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martedì 28 ottobre 2025

CATTIVA FEDE

 


Ken Follett
CATTIVA FEDE
Edizioni Dehoniane
2017, brossurato
80 pagine, 7.50 euro

Non c’è bisogno di ricordare chi è il britannico Ken Follet (Cardiff, 1949), autore di best seller di fama internazionale. Però, suvvia, citiamo almeno “I pilastri della Terra”, il suo romanzo di maggior successo. C’è però bisogno di spiegare che cos’è questo libretto di poche decine di pagine, così poche rispetto alla mole dei volumi del resto della sua produzione. Il titolo della collana, “Lampi d’autore”, viene spiegato proprio dalla fulmineità dei testi presentati. Si tratta di un memoir pubblicato nell’autunno del 2016 sulla rivista inglese Granta, in un numero speciale di argomento religioso dedicato alla frammentazione settaria delle varie chiese protestanti. Ken Follett rievoca, non senza dolore, la sua infanzia trascorsa nella gabbia delle convinzioni della Plymouth Brethren, una fratellanza puritana per la quale il peccato poteva annidarsi letteralmente ovunque, confraternita di cui la famiglia dello scrittore faceva parte. Tutto nasce dall’istituzione della Chiesa anglicana da parte di Enrico VIII, nel 1534. Da questo scisma scaturirono decine di gruppi religiosi detti “non conformisti” in quanto, pur accettando la separazione dalla Chiesa cattolica, non si conformavano all’Atto di uniformità con cui nel 1662 si cercò di radunare il gregge disperso. Si creò una divisione tra “Chiesa alta” e “Chiesa bassa”, quest’ultima formata appunto dai dissidenti, frammentati fra loro in modo inverosimile. Presbiteriani, battisti, metodisti e calvinisti sono quelli più conosciuti. Tra le congregazioni più piccole c’è appunto la Plymouth Brethren, nata ai primi dell’Ottocento ma collegata alla tradizione dei Padri Pellegrini partiti per l’America a bordo della nave Mayflower nel 1620. A pochi anni dalla fondazione, già nel 1848 il gruppo si spacca in due: gli Open e gli Exclusive. Più aperti all’accoglienza i primi, rigidamente chiusi i secondi. Follett scrive di non essere a conoscenza di nessuna differenza fra i due rami a parte l’atteggiamento nell’ammettere chiunque alle proprie cerimonie o non ammettere nessuno che non facesse parte della comunità. La famiglia di Ken faceva parte degli Exclusive, per i quali una delle più temibili trasgressioni, fonte di perdizione, era entrare in una cappella degli Open. Guai poi soltanto a parlare con qualcuno dei rivali. La competizione fra le varie congregazioni anglicane è sempre stata feroce. Uno dei pezzi forti di “Cattiva fede” è il racconto che Follett fa di una barzelletta riguardante un gallese che dopo aver fatto naufragio su un’isola deserta costruisce due cappelle. Quando arrivano a salvarlo, gli chiedono a che serve la seconda e lui risponde: “E’ quella dove non vado”.  
Nessun dubbio che la Plymouth Brethren si possa definire una setta. Al piccolo Ken viene vietato l'andare al cinema, così come era esclusa ogni forma di divertimento, compreso l’ascolto della musica o la frequentazione di eventi sportivi. Nessuna possibilità di mettere in discussione l’autorità dei genitori e, in generale, quella degli anziani. Assillanti le letture della Bibbia e le funzioni religiose (tre durante la domenica), divieto di partecipare alla vita pubblica iscrivendosi a un partito o a un sindacato. Follett rimpiange soprattutto di non aver potuto diventare un boy scout. Non si poteva mangiare in compagnia di nessuno che non facesse parte del gruppo, né andare ai funerali di estranei. Insomma, il fanatismo più totale. Frequentando l’Università, dopo aver scelto filosofia nella speranza che gli studi potessero aiutarlo a superare i suoi dubbi sull’esistenza di Dio (“nessun dato di fede superò la prova dei criteri logici”), Follett diventa ateo, “un ateo arrabbiato”, perché non aveva potuto entrare nei boy scout”. Conclude lo scrittore: “Mi sono bastati tre anni per diventare ateo, ma ho speso il resto della vita per ritrovare una qualche forma di spiritualità”.  Dopo il testo tradotto da Alessandro Zaccuri (autore anche della prefazione), viene proposto il godibilissimo testo originale in inglese. 



mercoledì 31 luglio 2024

DI AMORE E DI GUERRA

 


