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venerdì 13 giugno 2025

LE CONFESSIONI DI UN PECCATORE ELETTO

 

 
James Hogg
LE CONFESSIONI DI UN PECCATORE ELETTO
Alcatraz
2025, brossurato
326 pagine, 18 euro

Faccio subito mie le parole con cui Steve Sylvester inizia la sua postfazione: “Il primo a parlarmi di James Hogg fu… James Hogg. No, non il fantasma dello scrittore scozzese del Settecento, ma il suo omonimo discendente, un artista, mio caro amico. Oltre a condividere la passione per i fumetti e la musica rock, io e James abbiamo più volte collaborato nella stesura di testi di canzoni e fu proprio durante una di queste sessioni che mi parlò del suo avo.  La cosa intrigante è che i due non solo condividono lo stesso nome, ma confrontando i pochi ritratti esistenti del celebre antenato si assomigliano anche moltissimo. Ci sono tutti gli elementi per elaborare una trama da gothic novel sulla reincarnazione”. 
Lo stesso è accaduto a me: James Hogg, quello di oggi, è mio sodale da molti anni nella realizzazione di vignette umoristiche (tra cui quattro serie da portare avanti mensilmente per altrettante diverse pubblicazioni) di cui io scrivo i testi che lui illustra dimostrando un portentoso talento umoristico. Frequentandoci, mi ha invitato a consultare Wikipedia e scoprire cosa viene fuori digitando il suo nome. Detto fatto. Scopro così che James Hogg (1770-1835) è stato un poeta e scrittore scozzese. Non frequentò scuole e visse la sua giovinezza in povertà facendo il pastore (proprionel senso di guardiano di pecore), finché il suo datore di lavoro, notando gli sforzi di James per migliorare la propria condizione, lo aiutò a procurarsi dei libri e dopo che lo ebbe visto, da perfetto autodidatta, comporre poesie, lo presentò a Walter Scott, il celebre autore di “Ivanhoe”, che diventò suo amico e mentore. Nel 1801 Hogg pubblica la sua prima raccolta di versi, “Scottish Pastoral”. Dieci anni dopo, lo troviamo trasferito a Edimburgo: fonda riviste e diventa una presenza fissa nei circoli letterari della capitale scozzese, dove comunque le sue origini sono spesso oggetto di derisione.  Lo studioso James Barcus spiega: “Quel pastore era visto come un uomo dal talento potente e originale, ritenuto un genio, ma taluni pensavano che la carenza di una vera e propria educazione formale influisse in maniera negativa sul suo lavoro, ritenuto povero di tatto, cosa che lo aveva portato a parlare, nei suoi scritti, di argomenti ben poco accettabili nella buona società, come ad esempio la prostituzione”. La propensione del James Hogg settecentesco per i temi scabrosi, l’iconoclastia, la satira sociale pare giunta, per ereditarietà genetica, al pronipote novecentesco, che invece di scrivere poesie compone testi di canzoni e anziché pubblicare romanzi satireggia e anticlericaleggia attraverso le sue vignette, molte delle quali ospitate sul “Vernacoliere”. 
Il romanzo più celebre dell’Hogg scozzese è “Le confessioni di un peccatore eletto”, pubblicato nel 1824. Un recensore dell’epoca commenta: “L’impressione che questo libro ha lasciato nelle nostre menti è così spiacevole che vorremmo tanto non averlo letto”.  In anticipo sui tempi com’era, dell’opera di Hogg non si coglieva, da parte dei contemporanei, la valenza satirica e la denuncia degli estremi a cui può portare il fanatismo religioso e settario. Non solo: lo scrittore affrontava temi che altri, anni dopo, avrebbero cavalcato con successo, come quello del Doppelgänger, o del “doppio”. E’ facile riconoscere, con i nostri occhi di lettori di molto tempo dopo, l’anticipazione de “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde” (1886). Si può parlare de “Le confessioni di un peccatore eletto” anche come di uno dei primi romanzi gotici, un genere iniziato nel 1764 da Horace Walpole con “Il castello di Otranto” e che prevede storie in cui si mescolano pulsioni romantiche, soprannaturale e orrore. Tutti elementi che in effetti si ritrovano in Hogg e nel suo racconto di un giovane uomo, Robert Wringhim, educato da un padre fanatico religioso, a cui appare una figura diabolica, ingannatrice e mutaforma, nota come Gil-Martin, che vede soltanto lui. L’incontro avviene dopo che Robert si è convinto che egli è uno degli Eletti, un gruppo di persone predestinato per la salvezza (si noti il riferimento al calvinismo). Salvezza che otterrà accettando la guida di Gil-Martin, il quale, in una spirale di delirio e di follia, lo spinge a compiere omicidi per liberare il mondo dai peccatori, primi fra tutti il proprio padre e suo fratello. Il romanzo, edito da Alcatraz, reca una interessante prefazione di Max Baroni e si fregia di alcune illustrazioni di, indovinate un po’, James Hogg. Quello di oggi, beninteso.


martedì 31 ottobre 2023

HOLLY

 



