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martedì 20 maggio 2025

NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE

 


Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
Alessio Avallone
NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
80 pagine, 17 euro


“Una fortezza chiamata Tell Bashir esiste davvero e si trova a sud-ovest di Edessa. Era un nome troppo bello per abbandonarlo alle sabbie del tempo”. Così concludono la loro postfazione Emiliano e Matteo Mammucari, creatori della saga di Nero e sceneggiatori di questo secondo episodio, come del primo. Primo che era stato disegnato dal solo Emiliano, mentre il volume di cui vedete in alto la copertina porta la firma, per la parte grafica, del bravo Alessio Avallone, perfetto nell’inserirsi senza attriti di sorta in una narrazione già iniziata da altri. Della puntata precedente, intitolata “Così in terra” ci siamo già occupati in questo spazio: cliccate sul titolo per leggere la recensione che commenta l’inizio della saga.
Tell Bashir, dicevamo: un nome che soltanto a pronunciarlo evoca ciò che i disegni ci mostrano fin dalla seconda tavola, una fortezza araba nel deserto siriano, assediata dai franchi durante la terza Crociata e, apparentemente, destinata a cadere. Giova ribadire quel che avevamo segnalato in precedenza: la grande importanza della colorazione in supporto e valorizzazione dei disegni, proprio come strumento della narrazione (questo secondo episodio è colorato da Luca Saponti, già colorista del primo volume, e da Adele Matera); al contrario, la non importanza dell’aspetto religioso nella caratterizzazione degli eserciti in campo e degli eroi, tutti rivali fra loro o disposti ad allearsi, nonostante la fede, mossi da interessi e scopi personali, sulla scorta di avvenimenti del passato che continuano a guidare le loro scelte e le loro azioni. Il fatto che si parli di crociati e di musulmani non ha grande rilevanza, potrebbe trattarsi della guerra fra Sassoni e Normanni, o fra Mongoli e Cinesi, o fra Russi e Teutonici. “Oscurato il sole e spente le stelle” chiarisce meglio le caratteristiche dei personaggi. Nero, guerriero arabo ma cane sciolto, reca sulla fronte una cicatrice che ricorda un rito a cui fu sottoposto da bambino dal suo stesso padre che voleva immolarlo a un Djinn, un demone nascosto nella misteriosa Grotta del Sangue, rito che non finì bene e che l’indisciplinato eroe vorrebbe non si ripetesse mai più; lo Straniero, combattente cristiano disertore, segnato sul corpo a sua volta dagli artigli dello stesso demone, vuole invece che questi venga nuovamente evocato perché si metta al suo servizio; il Qadi, signore di Tell Bashir e zio di Nero, ritiene l’aiuto del Djinn l’unica speranza per salvare la sua fortezza; la Nizarita, una sorta di ninja musulmana, ha un conto aperto con Nero e lo vuole uccidere approfittando del trambusto. Tutti costoro si ritrovano alla Grotta del Sangue a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, e sembra che uno di loro abbia iniziato il rito...

martedì 13 maggio 2025

NERO: COSI’ IN TERRA

 
 

 
Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
NERO: COSI’ IN TERRA
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
80 pagine, 17 euro

«“Nero” non parla di religione, non parla di guerre e non parla di culture contrapposte. “Nero” parla di demoni». Così concludono la loro introduzione al volume Emiliano e Matteo Mammucari, autori a quattro mani di soggetto e sceneggiatura. Il solo Emiliano, invece, si è occupato degli efficaci disegni, affidati alla colorazione di Luca Saponti. Un nome, quello di Saponti, che va assolutamente citato perché i colori, in questo racconto a fumetti, sono non soltanto spettacolari, ma parte integrante della storia. Colori che, finalmente, valorizzano ed esaltano le chine sottostanti, aggiungendo significato ed emozioni, oltre che atmosfera, sfondo e completamento. Così come merita una segnalazione l’originale lettering di Marina Sanfelice, studiato appositamente per “Nero”. Ma torniamo al fatto che Emiliano e Matteo Mammucari non intendono narrarci precisi eventi storici del 1173 accaduti fra la prima e la seconda crociata nella regione compresa fra Antiochia e Gerusalemme, e non vogliono, dunque schierarsi in favore degli infedeli rispetto a una fede piuttosto che a un’altra. Vogliono narrarci una fabula che usa uno sfondo bellico feroce e insanguinato per introdurci magia, avventura, mistero, personaggi ben caratterizzati che celano segreti legati a un passato i cui segni sono ben visibili sui loro corpi e nelle loro menti. Vogliono sorprenderci e intrigarci, insomma, e mi pare il migliore dei propositi. Peraltro, sembrano intenzionati a farlo usando un linguaggio chiaro, nei testi e nei disegni, senza aggiungere la difficoltà di decfrazione del narrato al mistero che aleggia sulle vicende. “Così in terra” è il primo volume di una serie Bonelli (ma inserita nella produzione Audace) che si preannuncia articolata, e presenta lo scenario: la Siria dell’anno dell’Egira 551. Siccome l’esodo da La Mecca verso Medina di Maometto e dei suoi seguaci avvenne nel 622 del calendario cristiano, siamo appunto nel 1173. I protagonisti sono principalmente due, un arabo chiamato Nero e un cristiano per il momento noto solo come lo Straniero. Il primo reca una cicatrice sulla fronte raffigurante uno strano simbolo, di cui il secondo sembra conoscere il significato. Lo Straniero è appunto in cerca di Nero, che riconosce per i segni sul volto, e che cattura per farsi condurre da lui nella misteriosa e arcana Grotta del Sangue. Fu là dentro che il padre di Nero incise con una lama la pelle del figlio. Si ignora lo scopo del rituale, perché lo Straniero conosca quei fatti, che cosa (di magico) si nasconde nella caverna, per quale motivo il cristiano la voglia raggiungere. L’irrompere sulla scena di una guerriera musulmana, Nizarita, rovescia la situazione: lo Straniero viene fatto prigioniero e condotto nella fortezza di Tell Bashir, che sta per cadere in mano crociata.



