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giovedì 11 aprile 2024

JULIAN



 
Carlo Lucarelli
Stefano Fantelli
Marcello Mangiantini
JULIAN
Cut-Up Publishing
2024, cartonato
64 pagine, 23.90 euro


Mi sono sempre chiesto che cosa potessero provare i condannati alla ghigliottina nel momento in cui la lama spiccava loro la testa dal collo. La morte era davvero immediata, come spero, oppure la vittima percepiva, sia pure per un breve momento, la caduta del capo nel cesto? Si sa di esperimenti condotti da studiosi, all’epoca della Rivoluzione Francese, prendendo accordi con alcuni destinati al supplizio, che avrebbero dovuto cercare di comunicare con un movimento degli occhi il perdurare di uno stato di coscienza subito dopo l’esecuzione, e pare che tutte le prove avessero dato esito negativo. Nessuna reazione percettibile. Carlo Lucarelli, apprezzato scrittore noir e famoso giornalista specializzato in cronaca nera, prova a immaginare, in un suo racconto realmente orrorifico prestato a fare da soggetto a una storia a fumetti, che cosa possa succedere a una testa, mozzata di netto da una lama troppo affilata e da un meccanismo lubrificato di fresco, che non perda conoscenza ma anzi, ovviamente per un caso più unico che raro, conservi le percezioni visive e uditive e la capacità di elaborare pensieri. Per sceneggiare il fumetto Lucarelli ha precettato un esperto del genere horror (scrittore a sua volta ma anche fumettista), Stefano Fantelli, il quale si è affidato ai disegni di Marcello Mangiantini, con cui ha stretto sodalizio grazie ad alcune storie, decisamente sopra le righe quanto a cupezza e sangue versato, realizzate insieme per Zagor. Mangiantini, peraltro, è decisamente talentoso quando si tratta di illustrare racconti in costume (il suo primo lavoro fu un graphic novel ambientato nel contesto della Rivoluzione Americana). Ai colori, cupi come conviene, Letizia Castagna. Il protagonista del racconto di Lucarelli e Fantelli si chiama Julian, nome che ricorda, variante grafica esclusa, il Julien Sorel de “Il rosso e il nero”, un altro ghigliottinato letterario, anche se il contesto è quello rivoluzionario pre-napoleonico e non, come in Stendhal, quello della restaurazione post-napoleonica. La storia prende inizio proprio con l’esecuzione di Julian, conseguenza infausta di un suo contrasto con Robespierre. Quel che succede dopo, ovvero le traversie di una testa tagliata gettata in una fossa comune e portata in giro da un topo infilatosi nella bocca è una sorta di scommessa tra gli autori e il lettore, con i primi che puntano sul riuscire a condurre in porto, e a una conclusione soddisfacente, una storia in cui il protagonista non solo non parla, ma non può contare neppure sul linguaggio del corpo, non avendone uno.

venerdì 22 dicembre 2023

IL CONSIGLIO D’EGITTO

 
 
Leonardo Sciascia
IL CONSIGLIO D’EGITTO
Adelphi
Brossurato, 1989
176 pagine, 11 euro