Stephen King
HOLLY
Sperling & Kupfer
cartonato, 2023
520 pagine, 21.90 euro


Certo che Stephen King si è proprio innamorato della sua eroina Holly Gibney. Del resto lui stesso lo scrive nella sua “Nota dell’autore” in appendice al romanzo: “Ho voluto bene a Holly sin dall’inizio, e desideravo con tutto me stesso tornare a stare in sua compagnia”. E pensare che la Gibney era apparsa soltanto come personaggio secondario in “Mr. Mercedes” e nei successivi due volumi della trilogia. Successivamente, Holly fa altre due apparizioni, in “The Ousider” (2018) e in “Se scorre il sangue” (2020). E’ il caso di ripercorrere un po’ la sua, diciamo così, carriera. Cominciamo appunto con “Mr. Mercedes” (2014), in cui imperversa uno psicopatico, Brady Hartsfield, sulle cui tracce si mette l’anziano poliziotto in pensione Bill Hodges. Costui (un altro grande personaggio kinghiano), nel corso delle sue indagini, finisce per intessere una relazione sentimentale con Janelle Patterson, sorella di una delle vittime del serial killer. Ecco, Holly è la cugina di costei, che acquista maggior rilievo nel romanzo quando proprio Janelle viene uccisa dal pazzo. Si viene a formare così una squadra composta da Hodges, Holly, Pete Huntley (un ex collega di Bill) e Jerome Robinson, un ragazzo di colore che viene coinvolto solo perché, impegnato in piccoli lavori per Hodges (tipo rasargli il prato) finisce per dargli una mano in missioni sempre più impegnative e pericolose. Holly Gibney si occupa soprattutto nelle ricerche informatiche. Ad aiutare il gruppo c’è anche Isabelle Jaynes, una poliziotta intraprendente, che tornerà anche in altri romanzi, compreso “Holly”. Alla fine, Hartsfield finisce in coma e la Bill fonda l’agenzia di investigazioni private battezzata “Finders Keepers”. La sua squadra torna sulla scena con “Chi perde paga” (2016), sostanzialmente una specie di caccia al tesoro alla ricerca dei taccuini di un famoso romanziere, su cui era stata scritta la parte conclusiva, ancora inedita, di una saga letteraria di grande successo. Il collegamento con “Mr. Mercedes” non consiste soltanto nelle indagini della “Finders Keepers”, ma anche nel fatto che uno dei personaggi è il figlio di una delle vittime di Hartsfield, il quale resta sullo sfondo a dormire in ospedale in stato di coma. Ed eccoci al terzo titolo della trilogia, "Fine turno” (2016): qui, il serial killer si risveglia dal coma, scoprendosi dotato di poteri paranormali per colpa degli esperimenti che un medico, all’insaputa di tutti, ha condotto su di lui. Con l’aiuto di Holly, Bill Hodges, risolve definitivamente il caso ma, già malato di cancro al pancreas, muore. In un successivo romanzo, l’orrorifico “The Outsider”, Holly Gibney è la co-protagonista con il detective Ralph Anderson delle indagini su una sorta di creatura mutaforma che si nutre del dolore degli altri. La caccia a un’altra delle medesime creature, che ha preso l’aspetto di un giornalista televisivo sempre il primo ad arrivare sui luoghi delle disgrazie, è l’argomento di “Se scorre il sangue”, dove Holly è finalmente protagonista assoluta. Nel corso di tutte queste apparizioni, Stephen King ha costruito tutto un microcosmo attorno alla sua eroina, che potrebbe forse venire più efficacemente definita anti-eroina, visto che non è addestrata a combattere, è ipocondriaca, ha un rapporto conflittuale con la madre Charlotte, è insicura circa le proprie doti, si sente orfana di Bill Hodgson, non ha l’aspetto di una top model, appare quasi dimessa, fragile. King la descrive piena di piccole manie, afflitta da un complesso di inferiorità, ligia alle regole e meticolosa, attenta, dotata di grande memoria e di capacità di osservazione, oltre a essere una specie di piccola maga del computer. In “Holly” la squadra della “Finders Keepers” è ridotta soltanto a lei e a Pete, soci alla pari, ma Pete è finito in ospedale per Covid (lo stesso Covid che uccide Charlotte all’inizio della storia), Jerome si trova in viaggio per gran parte del tempo convocato da un editore che vuol pubblicare un suo romanzo, e quindi la Gibney deve fare quasi tutto da sola. La morte della madre e ciò che inaspettatamente lascia in eredità alla figlia, costituisce una sottotrama al pari del rapporto che si crea fra Barbara Robinson (sorella di Jerome) e una centenaria poetessa (a dimostrazione di quanto a King piaccia approfondire le vite dei suoi personaggi, a costo a volte i perderci perfino troppo tempo, come segnala lui stesso nella “Nota dell’autore” riferendo di essere tenuto a bada dal proprio editor). Non ci sono elementi soprannaturali nel romanzo “Holly”, che risulta, tutto sommato, un thriller, forse un noir con venature horror. Un thriller di quelli che acchiappano già dalle prime pagine e poi non lasciano più il lettore. I “cattivi” si rivelano subito agli occhi del lettore, che si chiede però, pagina dopo pagina, come farà Holly a giungere fino a loro, dato che si nascondono dietro l’aspetto delle più insospettabili e indifese delle persone: due novantenni, marito e moglie, convinti che nutrirsi di carne umana possa prolungare la loro vita (in accordo, con leggende e tradizioni diffuse da secoli e per secoli). La detective, che vorrebbe prendersi una pausa dopo la morte della madre asfissiante e castrante, si convince invece, ad accettare una indagine sulla scomparsa di una ragazza, svanita nel nulla da alcuni giorni. Comincia così una serrata serie di scoperte colpi di scena ed eventi. Una lettura intrigante, una scrittura magistrale, una narrazione attraversata peraltro dall’imperversare del Covid, dei no vax e dai simpatizzanti di Trump. King, le cui idee in merito sono più che note, non si fa alfiere di una narrazione ideologica ma si limita a presentare personaggi da atteggiamenti omofobi, razzisti e antiscientifici e altri di segno opposto, caratterizzandoli semplicemente con efficaci dialoghi. Del resto, Holly non si addentra mai in nessuna discussione con chi non la pensa come lei, ne prende atto e basta. “Credo che la narrativa sia credibile al massimo grado quando coesiste con eventi, individui, perfino nomi di prodotti che appartengono alla vita reale”, scrive l’autore in fondo al romanzo. E continua: “La madre di Holly è morta di Covid, e la stessa Holly soffre di una lieve forma di ipocondria. Mi è sembrato naturale che avesse delle opinioni molto nette sul Covid e che prendesse tutte le precauzioni del caso. E’ vero che le mie opinioni sull’argomento coincidono con le sue, ma mi piace pensare che, se avessi scelto un personaggio contrario ai vaccini come protagonista o almeno come coprotagonista, avrei presentato in modo corretto le sue idee”. Unica nota negativa: se i due vecchietti assassini sono del tutto credibili, molto meno plausibile che ai due fratelli Robinson, Barbara e Jerome, riesca di pubblicare nello stesso momento un libro di poesie e un romanzo.