Mino Milani
DI AMORE E DI GUERRA
Interlinea
2018, brossurato
164 pagine, 15 euro

All’anagrafe era Guglielmo, ma tutti lo hanno sempre chiamato Mino. Nato a Pavia nel 1928 e morto nella sua città nel 2022 a 94 anni, Mino Milani è autore di una lista infinita di romanzi e di racconti, per ragazzi e per adulti, e per adulti ragazzi e ragazzi adulti, e di una serie di fumetti ancora più infinita (so che non può esserci un infinito più infinito di un altro, ma per Milani valgono le eccezioni alle regole), per non parlare della divulgazione storica e biografica e della saggistica dedicata alla sua terra e all’Italia intera, medievale come risorgimentale. 
Giornalista e direttore di giornali, collaboratore prolifico del “Corriere dei Piccoli” e del “Corriere dei Ragazzi”, sceneggiatore per fumettisti illustri (tra i quali Pratt, Manara, Battaglia, Toppi e Micheluzzi), maestro di Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, creatore di personaggi memorabili (come Tommy River, Efrem, Melchiorre Ferrari, Selina), Mino Milani è soprattutto uno straordinario affabulatore, in grado di narrare qualunque storia, vera o inventata, facendo restare tutti incantati, trascinati nel suo racconto. Lo dimostra “Di amore e di guerra”, un coinvolgente diario, personale e generazionale, locale e universale, degli anni della Guerra da lui vissuti durante gli anni dell’adolescenza e  del liceo (frequentò il Classico “Ugo Foscolo” di Pavia). “Fu certo una stagione difficile. Per i ragazzi richiamati alle armi; per gli altri, che riuscivano a nascondersi, per altri ancora che per convinzione o per caso o per convenienza si mettevano dall’una o dall’altra parte, chi con i fascisti, cioè, chi con i partigiani”, scrive l’autore. L’autobiografia è limitata agli anni tra il 1940 e il 1945 ma sono anni fondamentali, per Milani e per l’Italia: il titolo ben suggerisce l’idea di un percorso di crescita e di presa di coscienza lungo un percorso da “romanzo di formazione” grazie al quale il giovane Milo scopre il sesso e si confronta con la morte sempre dietro l’angolo. La narrazione è ricca di aneddoti coinvolgenti, a volte divertenti, più spesso drammatici, con l’attenzione sempre puntata sulla vita quotidiana della gente pavese, presa a paradigma dell’intera società, chiamata a una prova suprema. Milani descrive le cose com’erano e come stavano, senza livore ideologico, comprese le difficoltà del decidere che fare di fronte a scelte terribili. Si arriva al momento in cui schierarsi diventa obbligatorio e benché molto giovane (sedici anni) Mino collabora come interprete e corriere con la Resistenza. Non si vanta di imprese gloriose, non si atteggia a eroe, piange anche la morte di ragazzi come lui caduti dalla parte sbagliata. Il racconto è sempre misurato, poche parole bastano a tratteggiare scenari ed emozioni. Un gran bel libro.



domenica 30 aprile 2023

RE DEL PORNO

 

John Holmes
RE DEL PORNO
Derive Approdi
1999 - brossurato
194  pagine, 24.000 lire