Scrive Leonardo Sciascia: “Volevo fare la cronaca del massacro dei presunti giacobini, avvenuto a Caltagirone alla fine del XVIII secolo, e avevo cominciato a documentarmi sull’argomento. Scorrendo la ‘Storia letteraria della Sicilia’ di Domenico Scinà, raccogliendo il materiale rimasto negli archivi, e poi leggendo le cronache del marchese di Villabianca, mi si è imposta la figura dell’abate Vella”. Il frate benedettino Giuseppe Vella (1749-1814), nato a Malta (dove aveva appreso i rudimenti dell’arabo) e poi trasferitosi a Palermo, è appunto il principale protagonista de “Il consiglio d’Egitto”, romanzo pubblicato da Sciascia nel 1963. Si tratta dunque di una figura storica, protagonista di una quasi incredibile vicenda ricordata come l’ “arabica impostura”, sostanzialmente la creazione di un falso, destinato però a destare grande clamore e finanche una certa influenza nel pensiero e nella politica non soltanto in ambito siciliano. Tutto nasce allorché fra’ Vella, destinato poi a venire chiamato “abate” per la fama acquisita, senza esserlo, viene convocato, in quanto in grado di parlare qualche parola di arabo, a fare da interprete tra le autorità palermitane e un ambasciatore del Marocco la cui nave era stata sospinta da una tempesta sulle coste siciliane. All’ambasciatore, nel corso del suo forzato soggiorno, viene mostrato un antico codice islamico risalente al periodo della dominazione araba in Sicilia, custodito nel monastero di San Martino. Il marocchino lo esamina e dichiara trattarsi di una copia di una delle tante biografie di Maometto in circolazione. Al che il Vella capisce di poter trarsi dalla sua condizione di povero frate questuante, e traducendo a beneficio di Monsignor Airoldi dichiara che l’ambasciatore ha riconosciuto nel manoscritto un testo che narra della conquista saracena della Sicilia e dei fatti della dominazione musulmana. Un documento, dunque, in grado di ricostruire vicende, perlopiù sconosciute o soltanto leggendarie, di mezzo millennio prima, anni da cui trassero fondamento le baronie e i feudi siciliani. Ripartito l’ambasciatore, Giuseppe Vella viene dunque incaricato di tradurre in italiano il preziosissimo codice, intitolato “Il consiglio d’Egitto”: per farlo, naturalmente, gli vengono riconosciuti emolumenti, un dignitoso alloggio, tutto il tempo necessario, il diritto di accesso nei salotti buoni, inviti nell’alta società nobiliare. Anzi, gli stessi nobili cominciano a foraggiare il Vella perché nella sua traduzione, di cui vengono abilmente fatti trapelare frammenti a spizzichi e bocconi, del tutto inventati, vengano citati i propri avi e confermati i diritti sulle terre possedute. Essendo ambientato tra il 1782 e i 1795, Sciascia riesce, riportando le conversazioni tra i baroni e gli ecclesiastici a cui l’abate assiste, e a cui partecipa in modo defilato, a ricostruire le vicende politiche e sociali di un’epoca che sta per tramontare, con la rivoluzione francese che sembra stare per tracimare anche in Sicilia, con le trame del Re, tramite il suo vice Caracciolo, tese ad avocare alla corona i privilegi delle baronie. Risulta chiaro che la vera “impostura” non è il falso dell’abate, peraltro di squisita fattura, ma quella dei fondamenti giudici del potere nobiliare di origine feudale. Le vicende di Giuseppe Vella si intrecciano con la vita di altre figure storiche, come quella Francesco Paolo Di Blasi, giurista e patriota, ghigliottinato nel 1795 per la tentata organizzazione di una rivolta tesa a creare, sul modello giacobino, una Repubblica siciliana. Il romanzo si chiude proprio con la lama che cade sul suo collo, e le pagine che raccontano le torture subite perché il Di Blasi facesse i nomi dei suoi complici (non li fece) sono sconvolgenti tanto quanto sono divertenti quelle dedicate alle prime mosse dell’ “impostura” dell’abate: è come se ne il libro di Sciascia ne racchiudesse due, e infatti ci sono due parti per distinte, una iniziale più faceta, una finale molto drammatica. Non si può fare a meno di ammirare l’eleganza della prosa sciasciana, precisa nella scelta dei termini, felice nell’ironia e tagliente nel cambio di registro, dotta nella ricostruzione di conversazioni fra poeti e letterati, avvocati e monsignori, maliziosa quando serve, impeccabile nella ricostruzione di ambienti e personaggi storici.

mercoledì 17 agosto 2022

LA IETTATURA

 
 
 

 