sabato 23 settembre 2023

L'AFFARE GIRASOLE

 


 

Hergé

L'AFFARE GIRASOLE

Comic Art

Collana Grandi Eroi - Le avventure di Tintin

cartonato, 1991

72 pagine

 

L'affaire Tournesol (1956) è la diciottesima avventura di Tintin, il giovane reporter creato nel 1929 da Georges Prosper Remi, in arte Hergé (1907-1983), uno fra i più grabdi e famosi fumettisti del mondo, colonna della bedé franco-belga (lui era belga) e punto di riferimento per la scuola della cosiddetta linea chiara.  Pur  gradevole e divertente come tutte le altre della serie, questa storia non è quella più indimenticabile. Il professor Trifone Girasole viene rapito dagli agenti segreti di una nazione nemica (chiaro e lampante il riferimento all'Unione Sovietica e al clima della Guerra Fredda) perché ha la ritrovato la formula di una vecchia arma sperimentale del Terzo Reich, in grado di utilizzare le onde sonore come forza distruttiva. Al castello di Moulinsart, infatti, dove il capitano Haddock ospita Tintin, gli esperimenti del professore sono riusciti a mandare in frantumi tutti i vetri. I tentativi per ritrovare Girasole provocano un succedersi di avventure alla James Bond, raccontate con brio e garbo da Hergé, fino alla risoluzione finale. In realtà poi, le nazioni nemiche interessate a rapire Girasole sono due, la Borduria e la Sildavia (ma i riferimenti al totalitarismo sovietico restano, anzi, raddoppiano). Oltre agli inseguimenti e alle fughe tipiche delle spy-stories, Hergé aggiunge tutta una serie di divertenti tormentoni, come quello dell'assicuratore che si trova a più riprese sulla strada di Haddock (che qui si sbizzarrisce in epiteti e contumelie degni della sua verve di imprecatore). In più c'è il solito teatrino di personaggi: i poliziotti Dupon e Dupont, la cantante Castafiore, il cagnolino Milù. L'edizione della Comic Art è impeccabile e rende giustizia al talento e al genio dell'autore, considerato nei paesi francofoni una celebrità nazionale (c'è un museo intitolato al suo nome a Bruxelles).

domenica 30 aprile 2023

RE DEL PORNO

 

John Holmes
RE DEL PORNO
Derive Approdi
1999 - brossurato
194  pagine, 24.000 lire

