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venerdì 24 maggio 2024

IL REGNO DELLE TENEBRE

 

 
Guido Nolitta
Alfredo Castelli
Gallieno Ferri
IL REGNO DELLE TENEBRE
Sergio Bonelli Editore
2024, brossurato
530 pagine, 18 euro


La collana “Zagor contro il Vampiro” si inserisce sulla scia del successo dei precedenti sette volumi dedicati da Sergio Bonelli Editore alle avventure in cui lo Spirito con la Scure affronta il professor Hellingen. Questa volta i volumi sono soltanto cinque, ma tutti ponderosi, e “Il regno delle tenebre” è il primo. Raccoglie, in un tomo di oltre cinquecento pagine, le prime due storie dell’eroe di Darkwood alle prese con il barone vampiro Bela Rakosi, la prima scritta da Guido Nolitta (alias lo stesso Bonelli) nel 1972, la seconda dovuta ad Alfredo Castelli e giunta in edicola nel 1981, entrambe illustrate da Gallieno Ferri. Nella collana saranno inserite anche gli episodi in cui Rakosi non compare ma ne sono protagonisti la rossa vampira Ylenia Varga e il vampirologo dottor Metrevelic, così da offrire al lettore un quadro completo (ma questo lo vedremo nei prossimi volumi, in questo Rakosi fa la parte del leone). A corredo de “Il regno delle tenebre” trova spazio un apparato critico affidato al sottoscritto. Riporto qui di seguito un estratto della mia (assai più lunga) introduzione.

VITA, NON MORTE E MIRACOLI
di Moreno Burattini

Bela Rakosi: già il nome del vampiro affrontato da Zagor nelle pagine che vi apprestate a leggere rivela, se non tutto, di certo parecchio. Rende evidente, per esempio, come lo sceneggiatore Guido Nolitta (questo lo pseudonimo sotto cui si nascondeva l’editore Sergio Bonelli) non si preoccupò di nascondere più di tanto l’ispirazione cinematografica. Anzi, come si sarebbe detto in seguito, la palesò come una “citazione”. E’ chiaro che alla base della scelta del nome c’è il preciso riferimento all’ungherese Bela Lugosi (1982-1956), un attore, cioè, passato alla storia del cinema per essere stato uno dei più celebri Dracula dello schermo, grazie a un film del 1931 della Casa di produzione americana Universal, diretto da Tod Browning. L’interpretazione di Lugosi caratterizzò per decenni, nell’immaginario collettivo, la figura del vampiro vestito elegantemente e solito a dormire in una bara. Gallieno Ferri, il creatore grafico di Zagor,  scegliendo le sembianze del non morto, fece invece riferimento a Christopher Lee (1922-2015), un altro Dracula cinematografico, protagonista di vari film di produzione inglese della Hammer, a partire dal primo del 1958 diretto da Terence Fisher, senza dimenticarsi di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau (1922).  Che un vampiro di origini ungheresi si dovesse chiamare Bela sembrò a Bonelli una trovata divertente, una sorta di strizzata d’occhio verso i lettori. A trovare il cognome bastò allo sceneggiatore fare riferimento alla politica internazionale: Màtyàs Ràkosi (1892-1971) fu infatti il leader della Repubblica Popolare d’Ungheria fra il 1945 e il  1956. Nolitta e Ferri, insomma, citando rispettivamente Lugosi e Lee nel dar vita (o non morte) al loro vampiro, vogliono indicare chiaramente che non al Conte Dracula del romanzo del 1897 scritto da Bram Stoker  ci si stava rifacendo, ma proprio ai film “di paura” degli loro anni verdi. L’spirazione è cinematografica, dunque, prima che letteraria, anche se poi, nel proseguo della saga zagoriana, i riferimenti alle tradizioni e alle leggende popolari transilvaniche (da cui attinse Stoker e, prima di lui, John Willian Polidori) non sarebbero mancati, come avremo modo di annotare presentando i prossimi volumi di questa collana.




sabato 30 dicembre 2023

TRE UOMINI IN BARCA

 


 
Jerome Kapkla Jerome
TRE UOMINI IN BARCA
(PER NON PARLAR DEL CANE)
Feltrinelli
Universale Economica
Brossura, 2013
210 pagine, 8.50 euro