Nicola Valletta
LA IETTATURA
Libritalia
Brossurato, 1997
194 pagine, 20.000 lire


Talvolta è divertente indulgere in letture come questa, per il gusto di sentirne delle belle. E davvero gustosa si è rivelata in effetti questa riedizione della “Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura”, di Nicola Valletta (1750-1814), giurista e cattedratico presso la Regia Università degli Studi di Napoli. Per “cicalata” si intende uno sproloquio, una chiacchiera, un discorso senza pretese, ma anche una lezione burlesca su un argomento banale trattato come se fosse serio. Il “fascino” va inteso appunto, come si intendeva una volta, quale “malia”, influsso magico malefico: perfetto sinonimo del più volgare termine “jettatura”. Termine che, nel titolo più sintetico scelto dall’editore Libritalia, viene trasformato in “iettatura”, secondo la grafia moderna. L’interessante prefazione di Alberto Consiglio spiega che il breve saggio di Valletta, composto negli ultimi anni del Settecento, ebbe un grande successo presso il pubblico napoletano ma anche altrove, e arrivò a ispirare Théophile Gautier e Alexandre Dumas. Il primo ne trasse un romanzo intitolato “Jettatura” (1857), il secondo quattro capitoli del suo “Corricolo” (1841), entrambi di diretta derivazione dalla “Cicalata”. Il saggio di Valletta tratta la iettatura come materia serissima, che lo studioso ritiene di dover divulgare in modo discorsivo presso gli increduli e gli scettici. Comincia così: “Abbiate un po’ di pazienza, signori, e non correte troppo in fretta a condannare come sciocco e puerile l’argomento che imprendo sostenere! E trattenetevi dal ridere! Non sarete voi nel numero di quei giudici che decidono le cause secondo l’impulso del momento, senza ascoltare le parti?”. E così si introducono le argomentazioni: non perché l’uomo non arriva a comprendere la jettatura, questa è meno vera; l’idea della iettatura è antichissima e ci credevano greci e romani (segue profluvio di citazioni). Persino alcuni passi di San Paolo sembrano sostenerne l’esistenza, e del resto la quotidianità porta prove inoppugnabili che lo sguardo di taluni possa provocare danni e rovine. Vengono esaminate le differenze tra iettatura “patente” o “occulta” (quando sia ben chiaro chi è lo iettatore oppure non lo sia) e passati in rassegna i metodi per difendersi. Non manca un ricco campionario di aneddoti sulle conseguenze delle occhiate dei propagatori di disgrazie. Alla fine della divertente lettura resta il dubbio se Valletta credesse davvero a ciò che si propone di illustrare, oppure, dato il tono faceto, la sua “cicalata” fosse appunto solo una sorta di arringa burlesca, come “L’elogio della mosca” di Luciano di Samosata.