lunedì 12 maggio 2025

LA CORSA DEL LUPO

 
 
Gigi Simeoni
LA CORSA DEL LUPO
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
340 pagine, 28 euro
 
Mi sono imbattuto in Gigi Simeoni, autore dal multiforme ingegno, agli inizi degli anni Novanta, ai tempi della Acme, quando (non ricordo più se su “Splatter” o su “Mostri”) pubblicava, testi e disegni suoi, le avventure umoristiche dello Zompi, una parodia straordinariamente comica (e straordinariamente horror) dei morti viventi di Romero. Siccome a mia volta ho cominciato con la Acme, si può dire che abbiamo mosso i primi passi insieme, professionalmente parlando. Solo che io, pur autodefinendomi “umorista” per un po’ di cosette fatte per il teatro, il “Vernacoliere”, Cico e qualcos’altro ancora, non so disegnare. Simeoni, invece, sì. E’ un eccellente sceneggiatore e un bravissimo illustratore. Ed è spassosissimo, nella vita reale e quando si cimenta su carta, come gagman, così come si dimostra talentuoso scrivendo testi avventurosi o drammatici, che è in grado di disegnarsi da solo così come di affidarli ad altri. La sintesi si compie su episodi di Dylan Dog come “Quel che resta di Barry”, scritto e disegnato dallo stesso Sime (così lo chiamano gli aficionados), in cui orrore e umorismo nero si fondono in maniera perfetta e Groucho è in forma come non mai. Tuttavia c’è anche un Gigi autore completo di graphic novel memorabili, come “Gli occhi e il buio” (2007) o come “Stria” (2011), in cui sono chiari il grande lavoro di documentazione e il livello colto della narrazione, ma anche il desiderio di offrire una fruizione alla portata di tutti o, come si diceva una volta, nel solco del “popolare d’autore”. Tutte caratteristiche che si ritrovano ne “La corsa del lupo”, una storia uscita originariamente nel 2019 sui numeri 76, 77 e 78 della collana bonelliana “Le Storie” (distribuita in edicola) e cinque anni dopo raccolta in unico volume cartonato. Il raccontoè  inserito nella realtà storica dell’occupazione nazista dell’Italia, della guerra di liberazione e della Resistenza, ma anche degli anni di poco successivi, arrivando a comprendere le attività dell’organizzazione Odessa e gli esordi della Mille Miglia. Protagonista in negativo un ufficiale tedesco, Hans Weissmann, soprannominato “Il Lupo”, incaricato dalle SS di dare la caccia a un cimelio storico, la corona di Re Erode, ritrovata a Gerusalemme nel 1931, ritenuta maledetta, finita nelle mani di trafficanti e naturalmente desiderata da Adolf Hitler, nel quadro del “nazismo magico” alla base anche del primo film di Indiana Jones. Protagonisti in positivo, un piccolo gruppo di partigiani che a loro volta cercano di vendicare le vittime dello spietato Weissmann. Se non fosse riduttivo, verrebbe da dire che il fumetto si gode come un film, perciò diciamo che ci sono film appartenenti allo stesso genere che non emozionano come “La corsa del lupo”. E le emozioni non nascono soltanto dalle scene adrenaliniche di combattimenti, corse in automobile, fughe e inseguimenti, ma anche dalla consapevolezza che molti elementi (le impiccagioni, le fucilazioni, i rastrellamenti, i tradimenti) sono parte della Storia con la “S” maiuscola”.

 

venerdì 9 maggio 2025

LE VOCI DELL’ACQUA

 

 
 
Tiziano Sclavi
Werther Dell’Edera
LE VOCI DELL’ACQUA
Feltrinelli Comics
2019, brossurato
100 pagine, 16 euro

“La prima graphic novel firmata da Tiziano Sclavi”, recita la scritta in quarta di copertina. Non so se altri fumetti di Sclavi come “Là, nel selvaggio West” o “Roy Mann” possano essere considerati “graphic novel” precedenti, ma certamente “Le voci dell’acqua” lo è di più, perlomeno nell’accezione del termine che va per la maggiore. Allo stesso tempo, il volume illustrato da Werther Dell’Edera rispecchia, in ogni singola sequenza, la personale e disperata poetica, intrisa di umorismo nero, dello sceneggiatore pavese così come si è sempre manifestata dalla creazione di Dylan Dog in poi, ma con prodromi anche precedenti. Stravos, “perché è così che si chiama il nostro personaggio”, è l’unico senza ombrello in una città su cui piove sempre, e si muove fra gli altri che invece l’ombrello ce l’hanno e sembrano non accorgersi di niente, neppure dell’arrivo degli alieni. Lui invece sente le voci, ma “solo quando scorre l’acqua”. “Si chiama schizofrenia”, gli dice un amico neurologo. E aggiunge: “Non esistono veri farmaci per la schizofrenia, si usano gli antipsicotici, anche se con scarsi risultati”. Stravos getta la ricetta appena uscito dallo studio del medico, ma il mondo attorno a lui, quello che non sente le voci, non sembra meno psicotico di lui. Lungo il suo vagare senza un motivo (“continua ad andare in un ufficio nella compagnia di assicurazioni di cui è un impiegato, ma non sa perché lo fa”) incrocia personaggi anonimi che vanno incontro a destini assurdi, e sogna di sorvolarli osservando dall’alto “questo oscuro mondo d’angoscia, questo nero universo di dolore”. Stravos è evidentemente (in un racconto in cui però niente è evidente) vittima di un difetto dell’evoluzione: “sapere di dover morire è un tragico errore biologico che porterà inevitabilmente all’estinzione dell’umanità”. C’è chi si ripara sotto l’ombrello delle illusioni e crede alle promesse fatte per sempre, e chi disilluso capisce che “anche sempre ha una fine”. E’ questo che dicono le voci dell’acqua, forse.