Un libro che si legge d’un fiato come se si stesse ad ascoltare il narratore, lo stesso John Holmes, mentre racconta a voce la propria vita. E proprio come accade quando il racconto è detto piuttosto che scritto, alcune parti sono meglio sviluppate, finanche con una buona capacità affabulatoria, in altre invece gli avvenimenti sono appena accennati, en passant, nel modo tipico della narrazione non strutturata. Del resto John Holmes, Mister 35, King of Porn, il pornodivo  più pagato d’America, sulla breccia per vent’anni consecutivi e con all’attivo oltre 2000 film, non ha scritto materialmente questo libro: l’ha dettato, sul letto di morte, al giornalista Fred E.Basten e alla sua seconda moglie Laurie Rose, meglio nota come pornoattrice sotto il nome di Misty Dawn. Dopo la morte di Holmes, per dieci anni il testo è rimasto nelle mani di Laurie perché la famiglia del marito era contraria alla pubblicazione, infine comunque avvenuta. Chi si aspetti un libro “morboso” resterà deluso. Al contrario, la lettura finisce per essere uno spaccato drammatico e inquietante della società americana, con risvolti addirittura da thriller metropolitano nelle pagine in cui l’autore narra del suo coinvolgimento in una strage avvenuta per un regolamento di conti fra malavitosi trafficanti di droga. La vicenda, che costò all’attore quasi due anni di carcere prima del proscioglimento, e che comunque lo segnò per il resto della vita ossessionandolo dal pensiero di poter essere a sua volta ucciso, segna il punto culminante della discesa agli inferi di un uomo passato da una infanzia povera a una gioventù squattrinata e quindi al successo e alla ricchezza, per poi venire inghiottito dal baratro della tossicodipendenza. John Holmes non nasconde nulla ai suoi lettori, e lo fa con una franchezza che a tratti pare addirittura disarmante. Non cerca sconti, racconta di come spacciasse droga e trafficasse con armi e merce rubata come se fosse la cosa più normale del mondo, che nella sua condizione di allora evidentemente lo era. Il John Holmes giunto alla fine della sua vita, iniziata l’8 agosto del 1944, pare aver preso coscienza del fatto di aver vissuto in ambienti dove l’unico intento era quello di accumulare denaro, scopo per il quale si era disposti a trasformare in merce qualsiasi cosa. Nelle ultime pagine commuovono l’amore di John per la madre e la moglie Laurie, la sua convinzione di essere stato comunque un uomo fortunato solo per il fatto di averle avute accanto, la sua determinazione a non fare niente per prolungare la sua agonia, desiderando solanto di morire, e infine la preoccupazione perché il suo corpo fosse cremato intero, nel timore che qualcuno potesse evirarlo, già cadavere, per mettere in formalina o imbalsamare il pene che lo aveva reso un fenomeno in tutto il mondo. Ma non c’è solo questo: il racconto dell’attore consente anche di seguire l’evoluzione dell’industria del porno, dalle fasi iniziali dei primi anni Sessanta, con il mercato clandestino e la produzione di “loop” di brevissima durata, sempre realizzati con il rischio che la polizia facesse irruzione sui set, fino al mercato dei video che verso la fine degli anni Ottanta cominciarono a soppiantare definitivamente le pellicole cinematografiche. Infine, una considerazione: la (discutibile) postfazione di Roberta Tatafiore mette in dubbio che Holmes sia davvero finito vittima dell’ AIDS, sostenendo che la sua morte fosse dovuta piuttosto ai suoi otto pacchetti di sigarette il giorno, all’abuso di droghe e di alcool. Holmes era già un uomo morto prima che AIDS se lo portasse via. Dal di fuori, si può solo notare che l’una cosa non escluda l’altra e che ci possano essere state delle concause.


 

lunedì 13 marzo 2023

TRATTI IN SALVO

 

 
 
Vittorio Giardino
TRATTI IN SALVO
Rizzoli Lizard
cartonato, 2022
252 pagine, 19 euro


La parola innanzitutto a Vittorio Giardino, dalla sua prefazione intitolata "Ettari di carta e brandelli di vita": "Da tempo pensavo di raccogliere piccole storie, illustrazioni e disegni sparsi, tutte pagine inedite o quasi, pubblicate al massimo su cataloghi di mostre o festival e mai più ristampate. Volevo salvare dall'oblio pagine che giacevano dimenticate in fondo a vecchi cassetti, sepolte sotto montagne di fogli accumulati negli anni". Ecco spiegati dunque il titolo "Tratti in salvo", e il sottotitolo "Storie brevi, illustrazioni, perle ritrovate". Ma c'è di più: ogni tavola tratta in salvo è accompagnata da una didascalia che ne spiega l'origine e, spesso, da un testo, sempre accattivante, che, racconta un aneddoto di vita vissuta: incontri, luoghi, occasioni, sfide accettate (e di solito vinte). C'è perfino a una bellissima "nota a margine della copertina". Sfogliare le pagine del volume, ottimamente stampato da Rizzoli Lizard (carta, colori, grafica, sono impeccabili), è una gioia per gli occhi e per la mente, e ci si confronta ammirati non soltanto con il talento di Vittorio Giardino come autore (e il più delle volte autore completo), ma anche con la sua versatilità in grado di farlo aggirare a suo agio tra illustrazioni a colori così come in bianco nero, tra il noir e l'erotismo, tra la satira politica e il racconto storico, tra scenari di mare così come cittadini. Ci sono anche chicche come una tavola disegnata a quattro mani con Magnus, o quelle con Tex e Martin Mystère, o l'intera storia breve di Diabolik (visto da lontano), e poi gli omaggi a Carl Barks, Bonvi, Silver, Hugo Pratt. Ogni pagina, una sorpresa. Grazie, Vittorio, per queste meraviglie tratte in salvo. Hai scritto che ce ne sarebbero molte atre da salvare: a quando il secondo volume?

sabato 31 dicembre 2022

TACCUINI

 