martedì 23 aprile 2019

RAGIONE E SENTIMENTO





Jane Austen
RAGIONE E SENTIMENTO
Einaudi
2015, brossura
450 pagine, 11 euro


Parlando di Jane Austen, il primo pensiero che mi viene in mente è quanto sia incredibile che nel Regno Unito (come accadeva del resto anche in Francia e negli USA) già nella seconda metà del Settecento ci fossero scrittori (nel caso della Austen, ancora più eclatante, scrittrici) in grado di pubblicare trascinanti romanzi, ancora oggi godibilissimi, mentre in Italia si continuava a vivere in Arcadia e per trovare una via italiana alla letteratura in prosa ci toccò aspettare la “quarantana” dei Promessi Sposi (1842) e poi, per un bel po’, non ci fu niente altro di altrettanto leggibile (non lo sono più, purtroppo, né i romanzi del D’Azeglio né quelli del Guerrazzi). Né Jane Austen, in quanto donna, rappresenta un unicum, dato che basterà pensare alle sorelle Brontë per trovarne altre tre. Ma se “Jane Eyre” e “Cime tempestose” (dovute rispettivamente a Charlotte ed Emily Brontë) sono sicuramente letture da raccomandare, “Orgoglio e pregiudizio” della Austen è decisamente imperdibile. Letto quello, non si può fare a meno di desiderare di continuare con qualcos’altro della medesima autrice, e dunque basta un salto indietro di qualche anno per lasciarsi appassionare da “Ragione e sentimento”. “Sense and Sensibility”, questo il titolo originale, venne scritto fra il 1795 e il 1810, e pubblicato nel 1811. L’autrice, nel 1795, aveva venticinque anni (era nata nel 1775 e sarebbe morta nel 1817). Per l’epoca, venticinque anni era già un’età matura: colpisce, infatti, come anche nel romanzo venga considerata vecchia la signora Dashwood, madre delle due protagoniste Elinor e Marianne, appena quarantenne, e attempato il Colonnello Brandon, trentacinquenne. Le vicende di “Ragione e Sentimento”, come già quelle di “Orgoglio e Pregiudizio”, riguardano personaggi della media e alta borghesia: uomini d’affari, ricchi possidenti terrieri, ereditieri che vivono di rendita, ufficiali in congedo e compagnia bella. Sono esclusi i ceti sociali più bassi, e vi si accenna solo come servitori, stallieri, cocchieri ma non c’è alcuna interazione tra loro e gli altolocati. Ugualmente escluso è il sesso: per quanto personaggi maschili e femminili si innamorino, si fidanzino, tessano tresche, si appartino, mai si scambiano neppure un bacio e si danno rigorosamente del “voi”. A dire la verità, in “Sense and Sensibility” compare un personaggio definito “libertino”, John Willoughby, di cui si racconta (è uno dei colpi di scena) come in passato abbia sedotto e abbandonato una fanciulla (che si ritrova prima incinta e poi ragazza madre e finisce per essere emarginata dal consesso sociale dei benpensanti), ma a tutto ciò si allude soltanto di sfuggita e mai la poveretta compare sulla scena. “Orgoglio e pregiudizio” comincia con una celebre frase che potrebbe fare da incipit anche a “Ragione e sentimento”: “E’ una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere in cerca di una moglie”. Difatti pare che la principale preoccupazione di ogni genitore (soprattutto delle madri) sia di combinare prima possibile un buon matrimonio per i figli (soprattutto per le figlie), intendendo per “buon matrimonio” una unione con qualcuno di famiglia molto ricca, e le trame dei due romanzi si dipanano appunto su questo tipo di scenario. Tutto ciò potrebbe sembrare scoraggiante per il lettore moderno. Invece, si tratta semplicemente di un retaggio culturale inevitabile per la scrittrice, che non poteva certo, all’epoca, trovare editori e lettori disposti ad accettare qualcosa di diverso. Ma una volta compresi i limiti entro i quali Jane Austen è costretta a muoversi, ci si accorge subito di quanto, per altri versi, sia da considerarsi trasgressiva. Innanzitutto l’autrice descrive una società inamidata e formalista molto attenta all’aspetto economico di ogni relazione: la scrittrice propone però eroine al femminile che contestano questo tipo di atteggiamento e mettono in ridicolo (facendone una forte critica) l’ipocrisia di chi appunto mette l’interesse pecuniario di fronte a tutto. La Elinor di “Sense and Sensibility”, in un passaggio del romanzo, ironizza persino (oggi ci sembra scontato, ma nel 1795 non lo era) sull’idea corrente che alla ragazza per la quale la famiglia trovi un buon partito non debba essere chiesto il parere, o che per costei sia tutto sommato indifferente sposare uno o l’altro di due fratelli ugualmente ricchi. Insomma, la Austen rivendica la voce in capitolo delle donne. Del resto, la sua scrittura è molto “al femminile” per come descrive i moti d’animo delle sue protagoniste, per il modo con cui dà ragione delle speranza e delle ambizioni di Elinor e di Marianne (Elinor è la Ragione, Marianne il Sentimento), entrambe caratterizzate benissimo. Moderna (dal punto di vista dello stile, dell’empatia suscitata, della capacità di intrigare chi legge) è poi la scrittura chiara e pulita, ma mai sciatta e banale. Modernissimi i vari colpi di scena che si susseguono. Insomma, l’autrice sapeva, più di duecento anni fa, come irretire il suo pubblico, e le sue opere irretiscono anche i lettori di oggi. Chi sposeranno Elinor e Marianne, ragazze con poche sostanze a loro disposizione (per colpa del loro fratellastro e dell’odiosa di lui moglie), dopo essere state entrambe, in modo diverso, illuse da due gentiluomini che hanno loro infranto il cuore? Vi assicuro che entrando nel romanzo non potrete più uscirne finché non conoscerete la risposta.