E’ dal 1889 che Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) fa ridere il mondo (almeno quello occidentale, poi può darsi che arabi, cinesi o polinesiani ridano di cose loro), e io non credo di aver mai letto nulla di più divertente. Sicuramente l’umorista inglese Jerome Kapkla Jerome, (Kapkla è una errata trascrizione anagrafica per Clapp) va considerato tra i benefattori dell’umanità. Nato nel 1859, scomparso nel 1927, in gioventù passò da un impiego all’altro facendo anche l’attore teatrale prima di lavorare come giornalista. Nel 1888 sposò Georgina Stanley Marris (da lui chiamata Ettie), strappandola a un precedente marito (evidentemente meno simpatico di lui), e la portò in una romantica luna di miele lungo il Tamigi risalendo e costeggiando il fiume per alcuni giorni a bordo di una barca a remi. Al ritorno, gli venne l’idea di scrivere una guida turistica per chi avesse voluto fare altrettanto, e propose al suo editore un manuale intitolato “La storia del Tamigi”. Per rendere più accattivanti le descrizioni storico e geografiche, Jerome cominciò però a intervallarle con aneddoti umoristici. L’editore ne fu così divertito che impose all’autore di ridurre al minimo la parte didascalica e dar spazio alla comicità quanto più possibile. “Tre uomini in barca”, insomma, nacque per caso. I tre uomini sono lo stesso Jerome (che narra in prima persona), più due suoi amici, Harris e George, e un fox terrier chiamato Montmorency, protagonista come gli altri a pieno titolo. Tutti e tre gli uomini in barca sono esistiti veramente, così come vengono descritti e caratterizzati: Harris si chiamava in realtà Carl Hentschel, George faceva di cognome Wingrave ed era davvero un impiegato di banca, per qualche tempo coinquilino di Jerome. L’equipaggio parte per una gita in barca risalendo il Tamigi, nonostante nessuno di loro sappia manovrare l’imbarcazione. Alla narrazione dei vari incidenti di percorso si unisce quella di episodi che tornano in mente all’autore, e che costellano il romanzo come divagazioni ricorrenti ed esilaranti. Indimenticabili l’episodio dello zio Podger che appende un quadro, quello dei formaggi trasportati in treno, quello della trota di gesso, quello della canzone comica tedesca. Ma chi potrebbe dimenticare l’incipit del romanzo, con Jerome che, leggendo una enciclopedia medica, scopre di avere, stando ai sintomi, tutte le malattie elencate tranne il ginocchio della lavandaia? L’umorismo di “Tre uomini in barca” non nasce da intrecci farseschi, ma dall'osservazione delle situazioni più comuni e quotidiane. Si può ridere, oggi, di ciò che faceva ridere nel 1889? Sì, perché Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) è un’opera senza tempo. Il successo fu immediate, tanto che soltanto in Gran Bretagna il libro vendette un milione e mezzo di copie. Nel 1900 Jerome pubblicò un sequel, “Tre uomini a zonzo” (Three Men on the Bummel), in cui si narra di un’altra vacanza del terzetto che aveva risalito in Tamigi, questa volta però in bicicletta (senza il cane) in giro per la Germania.

venerdì 24 novembre 2023

FRANKENSTEIN ILLUSTRATO




Alfredo Castelli
FRANKENSTEIN ILLUSTRATO
Cut-Up Publishing
Cartonato, 2023
114 pagine, 22.90 euro

Sotto il titolo, in copertina, compare la scritta “nuova edizione completamente riveduta e aggiornata al 2023”, e dunque c’è da chiedersi quando sia avvenuta la prima pubblicazione ldi questo “Frankenstein illustrato”. Alfredo Castelli lo spiega subito all’interno, insieme a un milione di altre cose di cui provvede a informarci: il primo varo di questo imprescindibile manuale risale al 2018, quando venne dato alle stampe in tiratura limitata nell’ambito della manifestazione catanese “Etna Comics”. Rispetto a quella, dunque, si aggiorna la filmografia (dal 1910 al 2023) che rappresenta la parte più consistente del libro, una settantina di pagine. Ma sono stati anche rivisti e corretti dimenticanze e refusi (bisognerebbe controllare pagina per pagina per scoprire quali).

