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domenica 21 giugno 2026

LA FAMIGLIA PASSERINI

 



Filippo Pieri

Cristiano ‘Cryx’ Corsani

LA FAMIGLIA PASSERINI

Amazon Kdp

2026 

52 pp. a colori

brossura

9,90 €


 

Ho sempre seguito con affetto e simpatia il percorso di Filippo Pieri, fumettista per autentica passione, sceneggiatore (ma in grado di disegnare, all’occorrenza), umorista (ma capace di muoversi tra generi diversi, quando serve). Insieme al socio ideale Cristiano “Cryx” Corsani ha  realizzato la trilogia di Viviane l’Infermiera (Sbam! Libri, 2018-2024), tre albi che mescolano la commedia sexy all’italiana degli anni Settanta con lo spirito di Amici Miei e un pizzico di satira amara. Ne abbiamo parlato in dettaglio su questo stesso blog.

Con La Famiglia Passerini i due autori si applicano a un umorismo più quotidiano e generazionale. La serie, composta da tavole autoconclusive, ha debuttato nell’ottobre 2018 sul sito Cryx Comics con il titolo The Flippies. Successivamente è approdata sulla rivista cartacea Il Vernacoliere, il celebre mensile satirico toscano diretto da Mario Cardinali, dove viene pubblicata con il nome definitivo La Famiglia Passerini.

Come spiega Filippo Pieri: «Inizialmente la serie si chiamava The Flippies, dal nome di un trucco degli smanettoni di un tempo sui floppy disk da 720 byte per raddoppiare la capacità praticando un foro sul lato, e per questo c’è un floppy sul logo della serie. Quando però abbiamo proposto la serie a Mario Cardinali ci ha detto che i nomi in inglese non sono graditi sulla rivista e quindi abbiamo pensato a “passera” (variante di “topa”, parola cara ai livornesi) da lì il cognome Passerini».

Il protagonista è il classico pre-digitale, nato in un’epoca in cui i computer non c’erano o stavano appena arrivando, che viene catapultato da adulto in un mondo di smartphone, app, WiFi, aggiornamenti forzati, smart home e intelligenza artificiale. Accanto a lui troviamo la moglie, che ama la tecnologia e la usa con entusiasmo pur capendola solo il giusto, e la figlia, nativa digitale, che risolve i problemi in modo rapido e naturale. Completano il cast un cane e un pesce rosso che commentano sarcasticamente le disavventure dei padroni di casa.

Cryx e Pieri sembrano aver spiato una famiglia vera per mesi e averla raccontata senza filtri, ma con grande affetto. Le gag nascono dal diverso rapporto delle generazioni con la tecnologia: la serie satireggia con intelligenza sulle difficoltà, i paradossi e le situazioni comiche generate da una dipendenza che dovrebbe semplificare la vita ma spesso la complica.

I disegni di Cryx sono puliti e vivaci, dal tratto cartoonesco efficace. Le espressioni del capofamiglia, che passa dall’aria da esperto a quella da vittima in un attimo, sono un piccolo capolavoro, così come le occhiate esasperate della moglie e lo sguardo clinico della figlia, che osserva i genitori come una specie in via di estinzione. Il cane e il pesciolino rosso rubano spesso la scena con i loro commenti cinici.

La Famiglia Passerini è una lettura fresca e divertente, capace di far sorridere riconoscendo situazioni tristemente vere, come testimonio io stesso medesimo nella mia introduzione.

 

FILIPPO PIERI SU QUESTO BLOG 

Luke Ness, PHD - L’esecrabile uomo delle nevi https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/02/luke-ness-phd-lesecrabile-uomo-delle.html

Il passato di Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/08/il-passato-di-viviane-linfermiera.html

Sulle tracce di Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/12/sulle-tracce-di-viviane-linfermiera.html

Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/07/viviane-linfermiera.html

 

mercoledì 23 luglio 2025

TATA'