Un libro che si legge d’un fiato come se si stesse ad ascoltare il narratore, lo stesso John Holmes, mentre racconta a voce la propria vita. E proprio come accade quando il racconto è detto piuttosto che scritto, alcune parti sono meglio sviluppate, finanche con una buona capacità affabulatoria, in altre invece gli avvenimenti sono appena accennati, en passant, nel modo tipico della narrazione non strutturata. Del resto John Holmes, Mister 35, King of Porn, il pornodivo  più pagato d’America, sulla breccia per vent’anni consecutivi e con all’attivo oltre 2000 film, non ha scritto materialmente questo libro: l’ha dettato, sul letto di morte, al giornalista Fred E.Basten e alla sua seconda moglie Laurie Rose, meglio nota come pornoattrice sotto il nome di Misty Dawn. Dopo la morte di Holmes, per dieci anni il testo è rimasto nelle mani di Laurie perché la famiglia del marito era contraria alla pubblicazione, infine comunque avvenuta. Chi si aspetti un libro “morboso” resterà deluso. Al contrario, la lettura finisce per essere uno spaccato drammatico e inquietante della società americana, con risvolti addirittura da thriller metropolitano nelle pagine in cui l’autore narra del suo coinvolgimento in una strage avvenuta per un regolamento di conti fra malavitosi trafficanti di droga. La vicenda, che costò all’attore quasi due anni di carcere prima del proscioglimento, e che comunque lo segnò per il resto della vita ossessionandolo dal pensiero di poter essere a sua volta ucciso, segna il punto culminante della discesa agli inferi di un uomo passato da una infanzia povera a una gioventù squattrinata e quindi al successo e alla ricchezza, per poi venire inghiottito dal baratro della tossicodipendenza. John Holmes non nasconde nulla ai suoi lettori, e lo fa con una franchezza che a tratti pare addirittura disarmante. Non cerca sconti, racconta di come spacciasse droga e trafficasse con armi e merce rubata come se fosse la cosa più normale del mondo, che nella sua condizione di allora evidentemente lo era. Il John Holmes giunto alla fine della sua vita, iniziata l’8 agosto del 1944, pare aver preso coscienza del fatto di aver vissuto in ambienti dove l’unico intento era quello di accumulare denaro, scopo per il quale si era disposti a trasformare in merce qualsiasi cosa. Nelle ultime pagine commuovono l’amore di John per la madre e la moglie Laurie, la sua convinzione di essere stato comunque un uomo fortunato solo per il fatto di averle avute accanto, la sua determinazione a non fare niente per prolungare la sua agonia, desiderando solanto di morire, e infine la preoccupazione perché il suo corpo fosse cremato intero, nel timore che qualcuno potesse evirarlo, già cadavere, per mettere in formalina o imbalsamare il pene che lo aveva reso un fenomeno in tutto il mondo. Ma non c’è solo questo: il racconto dell’attore consente anche di seguire l’evoluzione dell’industria del porno, dalle fasi iniziali dei primi anni Sessanta, con il mercato clandestino e la produzione di “loop” di brevissima durata, sempre realizzati con il rischio che la polizia facesse irruzione sui set, fino al mercato dei video che verso la fine degli anni Ottanta cominciarono a soppiantare definitivamente le pellicole cinematografiche. Infine, una considerazione: la (discutibile) postfazione di Roberta Tatafiore mette in dubbio che Holmes sia davvero finito vittima dell’ AIDS, sostenendo che la sua morte fosse dovuta piuttosto ai suoi otto pacchetti di sigarette il giorno, all’abuso di droghe e di alcool. Holmes era già un uomo morto prima che AIDS se lo portasse via. Dal di fuori, si può solo notare che l’una cosa non escluda l’altra e che ci possano essere state delle concause.


 

giovedì 15 settembre 2022

HOMO DEUS

 

 


 

 

Yuval Noah Harari
HOMO DEUS
Bompiani
Brossurato, 2019
550 pagine


Una lettura affascinante e inquietante al tempo stesso. “Difficile immaginare qualcuno che nel leggere questo libro non provi ogni tanto un brivido di vertigine”, ha scritto “The Guardian”, e io sostituirei “ogni tanto” con “a ogni pagina”. Yuval Noah Harari (1976), saggista israeliano, storico laureato a d Oxford e titolare di una cattedra di storia all’università di Gerusalemme, attivista per i diritti civili e animalista, potrebbe anche fregiarsi del titolo di “futurologo” con cui venne etichettato Roberto Vacca dopo aver scritto, nel 1971, “Il medioevo prossimo venturo”: entrambi cercano di prevedere l’evoluzione della civiltà e della società umana (il sottotitolo di "Homo Deus" è "Breve storia del futuro"). Rispetto alle ipotesi dello studioso italiano, però, il saggio di quello israeliano non prevede una regressione della civiltà per la degradazione dei massimi sistemi destinati a divenire insostenibili, ma uno scontro fra uomo e intelligenze artificiali. Semplificando al massimo, secondo Harari si possono interpretare gli organismi viventi come algoritmi (che cos’è il DNA se non una serie di istruzioni?) e la vita come un processo di elaborazione dati. I computer sono ormai in grado di imparare da soli, correggere i propri errori, trovare strade e soluzioni alternative prima e meglio di come possano fare i cervelli umani, perciò “algoritmi non coscienti e inconsapevoli ma dotati di grande intelligenza potranno presto conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi”, scrive Harari. E’ singolare che il nome Harari ricordi quello di Hari Seldon, lo scienziato nato dalla fantasia di Isaac Asimov, protagonista della saga fantascientifica “Fondazione”, il cui primo volume venne pubblicato nel 1951: Seldon ritiene che il corso della Storia, o meglio, il comportamento di grandi masse di persone (l’umanità nel suo complesso), si possa prevedere su base matematica, disponendo dei dati necessari. Impossibile non notare come l’elaborazione dei “big data” già permetta ai giorni nostri di fare previsioni attendibili sulle scelte non degli utenti di Internet e dei social. Harari esamina lo sviluppo storico della civiltà dell’Homo Sapiens, divenuta ormai la specie dominante sulla Terra con il potete di vita e di morte sulle altre creature e sul destino dell’intero pianeta: siamo già “Homo Deus”. Che cosa accadrà, adesso? Nessuno dice che la nostra evoluzione sia finita, e potrebbe anche accadere che siamo destinati a trasformarci in qualcosa di molto diverso, forse a essere sostituiti da intelligenze nate come artificiali ma in grado di prendere il nostro posto come noi abbiamo fatto con gli uomini di Neanderthal. Il che potrebbe non essere un male e rappresentare anzi l’approdo finale all’immortalità e alla felicità eterna. Di nuovo, viene in mente Asimov con il suo racconto “Biliardo darwiniano” (Darwinian Pool Room, 1950), in cui si ipotizza che la naturale evoluzione dell’essere umano siano i robot. Ma c’è qualcosa di ancora più clamoroso. A pagina 466, Harari scrive: “Gli umani sono meri strumenti per creare un sistema cosmico di elaborazione dati che sarebbe come Dio. Potrebbe alla fine espandersi dal pianeta Terra e invadere l’intera galassia e perfino tutto l’universo. Sarebbe dovunque e controllerebbe tutto quanto, gli uomini sono destinati a fondersi in Lui”. Ora, andate a rileggere uno dei caposaldi asimoviani, il racconto “L’ultima domanda” (The Last Question, 1956): è diviso in sette parti, ognuna delle quali immagina una sempre maggiore evoluzione della scienza e dell’umanità, finché gli uomini si fondono con la coscienza di un elaboratore dati divenuto ormai in grado di fare tutto, compreso creare un nuovo universo.