Ne abbiamo parlato qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/07/frankenstein-illustrato.html

Se la prima edizione di questo aureo libello risale dunque al 2018, molto più antico è l’interesse di Castelli verso il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein or the modern Prometheus” (1918). Come l’autore riferisce nel primo capitolo, nel 1969, pubblicò ne “I classici a fumetti” della Sansoni un adattamento illustrato da Giorgio Montorio. Visto il buon esito, Castelli propose a Gino Sansoni di dedicare al personaggio della Shelley un saggio sulla storia del libro e sulle sue versioni teatrali, cinematografiche, televisive. Il progetto fu messo in cantiere, si ottenne addirittura una prefazione di Forrest J Ackerman (la “J” senza punto non è un errore), fondatore della rivista “Famous Monsters”, ma poi non se ne fece di nulla. Dopo oltre cinquanta anni, il testo viene finalmente collocato all’inizio del saggio per cui venne scritto. Castelli, con grande abilità di divulgatore essenziale ma esaustivo (peraltro supportato da un ricco corredo iconografico), ripercorre velocemente la genesi del racconto della Shelley, relaziona circa le sue varie riscritture e sulla tardiva prima traduzione italiana, poi accenna agli apocrifi autori di sequel, quindi passa a trattare delle versioni teatrali e degli adattamenti a fumetti. Un capitoletto si intitola “Il mio Frankenstein” e si occupa di tutte le (tante) volte in cui proprio Castelli ha utilizzato il mostro, non mancando di citare l’avventura “Molok” scritta per la serie di Zagor. Segue la riproposta delle trentaquattro tavole della storia del 1969 pubblicata da Sansoni. A questo punto si passa a parlare di film, cartoni animati, programmi TV. Ciliegina sulla torta, un sedicesimo a colori con le locandine delle pellicole più interessanti. Si resta stupiti di quanto il mito di Frankenstein abbia permeato l’immaginario collettivo e la fiction negli ultimi duecento anni.

venerdì 18 agosto 2023

A CIASCUNO IL SUO

 
 


 
 
Leonardo Sciascia
A CIASCUNO IL SUO
Adelphi
brossurato, 2000
160 pagine, 10 euro


Di fronte a “A ciascuno il suo” (1966) di Leonardo Sciascia (1921-1989) bisogna resistere alla tentazione di considerarlo semplicemente un giallo. Perché in effetti del giallo ha tutti gli elementi: un duplice omicidio, delle indagini, degli indizi, un colpo di scena finale. Però, ci troviamo di fronte anche a un romanzo (un grande romanzo) che va ben al di là dei confini del genere e che, per certi versi, li scardina. Per esempio, i colpevoli la fanno franca. La verità, rivelata al lettore (o più precisamente lasciata intuire), non illumina la scena. Ufficialmente, il caso rimane insoluto e alle due morti da cui prende le mosse l’inchiesta se ne aggiunge una terza, quella dell’unica persona che era arrivata a capire come sono andate le cose, uccisa e sepolta in una zolfara nonostante il suo proposito di non rivelare niente a nessuno. Tuttavia, ed è questo uno dei punti di forza dello sconvolgente finale, nel piccolo e anonimo paese dell’entroterra siciliano in cui si svolgono i fatti, in parecchi, se non tutti, la verità la conoscono benissimo, ma lasciano fare, considerando che, in fin dei conti, a ognuno sia toccato ciò che gli spetta. “Unicuique suum”, a ciascuno il suo, appunto, come recita il motto stampato sotto la testata dell’ “Osservatore Romano”, il quotidiano della Santa Sede, dalle cui pagine sono state ritagliate le lettere che compongono una minaccia di morte fatta giungere tramite lettera anonima al farmacista Manno. Farmacista che viene appunto ucciso durate una battuta di caccia, insieme all’amico dottor Roscio che lo accompagnava. Un professore di storia e di latino, Paolo Laurana, nota la provenienza dei ritagli e si incuriosisce, perché sono pochi, gli vien fatto di pensare, quelli che, in un paese di provincia, hanno a disposizione un giornale così poco diffuso al di fuori degli ambiti ecclesiastici. Laurana comincia a interessarsi al caso e, mettendo insieme un indizio dopo l’altro, giunge a ricostruire i fatti spingendosi ben più in là delle fiacche indagini delle autorità che si arenano subito. Sciascia è abilissimo a ricostruire le atmosfere, descrivere le ambientazioni, dar vita ai personaggi, peraltro lasciando intendere il malaffare, i giochi di potere, il clientelismo, l’omertà, l’abitudine a farsi i fatti propri, senza mai citare apertamente la mafia, che c’è ma non se ne parla, non domina la scena ma permea e infesta il sottofondo di ogni realtà sociale ed economica. Una mafia ancora vecchio stampo (il romanzo è ambientato nel 1964) ma su cui si radica quella che si sarebbe sviluppata successivamente. C'è poi la vivida rappresentazione del piccolo microcosmo della provincia siciliana degli anni Sessanta. Gli incontri del professor Laurana con personaggi memorabili (preti politici, medici in pensione, vedove inconsolabili, falsi amici) sono caratterizzati da dialoghi di straordinaria efficacia, lo stile di Sciascia è apparentemente semplice e godibile ma al tempo stesso elegante, preciso, prezioso nella scelta di ogni parola. Sicuramente un capolavoro. Del giallo, certo, ma anche della letteratura.

