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giovedì 21 maggio 2026

DAMMI UN BACIO DA FUMETTO



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

Andrea Leggeri

DAMMI UN BACIO DA FUMETTO

Coniglio Editore

Collana ThermoPOP

2007, brossurato

96 pagine, 6.50 euro

Il 14 febbraio 2026 ho inaugurato sul sito uBC Magazine una rubrica intitolata “Saggiamente”, rigorosamente aperiodica e dedicata a riprendere in mano testi critici sul fumetto (anche di qualche tempo fa) per dire la mia, spesso con il senno di poi o con qualche aggiunta di sapore personale. La prima puntata è stata proprio una recensione di Dammi un bacio da fumetto di Andrea Leggeri, libro che si prestava perfettamente al San Valentino di quell’anno. L’aureo libello, però, non è mai stato segnalato qui sul blog “Utili Sputi di Riflessione” e da inguaribile collezionista a me fa piacere la completezza. Colleziono anche delle mie stesse cose e mi diverte l’idea di avere tutto archiviato in casa. La recensione che leggerete è leggermente diversa da quella apparsa su uBC. Per esempio, le note biografiche su Andrea Leggeri (Roma, 1974), che vado subito brevemente a esporre, là erano del tutto assenti. Davo per scontato, infatti, che tutti lo conoscessero per la sua lunga collaborazione con Francesco Coniglio (2002-2012), scrivendo su riviste come Blue, XComics, e Scuola di Fumetto, oltre a contribuire a siti come LoSpazioBianco.it e alla rivista Fumetto dell’ANAFI. Negli ultimi anni si è dedicato alla narrativa.

Leggeri ha collezionato ritagli di baci alla maniera di Giuseppe Tornatore nel finale di Nuovo Cinema Paradiso, e ha confezionato il regalo di San Valentino ideale: romantico, economico, con una copertina iconica che invita a esporla frontalmente sullo scaffale, e gradevolissimo da sfogliare anche per chi non è appassionato di fumetti. Possiamo chiamarlo un aesthetic book? Sì, se è vero che con questo termine si etichettano talvolta le compilation di immagini suggestive. Dammi un bacio da fumetto dimostra che tutti gli eroi della Nona Arte, anche i più duri, in fondo hanno il cuore tenero e lo fa quasi esclusivamente attraverso i disegni, riducendo i testi al minimo indispensabile, riproducendo vignette celebri o significative, tutte dedicate a romantici tête-à-tête. Ogni immagine è accompagnata da una didascalia di una ventina di righe che presenta i personaggi e i loro creatori. L’introduzione è ridotta all’osso: il libro si spiega da sé. Sfogliandolo, però, viene naturale riflettere su quanto il semplice (semplice?) gesto di un bacio sia cambiato nel corso dei decenni nel fumetto. All’inizio, nelle strip americane degli anni Venti, i baci erano rari, castissimi e spesso comici. Con l’arrivo dei supereroi diventarono uno strumento per umanizzare gli eroi, che comunque restavano pudichi. Poi esplose il genere romance negli anni ’40-’50, con baci più passionali (per l’epoca), finché la censura del Comics Code Authority del 1954 non impose regole rigidissime: niente baci appassionati, niente sensualità, in favore di una visione del rapporto fra i sessi in funzione del matrimonio e in difesa dei valori familiari. Solo dalla metà degli anni Sessanta le cose cominciarono a sbloccarsi: relazioni più complesse nei supereroi, primi baci interrazziali, e in Italia il piccolo grande terremoto del fumetto nero. Anche in casa Bonelli, da un certo momento in poi, le figure femminili acquistano un peso diverso e i personaggi smettono di essere eroi monolitici e asessuati (basterà pensare a Mister No e Ken Parker). In totale, Dammi un bacio da fumetto in ci sono quaranta schede, ordinate alfabeticamente da Alan Ford agli X-Men. Sette dedicate ai manga, altrettante ai supereroi, sei ai classici italiani, sei agli eroi bonelliani, tre a quelli disneyani… insomma, un giro d’orizzonte rapido ma godibile. Velocissimo, se pensiamo a quanto si sarebbe potuto includere (per esempio dal fumetto franco-belga, assente). A voler trovare il pelo nell’uovo, si potrebbe discutere se il bacio tra Julia e Alan Webb costituisca davvero una love story, se Tarzan e Jane siano nati sulle strisce come coppia, o se Krazy Kat e Ignazio si siano mai scambiati un vero bacio da fumetto. Sfogliando l’album di Leggeri viene spontaneo chiedersi perché certi personaggi ci siano e altri no. Dove sono i Fidanzatini di Peynet? Andy Capp e Flo? Kriminal e Lola? Capitan Miki e Susy? Il Piccolo Ranger e Claretta? Tex e Lilith? I Puffi e la Puffetta? La risposta è ovvia: con sole quaranta schede bisognava scegliere. Ovviamente. Però, un posticino per Zagor si poteva trovare. Non solo perché la "Z" avrebbe chiuso degnamente l’ordine alfabetico, non solo perché il bacio tra lo Spirito con la Scure e Frida Lang era tanto caro a Sergio Bonelli (che teneva incorniciata nel suo ufficio la tavola originale di Gallieno Ferri), ma soprattutto perché quella scena rappresentò un autentico punto di svolta nel fumetto bonelliano. La sequenza del dicembre 1974 in cui Zagor bacia Frida Lang rimase scolpita nella memoria di noi zagoriani dell’epoca, regalando più emozioni di tante avventure rocambolesche.