Valérie Perrin
TATA’
Edizioni e/o
2024, brossura
608 pagine, 21 euro

Non tutte le ciambelle riescono col buco, e questo quarto romanzo della scrittrice francese Valérie Perrin (1967) è probabilmente quello che le è venuto un po’ più stortignaccolo. Il precedente, “Tre”, invece era decisamente bello: ne avevamo parlato in questo stesso blog.
Dicendo che “Tatà” delude le aspettative comunque va da sé che le aspettative erano alte, visto il talento dell’autrice e la sua abilità di costruire intrecci intriganti di pari passo alla caratterizzazione e all’approfondimento psicologico dei personaggi. La Perrin riesce, insomma, a dar vita a trame avvincenti con misteri da chiarire e ingegnosi colpi di scena senza che le si possa attribuire una etichetta di genere, raccontando di personaggi calati nella realtà della vita quotidiana e nei loro legami famigliari e amicali. Un equilibrio delicato che, però, con “Tatà” si è sbilanciato. Il desiderio di costruire un meccanismo in grado di sorprendere il lettore con impreviste rivelazioni che si susseguono la porta a dar vita a una architettura inutilmente complicata e difficile da credere. Lo stesso difetto di Joël Dicker ne “La verità sul caso Harry Quebert”,anche se, dal punto di vista della qualità della scrittura, la francese surclassa lo svizzero. 
Eppure l’inizio di “Tatà” è promettente:  Agnès, una regista cinematografica di successo che vive il personale dramma di una crisi coniugale, riceve la notizia della morte della zia Colette Septembre. Il fatto è che Colette era già stata dichiarata morta tre anni prima. Agnès si reca nel suo paese natale, a Gueugnon, una cittadina della Borgogna a nord della Francia, per indagare: dopo aver riconosciuto il cadavere della zia, defunta per cause naturali, serve scoprire chi è sepolto, dunque, al posto suo, nella tomba che reca il suo nome e perché la vecchietta abbia deciso di fingersi morta nascondendosi da tutti nei suoi ultimi anni di vita. Le indagini di Agnès ricostruiscono pezzo per pezzo la vita di Tatà Colette e, con la sua, quella dell’intera loro famiglia, dagli anni dell’occupazione nazista della Francia ai giorni nostri, ovvero quelli del romanzo, ambientato nel 2010 nella sua parte principale. Tutto ciò che la regista credeva di sapere sui genitori e i parenti viene rimesso in discussione, e la Perrin esplora la complessità dei legami famigliari, che vanno al di là dei vincoli biologici. Nell’intreccio trovano posto anche le figure di un gruppo di amici d’infanzia che Colette ritrova a Gueugnon, e che la aiutano nella ricerca della verità. L’indagine alterna vari piani temporali saltando di decennio in decennio e tornando indietro, e la narrazione viene affidata a voci diverse, perché attraverso alcune decine di audiocassette la stessa Tatà racconta (ma con una lentezza esasperante) gran parte di ciò che Agnès vuol sapere (se la regista le avesse ascoltate tutte di fila o se la zia, come sembrerebbe più logico, avesse spiegato tutto in una cassetta sola, facendola breve, la faccenda sarebbe stata più credibile. Oppure sarebbe bastata una lettera. Invece, Agnés si fa durare l’ascolto per tutto il romanzo arrivando all’ultima registrazione giusto in fondo al libro. Alla verità, che nella vita reale tutti vorrebbero sapere subito, si giunge in modo frammentato. Ed è poco convincente che la protagonista, di fronte alle cassette audio che potrebbero rivelargli tutto, pensi: “Me la prenderò con calma, voglio scoprire quelle cassette poco a poco, come un regalo. Non le ascolterò in ordine, chiuderò gli occhi e lascerò fare al caso, come quando si legge un libro che non si vuole divorare, ma assaporare. Ho tutto il tempo che voglio”. La sospensione dell’incredulità nel lettore vacilla e viene messa a dura prova. 
Le perplessità aumentano quando ci viene presentatala figura di Blanche, che personalmente ho trovato indigesta e poco credibile. Come poco credibile sono i rapporti fra Blanche e suo padre e quelli fra Colette e sua madre, genitori degeneri decisamente sopra le righe. Soprattutto il papà di Blanche è davvero fuori registro, al punto da assomigliare allo Zalachenko padre di Lisbeth Salander nella saga di “Millennium” (lui sì, però, in grado di creare la suspension of disbelief). Il lettore apprende del perché Blanche debba nascondersi da un vecchietto novantenne e resta di stucco riflettendo sul fatto che sarebbe bastato rivolgersi alla polizia per risolvere ogni problema. Ma accadimenti tirati per i capelli si susseguono per tutto il romanzo e riguardano ogni personaggio: tra quelli più incredibili, l’improbabile storia d’amore fra un diciottenne campione di calcio e la già matura Colette, umile calzolaia – ma anche il matrimonio improvviso, interreligioso, tra un amico di Agnès e una ragazza conosciuta poche settimane prima, nel corso delle indagini. I buoni sentimenti e la correttezza politica imperversano, il potere salvifico dell’amicizia è la panacea di ogni male, il racconto è pieno di morali della favola e il guaio è che non si traggono, ci vengono spiegati.



domenica 19 novembre 2023

PASTORALE AMERICANA

 


Philip Roth
PASTORALE AMERICANA
Einaudi
Supercoralli, 2013
Brossura, 460 pagine, 14 euro