sabato 20 agosto 2022

I DELITTI DI KINGFISHER HILL


 
 
 
Sophie Hannah
I DELITTI DI KINGFISHER HILL
Mondadori
cartonato, 2022
264 pagine, 20 euro


“I delitti di Kingfisher Hill” è il quarto romanzo scritto da Sophie Hannah, scrittrice inglese specializzata in crime novel, con protagonista Hercule Poirot, il detective creato da Agatha Christie nel 1920. La serie di avventure inedite è stata voluta e approvata dalla famiglia Christie. Il primo romanzo firmato dalla Hannah, "Tre stanze per un delitto" (2014) mi aveva convinto: la nuova autrice non era la Christie ma le faceva bene il verso. Il secondo, "La cassa aperta" (2016), scricchiolava e non convinceva del tutto, ma insomma ci si poteva stare. Il terzo, "Il mistero dei tre quarti" (2018) mi ha invece fatto scuotere la testa.
 
Ne ho scritto qui:
http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2019/01/il-mistero-dei-tre-quarti.html

Purtroppo anche il quarto romanzo ha i difetti del precedente, proponendo un puzzle tutto sommato intrigante ma decisamente tirato per i capelli. Il giallo si legge con piacere, per carità, e procedendo ci si chiede come la Hannah possa sbrigliare una matassa così intorcinata, fino a scoprire che l’intorcinatura è fine a se stessa. La soluzione, per quanto spieghi i fatti, resta difficile da accettare perché non lo sospende l’incredulità provocata da personaggi sopra le rughe le cui dinamiche e psicologie sono contorte, chiaramente costruite in funzione del giallo che viene proposto alla nostra curiosità. Curiosità che rimane sollecitata, ripeto, ma nella speranza di spiegazioni meno forzate. Agatha Christie costruiva gialli meno macchinosi. Siamo nel 1931 e Poirot indaga sul misterioso caso della morte di Frank Devonport, avvenuta durante una riunione di famiglia in una villa nel complesso residenziale di Kingfisher Hill. L’uomo, figlio del padrone di casa, Sidney Devonport, è stato spinto giù da una balconata interna e subito la fidanzata, Helen Acton, si è autoaccusata del delitto finendo condannata a morte. Il fratello di Frank, Richard, certo della sua innocenza, chiede a Poirot di scoprire il vero assassino. Incredibilmente, Helen spiega il suo gesto con il suo improvviso amore per Richard, come se solo uccidendo Frank potesse sposare quest’ultimo. Ma anche Daisy, sorella di Frank e di Richard, a un certo punto dichiara la propria colpevolezza, sostenendo di essere lei, e non Helen, l’assassina. Nessuno dei numerosi presenti al momento del delitto sembra in grado di fornire indicazioni utili per identificare l’una o l’altra rea confessa come responsabile del delitto. Nell’intricata vicenda si inserisce un’altra giovane donna, Joan Blythe, che entra in scena farneticando a proposito di minacce ricevute perché non si sieda accanto a Daisy Devemport sul torpedone che porta entrambe a Kingfisher Hill, e finisce anch’essa per essere ammazzata nella villa dei Devonport. Il tutto (ci sono molti altri casi strani) viene narrato in prima persona dall’ispettore di polizia Edward Catchpool, amico di Poirot, coinvolto nelle indagini. Poirot che risulta un po’ troppo presuntuoso, dichiarando a ogni piè sospinto di non dubitare minimamente di riuscire a venire a capo del mistero, visto che le sue cellule grigie non falliscono mai (non ricordo un Hercule così antipatico nei romanzi della Christie). Tuttavia il personaggio viene rispettato nelle sue caratteristiche e lo si riconosce con piacere. Casomai sono gli altri ingredienti a essere troppo deja vu, quasi da cliché: la ricca famiglia, l’assortimento di amici e di parenti, la soluzione rivelata sul luogo del delitto con tutti i sospetti radunati per l’occasione. Però, suvvia, confidiamo in un quinto episodio che ci permetta comunque di ritrovare Poirot e le sue atmosfere.