 

mercoledì 7 maggio 2025

IL CUORE DI LOMBROSO

 


 
Davide Barzi
Francesco De Stena
IL CUORE DI LOMBROSO
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
130 pagine, 20 euro

Impossibile, per parlare di questo libro, non partire da Umberto Eco e dal memorabile “Elogio di Franti”, contenuto nel suo “Diario Minimo” (1963), in cui il semiologo piemontese si diverte, ma con assoluta serietà, a esaminare le figure di alcuni personaggi del “Cuore” (1886) di De Amicis, ipotizzando cosa sarebbero diventati crescendo e rivalutando quella dell’ “infame” Franti. Secondo Eco, Derossi muore in guerra, coperto di medaglie, dopo essersi arruolato volontario; Votini spia per l’OVRA; Garrone fa il macchinista dei treni; Enrico è Senatore del Regno; Nobis è divenuto federale, e via dicendo.  Davide Barzi, nella sua postfazione, racconta di aver conosciuto i personaggi deamicisiani prima grazie alla versione a cartoni animati della Nippon Animation trasmessa in TV, in Italia, nei primi anni Ottanta, poi nel quasi contemporaneo adattamento televisivo di Luigi Comencini. Anche lui, come Eco, ci propone un flashforward sul futuro dei ragazzi di “Cuore”, che è ambientato nel 1882, e li immagina adulti una decina di anni dopo. Protagonista del racconto a fumetti, però, non è il maestro Perboni, il primo personaggio a entrare in scena, né Enrico Bottini, né Ernesto Derossi, né tutti gli altri, ma Cesare Lombroso (1835-1909) famoso (e forse anche un po’ famigerato) medico, antropologo e criminologo, noto soprattutto per certe teorie che non riuscì mai a dimostrare riguardo le comuni e determinanti caratteristiche anatomiche dei delinquenti, e purtroppo non altrettanto conosciuto (almeno dal grande pubblico) per altri studi che pure compì. Barzi non manca di mettere benevolmente alla berlina Lombroso per le sue convinzioni sulla fisiognomica ma, nel contempo, lo propone come animato da un profondo desiderio di conoscenza, non privo di una bonaria umanità, mosso da ideali di giustizia e, soprattutto, disposto a rischiare la pelle per risolvere un caso di omicidio. La vittima è Enrico, l’io narrante di “Cuore”. Le circostanze della morte lasciano intendere che qualcuno stia minacciando l’intera classe che fu del maestro Giulio Perboni, e dunque nel corso dell’indagini il professor Lombroso, che si è scelto come assistente e guardia del corpo il robusto Garrone, incontra quasi tutti gli ex alunni della Sezione Baretti, e perfino la “maestrina dalla penna rossa”, la Delcati, rivelando qual è stato il loro destino. Il tutto, ben inserito in una Torino di fine Ottocento ricostruita in maniera documentata e convincente dall’ottimo Francesco De Stena, abile anche nella recitazione dei personaggi e nei costumi che vengono loro messi addosso. Il racconto a fumetti venne pubblicato originariamente nel dicembre 2017 sul n° 63 della collana “Le Storie”, destinata alle edicole. Esiste un sequel molto ben riuscito, realizzato dagli stessi autori, e intitolato “Il naso di Lombroso”: ne abbiamo parlato anche in questo spazio(basta cliccare sul titolo per leggere la recensione). Ci siamo occupati pure di Edmondo De Amicis, e non a proposito di “Cuore” ma del suo “Amore e ginnastica” (anche in questo caso, c’è un link).



sabato 26 aprile 2025

IL DESERTO DEI TARTARI

 

 
Dino Buzzati
Michele Medda
Pasquale Frisenda
IL DESERTO DEI TARTARI
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2024
180 pagine, 25 euro