sabato 17 aprile 2021

IL ROSSO E IL NERO

 
 
 

Stendhal

IL ROSSO E IL NERO
Feltrinelli
2013, brossura
568 pagine, 11 euro
 
 
Lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal (1783-1842), innamorato dell'Italia (come dimostrano "La certosa di Parma" e l'epigrafe sulla sua tomba a Montmartre, scritta in italiano: “Arrigo Beyle / Scrisse / Amò / Visse”), fu un contemporaneo di Manzoni. La prima edizione de "Il Rosso e il Nero" è del 1831, quella de "I promessi sposi" è del 1827. Se penso a come il romanzo italiano abbia faticato a trovare una sua strada, una sua lingua, mentre in Europa e negli Stati Uniti fioccavano romanzieri modernissimi, mi sorprendo sempre. In Francia avevano Balzac, che da solo ha scritto, a partire dal 1824, cento romanzi, più che godibili anche oggi. Noi, a parte Manzoni ("I promessi sposi" sono un capolavoro), che comunque non si può certo definire romanziere prolifico, fatichiamo a leggere i romanzi di D'Azeglio o del Guerrazzi. Meno male che a fine secolo arrivò Salgari. Un po' prima ci furono anche Verga, Capuana, De Roberto, ma insomma ci fu da aspettare la seconda (inoltrata) metà del secolo. Invece, ecco Stendhal che, mentre Manzoni racconta la conversione dell'Innominato, fa mettere incinta a nobildonna Mathilde de la Mole dal bell'abatino Julien Sorel, segretario del marchese suo padre. Julien, prima di giungere a Parigi, aveva già intessuto a una tresca più che carnale con Madame de Rênal, moglie dei sindaco di Verrières, piccola cittadina (inventata dall'autore) della Franca Contea. Entrambe le relazioni, va detto, frutto di autentiche passioni scatenate e subite dal seminarista Julien e dalle sue amanti, in un turbinare di romantici sentimenti (intendendo per "romantico" come "tipico del romanticismo") che scuotono, travagliano, esaltano, fanno correre rischi mortali e perdere la ragione. Ma al di là del sesso (presente in Stendhal e assente in Manzoni, che non indaga neppure sulle pulsioni di don Rodrigo), la descrizione che lo scrittore francese fa della società francese dell'epoca e del momento storico suo contemporaneo, quello della Restaurazione post- napoleonica, è cinica e disincantata: si entra in seminario per far carriera, si punta ad avere parrocchie o diocesi con una buona rendita, così come si cercano di scalare i gradini della gerarchia militare o si ostentano le proprie rendite valutando le persone sulla base della ricchezza. Lo stesso Julien, che pure entra in seminario, non crede in Dio, o almeno spera, morendo, di non trovarsi di fronte quello vendicativo di cui parla la Bibbia. Sorel è di umili origini (figlio di un carpentiere di provincia, che lo maltratta e disprezza per il suo amore per i libri) e cerca di affrancarsi dalle sue umili condizioni in una una società dove da una parte i fautori della Restaurazione danno ancora importanza ai diritti di nascita, dall'altra i liberali, che hanno raccolto l'eredità della Rivoluzione Francese, danno importanza ai soldi. Julien vuole diventare qualcuno a dispetto della propria origine e della sua povertà, basandosi sulla sua intelligenza e sul suo talento. Divenuto istitutore dei figli in casa di Madame de Rênal, di cui diventa amante, scoperto nella sua relazione amorosa è costretto a chiudersi in seminario, rimpiangendo di non poter fare invece carriera militare (il Rosso è il colore delle divise dell'esercito, il Nero quello delle tonache religiose). Ma anche fra le pareti delle chiese e fra i fumi dell'incenso, cattiverie e sgambetti in ogni, intrighi e raggiri, lotte crudeli fra gesuiti e giansenisti. Il talento e la cultura (che si accresce lettura dopo lettura) di Julien lo conducono a Parigi, dove diventa segretario di un Marchese che si accorge delle sue doti: Stendhal è efficacissimo nel descrivere il passaggio fra il clima piccolo e becero della provincia e quello scintillante e ipocrita della capitale. Julien riesce a farsi strada nel mondo dei salotti, dei teatri, delle cospirazioni politiche e giunge sul punto di riuscire davvero a coronare i suoi sogni di gloria. Quando, però, Madame de Rênal... e qui non rivelo il finale, che a Stendhal venne ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto. "Non ho inventato niente", disse. In un passaggio del romanzo, l'autore si rivolge direttamente ai lettori giustificando la presenza, nel suo scritto, di tresche e trame poco edificanti. Usa questa metafora: lo scrittore è come uno specchio trasportato da qualcuno lungo una strada sconnessa e fangosa, lo specchio ondeggia e talvolta mostra il cielo, talvolta il pantano.