venerdì 6 maggio 2022

HANNIBAL

 

 


 

Thomas Harris
HANNIBAL
Romanzo - Mondadori
Prima edizione agosto 1999
Collana Omnibus
Titolo originale: “Hannibal”
Traduzione di Laura Grimaldi
cartonato - 468 pagine -  lire 34.000

 
Il dottor Hannibal Lecter, già protagonista di un precedente romanzo di Thomas Harris (il fortunato “Silenzio degli Innocenti”, trasportato con successo anche sul grande schermo), è tornato in azione. Si tratta del resto di un personaggio di grande fascino e spessore (crudele ma geniale, efferato ma esteta, cannibale ma coltissimo), e certi personaggi sono duri a morire. I lettori li richiedono a gran voce, vivono di vita propria. Thomas Harris coinvolge e disgusta (per le scee truci a cui ci costringe a essistere. Grande scrittore, comunque.
Dopo essere evaso dal manicomio in cui era rinchiuso, il dottor Lecter si è fatto operare la mano a cui aveva sei dita e si è trasferito a Firenze. Qui ha ucciso il vero professor Fell, sovrintendente di Palazzo Capponi, ne prende il posto e vive dunque nel centro storico della città d’arte per eccellenza, lavorando su libri antichi, suonando il clavicembalo, tenendo conferenze. Solo che Mason Verger, un miliardario americano perverso e pedofilo che Lecter ha ridotto a un mostro senza volto (non ha più la pelle della faccia, data in pasto ai cani o fatta mangiare a lui stesso), paralizzato e chiuso in un polmone d’acciaio, ha posto una taglia miliardaria sulla sua testa: lo vuole vivo per farlo divorare dai maiali di cui è allevatore (ne ha fatti addestrare alcuni ferocissimi, in Sardegna, abituati a nutrirsi di carne cruda e umana in particolare). Questo spinge Rinaldo Pazzi, poliziotto fiorentino che ha scoperto la vera identità di Fell, a consegnare Lecter a Verger. Da qui in poi, occhio allo spoiler perché vi racconto tutto - anche se ormai tutti lo sanno, quel che succede. 
Dunque Rinaldo Pazzi buol consegnare Lecter a Verer, si dicea. Ma non è facile mettere il sale sulla coda al dottor Lecter: non solo Hannibal sventa la trappola uccidendo Pazzi nello stesso modo del più celebre dei suoi antenati nella congiura contro i Medici (sbudellato e appeso fuori di Palazzo Vecchio), ma si trasferisce anche negli Stati Uniti per passare al contrattacco contro Verger. Il quale è un corruttore di prim’ordine e ha dalla sua persino i pezzi grossi dell’FBI, che trovano il modo di mettere sotto inchiesta Clarice Starling, l’unica che potrebbe fermare il dottor Lecter, avendo già trovato il modo di rintracciarlo dopo che è tornato in patria. In questo modo Hannibal resta a piede libero finché proprio la sua attrazione verso Clarice lo pone in condizione di cadere vittima dei poliziotti corrotti che lo catturano e lo consegnano a Verger (invece di arrestarlo). Così, Clarice e Hannibal si trovano a combattere gli stessi avversari e ne hanno ragione, e non è difficile capire che la tesi di fondo del romanzo è che coloro i quali vogliono catturare Lecter sono in realtà più cattivi di Lecter stesso. Così Hannibal, con il suo genio, diventa l’eroe con cui il lettore si identifica e quando alla fine vediamo lui e Clarice mangiare il cervello di Krendler, superiore dell’agente Starling all’FBI e artefice degli intrighi di Verger contro entrambi, ne siamo quasi contenti (anche se la scena è quanto di più efferato si possa immaginare, visto che Krendler è ancora vivo e cosciente e si spenge come il computer HAL in “Odissea nello Spazio” mentre lo mangiano). Verger, del resto, finisce in pasto agli stessi porci sa lui allevati per Lecter. Clarice e Hannibal fuggono insieme: resta il dubbio se lei sia stata ipnotizzata o plagiata o se segua il dottore perché innamorata di lui. Romanzo avvincente, anche se con qualche lentezza di troppo soprattutto nella fase iniziale.
 

lunedì 10 gennaio 2022

LA FIGLIA DI RAPPACCINI



 

LA FIGLIA DI RAPPACCINI
di Nathaniel Hawthorne 
Corriere della Sera,
Collana Twin Stories
2013, brossurato
112 pagine, 2.80 euro