Si possono ricavare tante emozioni diverse da “Pastorale americana” di Philip Roth e ci sono diversi piani di lettura di un capolavoro del genere. Io però ne sono uscito sgomento per il dramma di Seymour Levov, detto “lo svedese” per il suo aspetto da vichingo, che si vede sfuggire dalle braccia, rapita da una scelta di vita folle, la figlia Merry. Una figlia nata in una famiglia benestante, da genitori bellissimi, in una casa meravigliosa, educata alla liberalità e alla tolleranza (ebreo il padre, cattolica irlandese la madre Dawn), assecondata nelle sue passioni, seguita e curata in ogni modo, di certo amatissima, che a sedici anni però fugge di casa, diventa una terrorista, fa esplodere bombe, uccide quattro persone, si dà alla clandestinità. E non c’è da pensare che Seymour o Dawn la opprimessero imponendole proprie idee politiche reazionarie, da cui potesse derivare tanta follia, anzi, Roth riporta le conversazioni piene di buon senso e buoni sentimenti con cui il pazientissimo svedese cerca di far ragionare Merry, prima che improvvisamente esploda la prima bomba e la ragazzina scompaia. Ma non è solo questo che sgomenta. E’ la ricerca disperata del padre che non si rassegna alla sua fuga, la crede prigioniera, si illude che potendola riabbracciare potrebbe farsi spiegare come sono andate realmente le cose, perché di certo non può essere stata Merry a uccidere quelle persone. Lo strazio di Seymour è totale, e ne sono stato annichilito anch’io. Il dramma manda a monte il matrimonio con Dawn, amici carissimi si scoprono essere infidi, tutto il mondo dorato che lo svedese ha cercato di costruire attorno a se va in fumo come una fotografia della famiglia felice a cui si dà fuoco. “Pastorale americana”, titolo tragicamente ironico che allude a un idillio che è soltanto illusione, è certamente molto più di una tragedia famigliare, però è questo che soprattutto mi ha segnato. Poi, in questa storia lunga trent’anni (dai tempi del liceo dello svedese, campione sportivo noto in tutto il New Jersey, durante la Seconda Guerra Mondiale, fino alla metà degli anni Settanta, ma con un prologo nei Novanta), si raccontano il sogno americano, le paturnie religiose, l’antisemitismo, il razzismo, il boom economico e le rivolte operaie, il conflitto in Vietnam, lo scandalo Watergate, il terrorismo, il comunismo e l’anticomunismo: tutto viene descritto con odio e con amore, sempre impietosamente. Roth, attraverso il racconto fittiziamente fatto dal suo alter ego Nathan Zuckerman (figura ricorrete nei romanzi dello scrittore) salta di continuo fra gli anni e gli avvenimenti, non procede in ordine cronologico, ma tutto ciò che racconta serve a riempire uno spazio in un puzzle che si costruisce a chiazze, a gruppi di tessere. Scritto nel 1997, nel 1997 il romanzo ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa.

lunedì 28 agosto 2023

L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI

 
 

 
 
Georges Simenon
L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI
Adelphi
Settima edizione settembre 1995
brossurato - 220 pagine -  lire 11.000

Georges Simenon, uno dei più grandi scrittori del XX secolo, non significa solo Maigret. Al contrario, i suoi romanzi migliori non hanno come protagonista il commissario parigino. Trovo straordinario questo "L'uomo che guardava passare i treni", la storia di Kees Popinga, grigio borghese che ha una linda casetta e una bella famigliola in Olanda, conduce una vita assolutamente monotona e rispettosa delle convenzioni. Fuma sempre i soliti sigari sulla solita bella poltrona, va sempre al solito circolo a giocare a scacchi facendo ritorno sempre alla solita ora, si veste sempre al solito modo, scambia poche parole con la moglie e con la figlia e con la donna di servizio, lavora in modo freddo e scrupoloso, non si lascia mai andare, è perfino moralista e guarda con disgusto i bar dove ci si ubriaca e i postriboli dove si scopa. Ha solo un vizio: guarda passare i treni, di notte, e si chiede chi siano e dove vadano i viaggiatori dietro le luci accese dei vagoni letto. Poi, una sera, tutto cambia.  Da qui in poi, occhio allo spoiler (lo scrivo per pridenza, ma si tratta di un romanzo molto noto, scritto nel 1938). 
Incontra il titolare della sua ditta che sta fuggendo con gli ultimi soldi rimasti, e scopre che per anni, sotto il suo naso, l'uomo ha truffato soci e dipendenti e ha portato la società alla bancarotta. L'uomo, prima di eclissarsi, gli rivela come il mondo non vada come lui creda. Lui è l'amante della moglie del farmacista e frequenta una prostituta ad Amsterdam. Tutti truffano tutti, tutti tradiscono tutti, e la stessa moglie di Kees potrebbe non essere fedele come lui crede: perchè se no sua figlia avrebbe i capelli e gli occhi scuri, lì in Olanda dove tutti, Kees compreso, sono biondi? Kees allora, come allucinato, fugge a Parigi. Smette di guardare passare i treni, ci sale sopra. A Parigi comincia a vivere fuori da ogni regola e convenzione, e finisce pure per uccidere una prostituta e viene braccato dalla polizia. A questo punto vale la pena di leggere la sua "confessione", scritta a un giornale parigino durante la latitanza, così come Simenon ce la presenta: "Pare che per sedici anni io sia stato un buon marito e un buon padre. Non è vero. Se non ho mai tradito mia moglie è perché si sarebbe subito saputo e la signora Popinga mi avrebbe reso la vita impossibile. Non avrebbe dato in escandescenze, avrebbe fatto quel che era solita fare quando, per avventura, compravo qualcosa che non era di suo gradimento oppure fumavo un sigaro di troppo. Passava due o tre giorni senza rivolgermi la parola, aggirandosi per casa con aria afflitta. Ho preferito evitare queste scene e ci sono riuscito, a patto di contentarmi, per sedici anni, di una sera la settimana dedicata agli scacchi e di una partita a biliardo di tanto in tanto. A casa mia, o per meglio dire a casa di mia moglie, per sedici anni ho invidiato quelli che escono la sera senza dire dove vanno, quelli che si vedono passare a braccetto di una bella donna, quelli che prendono un treno e vanno via. Quanto a essere stato un buon padre, non lo credo. Se si afferma che sono un buon padre solo perché invento per loro nuovi giochi, ci si inganna. Mi sono sempre annoiato. Ho continuato a lavorare per abitudine, marito di mia moglie e padre dei miei figli per abitudine, perché non so chi ha deciso che così doveva essere e non altrimenti. E se io, proprio io, avessi deciso altrimenti? Non si può immaginare fino a che punto, una volta presa questa decisione, tutto diventi semplice. Non occorre più occuparsi di quel che pensa il Tale o il Talaltro, di quel che è permesso, di quel che è proibito, dignitoso o meno, corretto o scorretto. Dicono che sono fuggito come un pazzo. Ma possibile che nessuno capisca come prima' qualcosa in me non funzionava? Non sono né pazzo né maniaco! Solo che a quarant'anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi perché ho scoperto un po' tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato. Per quarant'anni mi sono annoiato. Per quarant'anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di coloro che si danno da fare per prenderli. Dite pure che sono pazzo, se questo vi fa piacere. I pazzi siete voi, come lo ero io prima di fuggire". Kees Popinga, al termine del romanzo, viene arrestato e chiuso in manicomio. Dove la moglie lo va a trovare regolarmente tutti i primi martedì del mese.