sabato 19 ottobre 2024

AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI

 

 
Edmondo De Amicis
AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI
Rizzoli
1986, brossurato
250 pagine, 8000 lire

E’ un peccato che il successo entusiasmante, plurigenerazionale e internazionale di “Cuore” (o meglio, del “libro Cuore”, come è stato, chissà perché, sempre chiamato), pubblicato nel 1886, abbia lasciato in ombra le altre opere di Edmondo De Amicis (1846-1908). Ligure (di Oneglia, in provincia di Imperia), di ideali socialisti (di quel socialismo patriottico e votato all’impegno civile post risorgimentale), combattente nella Terza Guerra d’Indipendenza, fu autore di reportage di viaggi, giornalista brillante, acuto testimone della sua epoca, prosatore gradevole e divertente, scrittore efficace e pertanto di valore. Non fu mai, per quel che ne se dice, uno a cui il successo diede alla testa. In vecchiaia, si raccontava così: “Io non sono che un giornalista, uno che annota la vita d’ogni giorno, e sceglie in essa quel che più d’esemplare vi accade. Certe volte mi piace divertire i miei lettori, ma per consolarli. Non ho altra ambizione”. Spesso, limitandosi a “Cuore”, si è criticato il suo indulgere sulla sfortuna, le malattie, la povertà, le disgrazie che affliggono i protagonisti dei suoi racconti per accattivarsi l'emotività dei lettori (“il povero gobbino”, il bambino “con il braccio morto”, quello che si trascina per tutto il libro sulle stampelle o l’altro con il labbro leporino). Si sono fatti studi che dimostrano però come davvero, in quegli anni, gli infortuni e la miseria fossero la quotidianità, ma resta il fatto che De Amicis si servì delle pagine strappalacrime del suo libro più noto per denunciare drammi e ingiustizie sociali, per parlare di emigrazione, di sanità, dei problemi delle classi più umili e più deboli. Ma non sempre De Amicis si serve dello stesso registro, e lo dimostrano i quattro testi scelti da Giorgio de Rienzo per questa deliziosa antologia, che contiene un romanzo breve, “Amore e ginnastica”, un racconto lungo, “La maestrina degli operai”, e due “ritratti”, divertenti al punto da risultare esilaranti, uno dedicato a un libraio vessato dai ragazzini suoi clienti lungo la strada verso la scuola e l’altro a un pedante professore con il quale non c’è modo di parlare senza venire corretti su ogni frase che si pronunci. Quella di “Amore e ginnastica” è una storia deliziosa e a tratti maliziosa, come da De Amicis non ci si aspetterebbe. Racconta la trasformazione operata dall’innamoramento del rigido segretario Celzani (ex seminarista, soprannominato per questo “don Celzani”) nei confronti della maestra Pedani, insegnante di ginnastica e inquilina del suo stesso casamento. Casamento abitato da una nutrita schiera di pettegoli, tutti ben caratterizzati, che malignano e sghignazzano sulle stramberie che l’inappuntabile Celzani comincia a fare, da autentico imbranato, per dichiarare il suo amore alla maestrina, che non sembra degnarlo della minima considerazione, se non quella del “buongiorno” e “buonasera”. Il moralismo e il perbenismo della società sabauda vengono argutamente presi in giro. Non dirò quale sia il finale dei maneggi del “don”, ma non si resta delusi. Una certa malizia nel descrivere il turbamento della maestra Varetti si può notare anche ne “La maestrina degli operai”, che racconta le inquietudini di una giovane insegnante assegnata suo malgrado a una scuola serale frequentata da studenti lavoratori di vario genere e di varie età, ma certo non ragazzini rispettosi come quelli a cui aveva insegnato fino a quel momento. La Varetti si sente addosso gli sguardi di uomini scafati che la spogliano con gli occhi, al punto che lei giunge a far lezione abbottonata dal collo alle caviglie. Uno degli operai, il Muroni, dapprima gradasso, giunge poi a farle provare un qualche brivido perché il suo comportamento si trasforma progressivamente in un corteggiamento che sembra sincero. Qui, però, non c’è il tono da commedia di “Amore e ginnastica”, predomina l’attenzione alle relazioni fra le classi sociali. Un entrambi i racconti le donne sono protagoniste, e già si intravede l’emancipazione femminile di cui il De Amicis si fa propugnatore, nei modi e nei limiti dell’epoca in cui visse. Di "Amore e ginnastica" esiste una versione cinematografica diretta nel 1973 da Luigi Filippo d'Amico, con Senta Berger e Lino Capolicchio.



domenica 28 agosto 2022

JOYLAND

 
 
 