La prima cosa da precisare è che “riduzione a fumetti” non si dice. Il fumetto non “riduce” niente, racconta con altri codici e con altre tecniche (e, ovviamente, con altri autori, in altri spazi, su altri supporti). Men che mai si può parlare di “riduzione” di fronte alla versione a fumetti del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati a opera di Michele Medda e Pasquale Frisenda. Definirlo “versione”, ma anche “adattamento”, rendono l’idea del tipo di lavoro compiuto dallo sceneggiatore sardo e dal disegnatore milanese sul romanzo buzzatiano, pubblicato nel 1940 e da allora considerato uno dei capolavori della letteratura italiana e mondiale. Tuttavia sussiste sempre il sospetto che “adattare” per il cinema, per il teatro o per il fumetto un testo letterario significhi farne il riassunto, fornirne il bignamino. E’ innegabile che certe volte è così. Tuttavia, in certi altri casi, le due opere, quella adattata e quella che ne è l’adattamento, finiscono per rifulgere entrambe di luce propria. Peraltro, “Il deserto dei tartari” rappresenta un banco di prova impegnativo al punto da darsi per vinti in partenza: sembra una montagna troppo difficile da scalare. Eppure, “qui si parrà la tua nobilitate”. Medda e Frisenda ci consegnano la loro Fortezza Bastiani, luogo fuori dal tempo (e dalla geografia) da cui sembra impossibile riuscire a fuggire perché chiunque, una volta entrato, perde la voglia di andarsene, castello kafkiano dove tutto è regolamento senza logica, e niente è più illogico delle regole militari. Una fortezza raccontata guardando Buzzati ma da testimoni che parlano un’altra lingua, in grado però di evocare e suscitare le medesime suggestioni, anzi, altre impercettibilmente diverse, ma a osservare meglio percettibilissime. Non è l’intreccio drammatico il punto di forza del romanzo (sebbene il dramma non manchi), non ci sono scene d’azione e battaglie, mancano perfino gli avversari da combattere. Eppure lo sceneggiatore riesce ad avvincere sfruttando alla perfezione gli strumenti messi a disposizione dalla nona arte, altrettanto perfettamente assecondato dal bianco e nero, e dal grigio, del disegnatore, capace di ricostruire scenari e moti d’animo con uguale maestria. Se era una sfida, è finita alla pari tra Buzzati e i due fumettisti. Belle, colte e raffinate la prefazione di Michele Masiero e la postfazione di Gianmaria Contro.




venerdì 25 aprile 2025

L'ALTRA PARTE




Vanna Vinci
L’ALTRA PARTE
Granata Press
Cartonato, 1993
70 pagine, 22.000 lire

Le volte in cui mi capita di essere invitato a parlare di come si raccontano le storie utilizzando i codici espressivi del fumetto, proietto sempre di fronte all’uditorio alcune vignette di Vanna Vinci. I disegni dell’autrice sarda non mancano mai di colpire gli astanti, che siano un pubblico maturo o scolaresche di ogni ordine e grado. Anzi, soprattutto i più piccoli rimangono affascinati di come, per esempio, un semplice sbuffo di vapore a forma di cuore che esala da una tazzina di caffè serva a farne percepire, attraverso gli occhi anziché il naso, l’aroma. Non è tutto qui, naturalmente: reputo magistrali un gran numero di tavole (per non dire tutte)  di Vanna, composte da vignette tanto eleganti e sofisticate quanto perfettamente al servizio del racconto, della narrazione, della storia. In un bel catalogo “Passaggi”, pubblicato in occasione di una mostra personale allestita del 2024 a Città di Castelli, una lunga intervista ripercorre la carriera della Vinci, iniziata sul finire degli anni Ottanta, e il titolo ben la riassume: “Il fumetto è una malattia”. “L’altra parte” è uno dei primissimi lavori dell’autrice, pubblicata prima sulla rivista “Nova Express”, diretta da Luigi Bernardi, e poi in volume da Granata Press (fra parentesi, che belli i volumi di Granata Press). Vanna è agli esordi, ma già c’è tutta la sua maestria, quella di "Lillian Browne", "Guarda che luna", "Tamara", "Frida", la Bambina Filosofica. “Io sono sempre il topo di campagna, a Milano non riuscivo a inserirmi”, racconta all’intervistatore parlando del suo primo giro, all'inizio dei Novanta, fra le case editrici milanesi in cerca di lavoro, forte dei suoi studi presso l’Istituto Europeo di Design di Cagliari, “ma propri lì, in solitudine, mi viene in mente la storia di una ragazza che è a Milano per un convegno, nello stesso hotel dove andavo io, e incontra questo tizio molto pallido, che poi si scopre essere un vampiro. Inizio a buttare giù il testo con la macchina da scrivere, senza alcuna cognizione di come si fa una sceneggiatura. Un testo con pochi dialoghi e un sacco di didascalie di pensiero”. Nasce così la storia, di uno strano tipo d’amore, di Agnese, studentessa in medicina, e del misterioso giovane rumeno Adrian Voda, inquietante e magnetico al tempo stesso. Agnese ne è turbata e attratta, lui, antesignano di Edward Cullen (il romanzo “Twilight” è del 2005), è un vampiro postmoderno che non dorme in una bara e non brucia alla luce del sole. La vicenda (segue un minimo di spoiler) minimale e priva di horror, avvicina sempre più Agnese ad Adrian e l’allontana dalla compagnia, che sembra alla ragazza sempre più fatua, dei suoi amici, fino all’accettazione di un’ “altra parte” della realtà, l’abbandono al mistero.


martedì 31 dicembre 2024

LA PALUDE MALEDETTA

 


 
Moreno Burattini
Arturo Lozzi
LA PALUDE MALEDETTA
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2024
80 pagine, 19 euro
 
Nel 2019, in occasione del cinquantennale del classico intitolato “Zagor racconta…”, scritto da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) e illustrato da Gallieno Ferri, venne dato il via a un progetto di rinarrazione (non già di riscrittura) del passato dello Spirito con la Scure, ovvero il “romanzo di formazione” che porta il giovane Patrick Wilding a dare un senso alla propria vita, vestendo i panni del peacekeeper armato, garante della giustizia nella foresta di Darkwood, in un costante tentativo di mantenere la pace fra le varie comunità ed etnie che la popolano. 
 