venerdì 3 febbraio 2023

LETTERA A MIA MADRE

 




George Simenon
LETTERA A MIA MADRE
Adelphi
brossurato, 2016
100 pagine, 10 euro

"Perché sei venuto, Georges?", chiede la novantenne Henriette Brüll, quando (un giorno del 1970) vede entrare nella sua stanza d'ospedale il figlio, Georges Simenon, tornato a Liegi, in Belgio, al suo capezzale dopo anni di lontananza. Ricordando quella frase, e scrivendo nel 1974 la sua "Lettera a mia madre", Simenon annota: "Veramente ti sei meravigliata di vedermi? Ti immaginavi forse che non sarei venuto, che non avrei assistito alla tua agonia, al tuo funerale? Mi credevi indifferente, nemico addirittura? Davvero c'era sorpresa in quei tuoi occhi, nel loro grigio slavato, oppure era un'altra delle tue commedie? Lo sapevi che sarei venuto, mi aspettavi, ne sono sicuro". Del suo difficile rapporto con la madre Simonon ha parlato spesso in interviste e in romanzi autobiografici. Si sentiva più parte del clan dei Simenon, quello di cui faceva parte suo padre Desiré, belga (Henriette Brüll e la sua famiglia erano olandesi). Tre anni e mezzo dopo la morte della mamma, nel 1974, Simenon le scrive la Lettera con cui fa pace con la sua figura: "Ora soltanto, forse, comincio a capirti. Ho trascorso l'infanzia, l'adolescenza insieme a te, sotto lo stesso tetto, e quando a diciannove anni ti ho lasciata, sono partito per Parigi, eri ancora un'estranea per me". La Lettera è composta da brevi frasi, collegate fra loro come frammenti di un flusso di pensiero, attraverso le quali lo scrittore (il terzo autore francese più tradotto nel mondo dopo Verne e Dumas) racconta sia i giorni trascorsi al capezzale della mamma sia frammenti e aneddoti della vita di lei, ricordati in ordine sparso, come in uno spontaneo riaffiorare alla mente. Piano piano il ritratto di Henrietta si va perfezionando senza però che nulla, nella prosa di Simenon, sembri falso o letterario. Una donna orgogliosa, tenace, apparentemente avara di empatia, ma in realtà piena di sentimenti tenuti gelosamente nascosti. "Eri di coloro che non hanno ricevuto niente; di coloro che ogni gioia, anche piccola, la devono conquistare con le unghie e coi denti", scrive Simenon. E conclude: "Madre, io non ho niente da rimproverarti, non ti rimprovero niente, lo vedi bene. Hai seguito il corso della tua vita con una fedeltà rara, rarissima anzi, al tuo scopo. Lo hai raggiunto. Forse per questo nel letto d'ospedale il tuo sguardo è così sereno, per questo a tratti vi brilla persino una pagliuzza d'ironia. Li hai messi tutti nel sacco!".

domenica 29 gennaio 2023

INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO

 
 
 

 
 
 
Jean-Luc Seigle
INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO
Feltrinellib
brossurato, 2013
180 pagine