 
Stephen King
JOYLAND
Sperling & Kupfer
2013, cartonato
360 pagine, 19.90 euro

E' un romanzo di Stephen King, ma non "alla" Stephen King. Chi si aspetta di aver paura, o di leggerlo con l'angoscia, resterà deluso. C'è un solo morto ammazzato narrato in diretta, e non fa neppure troppa impressione. Poi ci sono alcuni delitti avvenuti in passato, ma di cui il protagonista sente solo raccontare. C'è un fantasma (anzi, due), ma non si spaventa nessuno. Per il resto, è una storia d'amore, di amicizia e di buoni sentimenti. Un po' come il racconto-capolavoro "Il corpo", in "Stand by me". Diciamo che il filone è quello. Giovane, come i ragazzi di quella vicenda, anche se un po' meno, è il ventenne Devin Jones che, per pagarsi gli studi, decide di lavorare l'estate del 1973 in un parco giochi della Carolina del Nord, "Joyland", appunto. E mentre è lì a far divertire la gente vestendo il costume della mascotte locale, un cane di nome Howie, la sua fidanzatina lontana lo lascia, senza che lui sia mai riuscito nemmeno a farci l'amore. Il lavoro diventa il suo modo di dimenticare, e a "Joyland" stringe rapporti stretti con alcuni suoi coetanei e con i veterani del parco, riuscendo a farsi benvolere da una zingara che predice il futuro e dal vecchio proprietario. Però si dice che nel Tunnel del'Orrore aleggi il fantasma di una ragazza che lì fu uccisa, Linda Gray, non si sa da chi, molti anni prima. Per gioco, più che per altro, Devin e i suoi amici Erin e Tom decidono di indagare. Il fantasma in effetti c'è (anche se lo vede, per un breve istante, soltanto Tom), ma è un'anima in pena che chiede di essere aiutata a uscire, non intende far del male a nessuno. Ad aiutarla provvede Mike, un bambino ammalato di distrofia muscolare, accudito da una ragazza-madre di dieci anni più anziana di Devin, di cui Devin però si innamora. E a far del male è invece intenzionato l'assassino di Linda Gray, uno che lavora nel parco e non vede di buon occhio le indagini sul delitto. Grande scrittura, storia che che prende e che convince, thriller moderato quasi senza sangue, commozione nel finale. Non si tratta di un romanzo epocale che toglie il sonno la notte, ma di una piacevole compagnia che sono lieto di aver avuto.


martedì 9 agosto 2022

IL DUCA

 
 

 
 
Matteo Melchiorre
IL DUCA
Einaudi
cartonato, 2022
460 pagine, 21 euro

Una scoperta sorprendente, un amore a prima vista: queste le prime impressioni da riportare nella scheda del romanzo di Matteo Melchiorre che mi accingo a compilare. Dico “amore a prima vista” perché “Il Duca” mi ha attirato fin dalla copertina scorta sul banco del libraio. E’ uno di quei libri che vedi dopo essere entrato a cercare altro, e finisce che ti rimane attaccato alle dita e lo porti a casa e cominci a leggerlo subito, capendo fin dai primi capitoli che ti toccherà divorarlo d’un fiato perché ti intriga. Sono rimasto affascinato fin dalla l’uso della lingua, con il ricorso a parole insolite ma puntualissime, perfettamente in linea con l’io narrante, l’anonimo Duca che racconta una vicenda dipanata nell’arco di un anno ma collegata a una storia famigliare lunga secoli. “Duca”, in realtà è un soprannome, vagamente ironico, datogli dagli abitati del paese di mezza montagna, Vallorgana, dove da dieci anni è venuto a ritirarsi nel maniero di famiglia. Il Duca ha realmente origini nobili, anche se il titolo che gli compete, e che non usa mai, è quello di Conte, essendo l'ultimo discendente di una antica casata, i Cimamonte, giunta con lui al termine della propria parabola. Pur essendo la trama ambientata ai giorni nostri (la tempesta di vento di cui si racconta a un certo punto sembra quella che nel 2018 ha devastato le foreste del Trentino) la figura del protagonista è indubbiamente fuori dal tempo, così come fuori dal tempo sembra la montagna che fa da scenografia al racconto, sicuramente collocabile nelle Alpi orientali (l’autore, classe 1981, è nato a Feltre, in provincia di Belluno, ed è direttore dell’Archivio Storico di Castelfranco Veneto). Le vicende narrate sono assolutamente realistiche, ma sembrano vissute in una bolla temporale sospesa, fiabesca, come del resto capita di avere l’impressione di trovarsi in luoghi dove il tempo si è fermato quando si raggiungono certi paesi di montagna in cui le comunità sembrano cristallizzate e scollegate dal resto del mondo. Un altro aspetto fondamentale del romanzo è anche la descrizione del progressivo abbandono della montagna, un fenomeno che sembra tristemente inarrestabile. Il Duca, erede di un immenso patrimonio di famiglia, si è reso conto di essere l’ultimo del suo casato e cerca un senso da dare alla sua condizione ricevuta in sorte. Per questo si è rifugiato nella villa di Vallorgana, circondata da campi e boschi di sua proprietà, dove vive da solo, occupandosi di far fruttare i propri possedimenti, ma dedicandosi soprattutto alla ricostruzione della storia del suo casato studiando, da uomo colto qual è, l’immenso archivio di carte e documenti di cui dispone. Vuol fare i conti con se stesso, capire chi è, quale sia il proprio destino, quanti valga il retaggio del sangue. Il Duca vive discosto, ma non da estraniato, ordinando l’ archivio di famiglia che gli permette di andare indietro nel tempo. Scandaglia i suoi avi per trovare se stesso. “Il modo giusto per liberarsi del proprio passato, non è dimenticarlo, è conoscerlo”, si legge in una frase che potrebbe essere scelta per sintetizzare il senso del romanzo. Per dieci anni, il Duca vive in tranquillità il suo eremitaggio, poi, improvvisamente, tutto cambia. Una vera e propria guerra gli viene scatenata contro da un vecchio allevatore del luogo, Mario Fastrèda, ottantenne ma dinamico e volitivo. Il motore della trama è appunto l’odio di costui, apparentemente mancante di ogni giustificazione. Il motivo viene nascosto fino alla fine del romanzo, e l’attesa della rivelazione tiene alta la suspense. Un personaggio femminile che spariglia le carte sul tavolo, Maria, appare all’improvviso nel bel mezzo del romanzo. Irrompe nella vita del Duca portandolo a confrontarsi con parti di se stesso ancora inesplorate. Un romanzo straordinario.