Nacque così la collana “Le Origini”, accolta da un lusinghiero successo di pubblico e di critica, di cui “La palude maledetta” è il settimo volume. I primi sei episodi hanno svelato quanto era rimasto di non spiegato e non detto nella storia del 1969, senza entrare in contraddizione con ciò che già sapevamo. Sono stati raccontati gli anni dell’eroe che vanno dalla sua infanzia fino al momento in cui veste i panni dello Spirito con la Scure. La narrazione si interrompe allorché l’eroe decide di costruire la sua capanna in un luogo ritenuto tabù dai nativi della foresta, la palude di Mo-Hi-La, in modo da creare attorno alla sua figura un’aura leggendaria, quella di un uomo che ha osato sfidare gli spiriti maligni.
 
 
 
“La palude maledetta” prosegue dunque il racconto, ripartendo proprio da lì. Guido Nolitta, però, a proposito di Mo-Hi-La, non ha mai detto una parola di più di quanto troviamo scritto ne “La foresta degli agguati”, la striscia di esordio datata 15 giugno 1961. Zagor spiega a Cico, che gli chiede cosa sia la “Terra Tremante” verso cui il Re di Darkwood lo sta conducendo: “E’ il nome che gli indiani danno alla palude di Mo-Hi-La ed è proprio laggiù che io ho il mio rifugio. Vedi quella specie di isolotto che si alza nel mezzo della palude? Quello sarà la tua casa, d’ora in poi”. E poiché Cico sembra spaventato dai pali con i teschi piantati nell’acqua tutto intorno, Zagor prosegue: “Niente paura, vecchio mio… tutto questo fa parte della messa in scena che ho preparato per tenere alla larga i curiosi. Gli indiani, infatti, considerano la palude come il regno degli spiriti e si guardano bene dal mostrarsi da queste parti”.
 


Quanto al perché l’eroe dalla casacca rossa abbia scelto proprio quella striscia di terra asciutta, “Zagor Racconta…” non ci viene in aiuto. Essendo stato invitato dalla Casa editrice a completare la serie de “Le origini” fino al numero dieci, coprendo l’arco di tempo (non sappiamo quanto lungo) tra l’apparizione ai sakem e l’incontro con Cico, mi sono reso conto di non poter contare sul supporto di un “ipse dixit” nolittiano. Però abbiamo una fonte, meno autorevole ma del resto l’unica, da cui attingere. Fino al 2016 nessuno, nello staff degli sceneggiatori della serie, volle provare a immaginare da che cosa derivasse la pessima fama del luogo presso i nativi. Poi, in quell’anno, il sottoscritto (nelle vesti di sceneggiatore) e il disegnatore Walter Venturi, realizzammo un breve racconto di sedici tavole, pubblicato a colori e intitolato “Mo-hi-la, la palude maledetta”, in occasione dell’uscita dell’album di figurine dedicato a Zagor dalla Casa editrice Panini.
 
 
Volutamente, visto che molte vignette avrebbero dovuto servire da base per una sagomatura di adesivi fustellati, e in coerenza con il tono giocoso del contenitore, alla vicenda narrata venne dato un tono leggero in cui le sequenze più horror venivano sdrammatizzate. Nel 2018 le stesse sedici pagine vennero riproposte, sempre a colori, nel volume della Sergio Bonelli Editore “Io, Zagor” e successivamente comparvero, in bianco e nero, all’interno dello Speciale Zagor n° 35 del 2022. 
 
 

 
Tuttavia, l’argomento meritava un maggiore approfondimento e una trattazione più drammatica. Mi fu subito chiaro che il settimo volume de “Le Origini” sarebbe stata l’occasione adatta. Nell’attesa che riprendessero le pubblicazioni (momentaneamente sospese dopo il n° 6), una anteprima di quaranta tavole in bianco e nero venne pubblicata nel 2021 nel Magazine dedicato al sessantennale dell’eroe di Darkwood. Adesso, potete leggere il racconto completo e a colori, illustrato da Arturo Lozzi, dimostratosi straordinariamente efficace alle prese con lo Spirito con la Scure (c’è un suo breve racconto sullo Zagor Più n° 3, che funge da prova generale).
 
 

 
Il cartonato “La palude maledetta” (grande formato, sessanta tavole a fumetti, ricco apparato critco e iconografico) è stata presentato a Città di Castello a metà ottobre del 2024, in anteprima sull’uscita in occasione di Lucca Comics & Games nel novembre dello stesso anno. Ecco due foto della prsentazione in terra umbra (Lozzi è per l'appunto umbro).
 
 
 

 
E' disponibile anche una versione variant cover: le due copertine (vedete la variant qui sotto) sono entrambe opera dell'ottimo Michele Rubini (umbro a sua volta). L’ottavo, il nono e il decimo volume usciranno nel corso del 2025. 

 

A me e ad Arturo sono giunti numerosi apprezzamenti, ma mi è capitato di leggere una critica davvero singolare a cui vorrei rispondere. Un lettore, non so se rappresentativo di una nutrita corrente di pensiero o singolo detrattore, si lamenta più o meno (cerco di riportare il suo pensiero per come l’ho capito) del fatto che “La palude maledetta” riporti la versione dei fatti già nota dopo la storia dell’album di figurine e dopo l’anteprima del Magazine del sessantennale. “Mi aspettavo qualcosa di diverso”, commenta più o meno. 
 