Albert Camus
TACCUINI
Bompiani
Brossurato, 2018
576 pagine, 16 euro
 
Albert Camus: scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, regista teatrale, giornalista e alla fine (nel 1957) Premio Nobel per la Letteratura. “Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo”, scrivono gli svedesi motivando il prestigioso riconoscimento. Due almeno i suoi romanzi da leggere prima di morire: “Lo straniero” (1942) e “La peste” (1947), entrambi ambientati nell’Algeria francese, dove Camus nacque nel 1913 (e a cui rimase sempre legato). La sua vita attraversò gli anni dei totalitarismi, del secondo conflitto mondiale e della Guerra Fredda, fu antifascista e aderì per un certo periodo al partito comunista, salvo poi uscirne soprattutto per reazione al dispotismo sovietico: “questa sinistra di cui ho fatto parte, mio malgrado e suo malgrado”, scrive nei Taccuini. C’è chi sospetta che il KGB sia stato coinvolto nell’incidente stradale in cui rimase ucciso nel 1960. Colpito giovanissimo dalla tubercolosi, riuscì comunque a laurearsi in filosofia nel 1936 con una tesi su Plotino e Sant’Agostino, ma per tutta la vita dovette trascorrere periodi di cura. Venticinque anni di questa vita sono accompagnati dalle sue annotazioni su quelli che vennero poi pubblicati postumi con il titolo di “Taccuini”. Si tratta di nove quaderni scolastici che Camus compilò senza interruzione dal maggio 1935 fino alla morte. Mentre era ancora in vita, lo scrittore aveva fatto dattilografare e in parte rivisto i primi sette quaderni. Un’edizione postuma dei primi sei, divisa in due tomi, venne curata da Roger Quillot. I quaderni 7, 8, e 9 sono stati pubblicati soltanto nel 1989. Non si tratta di diari: solo alcune pagine raccontano dei suoi viaggi in Francia, in Italia, in Grecia. Per il resto, si tratta di strumenti di lavoro. Camus annotava idee per nuovi romanzi, racconti, commedie, drammi. Poi citava frasi dai libri che leggeva (quante letture!), o si appuntava brani che sarebbero poi finiti in qualche sua opera. Coglieva sfumature nei paesaggi, commentava accadimenti nell’umanità che gli si aggirava attorno, elucubrava contorsioni filosofiche sul senso della vita, della morte, dell'amore, sull'arte e sulla scrittura. Raramente registrava avvenimenti storici (della guerra, per esempio, parla pochissimo). Si teneva lontano, con dichiarato intento, dalle confessioni sulla sua vita privata. Faceva propositi, tra i quali quelli di non entrare in polemica con i detrattori (“bisogna scrivere, non discutere”). Insomma, uno Zibaldone senza alcun filo conduttore se non lo scorrere del tempo. Certo, l’intero universo di Camus è nei suoi Taccuini, ma la scrittura zibaldonesca non favorisce la lettura: difficilmente la si può portare avanti a oltranza. Personalmente, ho letto tutto nel corso di un paio di anni, in ordine cronologico ma procedendo a pochi appunti ogni giorno. Ho estrapolato dai nove quaderni una serie di aforismi (di cui sono, come si sa, appassionato). Li ho copiati qui di seguito, nel caso a qualcuno interessino. Non pretendono di riassumere il senso dei Taccuini nella loro interezza, ma sicuramente illuminano su alcuni temi cari a Camus.
Quaderno 1 – maggio 1935 – settembre 1937
Quaderno 2 – settembre 1937 – aprile 1939
Quaderno 3 – aprile 1939 – febbraio 1942
Quaderno 4 – febbraio 1942 – settembre 1945
Quaderno 5 – settembre 1945 – aprile 1948
Quaderno 6 – aprile 1948 – marzo 1951
Quaderno 7 – marzo 1951 – luglio 1954
Quaderno 8 – agosto 1954 – luglio 1958
Quaderno 9 – luglio 1958 – dicembre 1959

Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso in base alle parole e non alle idee.
La civiltà non consiste in un livello più o meno alto di raffinatezza, ma in una coscienza comune a tutto un popolo. Credere che la civiltà sia opera di un’élite significa identificarla con la cultura, che tutt’altra cosa.
Incapacità di essere solo, incapacità di non esserlo.
La tentazione più pericolosa: non assomigliare a nulla.
Il bisogno di aver ragione: segno di spirito volgare.
Ci si determina man mano che si vive. Conoscersi alla perfezione equivale a morire.
Un uomo intelligente su un certo piano può essere imbecille su altri.
Ogni volta che ascolto un discorso politico o leggo le parole di costoro che ci dirigono, constato da anni con spavento che non c’è niente in loro che abbia un suono umano. Sono sempre le stesse frasi che ripetono le stesse menzogne.
Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: “Conosco un solo dovere, ed è quello di amare.”
La vita è difficile da vivere.
L’innocente è colui che non spiega.
La mia sola missione è vivere.
La tentazione comune a tutte le intelligenze: il cinismo.
C’è chi è fatto per amare e c’è chi è fatto per vivere.
La donna del piano di sopra si è uccisa gettandosi in cortile. Prima di morire ha detto: “Finalmente!”
Bisogna essere in due quando si scrive.
Un giorno che il popolo lo applaudiva: “Che abbia detto qualche sciocchezza?” si domandò Focione.
Forse la vita sessuale è stata data all’uomo per distoglierlo dalla sua vera vita. E’ il suo oppio.
Nessun popolo può vivere fuori della bellezza. Può al massimo sopravvivere per qualche tempo.
Non esiste libertà per l’uomo fin quando non ha superato il timore della morte.
Neanche Dio, se esistesse, potrebbe modificare il passato
Libertà è poter dare ragione all’avversario.
Ho vissuto per tutta la giovinezza con l’idea della mia innocenza, cioè con nessuna idea.
Preferisco gli uomini impegnati alle letterature impegnate. Sembra che oggi scrivere una poesia sulla primavera equivalga a servire il capitalismo.
Mi conosco troppo per credere alla virtù assolutamente pura.
Soppressione della pena di morte. Motivo: l’assassino ha delle scuse nelle passioni della natura. La legge no.
Mi si rimprovera perché i miei libri non danno rilievo all’aspetto politico. Traduzione: vorrebbero che mettessi in scena dei partiti. Ma io metto in scena soltanto individui che si oppongono alla macchina dello stato.
Secondo gli egiziani, dopo la morte il giusto deve poter dire: “Non ho fatto soffrire nessuno”. Se no, c’è il castigo.
Bisogna incontrare l’amore prima di aver incontrato a morale. Altrimenti, lo strazio.
Ho cercato con tutte le forse, conoscendo le mie debolezze, d’essere un uomo morale. La morale uccide.
Non si dice neppure la quarta parte di ciò che si sa. Altrimenti, tutto crollerebbe. Quel poco che si dice, ed ecco che già urlano.
Se c’è un’anima, è un errore credere che ci sia stata data già creata. Si crea qui, nel corso della vita. E vivere non è che questo parto lungo e faticoso. Quando l’anima è pronta, creata da noi e dal dolore, ecco la morte.
Secondo i cinesi, gli imperi che sono ormai prossimi alla fine, hanno leggi molto numerose.
Quelli che scrivono in modo oscuro hanno una bella fortuna: avranno dei commentatori. Gli altri avranno soltanto dei lettori, il che, sembra, è spregevole.
E’ solo rinviando le conclusioni, anche quando gli sembrano evidenti, che un pensatore progredisce.
Io non seduco, io cedo.
Quelli che preferiscono i propri principi alla propria felicità si rifiutano di essere felici al di fuori delle condizioni che essi stessi hanno stabilito per esserlo.
La disgrazia più grande non è non essere amati, ma non amare.
Mi sento in diritto di morire tranquillo, potendo dire: “Ero debole, e tuttavia ho fatto ciò che ho potuto.”
I martiri devono scegliere tra farsi dimenticare e farsi adoperare.
Con alcune persone manteniamo rapporti di verità. Con altre, rapporti di menzogna. Questi ultimi non sono meno duraturi.
Sembrava che si amasse la libertà; si scopre che ci si limitava a odiare il padrone.
Non sono così buono da perdonare le offese, ma le dimentico sempre.
Bomba termonucleare. Gli uomini giungono finalmente a eguagliare Dio, ma nella crudeltà.
L’arte è un’esagerazione calcolata.
Leggi spesso che sono ateo, sento parlare del mio ateismo. Ma queste parole non mi dicono niente, non hanno senso per me. Io non credo in Dio e non sono ateo.
Dopo trenta conversazioni in Italia, comincio a farmi un’idea della vera situazione di questo paese. Non opinioni, ma fazioni.
Quelli che hanno davvero qualcosa da dire non ne parlano mai.
Non rifiutarsi di riconoscere ciò che è vero, neanche quando il vero si rivela l’opposto del desiderabile.
Il mio mestiere è di fare libri e di combattere quando la libertà dei miei e del mio popolo è minacciata. Tutto qui.
La democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza.