sabato 5 dicembre 2020

UNIVERSO

 

 
 
Robert A. Heinlein
UNIVERSO
Mondadori
brossurato, 1977
1000 lire


“Orphans of the Sky”, quello originale, è un buon titolo; ma “Universo”, quello con cui il romanzo venne pubblicato nel 1965 sul n° 378 di “Urania”, lo è di più. “Universe” era il titolo della prima parte del racconto, apparsa nel maggio del 1941 sulla rivista statunitense “Astounding Stories” (poi diventata “Analog”). La seconda parte, “Common sense”, venne inserita nel numero di ottobre dello stesso anno. Nel 1963, Robert Heinlein (1907-1988) sottopose i due racconti a una revisione, e ne ottenne un romanzo destinato a diventare un classico. Appunto per questo, nel 1977 la Mondadori lo sceglie per inaugurare, figurando come primo numero, la collana “I classici di Urania”, con una nuova traduzione. Che Heinlein sia stato un precursore visionario e uno dei padri fondatori della fantascienza, non ci sono dubbi. Le sue intuizioni hanno tracciato la strada e sono ancora luminose. La sua fantascienza è stata definita “sociologica”, perché esamina i rapporti fra le strutture sociali e gli individui, affrontando temi che possono anche essere letti in chiave politica. Sicuramente, insieme a Isaac Asimov (di cui fu grande amico) e altri grandi autori della sua generazione, riuscì anche a far uscire la SF dal ghetto del ristretto ambito del genere. L’autore, però, si fa apprezzare di più per il peso delle sue idee e delle sue trame, piuttosto che per il bello scrivere, puntando al sodo e limitando i fronzoli. “Universo” potrebbe offrire spunti per una intera serie TV di più stagioni, invece tutto si concentra in un centinaio di pagine o poco più: eppure c’è tutto quel che servirebbe per un romanzo fluviale. Lo spunto è affascinante: nel 2119 una gigantesca astronave, la Vanguard, lascia il sistema solare diretta verso Proxima Centauri, con lo scopo di colonizzare un pianeta in orbita attorno a quella stella. Per superare i quattro anni luce che la separano dalla Terra, la Vanguard viene attrezzata per far vivere in una sorta di mondo interno autosufficiente un gran numero di passeggeri che dovranno vivere e morire per generazioni (si parla di nave generazionale) prima di arrivare a destinazione. L’astronave è cilindrica, e il movimento crea una gravità interna, la visione delle stelle però è preclusa dalla rotazione e dal gran numero di ponti esterni che chiudono la pur immensa zona centrale. Sennonché già soltanto cinquanta anni dopo si scatena un ammutinamento che causa la morte di gran parte dell’equipaggio e la distruzione dei documenti che devono servire da guida. Con il passare dei secoli, i sopravvissuti a bordo della nave perdono memoria del loro passato, arrivano a non concepire più che esista uno spazio esterno, il nome del progettista della Vanguard, Jordan, viene scambiato per una divinità e nasce una sorta di religione che ottenebra ancora di più le menti. Nessuno sa più niente della meta, dello scopo del viaggio, del pianeta di partenza. Per coloro che la abitano, l’astronave è l’intero universo. La popolazione è divisa in due: i discendenti dell’equipaggio e quelli degli ammutinati. Questi ultimi, costretti a vivere braccati e rintanati nei ponti più esterni, a gravità inferiore, hanno subito delle mutazioni. La nave viaggia ormai da anni e anni senza controllo quando Hugh Hoyland, un giovane studente, viene rapito dai mutanti e, seguendoli fin nelle regioni a gravità zero, scopre la visione delle stelle. Hugh capisce dunque la verità, e indagando scopre la storia dell’ammutinamento e la presenza di velivoli in grado di staccarsi dall’astronave madre per raggiungere mondi esterni. Deve però convincere gli altri: ma secoli di credenze superstiziose impediscono alla maggior parte delle persone con cui parla di prestargli fede, anzi, viene accusato di eresia. Saranno in pochi quelli che lo seguiranno a bordo di una navicella lanciata nello spazio in cerca di una nuova casa.