Ora, l’anteprima del 2021 era appunto una anteprima, quindi logicamente le tavole già pubblicate (trentasette su sessanta, essendo ventitré quelle nuove, ma con numerosi rimontaggi) propongono le stesse vignette, però colorate. Se poi la critica riguarda lo svolgimento della trama, ugualmente non si capisce come sarebbe stato possibile raccontare cose diverse avendo stabilito (per di più, in due occasioni) che gli avvenimenti erano stati quelli. Viene da pensare che il contestatore si sarebbe aspettato “qualcosa di diverso” anche durante i volumi ispirati da “Zagor Racconta…”. Magari avrebbe preferito sentirsi dire che la mamma di Patrick Wilding aveva lasciato il marito innamorata di Salomon Kinsky? Non so, davvero si potrebbe raccontare “qualcosa di diverso” contraddicendo ciò che già si sa? Mah.  
 
Se uno criticasse “La palude maledetta” per i dialoghi banali o delle falle logiche nella sceneggiatura, non mi resterebbe che prendere atto della contestazione ragionando su quanto di vero possa esserci, per fare meglio in futuro. Ma se la critica riguarda l’aver conservato la stessa versione dei fatti già data due volte in precedenza, allibisco e mi cadono le braccia. Per consolare i detrattori che sostengono questa tesi, anticipo comunque che l’ottavo volume de “Le Origini”, disegnato da uno strepitoso Darko Perovic, per l'appunto racconterà in modo diverso fatti già noti, per motivi che saranno spiegati nella mia postfazione.
 

 


  

giovedì 11 aprile 2024

JULIAN



 
Carlo Lucarelli
Stefano Fantelli
Marcello Mangiantini
JULIAN
Cut-Up Publishing
2024, cartonato
64 pagine, 23.90 euro


Mi sono sempre chiesto che cosa potessero provare i condannati alla ghigliottina nel momento in cui la lama spiccava loro la testa dal collo. La morte era davvero immediata, come spero, oppure la vittima percepiva, sia pure per un breve momento, la caduta del capo nel cesto? Si sa di esperimenti condotti da studiosi, all’epoca della Rivoluzione Francese, prendendo accordi con alcuni destinati al supplizio, che avrebbero dovuto cercare di comunicare con un movimento degli occhi il perdurare di uno stato di coscienza subito dopo l’esecuzione, e pare che tutte le prove avessero dato esito negativo. Nessuna reazione percettibile. Carlo Lucarelli, apprezzato scrittore noir e famoso giornalista specializzato in cronaca nera, prova a immaginare, in un suo racconto realmente orrorifico prestato a fare da soggetto a una storia a fumetti, che cosa possa succedere a una testa, mozzata di netto da una lama troppo affilata e da un meccanismo lubrificato di fresco, che non perda conoscenza ma anzi, ovviamente per un caso più unico che raro, conservi le percezioni visive e uditive e la capacità di elaborare pensieri. Per sceneggiare il fumetto Lucarelli ha precettato un esperto del genere horror (scrittore a sua volta ma anche fumettista), Stefano Fantelli, il quale si è affidato ai disegni di Marcello Mangiantini, con cui ha stretto sodalizio grazie ad alcune storie, decisamente sopra le righe quanto a cupezza e sangue versato, realizzate insieme per Zagor. Mangiantini, peraltro, è decisamente talentoso quando si tratta di illustrare racconti in costume (il suo primo lavoro fu un graphic novel ambientato nel contesto della Rivoluzione Americana). Ai colori, cupi come conviene, Letizia Castagna. Il protagonista del racconto di Lucarelli e Fantelli si chiama Julian, nome che ricorda, variante grafica esclusa, il Julien Sorel de “Il rosso e il nero”, un altro ghigliottinato letterario, anche se il contesto è quello rivoluzionario pre-napoleonico e non, come in Stendhal, quello della restaurazione post-napoleonica. La storia prende inizio proprio con l’esecuzione di Julian, conseguenza infausta di un suo contrasto con Robespierre. Quel che succede dopo, ovvero le traversie di una testa tagliata gettata in una fossa comune e portata in giro da un topo infilatosi nella bocca è una sorta di scommessa tra gli autori e il lettore, con i primi che puntano sul riuscire a condurre in porto, e a una conclusione soddisfacente, una storia in cui il protagonista non solo non parla, ma non può contare neppure sul linguaggio del corpo, non avendone uno.

sabato 16 marzo 2024

UNITI PER IL PIANETA



 
Bepi Vigna
Germano Bonazzi
Marco Foderà
Fabio Grimaldi
UNITI PER IL PIANETA
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2021
80 pagine, 18 euro

