpo contundente, e con addosso i segni di una brutale violenza, ma con lei non c’è nessuno, né pare esserci alcuna via di fuga che possa essere servita al suo aggressore per allontanarsi. L’ispettore Larsan, ritenuto una vera volpe, sospetta subito del fidanzato di Mathilde, Robert Darzac, che la donna aveva però piantato in asso, di punto in bianco, per motivi misteriosi, un paio di giorni prima. Nel corso delle intricatissime indagini, in cui si sottolineano a più riprese gli aspetti che rendono il caso irrisolvibile, si verificano altri episodi “impossibili”, come quello di quattro uomini che si gettano addosso al criminale in fuga, ciascuno convinto di agguantarlo, ma stringendo le mani su di lui l’uomo sembra scomparire e i quattro si accorgono di essersi afferrati a vicenda. Per meglio far capire come si svolgano i fatti, Leroux fornisce ai lettori piantine dei luoghi. Alla fine, tutto si chiarisce, anche se con una certa ferraginosità. L’assassino è un insospettabile (anche se Van Dine avrebbe qualcosa da ridire), che però Rouletabille, incredibile ma vero, lascia fuggire perché proprio la fuga dimostra la sua colpevolezza.
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venerdì 12 ottobre 2018
LA SFINGE DORMIENTE
John Dickson Carr
LA SFINGE DORMIENTE
Giallo Mondadori
brossurato, 2018
252 pagine, 5.90
LA SFINGE DORMIENTE
Giallo Mondadori
brossurato, 2018
252 pagine, 5.90
Confesso una volta di più la mia passione per il giallo classico e, fra gli autori del giallo classico, dopo l'inglese Agatha Christie per me viene subito lo statunitense John Dickson Carr (1906-1977). Più cervellotico e meno letterario, più superficiale nel tratteggio dei personaggi, ma intrigante e mefistofelico. Di solito i romanzi di Dickson Carr si basano su un delitto avvenuto nella cosiddetta "camera chiusa", sottogenere del giallo in cui lo scrittore americano è assoluto maestro. Spesso hanno come protagonista il corpulento criminologo Gideon Fell. Nel caso de "La sfinge dormiente" Fell c'è, ma la camera chiusa ha un ruolo di secondo piano in quanto si tratta di una cappella mortuaria, assolutamente inaccessibile e con i sigilli intatti, in cui comunque qualcuno sembra entrato a rovesciare le casse da morto e a lasciare una boccetta di veleno. Non è lì che è stato commesso il delitto. La spiegazione della violazione di questa cripta è, secondo me, il pezzo forte del romanzo (peraltro, una bella trovata del tutto plausibile), mentre il resto, pur gradevole, nulla aggiunge ai meriti di Dickson Carr. Non è il suo capolavoro, per intenderci (quello, a mio parere, è "Le tre bare"). Siamo nell'immediato secondo Dopoguerra, e Donald Holden, un militare tornato dalle missioni di intelligence al fronte scopre che Margot, a moglie di un suo caro amico è morta sei mesi prima e che Celia, la di lei sorella, di cui Holden è innamorato, pur avendo perso i contatti per gli eventi bellici, è impazzita. Vede i fantasmi, racconta strane storie e sostiene che Margot è stata uccisa dal marito violento, oppure da lui spinta al suicidio. Il medico che ha esaminato il cadavere sostiene che si tratti di morte naturale. Qual è la verità? Si legge tutto d'un fiato, e alla fine ci si raccapezza nonostante il gran numero di fatti misteriosi.