venerdì 21 settembre 2018

I DELITTI DEL MONDO NUOVO



Leonardo Gori
I DELITTI DEL MONDO NUOVO
Hobby & Work
Prima edizione gennaio 2002
Collana Giallo & Nero
Postfazione di Franco Cardini
cartonato - 380 pagine -  lire 30.000

In quarta di copertina, la frase “uno scrittore di gialli che non delude”. Se “Nero di maggio” poteva essere etichettato come “giallo”, a questo nuovo romanzo sicuramente l’etichetta sta stretta. Non è un giallo nonostante ci siano dei delitti misteriosi e dei colpevoli, insospettabili, da scoprire. In copertina, una scritta dice: “Mistery”.  Il che aggiusta il tiro, indubitabilmente. In verità, secondo me, il genere (ma “letteratura di genere” in Italia suona male, non per colpa della letteratura di genere ma dei critici che storcono la bocca di fronte ai generi) è il feuilleton.  Il feuilleton è un termine francese che indica il romanzo a puntate nell’appendice di un giornale. Pubblicato a puntate, il feuilleton utilizza ogni mezzo per tenere viva la curiosità dei lettori: predilige le avventure di cappa e spada, i grandi affreschi storici, le vicende commoventi e le storie d’amore. Nei “Delitti del Mondo Nuovo” (qui recensito nella sua prima edizione, ma ce ne sono state altre) c’è, indubbiamente, tutto questo. La vicenda si svolge in Toscana nel 1776, dopo un breve prologo in America ambientato nell’anno precedente, in piena Guerra di Indipendenza. Protagonista del romanzo è il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena che, se si trattasse di un giallo, potrebbe essere identificato addirittura come l’investigatore. La figura di Pietro Leopoldo è ricostruita con acutezza e spessore, sorretta da una rigorosa documentazione che ci restituisce una figura umana vera, vivida, credibile e molto moderna. Dunque c’è una corte, ci sono le spie, ci sono gli intrighi, i passaggi segreti, i messaggi cifrati, i fatti d’arme. Non solo, ma i fatti si susseguono incalzanti, e la narrazione si interrompe spesso sul più bello, lasciando in sospeso il filo teso di una vicenda, per riprendere quello di un altra. Non è un romanzo a puntate, ma è costruito come se lo fosse. Ciò non significa sminuire i meriti del romanzo, tutt’altro. Anche se in Italia la parola “feuilleton” ha una accezione ingiustamente negativa (come “fumetto”), in realtà scrissero feuilleton Honorè del Balzac, Victor Hugo, Theophile Gautier, George Sand, Alessandro Dumas ed Eugene Sue. Un feuilleton è un capolavoro come “I tre moschettieri”. Il primo romanzo d’appendice, per convenzione, è il Robinson Crusoe di Daniel De Foe, apparso sul “London Post” nel 1719.  Parlando dei Tre Moschettieri, viene subito alla mente “Il Club Dumas”, e dunque uno scrittore a cui si può avvicinare Gori, e cioè Artruro Perez Reverte. Chi abbia letto un qualunque romanzo di Perez Reverte sa di come sia abile a mescolare il mistero con la Storia con la S maiuscola, il giallo con l’intreccio erudito. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  Il "Richelieu" del “Club Dumas” è l'io narrante, vale a dire un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere. Uno dei mali di molta letteratura italiana (e non) è appunto l’essere fine a se stessa, l’essere esercizio di bello stile, del dire ma non del raccontare. Troppo spesso alla letteratura è mancata la trama, è mancato l’intreccio, è mancata la storia, sono mancati i fatti. In Gori, la trama c’è. I fatti sono raccontati in modo serrato, la costruzione è avvincente, l’intreccio tutt’altro che banale.