 Io non amo l’umanità in generale. Mi sento soprattutto solidale con lei, e non è la stessa cosa. E poi amo alcuni uomini, vivi o morti, con una tale ammirazione che sono sempre desideroso, o ansioso, di preservare o proteggere in tutti gli altri ciò che, per caso o per un giorno che non so prevedere, li ha resi o li renderà simili ai primi.

mercoledì 14 settembre 2022

L'UOMO CON LA FACCIA IN OMBRA

 

 


 


Tito Faraci
L'UOMO CON LA FACCIA IN OMBRA
Feltrinelli
brossurato, 2022
224 pagine, 18 euro
 
"L'uomo con la faccia in ombra" a cui allude il titolo è, evidentemente, lo sceneggiatore di fumetti. Una figura la cui esistenza, al di là della ristretta cerchia degli adepti e degli iniziati, sfugge al senso comune. Il rasoio di Occam, il principio filosofico che invita a sceglidere, fra le varie ipotesi possibili, quella più semplice, spinge a ritenere che i fumetti li faccia uno, e uno solo: il fumettaro. Se i fumetti li crea il disegnatore, costui è già il motore immobile aristotelico e non c'è bisogno di una entità precedente. Invece, coloro che lavorano nel mondo del fumetto si dividono principalmente in due grandi famiglie: autori dei testi, quelli cioè che inventano una storia e la raccontano dividendola in vignette, e disegnatori, che si occupano di illustrare quanto sceneggiato dai primi. In realtà non è così semplice, dato che a volte gli sceneggiatori sono persone diverse dai soggettisti, e i disegnatori possono divedersi in matististi, inchiostratori e coloristi, e poi ci sono i letteristi, i grafici e gli editor. Ma per non confondere le idee, limitiamoci a parlare di sceneggiatori e disegnatori. Tito Faraci appartiene alla prima categoria. E', appunto, una di quelle persone di cui pochissimi sospettano l'esistenza. Sto scherzando. In realtà, da autore vulcanico e poliedrico qual è, tutti lo conoscono. “Ho scritto tante cose molto diverse fra loro per non annoiarmi, e non annoiare”, ha dichiarato in una intervista a uBC. Nato a Gallarate (Milano) il 23 maggio 1965, Luca “Tito” Faraci, sceneggiatore non soltanto di storie a fumetti di eroi di propria ideazione, ma anche brillante e originale interprete di storici personaggi italiani e internazionali, tant’è vero che è stato uno dei primi scrittori europei a essersi cimentato con racconti di personaggi Marvel, quali Capitan America, Devil e l’Uomo Ragno. E' noto come sceneggiatore Disney (con particolare predilezione per Topolino), ma anche di Diabolik, di Tex, di Dylan Dog, di Zagor, di Lupo Aberto e perfino dell'Uomo Ragno. Aggiungiamoci vari graphic novel, alcuni romanzi, la direzione di collane di libri, la sua attività di critico musicale, di paroliere di brani rock e addirittura cantante e batterista.
Pochi autori di fumetti possono vantare un curriculum ricco come quello di I suoi primi passi nel mondo della carta stampata avvengono come giornalista musicale, per poi esordire in campo fumettistico lavorando sotto pseudonimo per un’ agenzia, prima di entrare, nel 1995, a far parte dello Staff di If e poter firmare con il suo vero nome le prime sceneggiature disneyane (la storia d’esordio, “Ciccio e la penna indigesta”, è del 1996). A partire dal 1998, Faraci comincia a collaborare direttamente con la Disney inaugurando una serie di storie “gialle” ambientate a Topolinia, caratterizzate da un taglio moderno e maturo sia nei contenuti che nello stile. Nel 2000, questi racconti vengono raccolti dalla Einaudi in un volume dal titolo “Topolino Noir”, destinato a dare molta notorietà all’autore anche al di fuori dal tradizionale circuito degli appassionati. Faraci dà un’impronta molto personale alle sue storie di Mickey Mouse, e dimostra, oltre che un grande talento comico (le sue gag sono sempre molto divertenti), anche una capacità di raccontare trame originali in cui elementi drammatici e avventurosi si sposano