Il romanzo, pubblicato in Francia da Flemmarion nel 2012 e in Italia da Feltrinelli l’anno successivo, ha vinto il Gran Prix del Salone del Libro di Parigi. Jean-Luc Seigle, scrittore, sceneggiatore cinematografico e drammaturgo (1955-2020), è autore anche di altri titoli di successo, come “Ti scrivo al buio” (2015). “Invecchiando gli uomini piangono" ha la caratteristica di svolgersi tutto nell’arco di un solo giorno, il 9 luglio 1961. Protagonisti ne sono un operaio di cinquantatrè anni, Albert Chassaing, e la sua famiglia: la moglie Suzanne, il figlio Gilles, l’anziana madre Madeleine, che soffre di demenza senile. Un altro figlio, Henri, è a combattere in Algeria. Siamo a Clermont, in Alvernia, un piccolo borgo un tempo agricolo che però sta vedendo sempre più abitanti impiegarsi nel vicino stabilimento della Michelin, come appunto Albert. Il romanzo è appunto attraversato dal senso della trasformazione, dei tempi che cambiano. Chassaing non riconosce più il suo mondo: quello rurale in cui è nato sta scomparendo, così come l’uso del dialetto del luogo, sostituito dal francese. Suzanne invece vive nell’ansia della modernità, vorrebbe trasferirsi in città e intanto attende, proprio per a quel giorno, l’arrivo del primo televisore che le permetterà di vedere suo figlio Henri intervistato con altri soldati in un servizio del notiziario della sera. La realtà tragica della guerra, messa davanti agli occhi della madre dalle immagini sul piccolo schermo, però, la sconvolgono. Suzanne e Albert non hanno più intimità, il loro matrimonio è finito, ma lei è ancora una donna piacente e c’è chi le fa la corte. Quel 9 luglio segna anche il suo primo tradimento del marito. Gilles, intanto, passa il tempo leggendo: lo vediamo immerso in un romanzo di Balzac, intento a farsi domande sul rapporto tra la vita e la letteratura. I genitori non sembrano capire l’ossessione del figlio per i libri, ma Albert capisce che cosa fare: affidarlo a un insegnante in pensione loro vicino, perché prenda ripetizioni e soprattutto venga guidato verso un futuro migliore dei suoi nonni contadini e del padre operaio. Fin dalla prima pagina ci viene svelato il proposito di Albert di togliersi la vita: “Alber non pensava a morire, aveva il desiderio di farla finita”. La decisione, ormai presa, lo accompagna per tutta la giornata, un giorno qualunque degli anni Sessanta che però, come tuti i giorni della Storia, sono parte del grande racconto dell’umanità. In quarta di copertina è riportata una frase da una recensione de “L’express”: “Alcuni libri possiedono una grazia misteriosa. E’ il caso del romanzo di Jean-Luc Siegle, magnifico e sconvolgente”. Tra le pagine più belle, e forse più inquietanti, quelle in cui Albert deve lavare la vecchia madre, nuda davanti a lui e sotto le sue mani.

giovedì 6 gennaio 2022

L'EREDITA' MORALE

 

 
 
Fausto Serra
L'EREDITA' MORALE
Youcanprint
2021, brossura
224 pagine, 12.90


Sono una trentina le bellissime illustrazioni di Walter Venturi che corredano e commentano questo libro di Fausto Serra. Venturi, disegnatore di punta di Zagor (oltre che di tanti altri fumetti) è legato a Fausto da una grande amicizia nata durante i "Rendez Vous" degli appassionati zagoriani che Serra ha organizzato per vari anni (e conta di organizzarne altri) a Viddalba, in Sardegna, in provincia di Sassari. Uomo dalla tempra inossidabile, impegnato su mille fronti e dotato di grande umanità, Fausto è anche molto legato alla sua terra. Lo dimostra con questo romanzo, in cui va in cerca delle proprie radici, ricostruendo la storia della propria famiglia, a partire dalla figura del nonno, Giovann'Angelo, classe 1870. Per farlo, si è messo sulle tracce dei resti del vecchio mulino dove abitava, oggi ruderi nascosti dalla vegetazione. Il racconto si concentra soprattutto su Giovanni Maria, detto Minniu, suo padre, ultimo genito di una nidiata di quattro sorelle e tre fratelli, rimasti giovanissimi orfani di entrambi i genitori. Ne viene fuori una storia, raccontata molto bene, che si rivela, da particolare che è, del tutto universale. Al tempo stesso, sa descrivere una terra e la sua gente. Ho cercato di spiegarlo nella mia prefazione, che riporto qui di seguito.