sabato 30 luglio 2022

LA CAUTELA DEI CRISTALLI


 

Anna Lazzarini
Alberto Ostini
LA CAUTELA DEI CRISTALLI
Sergio Bonelli Editore
Brossurato, 2022
360 pagine, 17 euro


Se stessimo parlando di un manga non saprei se definire "La cautela dei cristalli" uno “shonen” o uno “shoio” (mi perdonino i cultori della corretta traslitterazione), in quanto i primi sono fumetti per ragazzi tra i 12 e i 18 anni, i secondi per ragazze della stessa età. Per la cronaca, esistono anche i “josei” per donne sopra i 20 anni, e i “seinen” per giovani uomini fino ai 30 (a spiegarmelo è Wikipedia). Chi dovesse ritenere, però, che gli “shoio” siano fumetti d’amore o che trattino tematiche sentimentali, sbaglierebbe (mi dicono): l’equivoco nasce dal fatto che essendo destinati a un pubblico femminile vien fatto di pensare che le fanciulle siano più romantiche dei maschietti e prediligano le love story. In realtà la suddivisione non è per generi ma per fasce d’età (almeno per queste categorie). Volendo approfondire, i profani come il sottoscritto rischiano di impazzire perché le tipologie dei manga sono infinite. Comunque sia, per fortuna, “La cautela dei cristalli” non è un manga e dunque si può intendere destinato indifferentemente a un target sia femminile che maschile e, ancora più fortunatamente, di qualunque fascia d’età, esclusi forse solo i bambini delle elementari. Fortuna delle fortune, si legge alla diritta come un fumetto di casa nostra. Se dunque non è un manga, perché sono partito dagli “shonen” e dagli “shoio”? Perché, secondo me, il graphic novel di Anna Lazzarini (disegni) e Alberto Ostini (testi) strizza l’occhio a un pubblico abituato a fruire di fumetti del Sol Levante, al quale si è inteso proporre una storia italiana che, più per sensazione che per dato di fatto, assomigliasse ai prodotti giapponesi. Assomigliasse soltanto da lontano, perché poi la narrazione, volendo trovare altre assonanze, ricorda romanzi a fumetti americani, spagnoli e francesi, trovando una sintesi originale davvero godibile, sia nei testi che nei disegni. Si racconta una storia d’amore, ma molto particolare, tra un ragazzo e una ragazza molto particolari. Il diciassette Jordan, che ha perso i genitori in un incidente stradale, viene costretto dallo zio, a cui è stato affidato, a studiare in un collegio elitario del tutto distante dalla sua indole (lui vorrebbe fare il pittore), e non riesce ad adattarsi. Diciamo pure che si ribella. La misteriosa Alanis, che irrompe nella sua vita, è l’unica che lo ascolta e sembra capirlo, ma risulta enigmatica e inafferrabile. C’è qualcosa di non detto che lo lega a Jordan, e che viene rivelato soltanto nelle ultime pagine, così come solo nel finale si scopre la sua vera identità. C’è davvero bisogno di etichettare la storia per fasce d’età? No. Ma neppure per genere: parlare di love story è riduttivo. E’ una storia che tutti possono leggere, che Alberto Ostini ha sceneggiato magistralmente e Anna Lazzarini illustrato in modo magnifico, con un sapiente uso di mezzetinte e retini.

lunedì 25 luglio 2022

TRE

 