“Pensando al futuro, anche gli eroi dei fumetti (non soltanto bonelliani) hanno il dovere di scendere in campo”, scrive Davide Bonelli nella sua introduzione al volume, intitolata “I quattro cavalieri”. Gli eroi che scendono in campo, “uniti per il pianeta” (appunto), sono in effetti quattro: Nathan Never (il personaggio di punta, che ospita gli altri) Legs Weaver, Martin Mystère e Mister No (in copertina Legs non c’è, rappresentata evidentemente da Nathan). Tuttavia della squadra fa parte anche Greta Suzuki (il nome di battesimo immagino non sia stato scelto a caso, viste le tematiche ambientaliste), definita “la maggior esperta mondiale di problemi ecologici” dei tempi dell’Agenzia Alfa e della Planet Earth Geographic Society (siamo dunque nel futuro). Il fattore tempo è determinante perché, per risolvere una grave minaccia all’equilibrio naturale terrestre, l’equipe deve viaggiare attraverso le epoche e contattare prima Mister No, nell’Amazzonia del ventesimo secolo, poi Martin Mystère nella New York del Ventunesimo, dando vita a un vero e proprio team up. Bepi Vigna, chiamato a gestire l’incontro fra personaggi così diversi e dei loro rispettivi mondi, se la cava piuttosto bene, coadiuvato dai tre disegnatori che lo affiancano (ciascuno alle prese con le tavole dedicate in prevalenza a un eroe piuttosto che a un altro). La brava colorista Daria Cerchi riesce a dare omogeneità alla narrazione grafica affidata a mani diverse. Le sessantaquattro tavole a fumetti di “Uniti per il pianeta” rientrano nellaproduzione bonelliana di volumi realizzati in collaborazione con enti, associazioni, organizzazioni, agenzie, come l’ESA. Basterà qui ricordare quelli in cui Nathan Never ha incontrato l’astronauta Luca Parmitano, ma anche altri personaggi hanno sponsorizzato campagne di sensibilizzazione su temi sociali, scientifici, culturali, ambientalisti, umanitari, a partire dalla promozione gratuita offerta da Sergio Bonelli alla LIPU, o all’iniziativa “Droga out” che vide testimonial Dylan Dog. In questo caso, “Uniti per il pianeta” reca in copertina l’egida del MITE (Ministero della Transazione Ecologica) e presenta una appendice saggistica sul cambiamento climatico.

 

domenica 3 marzo 2024

BOUNTY HUNTERS

 

Pasquale Ruju
Massimo Rotundo
BOUNTY HUNTERS
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2024
52 pagine, 9.90 euro


Per me, il nome di Massimo Rotundo resterà per sempre legato al graphic novel post apocalittico "Il pescatore", sceneggiato da Riccardo Barreiro e pubblicato ne "Gli albi di Orient Exress" dopo essere apparso su rivista nel 1983. Una di quelle letture che lasciano il segno, che si riprendono in mano più volte nel corso degli anni. Mi sono sempre chiesto perché non ne sia nata una intera serie. Ma anche Sera Torbara, del 1987, personaggio di ambientazione storica ottocentesca sceneggiato da Giuseppe Ferrandino, è stato una gioia per gli occhi. Ho apprezzato gli "Ex Libris Eroticis" e naturalmente ho seguito Rotundo in Bonelli su Brendon, Volto Nascosto e Shangai Devil. Sono stato felice di vederlo arrivare a Tex, e quindi lieto di vederlo all'opera su questo nuovo cartonato "alla francese" di Aquila della Notte di cui ha realizzato, oltre ai disegno, anche i colori. "Alla francese" per formato, policromia, scansione narrativa e taglio delle tavole, ma distribuito "all'italiana" in edicola, a un prezzo che, rapportato alle caratteristiche editoriali, è quanto di più concorrenziale si possa desiderare. La sceneggiatura, firmata dal veterano Pasquale Ruju, è quanto di più classico si possa immaginare: un bandito in fuga in territorio messicano, Tex che lo cattura, un gruppo di bounty killers che fanno comunella per soffiargli la preda prima che venga riportata oltre il confine americano e consegnata a uno sceriffo. Che bello però se il prossimo lavoro di Rotundo fosse una miniserie con protagonista il Pescatore o Sera Torbara.

domenica 3 dicembre 2023

LE VACANZE DI DONALD



Frédéric Brrémaud
Federico Bertolucci
LE VACANZE DI DONALD
Panini Comics
Cartonato, 2022
64 pagine, 14.90
 
 
Ci è già capitato di segnalare e recensire la serie di irresistibili cartonati “alla francese” pubblicati Oltralpe da Glénat e realizzati con il taglio di veri e proprio graphic novel da artisti europei, aventi però (evidentemente su licenza) come protagonisti personaggi Disney. L’ultimo di cui abbiamo parlato è stato, per esempio, “Mickey All Star”.
Ma sono stati commentati anche “Il Segreto di Zia Miranda”
e “Alla ricerca della felicità”
e altri.
Il volume “Le vacanze di Donald” (uscito in prima edizione francese nella primavera del 2022) si differenzia dagli altri per diversi motivi. Innanzitutto, è del tutto privo sia di balloon che di sonori (come un film muto) e quindi non soltanto tutto quanto accade ma anche tutto ciò che i personaggi pensano viene reso soltanto facendo affidamento sulla magia del disegno. E qui, tanto di cappello al cartoonist italiano Federico Bertolucci che ha eseguito un lavoro assolutamente magistrale. Un tributo lo si deve, però, anche allo sceneggiatore francese Frédéric Brrémaud, che ha saputo non soltanto fornire, evidentemente, le giuste suggestioni all’illustratore, ma anche scegliere le giuste sequenze in grado di rendere al meglio lo sviluppo della divertente trama. La seconda caratteristica che balza agli occhi è come il tipo di racconto, la qualità delle gags, il movimento dei disegni, la scelta delle locations e la resa della colorazione facciano somigliare “Le vacanze di Donald” a un cartone animato di Paperino uscito dagli studi Disney negli anni Cinquanta, destinato alla proiezione in sala. Quanto mai sorprendente, dunque, l’ottimo risultato finale: un fumetto realizzato per sembrare un film. Poi, diverte molto rivedere in azione il buffo orso Onofrio (Humphrey Bear), antagonista di Paperino apparso per la prima volta in un cortometraggio del 1953, “Il tappetorso”, noto anche come orso Gelsomino. Per non parlare di Cip e Ciop (Chip & Dale), pestiferi scoiattoli nemici (per modo di dire) di Paperino a partire dal 1947. Il racconto prende le mosse dalla difficoltà di prendere sonno da parte di un Donald Duck stressatissimo dai rumori della metropoli, e deciso pertanto a cercare pace e tranquillità nella quiete del bosco. Solo che, il bosco, tanto quieto si rivela non essere…