Il delitto di un ingegnere impegnato nella costruzione della nuova e ardita strada granducale destinata a collegare Firenze con Modena attraverso il valico dell’Abetone, scatena una serie di fatti di sangue sulle montagne pistoiesi nei dintorni di Cutigliano. Il granduca Pietro Leopoldo, abituato a occuparsi in prima persona di ciò che avviene nel suo regno, si reca sul posto per rendersi conto di quanto stia avvenendo. Ma strada facendo, cade in una imboscata tesa da chi aveva architettato tutto per attirarlo in trappola e ucciderlo. Solo per caso gli viene risparmiata la vita, e il brigante slavo chiamato Lupo, incaricato di eliminarlo, finisce per salvarlo allorché si rende conto che le idee illuminare del sovrano rendono preziosa, per la gente come lui, la sua opera riformatrice. Il complotto teso a eliminare Pietro Leopoldo, che solo nel colpo di scena finale viene rivelato in tutta la sua complessità e nelle sue sofisticate motivazioni, voleva impedire che il Granduca potesse divenire Re delle Colonie Ribelli del Nord America, com’era negli accordi segreti con Jefferson e Washington. Pietro Leopoldo era in contatto con i rivoluzionati americani al punto da collaborare a scrivere la Dichiarazione di Indipendenza (a cui del resto contribuì non poco anche il fiorentino Filippo Mazzei) e il progetto dei capi ribelli e del Granduca prevedeva non che, a indipendenza ottenuta, si costituisse una federazione repubblicana ma una monarchica retta da un sovrano illuminato e democratico, in modo da consentire un passaggio meno traumatico dal regno di re Giorgio verso una nuova ma futura Repubblica destinata a instaurarsi solo quando i tempi fossero stati maturi.  Le idee di Pietro Leopoldo erano infatti del tutto tese all’avvento del “Mondo Nuovo” che avrebbe soppiantato l’Ancient Regime. Egli credeva che gli uomini nascessero tutti liberi e tutti uguali, e che ognuno avesse il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, com’è scritto nella costituzione americana. Il complotto ai suoi danni, benché sventato, gli impedisce comunque di dare tempestive comunicazioni a Jefferson della sua definitiva disponibilità a collaborare e dunque la rivoluzione finisce come la storia ci insegna e con Pietro Leopoldo rimasto al suo posto, a Firenze. Solo nelle ultime pagine scopriamo però che il complotto non era stato ordito, come era lecito supporre, dai reazionari, dai nobili, dagli imperiali o dagli inglesi. Al contrario: a capo c’è addirittura Robespierre, che intendeva impedire comunque l’instaurazione in America di una monarchia seppur illuminata, perché la Rivoluzione fosse completa.  Da notare. infine, come i romanzi di Gori siano sempre ambientati in momenti di passaggio della Storia, all’alba di eventi nuovi. Qui sta per arrivare la Rivoluzione Francese. Così, in “Nero di Maggio”, si era nel 1938, stava per arrivare la bufera. 
Da notare che uno dei personaggi, un popolano della Montagna Pistoiese, si chiama Burattini. Del resto il mio nome figura in una nota insieme a quelli di chi ha fornito all'autore un qualche tipo di consulenza (la mia è stata limitatissima).