venerdì 20 marzo 2020

OMERO, ILIADE




Alessandro Baricco
OMERO, ILIADE
Feltrinelli
brossura, 2004
168 pagine, 13 euro


Un buon modo per leggere (o rileggere l'Iliade), quello di farlo (o rifarlo) con la versione in prosa di Alessandro Baricco. Il quale adotta questa tecnica: rispetta fondamentalmente il testo omerico trasportato in prosa, omettendo però le parti riguardanti gli dei ("non le avrei tolte se fossi stato convinto che erano necessarie, ma per quando sia brutto dirlo, non lo sono") e girando la narrazione in soggettiva. Cioè, per ogni capitolo Baricco sceglie un personaggio (Criseide, Tersite, Elena, Enea, Nestore, Achille, Ulisse, Patroclo, Agamennone...) e fa sì che sia lui a raccontare in prima persona, con soltanto i piccoli adattamenti del caso. Al "romanzo" corale che così viene fuori dà poi un ritmo, respiro, vita scegliendo un lessico parlato senza farraginosità arcaiche. Il risultato è estremamente convincente. Il poema si fa leggere lungo il suo percorso originario, cominciando con la visita di Crise, sacerdote di Apollo, all'accampamento greco, per trattare il riscatto di sua figlia Criseide, rapita da Agamennone, e concludendosi con l'inganno di Ulisse e con il cavallo portato dentro le mura di Troia. Nel mezzo, tanti drammi umani, tanti duelli, tanto sangue, tanto splatter. In conclusione, una postilla di Baricco: "Per esser chiaro, vorrei dire che l'Iliade è una storia di guerra, lo è senza prudenza e senza prudenza e senza mezze misure: e che è stata composta per cantare un'umanità combattente, e per farlo in modo così memorabile da durare in eterno. A scuola, magari, la raccontano diversamente. Ma il nocciolo è quello. L'Iliade è un monumento alla guerra".

domenica 10 febbraio 2019

ISOLE NELLA CORRENTE




Ernest Hemingway
ISOLE NELLA CORRENTE
Oscar Mondadori
Introduzione di Fernanda Pivano
2000, brossurato
530 pagine -  lire 15.000