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venerdì 22 giugno 2018
LA LETTERA SBAGLIATA
Walter S. Masterman
LA LETTERA SBAGLIATA
Polillo Editore
2018, brossurato
184 pagine, 15.40 euro
Premessa: quando in libreria vi imbattete nei libri color arancio della collana "I bassotti" della Polillo, prestategli attenzione, leggete i risvolti di copertina per capire se possono fare al caso vostro e se vi piacciono portateveli a casa. Insomma, meritano di essere quanto meno presi in mano e valutati. Si tratta di gialli (l'arancione di copertina fornisce un indizio) "vecchia maniera", pubblicati soprattutto fra il 1920 e il 1940, di provenienza quasi sempre angloamericana, talvolta di autori noti, ma più spesso ignoti (o dimenticati) e dunque da scoprire (o riscoprire). I polizieschi "classici" per quanto mi riguarda battono alla grande i thriller contemporanei e non c'è Paula Howkins o Joël Dicker che tengano di fronte a John Dickson Carr. L'inglese Walter S. Masterman (1876-1946) non è propriamente un maestro riconosciuto ma ha saputo farsi valere. Peraltro si è inventato scrittore di gialli dopo aver trascorso vari anni in galera e questa sua prima opera, "The wrong letter" venne elogiata da Gilbert Keith Chesterton (il creatore di Padre Brown). Mi unisco all'elogio solo per un aspetto: la geniale soluzione fortuna da Masterman al classico mistero della camera chiusa.Ciò che infatti mi ha convinto all'acquisto è stata la frase nell'aletta di copertina che diceva così: "'La lettera sbagliata', finora inedito in Italia, è uno dei più sorprendenti delitti della camera chiusa della storia del giallo". Dato che colleziono tutti i romanzi che propongono questo tipo di enigma (il cadavere di un assassinato viene trovato in una stanza deserta sigillata dall'interno) non mi sono lasciato sfuggire questo nuovo pezzo. E in effetti in meccanismo che spiega l'impossibile è originale e convincente. Un po' meno il resto del giallo, basato sulla morte del Ministro dell'Interno inglese che scopriamo vivere in una casa in compagnia della sola governante, abituato ad aprire personalmente la porta a chiunque bussi e ad andare a imbucare da solo lettere nella buca della posta (senza segretari e guardie del corpo) e senza che venga descritto il realistico clamore che un omicidio del genere può provocare a Londra. Insomma, sarebbe stato più credibile se la vittima fosse stato uno qualunque. A parte questo, il giallo è divertente, l'assassino davvero insospettabile, e tutti gli indizi vengono forniti al lettore perché arrivi da solo alla soluzione che il sovrintendente Sinclair di Scotand Yard fornisce nel penultimo capitolo.
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mercoledì 6 dicembre 2017
LE TRE BARE
LE TRE BARE
di John Dickson Carr
Oscar Mondadori
2013, 260 pagine, 9 euro
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domenica 7 maggio 2017
L'OCCHIO DI GIUDA
Carter Dickson
L'OCCHIO DI GIUDA
Giallo Mondadori
2017, brossurato,
280 pagine, 5.90 euro
Carter Dickson, come ben sanno i cultori del genere, è uno dei vari pseudonimi di John Dickson Carr (1906-1977) scrittore americano celebre soprattutto per i delitti della camera chiusa, sottogenere del giallo in cui è un assoluto maestro. Due sono i suoi personaggi ricorrenti: il criminologo Gideon Fell e l'avvocato sir Henry Merrivale (abbreviato in H.M.). Proprio quest'ultimo è il protagonista de "L'occhio di Giuda" (The Judas Window), datato 1938. Personalmente vado matto per Dickson Carr e trovo geniali i suoi diabolici meccanismi che spiegano l'impossibile, anche se immagino che si tratti di gialli fuori moda. Io preferisco considerarli dei classici. Chi decide di leggere un racconto incentrato su un delitto della camera chiusa non può pretendere di trovarvi denunce del disagio sociale, rocambolesche scene d'azione, protagonisti tormentati e problematici e neppure verosimiglianza. Il delitto della camera chiusa è un gioco di prestigio e il giallista è il prestigiatore. Si legge Dickson Carr come si andrebbe a uno spettacolo di magia, con la differenza che alla fine il trucco viene svelato. Non importa se sia improbabile che un certo omicidio sia stato commesso così, basta che sia possibile. E su questo Dickson Carr non bara. Nel caso de "L'occhio di Giuda", un giovanotto (James Caplon Answell) si reca all'appuntamento con il suo futuro suocero (Avory Hume), per chiedergli la mano si sua figlia Mary. Mister Hume è stat informato ed è ben disposto ad accondiscendere al matrimonio. Il pretendente viene fatto accomodare in una sala dalle alte finestre chiuse e gli si offre da bere. La porta viene serrata dietro di lui. Il giovane racconta in seguito di aver perso i sensi come se nel bicchiere ci fosse un sonnifero. Quando si riprende mister Hume è morto con una freccia conficcata nel petto, e la porta del locale in cui si trova è bloccata dall'interno. E' lui stesso che deve aprire un pesante catenaccio per far entrare chi bussa: chi era fuori non ha visto uscire nessuno dopo che lui è entrato, e dentro ci sono soltanto il giovane e il cadavere. Sarà difficile per Henry Merrivale dimostrare l'innocenza del poveretto.
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