con l’umorismo in un gradevole mix. Tra i disegnatori con cui soprattutto stringe sodalizio c’è Giorgio Cavazzano: si deve ai due la creazione di Rock Sassi, uno rude e bizzarro poliziotto texano messo al fianco dell’ispettore Manetta. In ambito Disney, il suo nome è legato anche a collane innovative quali PKNA (Paperinik New Adventures) e MMMM (Mickey Mouse Mistery Magazine). A partire dal 1998 lo scrittore inizia a collaborare con Lupo Alberto e, soprattutto, con Diabolik, un personaggio da lui rinfrescato nella scelta delle tematiche e nel ritmo del racconto. Datato 1999 è inoltre l’approdo alla Sergio Bonelli Editore, con una proficua collaborazione (in cui è evidente la sua personale “calligrafia”, che lo porta a venire immediatamente identificato) che comincia con Dylan Dog. Tocca proprio a lui, comunque, inaugurare la tradizione delle miniserie bonelliane mandando in edicola, nel 2005, “Brad Barron”: un eroe fantascientifico che però vive le sue avventure in un passato alternativo fermo agli anni Cinquanta, con episodi ciascuno dedicato a un particolare genere letterario in modo da offrire una sorta di contaminazione postmoderna tra i miti dell’immaginario collettivo, cifra stilistica, questa, che contraddistingue da sempre il suo lavoro. L'attività in casa Disney mettono molto presto Tito Faraci in contatto con Giorgio Cavazzano, con il quale lo sceneggiatore realizza non solo molte storie di topi e di paperi, ma anche un graphic novel umoristico intitolato “Jungle Town” e una atipica storia Marvel dell’Uomo Ragno, ambientata a Venezia (“L’uomo ragno e il segreto del vetro”). Sempre per la “Casa delle Idee” newyorkese, nel 2006 l’autore sceneggia un'altra storia con due protagonisti in team up, Devil e Capitan America, dal titolo “Doppia morte”, illustrata da Claudio Villa. Altre due graphic novel a sua firma sono “Infierno!” (disegnato da Silvia Ziche), e “L’ultima battaglia” (con l’americano Danie Brereton). In ambito bonelliano, Faraci scrive storie per Nick Raider, Martin Mystère, Magico Vento, Tex, Zagor e Cico. Decine sono inoltre le storie da lui realizzate per Lupo Alberto e Diabolik. Nel 2008, Faraci firma la versione disneyana del “Novecento” di Alessandro Baricco, con Pippo quale protagonista: il sodalizio con lo scrittore porta anche alla versione a fumetti del romanzo baricchiano “Senza sangue”, affidato alle matite di Francesco Ripoli.Non va dimenticata l’opera di Faraci come talent scout, organizzatore di eventi, curatore di collane e anche editore in proprio, ma anche di scrittore: nel 2011 è uscito infatti l’ horror “Oltre la soglia”, pubblicato da Piemme, seguito da "Death Metal" per lo stesso editore. In precedenza, per la Disney Libri, era uscito il romanzo “Il popolo delle tenebre”. Sono seguiti poi i romanzi "Nato sette volte", "La vita in generale", "Spigole". Aggiungo la miniserie "Quei due", quattro volumi cartonati di una sit-com edita da Bonelli. E' difficile, naturalmente tracciare un ritratto esaustivo di un simile autore. Perciò la faccio breve aggiungendo che con "L'uomo con la faccia in ombra" Tito traccia una sorta di "manuale autobiografico" che racconta il suo innamoramento per il fumetto in anni (quella della nostra infanzia, sia mia che sua) che hanno segnato la nostra vita, e il suo percorso di avvicinamento verso la professione di sceneggiatore. Credo di aver compiuto la stessa operazione anche io con il mio saggio "Io e Zagor" (Cut-Up Publishing) in cui racconto esperienze simili. A seguire, un vademecum per scrivere soggetti e sceneggiature con esempi tratti da storie Disney, di Diabolik e di Zagor, nel caso qualcuno volesse cimentarsi con la scrittira di fumetti popolari (anche se, secondi me, il futuro è del graphic novel). Di Tito saggista sul fumetto ricordo il bellissimo "Mickey: uomini e Topo", che trovate recensito qui:

sabato 12 febbraio 2022

DIARIO SEMISERIO DI UN FUMETTISTA

 


 

 

Sergio Algozzino
DIARIO SEMISERIO DI UN FUMETTISTA
Sac
2018, brossurato
80 pagine, p.n.i.


In questa piccola pubblicazione formato quaderno, Sergio Algozzino (autore poliedrico, musicista e fumettista) compila un divertente elenco di tutte le disgrazie che ostacolano un fumettista alle prese con improrogabili scadenze di consegna: siccome uno lavora in casa, ecco che chiunque può giungere a fargli visita (amici, parenti, fidanzate) o ad affidargli incombenze, come se il processo creativo fosse qualcosa che non richiede, tutto sommato, applicazione o concentrazione, come se le idee fossero disponibili con uno schioccare delle dita e realizzarle non costasse applicazione e fatica. Invece, anche fare fumetti toglie il sonno la notte, se ci sono tempi e impegni da rispettare: per quanto i profani non lo capiscano, costa sudore, richiede tempo e strizza il cervello, riducendo i fumettisti come stracci - sia che si tratti di fumetto seriale (aggiungo io), sia che si realizzino graphic novel (come nel caso di Algozzino). Come al solito, perfetta la padronanza del mezzo espressivo da parte dell'autore.

giovedì 6 gennaio 2022

L'EREDITA' MORALE

 

 
 
Fausto Serra
L'EREDITA' MORALE
Youcanprint
2021, brossura
224 pagine, 12.90


Sono una trentina le bellissime illustrazioni di Walter Venturi che corredano e commentano questo libro di Fausto Serra. Venturi, disegnatore di punta di Zagor (oltre che di tanti altri fumetti) è legato a Fausto da una grande amicizia nata durante i "Rendez Vous" degli appassionati zagoriani che Serra ha organizzato per vari anni (e conta di organizzarne altri) a Viddalba, in Sardegna, in provincia di Sassari. Uomo dalla tempra inossidabile, impegnato su mille fronti e dotato di grande umanità, Fausto è anche molto legato alla sua terra. Lo dimostra con questo romanzo, in cui va in cerca delle proprie radici, ricostruendo la storia della propria famiglia, a partire dalla figura del nonno, Giovann'Angelo, classe 1870. Per farlo, si è messo sulle tracce dei resti del vecchio mulino dove abitava, oggi ruderi nascosti dalla vegetazione. Il racconto si concentra soprattutto su Giovanni Maria, detto Minniu, suo padre, ultimo genito di una nidiata di quattro sorelle e tre fratelli, rimasti giovanissimi orfani di entrambi i genitori. Ne viene fuori una storia, raccontata molto bene, che si rivela, da particolare che è, del tutto universale. Al tempo stesso, sa descrivere una terra e la sua gente. Ho cercato di spiegarlo nella mia prefazione, che riporto qui di seguito.

RADICI
di Moreno Burattini

Il passaggio dalla preistoria all’epoca storica è segnato da uno snodo fondamentale: la testimonianza scritta. Prima dell’invenzione della scrittura, degli eventi umani non rimaneva traccia. Certo, ci sono stati millenni di tradizioni orali. Ma tutto svanisce, se non si scrive. E’ per questo che gli uomini hanno sempre sentito il bisogno di fissare su carta (o su qualunque altro supporto) la memoria di se stessi. C’è la foto di alcuni ruderi divorati dalla vegetazione, a pagina 216 di questo libro: sono quelli del vecchio mulino dove un tempo viveva la famiglia di Fausto Serra, l’autore delle pagine che state per leggere. Ruderi che il tempo presto cancellerà per sempre, ma il cui ricordo è possibile tramandare al di là delle reminiscenze dei singoli. Fausto è andato a cercare quelle pietre, come si legge all’inizio del suo racconto, alla ricerca di un pezzo di sé stesso. Che cosa siamo, senza le nostre origini? La letteratura è memoria ed è memoria delle nostre radici, il racconto del percorso fatto attraverso cui è possibile capire dove siamo arrivati. Noi siamo la nostra memoria: chi è privo di ricordi non sa chi è. Serra, come tanti prima di lui, è andato in cerca delle proprie radici e di questa ricerca ha tratto il libro che avete fra le mani, raccontando la storia di suo padre (il quale a sua volta aveva un padre, che aveva un padre, che aveva un padre) per raccontare se stesso, per comprendersi e completarsi. Ma le radici di una pianta sono legate a una terra. Non si capisce un uomo senza capire la sua terra: quella in cui è nato, quella in cui è vissuto, magari quella da cui è fuggito (perché una terra sa anche essere matrigna), oppure quella in cui si è trapiantato. E le radici sono al plurale perché tante, ramificate, contorte, intrecciate con altre con cui formano un reticolo inestricabile. Quindi, la storia di un uomo è connessa a quelle di altri uomini, la storia di una famiglia a quella di altre famiglie. Per questo il libro che avete fra le mani non è soltanto il racconto di un nonno, dei suoi figli e dei suoi nipoti, ma assume un valore universale. C’è un vecchio mulino, o il suo corrispondente (una casa dei nonni, una antica cascina), nella storia di tutti noi, che proveniamo da un mondo, da una realtà, da una società di cui non dobbiamo perdere il ricordo, né, soprattutto, i valori.