La collana Twin Stories  proponeva, anni fa, allegate al Corrirere della Sera, opere della letteratura anglosassone proposte con il testo a fronte ("piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese", recita uno slogan), corredate di note critiche e linguistiche. Leggendo questo mistery tale di una cinquantina di pagine, ho scoperto che Nathaniel Hawthorne (1084-1864), scrittore nato a Salem in una famiglia puritana e che io credevo essere autore di romanzi realistici e storici come "La lettera scarlatta", ebbe anche una notevole produzione di racconti gotici in grado di competere con quella di Edgar Allan Poe, di cui fu contemporaneo. E gotico lo è di sicuro, cupo, magico e tragico com'è, questo "La figlia di Rappaccini", di ambientazione italiana, che si legge tutto d'un fiato in un crescendo di angoscia. Giovanni, studente napoletano giunto a studiare a Padova, prende in affitto un appartamento che si affaccia su un misterioso orto botanico pieno di piante sconosciute. Fra esse, il giovane vede aggirarsi una fanciulla meravigliosa, Beatrice, figlia dello scienziato Rappaccini, che la tiene segregata dal resto del mondo. Un altro studioso, il professor Baglioni, mette in guardia Giovanni rivelandogli che Rappaccini è un pazzo che compie esperimenti folli. Ma il napoletano, vinto dal desiderio di incontrare Beatrice, penetra nel giardino e riesce a far innamorare la ragazza, la quale però sembra dotata di un mortifero potere: qualunque cosa viva tocchi, che non siano le misteriose piante del suo orto, muore (insetti, rettili, uccelli, fiori portati da fuori, cadono a terra inerti e rinsecchiti). Giovanni, però, non subisce gli stessi effetti: come mai? Come aveva giustamente detto Baglioni, Rappaccini ha fatto crescere Beatrice in mezzo a vegetali velenosi da lui creati in laboratorio, rendendola essa stessa mortalmente velenosa. Ma volendo darle uno sposo, ha avvelenato lentamente anche il giovane in modo da trasformarlo in un essere con le stesse caratteristiche della figlia. Quando Giovanni se ne rende conto, capisce che non può più uscire dal giardino, se non provocando la morte di tutti coloro che incontrerà. C'è da notare che la Marvel ha battezzato con il nome di Monica Rappaccini un personaggio che compare nella serie di Hulk, una biochimica votata al male.


giovedì 25 novembre 2021

HOMO CAELESTIS

 


Tommaso Ghidini
HOMO CAELESTIS
Longanesi
cartonato, 2021
224 pagine, 18 euro

Un libro di cui è facile innamorarsi, se si è sognatori, se si crede nel progresso dell'umanità, se ci si incanta davanti al cielo stellato, se si è affamati di nuove scoperte e di nuovi orizzonti. Tommaso Ghidini, con la penna intinta nel cosmo, racconta con entusiasmo contagioso, da abile affabulatore e da competente qual è (ingegnere spaziale e portavoce dell'ESA), l'avventurosa storia delle esplorazioni astronautiche e prospetta quelle, incredibili, che ci aspettano nei prossimi anni (spero di vivere abbastanza a lungo di assistere alle più vicine). Vengono narrati successi e fallimenti, tragedie e imprese leggendari, ma soprattutto si smontano una per una le assurde teorie di chi vorrebbe bloccare i programmi spaziali perché ci sono problemi da risolvere sulla Terra. Come se la ricaduta tecnologica dei progetti astronautici non avesse contribuito (e continui a contribuire) allo sviluppo dell'intero pianeta, come se i progressi nella conoscenza e nella scienza non aiutassero il progresso complessivo dell'umanità, come se non ci si dovesse preparare a un futuro (e probabilissimo) impatto di qualche colossale meteorite, e via dicendo. "Dallo spazio non si vedono i confini", disse un astronauta guardando la Terra dall'alto. Dovrebbe bastare questa visuale dall'alto a mettere tutti d'accordo.

domenica 5 settembre 2021

IL CACCIATORE DI AQUILONI

 

 


Khaled Hosseini
Fabio Celoni
Mirka Andolfo
Tommaso Valsecchi
IL CACCIATORE DI AQUILONI
Piemme
2011, brossurato
140 pagine, 9.90 euro