“Isole nella corrente” è l’ultimo romanzo di Hemingway, uscito postumo dopo la sua morte, avvenuta nel 1961. Mary Hemingway, la figlia, si è occupata di curarne l’edizione raccogliendo i testi lasciati incompiuti dal padre. “Charles Scribner  Jr. e io abbiamo preparato insieme per la pubblicazione il manoscritto di Ernest – scrive Mary Hemingway-  A parte le normali correzioni nella grafia e nella punteggiatura, abbiamo operato alcuni tagli, perché io ero certa che Ernest stesso li avrebbe eseguiti. Il libro è interamente di Ernest. Noi non abbiamo aggiunto nulla”. A lettura avvenuta, si sente che il libro è davvero di Hemingway. C’è dentro la sua anima, ci sono anche fatti veri della sua vita, raccontati come solo lui poteva fare, anche se attribuiti a un protagonista, il pittore Thomas Hudson, che è chiaramente la sua controfigura. E c’è anche una vaga, ma continua, angoscia esistenziale che sfocia in riflessioni sul suicidio, chiaramente prodromiche al suicidio dell’autore stesso. Dunque, gli elementi autobiografici sono tanti, predominanti addirittura sull’intreccio romanzesco che anzi è poco sviluppato. Fernanda Pivano ricostruisce, nella sua lunga e interessante introduzione, la genesi delle tre parti dell’opera, pensate in tempi diverse e destinazioni diverse. In effetti, “Isole nella corrente” non è un romanzo unitario. “Nel primo episodio – scrive la Pivano – Bimini, il protagonista è presentato nella sua casa e nelle varie scene della sua vita abituale, nella quale si muovono soprattutto il suo amico scrittore Roger Davis e il padrone di un bar soprannominato Bobby. E’ tra questi personaggi che si svolgono alcuni tipici dialoghi hemingwayani: dialoghi da duri, pronunciati nel corso di azioni da duri, venati del sottofondo di malinconia tipica dei duri. Mentre avvengono questi dialoghi, il pittore sta aspettando l’arrivo dei suoi tre figli che vengono a trascorrere con lui una vacanza. Poi arrivano i figli, uno nato dalla prima moglie e due dalla seconda, e il pittore può mostrare senza ritegno le proprie qualità paterne, sia per l’amore col quale li circonda, sia per la sua abilità nell’allevarli da duri; nel corso di una caccia al pescespada uno dei tre ragazzi è descritto come in un vero e proprio rito di iniziazione, circondato dall’attenzione degli adulti e impegnato nella sua azione in un clima di rispetto e intensità quasi mistica”. In effetti, la scena della pesca, lunghissima, è non solo bella ma anche esemplificativa delle caratteristiche dell’opera intera: la scrittura comunica l’autore più che la trama di una storia. Dopo che i figli sono ripartiti, “il pittore riceve un telegramma che gli comunica la morte in un incidente d’auto dei due figli minori e della loro madre. L’ultima scena di questo primo episodio mostra il pittore in viaggio su una nave mentre legge i necrologi”. Il secondo episodio, Cuba, è ambientato a Cuba all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Anche qui, tornano i temi cari a Hemingway. Belle le descrizioni del suo gatto, del suo rapporto con il bere, ma anche del succedersi delle sue storie d’amore, ciascuna destinata a lasciare comunque un segno. In pratica, però, non succede niente. Il terzo episodio, In Mare, “descrive il pittore mentre comanda la sua imbarcazione di irregolari americani alla ricerca di alcuni marinai tedeschi dispersi”. Nel corso dell’ultimo scontro, Hudson viene ferito, “forse mortalmente”. Questo terzo racconto è il più avventuroso e quello che ha più trama in senso romanzesco. Gli avvenimenti narrati fanno riferimento, di nuovo, a un episodio autobiografico. Lo spiega la Pivano: “Il riferimento è sicuramente quello alla perlustrazione compiuta da Hemingway nel mare di Cuba durante la Seconda Guerra Mondiale”. 

sabato 27 ottobre 2018

ZANNA BIANCA



Jack London
Caterina Mognato
Walter Venturi
ZANNA BIANCA
Mondadori Comics
2018, cartonato
60 pagine, 7.90 euro