Valérie Perrin
TRE
Edizioni e/o
brossurato, 2021
624 pagine, 19 euro


«Mi chiamo Virginie. Di Nina, Adrien ed Étienne, oggi Adrien è l'unico che ancora mi rivolge la parola. Nina mi disprezza. Quanto a Étienne, sono io che non voglio più saperne di lui. Eppure fin dall'infanzia mi affascinano. Sono sempre stata legata soltanto a loro tre». 
Questa breve citazione riassume (almeno per chi lo ha già letto) il succo del libro, e dà ragione anche dell’avvincente desiderio di andare avanti, pagina dopo pagina, nella lettura. Infatti, chi sia Virginie (che nel racconto dell’infanzia e dell’adolescenza dei tre amici non compare), la narratrice, non è immediatamente chiaro e scoprilo è appunto una delle sorprese del racconto. Adrien, Étienne e Nina si conoscono nel 1986, in quinta elementare, e diventano inseparabili. Sognano di lasciare il piccolo borgo di provincia in cui vivono, Le Comelle, per trasferirsi a Parigi e non lasciarsi mai. Ognuno dei tre amici ha una storia famigliare complicata, così come hanno caratteri diversi, ma li unisce un sodalizio che sembra indissolubile e che li aiuta a superare il disagio delle rispettive esistenze. 
Valérie Perrin (1967), sceneggiatrice cinematografica, già autrice di due bestseller (“Il quaderno dell’amore perduto”, del 2015, e “Cambiare l’acqua ai fiori”, del 2018), si dimostra nuovamente magistrale orchestratrice di storie e destini, ricollegando fra loro frammenti di vicende che alla fine compongono un quadro dove ogni particolare va a collocarsi al posto giusto. “Tre” alterna continuamente il tempo in cui è ambientata la narrazione, passando dal passato (gli anni Ottanta) al presente (il romanzo si conclude nel 2018) e ricostruendo pezzo dopo pezzo tutto ciò che c’è nel mezzo. Ci si affeziona moltissimo ai tre protagonisti, soprattutto a Nina, seguiti nella loro crescita e formazione e separati a un certo punto dai casi della vita e da una serie di drammatici accadimenti. C’è spazio perfino per un risvolto giallo, allorché nel 2017 viene ripescata, dal fondo di un lago, un’automobile con all’interno il cadavere di una ragazza scomparsa, molti anni prima, dopo un appuntamento con Étienne. Sono oltre seicento pagine ma si leggono come fossero sessanta, tanto intriga la narrazione. Questo perché, fortunatamente, oltre a un’ottima scrittura, “Tre” offre al lettore una bella storia, una buona trama.

giovedì 14 aprile 2022

E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO



 

Fabio Volo

E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO

Mondadori

brossurato, 2003

180  pagine -  Euro 13,00

Non è proprio un romanzo. Insomma, perché un libro sia un romanzo dovrebbe avere una trama. Dovrebbe succedere qualcosa. Qui invece non succede niente. Se si dovesse giudicare Fabio Volo come scrittore partendo dalla sua capacità di tessere un intreccio, un plot, una fabula, occorrerebbe astenersi, perché non è che la trama non stia in piedi, semplicemente è assente. Non ci sono personaggi (almeno, non ce ne sono che abbiano uno spessore, se non l’io narrante), non ci sono fatti, non ci sono dialoghi. A dire il vero, un minimo di riassunto degli eventi è possibile farlo: Francesco, single milanese affitto da sindrome di Peter Pan, incapace di innamorarsi e  di avere un rapporto vero con gli altri, decide improvvisamente, non si sa bene perché (in seguito a quale trauma o evento epocale, intendo: in realtà solo per un consiglio buttato lì dal suo medico) di cambiare vita e di crescere. Messosi alla ricerca di se stesso, si isola sempre di più per leggersi dentro e capirsi, passa dal tempo pieno al part time, e conosce una ragazza, Ilaria, che senza difficoltà (guarda caso è libera come l’aria e disponibilissima) si innamora di lui e lo fa innamorare. E tutti vissero felici e contenti. In realtà, il libro di Fabio Volo è migliore di quanto possa sembrare giudicando solo dalla quantità di colpi di scena che pure sarebbe bene aspettarsi da ogni romanzo. E’ migliore perché Volo sa scrivere abbastanza bene, è brillante, gradevole, spiritoso. Il suo Francesco  che va alla ricerca di se stesso passa in realtà in rassegna una quantità di situazioni quotidiane in cui tanti, in varia misura, modo e maniera, possono riconoscersi. Niente di particolarmente problematico, per carità, ma è appunto questo che l’autore intende ricercare: la levità di una condizione umana non necessariamente drammatica, eppure fonte di infelicità. Perché il punto è proprio questo: l’infelicità sempre in agguato, anche nella vita di chi non ha figli da mantenere, alimenti da pagare, affitti da saldare, problemi per trovare da scopare, angosce da lavori saltuari o da sottoccupazione. La soluzione proposta da Fabio Volo è essenzialmente new age: cambiare vita facendo un viaggio dentro se stessi, non farsi coinvolgere dallo stordimento a tutti i costi di una esistenza sotto stress, riassaporare la gioia delle piccole cose, scoprire continuamente nuove sorprese nella vita di tutti i giorni. Il tutto ricorda un po’, e scommetterei che Fabio Volo l’ha letto, il romanzo “Dio su una Harley”, in cui si racconta di una infermiera (americana) che, stressata e sull’orlo di una crisi di nervi, ugualmente (incontrando Dio e non il medico di famiglia) decide di ritrovarsi e resettare la propria vita, scoprendo infine la definitiva salvezza in una improvvisa e imprevista storia d’amore. Ci sarebbe molto da obiettare a questa visione edulcorata del mondo, basterebbe chiedere a Fabio Volo di provare a scrivere lo stesso libro con protagonista un Francesco quarantenne con tre figli, un mutuo da pagare e la casa affidata da un giudice alla moglie e al suo nuovo amante. Tuttavia, l’autore è brillante, e, intelligentemente, troverebbe il modo di evitare di impelagarsi in una simile prova.