RADICI
di Moreno Burattini

Il passaggio dalla preistoria all’epoca storica è segnato da uno snodo fondamentale: la testimonianza scritta. Prima dell’invenzione della scrittura, degli eventi umani non rimaneva traccia. Certo, ci sono stati millenni di tradizioni orali. Ma tutto svanisce, se non si scrive. E’ per questo che gli uomini hanno sempre sentito il bisogno di fissare su carta (o su qualunque altro supporto) la memoria di se stessi. C’è la foto di alcuni ruderi divorati dalla vegetazione, a pagina 216 di questo libro: sono quelli del vecchio mulino dove un tempo viveva la famiglia di Fausto Serra, l’autore delle pagine che state per leggere. Ruderi che il tempo presto cancellerà per sempre, ma il cui ricordo è possibile tramandare al di là delle reminiscenze dei singoli. Fausto è andato a cercare quelle pietre, come si legge all’inizio del suo racconto, alla ricerca di un pezzo di sé stesso. Che cosa siamo, senza le nostre origini? La letteratura è memoria ed è memoria delle nostre radici, il racconto del percorso fatto attraverso cui è possibile capire dove siamo arrivati. Noi siamo la nostra memoria: chi è privo di ricordi non sa chi è. Serra, come tanti prima di lui, è andato in cerca delle proprie radici e di questa ricerca ha tratto il libro che avete fra le mani, raccontando la storia di suo padre (il quale a sua volta aveva un padre, che aveva un padre, che aveva un padre) per raccontare se stesso, per comprendersi e completarsi. Ma le radici di una pianta sono legate a una terra. Non si capisce un uomo senza capire la sua terra: quella in cui è nato, quella in cui è vissuto, magari quella da cui è fuggito (perché una terra sa anche essere matrigna), oppure quella in cui si è trapiantato. E le radici sono al plurale perché tante, ramificate, contorte, intrecciate con altre con cui formano un reticolo inestricabile. Quindi, la storia di un uomo è connessa a quelle di altri uomini, la storia di una famiglia a quella di altre famiglie. Per questo il libro che avete fra le mani non è soltanto il racconto di un nonno, dei suoi figli e dei suoi nipoti, ma assume un valore universale. C’è un vecchio mulino, o il suo corrispondente (una casa dei nonni, una antica cascina), nella storia di tutti noi, che proveniamo da un mondo, da una realtà, da una società di cui non dobbiamo perdere il ricordo, né, soprattutto, i valori.

martedì 9 novembre 2021

MAL DI PIETRE

 
 
 
 
 
 
 
Milena Agus
MAL DI PIETRE
Nottetempo
2006, 120 pagine


Mentre il film che ne è stato tratto nel 2016 dà un nome alla protagonista (Gabrielle, interpretata da Marion Cotillard), nel romanzo di Milana Agus, del 2006, si parla di lei solo come “la nonna”. Del resto, nel libro non ci sono altri nomi ma solo definizioni come “il nonno”, “il reduce”, “papà”, “la zia”. Vero è che il film non è fedele al testo ma una libera trasposizione ambientata in Francia (la pellicola è infatti francese), mentre la vicenda originaria è sarda, e sarda fino in fondo. Del resto, “Mal di pietre” (pur finalista a Stresa, al Campiello, allo Strega) non ha avuto un successo di vendite paragonabile a quello ottenuto oltralpe. Il romanzo ricostruisce la (fittizia) storia famigliare dell’anonima narratrice, nipote di quella nonna la cui vita, in pratica, fa da asse portante a tutta la narrazione, dagli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale fino ai primi del nuovo millennio. Una nonna davvero strana, forse bizzarra, sicuramente particolare. Ritenuta matta dai parenti, fin da bambina, per i suoi comportamenti sopra le righe ritenuti un disonore per una famiglia di compassati sardi, al punto da far progettare un internamento in manicomio. La nonna scriveva racconti e poesie, dipingeva, manifestava una libido vivacissima, non sapeva tenere la testa bassa e frenarsi, cercava disperatamente l’amore al di fuori delle convenzioni sociali, con il risultato di far fuggire, nonostante il bell’aspetto e le forme procaci, tutti i pretendenti, suoi e delle sorelle (che imparentarsi con una pazza non voleva nessuno). Finché giunge il nonno, un uomo taciturno e paziente, che accetta di sposarla senza amore, come per risolvere la situazione, sua (è rimasto vedovo in seguito al bombardamento di Cagliari) e di lei. Il nonno riesce a farsi volere bene, alla fine. La nonna, per ripicca alla costrizione famigliare, per un po’ rifiuta ogni rapporto sessuale, poi, incuriosita dalle visite del marito alle case chiuse, quasi per gioco si propone di imparare a fare meglio e di più ogni prestazione. Riuscendoci benissimo. Il “mal di pietre”, cioè la calcolosi renale, di cui soffre la nonna, le impedisce di avere figli: un soggiorno in una località termale del continente sembra rimettere le cose a posto, almeno per un po’, e nasce un bambino, futuro musicista (il padre della narratrice). La storia della nonna è immaginata come recuperata dalle annotazioni su un quaderno ritrovato dopo la sua morte: lì è narrata una storia d’amore e di sesso vissuta alle Terme, con un Reduce anche lui in cura presso lo stesso stabilimento. Quanto c’è di vero e quanto di sognato lo si capisce solo alla fine. E’ bello il ritratto di una donna (sensuale, complessa, arabescata) che la Agus riesce a regalarci, inserito in un contesto storico che cambia: prima la Guerra, poi la riforma agraria, l’emigrazione, il boom economico, la trasformazione della società sarda e italiana. Colpiscono le pagine in cui la nonna e il nonno vanno a trovare gli zii emigrati a Milano: li credono ricchi e felici e li scoprono in una soffitta, più poveri di loro. La felicità degli altri è sempre immaginaria.

domenica 7 febbraio 2021

LA FAMIGLIA MANZONI

 
 