Khaled Hosseini, scrittore statunitense di origine afghana, scrisse "Il cacciatore di aquiloni" nel 2003: fu un esordio di grande successo. Si tratta in effetti di un romanzo coinvolgente ed emozionante che mette a confronto società e culture diverse, narrando una storia di sentimenti forti, contrastati e contrastanti, intessuti con fatti storici reali. Il successo è stato ripetuto e confermato dai titoli successivi dello scrittore.
Ambientato negli States, in Pakistan e in Afghanistan, racconta la storia di due ragazzi, Amir (di etnia pashtun) e Hassan (di etnia hazar), sullo sfondo di drammatiche vicende che prendono il via a Kabul nel 1970, quando la città era libera (pur con tutte le contraddizioni del caso). Hassan vive come servitore nella casa del padre di Amir, il vedovo Baba, ma a dispetto della diversa condizione sociale i due sono grandi amici, nonostante la gelosia del pashtun verso le attenzioni di Baba per il giovane hazar e il senso di colpa di Amir per la morte (di parto) della madre. Si scopre poi che le premure del padre verso Hassan hanno una spiegazione (ma rivelare quale sarebbe spoilerare). Il titolo del romanzo deriva da un gioco molto in voga tra i ragazzi di Kabul in quegli anni: non far volare di più e meglio i proprio aquiloni, ma impossessarsi di quelli degli altri dopo aver tagliato il filo degli avversari. Ma se gli avversari sono bulli violenti e più grandi che non accettano la sconfitta si può andare incontro a grossi guai: a pagarne le conseguenze è Hassan, a cui, un giorno, si deve la vittoria di Amir. Il giovane hazar viene picchiato e addirittura violentato dalla banda del bieco Assef, che poi diventerà, anni dopo, un feroce capo talebano. Lo stupro di Hassan provoca una strana reazione in Amir, che cade vittima dei sensi di colpa per non essersi esposto in soccorso dell'amico, e fa in modo (inscenando un furto) di farlo allontanare dalla casa del padre. Gli eventi precipitano: nel 1981, in seguito all'occupazione russa, Baba e il figlio si trasferiscono negli Stati Uniti, attraversando le difficoltà di una difficile integrazione. Si susseguono gli eventi della vita: il tormentato Amir, che ha perso le tracce di Hassan, si sposa, Baba muore di cancro. Nel 2001, però scopre che il suo vecchio amico è stato ucciso, con sua moglie, in circostanze drammatiche (mentre continuava a far la guardia alla casa di Baba, fedele come sempre), dai talebani che hanno preso il potere a Kabul. E' rimasto un orfano, Sohrab. Hamir capisce che per pagare il debito che ha con Hassan deve sottrarre il bambino ai talebani e portarlo in Occidente. Si imbarca così in una rischiosissima missione di recupero che riporta a Kabul, dove si trova faccia a faccia con Assef intento, con i suoi, a lapidare una donna, rimasto lo stupratore di bambini che era. Una storia che strizza lo stomaco.
Dopo aver pubblicato il romanzo in Italia nel 2004, Piemme pubblica nel 2011 anche "la" graphic novel (così c'è scritto il copertina, al posto di "il"), attribuendo sulla cover l'opera a Fabio Celoni (disegni) e Mirka Andolfo (colori) e citando solo all'interno lo sceneggiatore Tommaso Valsecchi. L'operazione è felice, la trasposizione a fumetti riuscita, anche se (come si dice di solito dei film), "era meglio il libro". Sarebbero servite molte pagine in più, come capita spesso in questi casi. Ma il fumetto che ne è venuto fuori è efficace sia nei testi, che nei disegni, che nei colori.

domenica 9 maggio 2021

THORGAL VOLUME 2

 
 

 
Jean Van Hamme
Grzegorz Rosinski
THORGAL VOLUME 2
Panini Comics
cartonato, 2020
306 pagine, 33 euro


Decisamente un tomo imperdibile, questo secondo volumedella serie Panini destinata a raccogliere tutte le avventure di Thorgal, protagonista, per quanto mi riguarda, di una delle più belle saghe del fumetto franco-belga. Otto gli episodi raccolti, usciti originariamente sulla rivista Tintin tra il 1981 e il 1987, e che rappresentano alcuni dei capisaldi della serie. Jean Van Hamme chiarisce infatti le origini di Thorgal, insolito vichingo dai capelli neri, in realtà piccolo naufrago adottato da Leif Haraldson, guida di una comunità di norreni e comandante di un drakkar che, andato alla deriva, si imbatte nella navicella di salvataggio di una astronave, dentro la quale viene trovato un bambino, Thorgal appunto, a cui viene dato il cognome di Aergisson, figlio cioè di Aegir, dio del mare. Il susseguirsi delle vicende permette di capire i retroscena di quel ritrovamento, conseguente allo scontro fra due fazioni a bordo di un velivolo spaziale: scontro che è causa di un naufragio nei mari gelati del Nord della nave stellare che stava riportando sulla Terra gli uomini che ne erano fuggiti secoli prima, per scampare a una catastrofe destinata a distruggere la loro civiltà (il cataclisma che segnò la fine di Atlantide, probabilmente). Oltre a Thorgal ci sono però altri sopravvissuti, tra cui i capi delle opposte fazioni, Xargos (nonno di Thorgal da parte di madre) e Varth (suo padre), entrambi dotati di poteri paranormali, finiti a combattersi nelle terre dei Maya vestendo i panni di due sedicenti divinità, Tanatloc e Ogotay. Proprio nelle lontane terre oltre l'Oceano Thorgal e sua moglie Aaricia vengono costretti recarsi dopo che il loro primo figlio, Jolan, che ha ereditato i poteri mentali del bisnonno e del nonno, è stato rapito con il loro amico Argun Piede d'Albero. Autrice del rapimento e del ricatto, la perfida Kriss di Valnor, allettata da un ricompensa in oro offerta dal popolo XinJin, guidato da Tanatloc ma sul punto di soccombere allo strapotere del malvagio Ogotay. La missione è appunto quella di uccidere Ogotay, che Thorgal non sa essere, in realtà, suo padre. Avventura, emozioni, sentimenti, lotte, amore, magia, fantascienza, navi volanti, sacrifici umani, scenari fantastici, tradimenti, horror, maghi, gnomi, ghiaccio, sole, mare, foreste, giungle... c'è di tutto, evocato magistralmente dai disegni di un Rosinski che, dopo il rodaggio del primo volume, in questo secondo si rivela davvero strepitoso. Fra i racconti raccolti ce n'è uno davvero inquietante intitolato "Alinoe" in cui Thorgal quasi non compare, ma assistiamo allo scatenarsi dei poteri mentali di Jolan. Bellissimo anche il torneo degli arcieri in cui compare per la prima volta Kriss di Valnor ma, naturalmente, è nei tre episodi ambientati nel paese di Qa (il Messico, con ogni evidenza) che i due autori danno il loro meglio.