domenica 22 maggio 2016

LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER



LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER
di Björn Larsson
Iperborea
1998, cartonato
500 pagine

Che dire, se non "straordinario"? La recensione potrebbe finire qui, con un invito (nel vostro interesse) a procurarvi il libro e leggerlo prima possibile. Ma, per dovere di curatore di un blog letterario, ecco qualche annotazione in più. Scritta nel 1995 a bordo di una barca a vela (la "Rustica") da un docente universitario svedese (titolare di una cattedra in letteratura francese) che trascorre in mare tutto il tempo che può, "La vera storia del pirata Long John Silver" è una scommessa azzardata perfettamente vinta. 
L'idea che sostiene il romanzo è audace e intrigante: far raccontare in prima persona a Long John Silver la propria vita (in pratica, pubblicare la sua autobiografia) come se il pirata senza una gamba protagonista de "L'isola del tesoro" fosse davvero esistito. Del resto, lo stesso capolavoro di Robert Louis Stevenson è scritto in prima persona da Jim Hawkins, il mozzo dell'"Hispaniola", e dunque Larsson può compiere la stessa operazione facendo redigere a Silver la propria versione dei fatti. In realtà, ciò che è raccontato nel "Treasure Island" viene dato per scontato: Long John narra ciò che accaduto prima e che ciò che accade dopo. 
La difficoltà dell'operazione è duplice. Innanzitutto, bisognava ricostruire dei fatti che non contraddicessero in niente ciò che Stevenson riferisce del pirata. Dunque Silver doveva conoscere il latino e sostenere conversazioni colte, essersi sposato con una donna di colore di nome Dolores, aver perso una gamba, aver militato nelle ciurme di England (pirata realmente esistito) e di Flint (pirata inventato), dimostrarsi un valente marinaio nonostante la menomazione, manifestare talento e carisma da vendere senza essere mai diventato (o non aver mai voluto diventare) un capitano, non essere un ubriacone né uno scialacquatore di ricchezze (caso più unico che raro nella storia della pirateria), saper ingannare e dissimulare con estrema intelligenza, riuscire a manovrare gli uomini, farsi rispettare e incutere terrore ma non risultare un assassino sconsiderato, rispettare un proprio codice, avere il dono di cavarsela sempre e comunque, e via dicendo. In secondo luogo, a quale scrittore non sarebbero tremate le gambe dovendo reggere il confronto con Stevenson, nel maneggiare un personaggio del genere? 
Larsson riesce nell'impresa e ci consegna un Long John Silver memorabile, a cominciare dal linguaggio con cui si esprime: colto e tagliente, lucido e colorito, in grado di trasmetterci l'ansia di libertà, la voglia di vivere e sopravvivere e il leonino impeto di ribellione (contro le autorità e contro Dio) di un pirata consapevole (anche se non da subito, ma dopo un percorso di crescita) del significato delle sue azioni. Abile con la penna e con la spada, in grado di uccidere a mani nude e con l'inganno, assertore dell'uguaglianza degli uomini nel bene e nel male ma pronto a disprezzare moralisti, ottusi e stupidi, coraggioso e astuto in pari grado, Long John Silver è un assassino in grado di sedurci, esattamente come il pirata di Stevenson riesce a farsi perdonare da Jim Hawkins e a colpire al cuore i lettori dell' "Isola del Tesoro". Larsson, inoltre, rende credibile un pirata letterario: dopo aver studiato a fondo la storia della pirateria, imbastisce una trama che permette di avere un quadro coerente ed esaustivo della vita in mare a cavallo tra Seicento e Settecento, sconvolgendoci per le sofferenze degli equipaggi e la facilità con cui centinaia e centinaia di uomini morivano per le tempeste ma anche e soprattutto per le dure condizioni a bordo delle navi, vessati da comandanti crudeli e sottoposti a regole rigide e alla pena di morte per ogni nonnulla. Non c'è da meravigliarsi se in molti, attaccati dai pirati, passavano dalla parte degli assalitori. Pirati che crepavano come mosche a loro volta, in combattimento, impiccati dopo la cattura, per malattia o per il troppo bere (letteralmente affogati nel rum). 
Di ciò che racconta, Larsson sottolinea la verosimiglianza: giri di chiglia, esecuzioni capitali, ammutinamenti, torture, trasporto di schiavi, contrabbando, arruolamenti forzati, c'è di tutto, ed è tutta storia. Non a caso Long John incontra a Londra lo scrittore Daniel Defoe, impegnato a scrivere la sua monumentale "Storia generale dei pirati": è proprio Silver, spiega Larsson, a fornire all'autore di "Robinson Crusoe" le notizie sui "gentiluomini di ventura" a patto di essere lasciato fuori, di non comparire (nella speranza di evitare la forca il più a lungo possibile). Naturalmente viene svelato come Long John ha perso la gamba, perché venga soprannominato "Barbecue", come mai Flint abbia sepolto il suo tesoro (i pirati non erano usi a farlo), e quindi c'è la parte con Silver vecchio ritiratisi in Madagascar, dove però gli inglesi lo vanno a cercare con la tenacia di un branco di cani da caccia. Il finale lascia con il dubbio che Long John se la possa essere cavata ancora un'ultima volta, prendendo per il naso la marina britannica e tutti noi lettori.