 
Natalia Ginzburg
LA FAMIGLIA MANZONI
Einaudi
cartonato, 1983
350 pagine, 18000 lire


Vent'anni dopo il suo "Lessico famigliare", Natalia Ginzburg ne scrive uno dedicato a un'altra famiglia, anch'essa piena di parenti e di amici importanti, colti nella loro intimità domestica: quella di Alessandro Manzoni. In realtà, come spiega l'autrice, e come ben sottolinea il titolo, la sua non è una ricostruzione incentrata sulla figura di Alessandro, l'autore dei "Promessi Sposi", che alla fine risulta solo uno dei personaggi in un ritratto di gruppo parecchio affollato, ma proprio su una famiglia intera seguita per oltre cento anni, dal 1762 (nascita di Giulia Beccaria, figlia di Cesare e madre di Alessandro), fino a 1907 (morte di Matildina, figlia di Vittoria, settima figlia di Alessandro). Come la famiglia di origine della Ginzburg, figlia dell'illustre biologo Giuseppe Levi e frequentata da gente come Filippo Turati, Cesare Pavese, Adriano Olivetti, la famiglia Manzoni, non particolarmente ricca e non nobile, finisce per essere al centro di un giro di illustri personaggi, da Carlo Imbonati a Claude Fauriel, da Niccolò Tommaso a Giuseppe Giusti, ma anche Massimo d'Azeglio e Antonio Rosmini. La Ginzburg non si sofferma né sulle opere letterarie di Alessandro Manzoni, né sugli accadimenti storici del Risorgimento, né sulle idee politiche dei personaggi. Se ne accenna, certo, ma solo perché parte del vissuto quotidiano. La conversione al cattolicesimo di Enrichetta Blondel (prima moglie di Alessandro), per esempio, viene analizzata principalmente per i forti dissapori che provocò tra lei e la famiglia di origine, calvinista. Stupiscono, proprio dal punto di vista del vissuto quotidiano, le assurde regole (impraticabili) dettate dall'abate Degola a Giulia Beccaria e alla stessa Enrichetta per il loro percorso di fede. All'autrice interessano soprattutto gli aspetti domestici: i soggiorni estivi in campagna, i viaggi, le frequentazioni, i rapporti tra il parentado. Alessandro Manzoni, alla fine del saggio, ne esce come una gran brava persona, moderno anche nei suoi frequenti attacchi di ansia, umano nella sua balbuzie. Odiosi, invece, un paio dei suoi nove figli, Filippo e soprattutto Enrico, che sperperano il denaro e mendicano senza vergogna assistenza paterna lasciano ovunque debili da pagare. Le pecore nere ci sono in ogni famiglia, insomma. Colpisce, leggendo, l'estrema frequenza in cui qualcuno si ammala, resta tra la vita e la morte, si riprende, ha ricadute. Del resto, tanti dei protagonisti, tormentati da malattie senza fine, muoiono giovani: Enrichetta Blondel a quarantadue anni, la prima figlia Giulietta a ventisei anni. Si resta sbalorditi dalle assurde cure a cui gli ammalati sono sottoposti (di continuo, per esempio, ai salassi con le sanguisughe) e da come i medici brancolino nel buio. Un aspetto negativo del saggio della Ginzburg, costruito esaminando i diari le memorie e l'epistolario dei protagonisti, il continuo ricorso a interminabili citazioni dalle loro lettere. Pagine e pagine di lettere scritte in un linguaggio il più delle volte noioso perché rispondente a un modo di esprimersi prolisso e formale. Si preferirebbe che la Ginzburg riassumesse, ricostruisse le vicende, filtrasse. Ci si rende conto, comunque, di come fossero proprio le lettere il principale modo attraversi il quale si conservavano i rapporti famigliari, almeno nelle famiglie i cui membri sapevano scrivere e potevano permettersi i soldi dei francobolli.