venerdì 22 settembre 2023

NELLA PERFIDA TERRA DI DIO

 
 
 

Maurizio Colombo

Omar Di Monopoli
Giuseppe Baiguera
 
NELLA PERFIDA TERRA DI DIO
 
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2022
180 pagine, 22 euro

“Io i fumetti volevo farli”, scrive Omar Di Monopoli (1971) nella sua postfazione, intendendo proprio l’intenzione di disegnarli. E’ finita che invece si è messo a scrivere: romanzi, racconti, testi per il cinema e la radio, articoli apparsi sui principali quotidiani, ma la versione a fumetti del suo maggior successo editoriale, “Nella perfida terra di Dio” (Adelphi, 2017), l’ha fatta sceneggiare a uno del mestiere, il veterano Maurizio Colombo (1960), e illustrare allo scafato Giuseppe Baiguera (1971), disegnatore con esperienza internazionale, oltre che collaboratore della Sergio Bonelli Editore con all’attivo anche due albi della collana “Le Storie”. La combinazione si rivela vincente. Il graphic novel si inserisce nel recente filone bonelliano degli adattamenti fumettistici di romanzi particolarmente adrenalinici, iniziato con la trasposizione di opere di Maurizio Di Giovanni e di Joe R. Lansdale. Ci sono stati volumi da libreria e albi da edicola del Commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone del primo e di Deadwood Dick del secondo, progetti nati sull’onda della decisione della Casa editrice milanese di inaugurare una linea di fumetti particolarmente crudi, denominata “Audace” (in ricordo del vecchio marchio bonelliano delle origini, quando anche Tex veniva considerato, e lo era, particolarmente crudo). Joe R. Lansdale è da sempre uno degli scrittori preferiti di Maurizio Colombo, come dimostrano gli indizi lasciati nelle sue storie di Nick Rader, Mister No, Zagor e Dampyr e come testimonia la straordinaria consonanza fra lo scrittore texano e lo sceneggiatore di Busto Arsizio evidenziata nell’episodio “Fra il Texas e l’inferno” della serie dedicata a Deadwood Dick. Ma anche Omar Di Monopoli ha evidenti debiti con Lansdale, il quale ha alternato i suoi noir con i western spesso e volentieri spostando i confini tra i generi. Del resto Di Monopoli ha scritto degli autentici western contemporanei di ambientazione pugliese realizzando la trilogia composta da “Uomini e cani” (il suo romanzo d’esordio 2007), “Ferro e fuoco” (2008) e “La legge di Fonzi” (2010). Di western pugliese (ambientato negli anni Ottanta con flashback nei Settanta) si può parlare senz’altro anche per “Nella perfida terra di Dio”: ogni scena potrebbe avere un suo corrispettivo filmato da Sam Peckimpah, un regista di culto, di nuovo, di Maurizio Colombo (che peraltro è uno dei massimi esperti, secondo me mondiali, di cinematografia di genere). In una intervista rilasciata a un giornale bresciano (lui è della zona), il disegnatore Giuseppe Baiguera così commenta la sceneggiatura su cui si è trovato a lavorare: “Il lavoro svolto da Maurizio Colombo è stato eccezionale: mettere un romanzo nato per la narrativa sotto forma di un racconto per immagini in un fumetto è molto complesso. La storia parla di un criminale che torna nel suo luogo d’origine, dove affronta un ex sodale diventato nemico, cercando anche di ricomporre ciò che resta della sua famiglia. Un prodotto per adulti, da libreria”. Di Monopoli, nella postfazione al volume, parla invece di “faticosa scelta delle inquadrature da parte di Colombo” e loda l’ “incredibile lavoro sui dettagli operato da Baiguerra, la documentazione meticolosa per i personaggi e le ambientazioni e soprattutto la stupefacente sintonia che è necessario si crei tra sceneggiatore e disegnatore”. Definendo western “Nella perfida terra di Dio” bisogna anche rimarcare l’assoluta italianità dell’ambientazione e dei personaggi: si racconta di terra avvelenata dai rifiuti tossici gestiti dalla criminalità, di un santone che truffa i creduloni, addirittura di suore assassine, in un contesto di squallido degrado. Tra tanti personaggi disperati e crudeli, compreso il protagonista Tore Della Cucchiara, spiccano i due ragazzini Gimmo e Michele, gli unici ad aver ereditato dalla madre (la verità sulla cui sorte resta il mistero fino all’ultimo) quell’umanità che fa sperare in un futuro migliore.