domenica 30 agosto 2015

L'AFFARE VIVALDI




L'AFFARE VIVALDI
di Federico Maria Sardelli
Sellerio
2015, brossurato
304 pagine, 14 euro.

"La storia della riscoperta dei manoscritti di Vivaldi è davvero andata così. Diversamente da quanto scrivono di solito i romanzieri alla fine del loro lavoro ('i personaggi narrati sono frutto della mia fantasia' o formule simili), io devo invece assicurare il lettore che i fatti narrati sono, in grandissima parte, realmente accaduti, e solo in pochi casi ho dovuto inventare personaggi o situazioni allo scopo di riempire il vuoto lasciato dai documenti". 

Così scrive Federico Maria Sardelli nelle sue esaustive "Note sulle fonti" in calce al libro. Documenti, si badi bene, che Sardelli ben conosce non soltanto per dovere di romanziere tenuto a informarsi sulla materia di cui intende scrivere, ma perché si tratta di uno dei massimi esperti dell'opera vivaldiana in quanto membro del comitato scientifico dell'Istituto italiano Antonio Vivaldi e responsabile del suo Catalago. Inoltre è direttore d'orchestra di fama internazionale con all'attivo numerose prime incisioni ed esecuzioni musicali. Il fatto che, a tempo perso, sia anche uno dei più geniali disegnatori e scrittori satirici de "Il vernacoliere" di Livorno non inficia, ma anzi accresce, i suoi meriti. Sembra quasi incredibile che un musicista del suo calibro sia anche l'autore di "Le più belle cartoline dal mondo" o de "I miracoli di Padre Pio" (due fra i più esilaranti titoli a sua forma) e io non ci volevo credere prima di aver avuto la fortuna di conoscerlo di persona, ma assicuro che è così. Sembra anche incredibile quello che Sardelli racconta nel suo romanzo a proposito dei manoscritti vivaldiani, contenenti centinaia di composizioni inedite rimaste sconosciute per oltre un secolo e mezzo, dopo la morte in povertà del "Prete rosso" (Vivaldi era un religioso e aveva i capelli color carota). Ciò che meraviglia non è tanto che il fratello del musicista, Francesco, abbia svenduto l'archivio del defunto Antonio per pagare i debiti, ma che di mano in mano un simile tesoro sia stato misconosciuto e ignorato per tanti anni e abbia addirittura rischiato di finire perduto per sempre, se non fosse stato per l'opera di alcuni benemeriti (tra cui spiccano Luigi Torri e Alberto Gentili), che, negli Anni Venti e nei due decenni successivi, invece di venire ricoperti di onori vennero addirittura perseguitati dal fascismo. 

Alcune pagine fanno male: quelle sulle leggi razziali, certo, ma anche quelle sul lascito da parte del bibliofilo Marcello Durazzo dei volumi vivaldiani ai padri salesiani del Collegio San Carlo a Borgo San Martino. Durazzo sperava di lasciare in eredità i suoi preziosi libri a qualcuno che sapesse valorizzarli e custodirli e i religiosi furono quasi infastiditi di dover ricevere una massa di carta invece di denaro e terreni e lasciarono tutto a marcire. Il racconto di Sardelli alterna avvenimenti di anni diversi passando dal Settecento al Novecento all'Ottocento assecondando un estro romanzesco supportato dalla citazione di testuali documenti. Nonostante l'autore non sia un romanziere di professione (e dunque gli manchi il mestiere di un John Grisham o di un Ken Follett che da questa materia avrebbero tratto un best seller), il libro si legge con il fiato sospeso dalla prima all'ultima pagina.