 

giovedì 3 febbraio 2022

L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA

 

 


 
Francesco Recami
L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA
Sellerio
2021, brossurato
310 pagine, 16 euro


Francesco Ghidetti, recensendo "L'educazione sentimentale di Eugenio Licitra", su QN, scrive "Sto per proporvi un capolavoro". Non so se lo si possa definire tale, ma di sicuro è un romanzo divertentissimo, trascinante, entusiasmante come pochi altri. 
Francesco Recami (autore del ciclo, tra l’altro, della "Casa di ringhiera", con gialli ambientati ia Milano), è fiorentino (classe 1956) e ricostruisce una perfetta Firenze anni Settanta, dipinta nel bene e nel male. Per la precisione siano a cavallo tra il 1976 e il 1977, anni di contestazione e di politicizzazione, con la polverizzazione estrema in gruppi e gruppuscoli extraparlamentari in eterna rissa fra di loro all'interno della stessa sinistra. Recami ha facile gioco nel tracciarne un quadro esilarante, per quanto non ci siano dubbi (io c'ero) sul fatto che ironizzi su una realtà che davvero sussisteva. Il protagonista, il diciannovenne Eugenio Licitra, è un giovane siciliano (di Ragusa) che giunge a Firenze per studiare Filosofia (scoprendo tutti corsi incentrati sul marxismo): divide l'appartamento con altri tre studenti fuori sede, tutti abilmente caratterizzati. C'è l'innominabile D. (non è dato di sapere il suo vero nome), il più a sinistra di tutti, che odia quelli del PCI ritenuti troppo di destra, e che riempie la casa di compagni che espropriano proletariarmente le stanze degli altri (compagni pure loro, ma di fazioni diverse); c'è il Saggio, lo studente più anziano che vive nell'immondizia accumulata in anni di mancata pulizia; c'è Loris, romagnolo con la passione delle automobili, che cerca di trasformare la sua Seicento del '63 in una Abarth e perciò puzza perennemente di morchia. Eugenio è il più giovane, il più inesperto, il verginello del gruppo: si fa mille domande sulla filosofia che studia (Recami si fa beffe pure di Hegel, Heidegger, Wittgenstein e Cacciari), cerca di capire il soprasenso dei film che vede (con lui rivediamo "Il cacciatore" e "Il deserto dei tartari"), dei libri che legge ("La nausea") e delle canzoni che ascolta, ma soprattutto cerca di capire le donne, più complicate di ogni teoria filosofica. Il terzetto formato dal Saggio, Loris ed Eugenio (il perfido D. ne è escluso) diventa coeso e vive avventure picaresche da cui si viene inevitabilmente coinvolti. Come si segue ipnotizzati l' "educazione sentimentale" del giovane Licitra, sballottato da esperienze fallimentari, fino alla volta buona, ma senza lieto fine. Alla fine la morale è (secondo me) che la politica e la filosofia deludono, che i film e i libri vanno visti e letti senza cercare per forza il soprasenso, che le donne vanno prese per come sono, che le canzoni più belle sono quelle che cantiamo senza pensieri.

martedì 9 novembre 2021

MAL DI PIETRE

 
 
 
 
 
 