martedì 25 agosto 2020

IL LIBRO DEI BALTIMORE




Joël Dicker 

IL LIBRO DEI BALTIMORE
La nave di Teseo
2016 cartonato
590 pagine


Benché fossi rimasto perplesso dopo la lettura di "La verità sul caso Harry Quebert" (di cui ho già scritto esprimendo tutti i miei dubbi sulla qualità del romanzo a dispetto del clamoroso successo mondiale) ho comunque deciso a concedere una seconda possibilità a Joël Dicker. Dopo parecchie esitazioni, mi sono deciso e ho letto finalmente il suo romanzo successivo, "Il libro dei Baltimore". Ecco, con ogni probabilità Dicker lo saluto qui. Sussistono tutti i motivi per storcere le labbra che c'erano nel precedente romanzo, ma almeno lì c'era un giallo da risolvere e alla fine, bene o male, pur fra mille situazioni tirate per i capelli, il mistero veniva svelato. Personalmente non ho apprezzato la soluzione, ma bisognava ammettere che lo scrittore aveva saputo tenerci incollati fino alla fine. Nel "Libro dei Baltimore" non c'è neppure il giallo. La trovata per farci rimanere incollati fino alla fine è cominciare con l'annunciare una "tragedia" data per avvenuta da chi ne scrive molti anni dopo (lo stesso Marcus Goldman, improbabile scrittore protagonista del "Caso Harry Quebert") e poi procedere con la ricostruzione degli avvenimenti sempre tenendo alta la curiosità su quale mai sarebbe stata questa "tragedia". Non soltanto, nel finale, la "tragedia" si rivela assurda al limite del grottesco, ma per tutto lo svolgimento del romanzo capitano una quantità di avvenimenti a cui si fa fatica a credere. Sostanzialmente Marcus Goldman rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza in seno a una famiglia divisa in due, quella di suo padre, piuttosto squattrinato, e quella dello zio Saul, pieno di milioni. Marcus rimpiange di continuo non essere figlio dello zio Saul, che ha un figlio suo, Hillel, e un secondo, Woody, che ha finito per essere adottato, non si capisce bene perché. Comunque sia, ci sono tre cugini che crescono insieme, e c'è una ragazza che li frequenta, Alexandra, di cui tutti e tre sono innamorati. Romanzo di formazione, si potrebbe dire, se non che il succedersi degli avvenimenti (quelli che avrebbero condotto alla famigerata "tragedia") fa cadere le braccia per come si resta increduli nel sentirli raccontare. Un esempio: lo zio Saul adorato da tutti, a un certo punto teme di essere sostituito, nell'ammirazione dei tre cugini, dal padre di Alexandra che, più ricco di lui, diventa idolatrato, come possono farlo degli adolescenti, dai ragazzi. Allora sponsorizza con sei milioni di dollari lo stadio dove questi vanno ad assistere alle partite di football, in modo che ci sia scritto il suo nome sul portone da dove figli e nipote entrano. Figli e nipote che mai hanno litigato con lui o hanno smesso di volergli bene, beninteso. Però Saul, roso dalla gelosia, fa questo gesto eclatante che lo manda in rovina e provoca la fine anche del suo matrimonio. Si badi bene: lo zio Saul è sempre stato descritto da Marcus come l'uomo più saggio, buono, assennato del mondo. Mah. E vogliamo parlare della tragedia? Non dirò qual è, ma accenno al fatto che tutto nasce da una condanna a cinque anni (ripeto: cinque anni, non cinquanta) a cui uno dei cugini cerca di sottrarsi fuggendo prima dell'incarceramento: inseguito, spara come un assassino nato e ammazza perfino dei poliziotti. Roba da matti: ma perché? Ecco: in cose così ci si imbatte in ogni pagina. A onor del vero va detto che Dicker scrive in modo fluido, che è gradevole da ascoltare, che seicento pagine di romanzo si leggono in poche ore, ma si tratta del grado zero della scrittura. Peraltro, perché mai uno svizzero debba raccontare vicende americane, non si capiva al tempo di Harry Quebert e si continua a non capire adesso.

domenica 5 luglio 2020

GLI OMICIDI DI BEACON HILL





Roger Scarlett
GLI OMICIDI DI BEACON HILL
Polillo Editore
brossurato, 2019
240 pagine, 16.40 euro


I gialli, o meglio, gli arancioni (visto il colore di copertina che li caratterizza), della collana "I bassotti" della Polillo Editore sono una garanzia, per gli appassionati (come il sottoscritto) del classico classico anglo-americano. Quello, per intenderci, con i delitti commessi nelle ville e nei castelli, negli anni Venti o Trenta, quando non c'erano ancora CSI e RIS, e le soluzioni dei misteri si rivelavano sorprendenti e basate su meccanismi logici ineccepibili. Gialli alla Agatha Christie o alla John Dickson Carr, di cui esiste una sterminata produzione proposta anche da autori non altrettanto famosi ma non di rado di ottimo livello. Roger Scarlett, a cui si deve "Gli omicidi di Beacon Hill", è un autore del tutto particolare perché si tratta di uno pseudonimo che nasconde due donne: le americane Dorothy Blair (1903-1976) ed Evelyn Page (1902-1977), che insieme firmarono cinque gialli con protagonista l'ispettore Norton Kane, specializzato in "delitti impossibili". Nel caso di quelli commessi nella villa di Beacon Hill, di proprietà diede ricco mister Sutton, si tratta di due misteri apparentemente insolubili: il padrone di casa viene trovato ucciso con un colpo di pistola in una stanza nella quale c'è solo una sua amica, Mrs Anceney, trovata seduta davanti a lui, la quale dichiara di non aver sparato, nonostante l'arma del delitto rinvenuta su tavolo accanto a lei; portata in una stanza adiacente e messa sotto sorveglianza di un poliziotto in attesa dei primi rilievi sul luogo del delitto, la donna viene a sua volta uccisa da qualcuno che non si sa come abbia potuto entrare e uscire. Il giallo è intrigante, e soprattutto è ben scritto: mantiene alti la tensione e l'interesse con continui colpi di scena. Si arrivava alla fine convinti che le autrici abbiano avuto ragione su tutto, a parte il fatto che il colpevole risulta essere proprio uno dei sospetti. A pensarci bene, se tutti sospettano di un insospettabile, puntare su uno dei sospetti potrebbe perfino sorprendere il lettore.