 
Milena Agus
MAL DI PIETRE
Nottetempo
2006, 120 pagine


Mentre il film che ne è stato tratto nel 2016 dà un nome alla protagonista (Gabrielle, interpretata da Marion Cotillard), nel romanzo di Milana Agus, del 2006, si parla di lei solo come “la nonna”. Del resto, nel libro non ci sono altri nomi ma solo definizioni come “il nonno”, “il reduce”, “papà”, “la zia”. Vero è che il film non è fedele al testo ma una libera trasposizione ambientata in Francia (la pellicola è infatti francese), mentre la vicenda originaria è sarda, e sarda fino in fondo. Del resto, “Mal di pietre” (pur finalista a Stresa, al Campiello, allo Strega) non ha avuto un successo di vendite paragonabile a quello ottenuto oltralpe. Il romanzo ricostruisce la (fittizia) storia famigliare dell’anonima narratrice, nipote di quella nonna la cui vita, in pratica, fa da asse portante a tutta la narrazione, dagli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale fino ai primi del nuovo millennio. Una nonna davvero strana, forse bizzarra, sicuramente particolare. Ritenuta matta dai parenti, fin da bambina, per i suoi comportamenti sopra le righe ritenuti un disonore per una famiglia di compassati sardi, al punto da far progettare un internamento in manicomio. La nonna scriveva racconti e poesie, dipingeva, manifestava una libido vivacissima, non sapeva tenere la testa bassa e frenarsi, cercava disperatamente l’amore al di fuori delle convenzioni sociali, con il risultato di far fuggire, nonostante il bell’aspetto e le forme procaci, tutti i pretendenti, suoi e delle sorelle (che imparentarsi con una pazza non voleva nessuno). Finché giunge il nonno, un uomo taciturno e paziente, che accetta di sposarla senza amore, come per risolvere la situazione, sua (è rimasto vedovo in seguito al bombardamento di Cagliari) e di lei. Il nonno riesce a farsi volere bene, alla fine. La nonna, per ripicca alla costrizione famigliare, per un po’ rifiuta ogni rapporto sessuale, poi, incuriosita dalle visite del marito alle case chiuse, quasi per gioco si propone di imparare a fare meglio e di più ogni prestazione. Riuscendoci benissimo. Il “mal di pietre”, cioè la calcolosi renale, di cui soffre la nonna, le impedisce di avere figli: un soggiorno in una località termale del continente sembra rimettere le cose a posto, almeno per un po’, e nasce un bambino, futuro musicista (il padre della narratrice). La storia della nonna è immaginata come recuperata dalle annotazioni su un quaderno ritrovato dopo la sua morte: lì è narrata una storia d’amore e di sesso vissuta alle Terme, con un Reduce anche lui in cura presso lo stesso stabilimento. Quanto c’è di vero e quanto di sognato lo si capisce solo alla fine. E’ bello il ritratto di una donna (sensuale, complessa, arabescata) che la Agus riesce a regalarci, inserito in un contesto storico che cambia: prima la Guerra, poi la riforma agraria, l’emigrazione, il boom economico, la trasformazione della società sarda e italiana. Colpiscono le pagine in cui la nonna e il nonno vanno a trovare gli zii emigrati a Milano: li credono ricchi e felici e li scoprono in una soffitta, più poveri di loro. La felicità degli altri è sempre immaginaria.

lunedì 30 novembre 2020

L'ISOLA DI ARTURO

 
 

 
 
Elsa Morante
L'ISOLA DI ARTURO
Einaudi
brossurato
398 pagine, 13 euro


Se "La Storia", il capolavoro di Elsa Morante di cui ci siamo già occupati, datato 1974 e ambientato durante gli anni della Guerra, mostra come i grandi eventi scorrano come macine da mulino sulla pelle dei più umili e dei più deboli, e la Storia occorra raccontarla dal livello della strada, nell'altro grande romanzo della scrittrice romana (1912-1985), "L'isola di Arturo", collocato idealmente negli anni Trenta, le vicende internazionali sono assenti, e tutto si svolge in un microcosmo, non soltanto quello di un'isola minuscola, Procida, quanto piuttosto quello interiore di un singolo personaggio, a cui ogni accadimento è riferito. Pubblicato nel 1957, vinse il Premio Strega, fu un grande successo destinato a durare nel tempo fino ai giorni nostri, e ne venne tratto un film nel 1962. Sicuramente si tratta di un romanzo fondamentale, la cui lettura ipnotizza e commuove, raccontato in prima persona dal protagonista, Arturo Gerace, a distanza di anni, quando, già maturo, e senza che quasi nulla ci dica della sua situazione da adulto, rievoca i ricordi della propria infanzia e della propria progressiva crescita, dalla nascita fino ai sedici anni. Il linguaggio del narratore, consapevole ed elaborato, è quello di chi sembri parlare di un altro, senza indulgenze né autoassoluzioni: si tratta di un racconto che mostra un unico punto di vista, quasi solipsistico. Si potrebbe parlare di romanzo di formazione, visto che segue il percorso di maturazione di un ragazzo, ma in realtà è una specie di ricostruzione a ritroso della propria storia. Arturo è figlio dell'enigmatico Wilhelm Gerace, figlio di un procidano e di una donna tedesca, vissuto in Germania con la madre fino all'adolescenza e poi, riconosciuto dal padre e accolto nella sua casa di Procida, dove nel frattempo ha raggiunto un certo benessere economico. Alla morte del genitore, Wilhelm, diverso da tutti gli abitanti dell'isola perché biondo e teutonico nei lineamenti, non solo eredita certi suoi possedimenti, che gli permettono di vivere di rendita, ma riceve un'altra eredità, la grande casa, un ex monastero addirittura, di proprietà di un ricco e bizzarro misogino, Romeo, detto l'Amalfitano. Costui disprezza le donne e accoglie nella sua dimora, organizzando feste e ritrovi, soltanto ragazzi e giovani, al punto che l'abitazione viene soprannominata "la casa dei guaglioni". Il fatto che Romeo la lasci a Wilhelm, divenuto il suo prediletto, indica (la cosa appare chiara senza che mai la si espliciti) il tipo di relazione che l'amalfitano stringeva con i guaglioni che frequentavano la sua casa. Divenuto proprietario del vecchio convento, il biondino lo lascia tuttavia andare in malora, limitandosi a occuparne poche stanze abbandonando il resto al degrado e alla sporcizia. Sposa comunque una ragazza giovanissima (sedici anni, all'epoca, era la normale età perché una donna si maritasse) che, condotta nella Casa dei Guaglioni, muore di parto mettendo al mondo Arturo. Il bambino ha per balia un giovane, Silvestro, chiamato dal padre, misogino al pari di Romeo, ad allevare il figlio, di cui praticamente si disinteressa. Wilhelm, infatti, lascia l'isola per settimane, a volte per mesi, andandosene non si sa dove, e facendo ritorno senza preavviso, mai dando notizie di sé. I suoi soggiorni a Procida sono sempre brevi, una smania interiore lo spinge a ripartire. Silvestro si prende cura di Arturo per qualche anno, insegnandogli a camminare, a parlare, a scrivere e a leggere. Poi, chiamato a fare il servizio militare, si trasferisce sul continente e il bambino impara a cavarsela da solo. Wilhelm si preoccupa solo di prendere accordi perché un contadino, Costante, porti da mangiare al ragazzino durante le sue frequenti assenze, dopodiché Arturo vive in perfetta solitudine. Non viene neppure mandato a scuola. Per fortuna, si istruisce da solo leggendo e rileggendo i libri della piccola biblioteca dell'amalfitano. Poiché il padre disprezza i procidani, anche lui se ne tiene lontano e conduce giochi solitari fra gli scogli, sulla spiaggia, a bordo di una piccola barca con cui affronta il mare da solo. E' una sorta di Pippi Calzelunghe, con il padre il viaggio per mare, senza però neppure l'amicizia di Annika e Tommy. Al posto della scimmietta, la cagna Immacolatella, che lo segue dovunque. Se i protagonisti de "La Storia", Ida Ramundo e suo figlio Useppe, sono molto credibili, calati appunto nella realtà, la solitudine di Arturo è più difficile da concepire: viene da pensare che un bambino non possa crescere in quello stato di abbandono, e che, al di là del romanzo, un Arturo in carne e ossa avrebbe fatalmente cercato la compagnia dei suoi coetanei e ricevuto qualche cura dagli abitanti dell'isola. Tuttavia, alla Morante serve un ragazzino che, come la statua di Condillac, impari tutto da solo, sia autoreferenziale. Così come nulla ci dice dell'omosessualità di Romeo, la scrittrice sorvola anche sulla maturazione sessuale di Arturo, il quale non scrivemniente delle proprie pulsioni adolescenziali: a un certo punto lo vediamo, quindicenne, diventare amante di una giovane vedova che gli fa da nave scuola, senza che ci sia stato un avvicinamento al gran passo. Anche in questo caso, l'autrice trascura questo aspetto perché gli preme puntare le sue attenzioni sul turbamento di Arturo di fronte a un'altra donna, Nunziata, la seconda moglie che Wilhelm di punto in bianco porta a Procida di ritorno da uno dei suoi viaggi. Anche in questi caso, una ragazzina: una giovanissima napoletana di povere condizioni. E' lei, il vero grande personaggio del romanzo. Ricca di sfumature, devota, saggia, paziente, erotica oltre ogni dire nonostante la sua castigatezza, è la quintessenza della donna: irrompe nella vita di Arturo, sconvolgendola perché il ragazzo cresciuto senza una madre e senza figure femminili attorno, si trova di fronte il mistero della femminilità. Non sa gestirlo, si ammala di gelosia perché viene a spezzare l'equilibrio fra lui e suo padre, prima; poi, quando la matrigna mette al mondo Carmine, un fratellino, vede quante attenzioni una madre è in grado di dare a un figlio, e c he lui non ha mai avuto. Traumi come cannonate. Di come trattare le donne, Arturo ha il solo esempio di Wilhelm, che le disprezza e le maltratta, e che non gli ha mai dato nessuna educazione sentimentale. Anche il ragazzo, perciò, tratta Nunzia in malo modo, nonostante ne sia irresistibilmente attratto, al punto da finire per innamorarsene. Per quanto il padre sia, agli occhi del lettore, una figura ambigua, detestabile, perfino odiosa, agli occhi di Arturo lui è un eroe, un idolo, una divinità. Il ragazzo si immagina che viaggi per il mondo compiendo imprese favolose e sogna il giorno in cui potrà partire con lui. Se c'è una cosa che il padre, invece, non intende fare, è proprio occuparsi del figlio, nonostante questi viva in costante attesa del piroscafo che lo riporti a Procida. Ma dove va, Wilhelm Gerace, quando sta per mesi lontano? Cosa fa? Alla fine lo si capisce, e lo capisce anche Arturo, allorché sente il soprannome con cui lo chiama Tonino Stella, un giovane amante: Parodia. Secondo Stella, il padre di Arturo non è mai andato più lontano di Napoli, limitandosi a girare intorno al Vesuvio in cerca di compagnie maschili. La maturazione del protagonista, che segna la fine del romanzo, è segnata dalla fine dell'epoca dei sogni e dell'idealizzazione dalla figura pantera, dall'abbandono dell'infanzia, l'isola, verso la vita reale, rappresentata dal continente.