Dal romanzo di Jack London del 1906, ecco un adattamento a fumetti realizzato per la Francia da autori italiani e pubblicato infine anche nel nostro Paese nella collana "La grande letteratura a fumetti" di Mondadori Comics. In questo caso, e dal mio punto di vista, il principale motivo di interesse consiste nel fatto che i disegni sono di Walter Venturi, disegnatore di punta dello staff di Zagor. Abituato a disegnare foreste, pellerossa, Wild e scenari del Grande Nord, Venturi gioca in casa. Bravo, come al solito. Del film si dice che "era meglio il libro", in questo caso è ovvio che la prosa di London e gli spazzi del romanzo danno partita vinta all'opera letteraria. Resta però l'utilità di un adattamento di questo tipo sia per rinfrescare la memoria per chi ha letto "Zanna bianca" e ne recupera la trama e suggestioni grazie a un riassunto ben fatto , sia per chi non l'ha letto ma, per mezzo della più agile versione a fumetti, se ne fa un'idea (e magari decide di approfondire). Ottimo volume da mettere in mano a un ragazzo appena più curioso della media. Come sceneggiatore avrei dato un po' di spazio in più alla sequenza iniziale della slitta i cui cani e i cui occupanti uomini vengono uccisi dal branco dei lupi, una delle scene più drammatiche che io abbia mai letto, ma capisco che sia anche la più politicamente scorretta.

domenica 12 agosto 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA





Jack London
IL RICHIAMO DELLA FORESTA
Edizioni Piemme
traduzione di Enrica Zacchetti
Collana Piemme Junior
I Classici Battello a Vapore

cartonato - 130 pagine - lire 32000


"The call of the wild" è forse il capolavoro di Jack London, qui valorizzato al massimo da una edizione che più bella non si può. Le edizioni Piemme hanno infatti pubblicato in Italia una versione della francese Gallimard in cui ogni singola pagina del romanzo è corredata da illustrazioni. O quelle inerenti al testo realizzate dal bravissimo Philippe Munch, o foto e disegni riguardanti comunque, in senso lato, l'argomento del romanzo, con didascalie che spiegano e approfondiscono il periodo storico, in questo caso quello della corsa all'oro in Alaska. Il racconto di Jack London parla del progressivo ritorno allo stato selvaggio di un cane domestico, nato da un San Bernardo e una collie. Il cane si chiama Buck, e nasce nella California del Sud, vivendo una prima parte delle sua vita in una villa signorile. Poi viene rapito da un servitore infedele, e rivenduto al Nord, dove c'è un gran bisogno di cani per trainare le slitte. Buck diviene un eccezionale capo muta e un feroce combattente. Passa di mano in mano, comprato e rivendito, subendo varie traversie e avendo padroni bravi e padroni meno bravi, rischiando più volte di morire. Progressivamente, si fa sempre più forte in lui il richiamo ancestrale della foresta, del "wild", e si allontana il mondo degli uomini. Quando gli indiani uccidono il suo ultimo padrone, a cui era affezionatissimo, Buck rompe i ponti e si unisce a un branco di lupi, divenendone il capo. La storia è narrata quasi tutta dal punto di vista del cane, ed è bellissima.vista del cane, ed è bellissima, soprattutto quabdo parla dei richiami ancestrali che il cane sente dentro di sé: "Era più vecchio dei giorni che aveva vissuto e dei respiri che aveva respirato".

domenica 6 maggio 2018

I CANTI DI CASTELVECCHIO




Giovanni Pascoli
I CANTI DI CASTELVECCHIO
Oscar Mondadori
1967, brossurato
230 pagine, 350 lire

E’ il mio poeta preferito, il Pascoli. Preferito perché cultore della forma (metrica sempre perfetta, architettura delle composizioni varia ma rigorosa), ma mai artefatto; anzi attento ai moto dell’animo, appassionato, empatico, umano, sensibile, acuto osservatore delle piccole cose. Colto e letterario, pieno di echi e di rimandi, ma lontano dall’Arcadia. Moderno, psicanalitico ante litteram (ma anche post litteram), è talvolta addirittura sensuale se non addirittura audace (“Il gelsomino notturno”, “Digitale purpurea”). Non sa mai di muffa. Ne ho parlato altre volte su questo blog. L’etichetta che gli si mette a scuola è che il Pascoli sia il poeta del Fanciullino, dal titolo di un suo breve saggio del 1897. A patto di intendersi su che cosa sia il Fanciullino e di non limitarsi a questa definizione, il rimando a quello scritto serve a orizzontarsi. 

Secondo il poeta di Castelvecchio la poesia non è “logos”, cioè razionalità, ma consiste in una perenne capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione irrazionale che permane dentro di noi anche quando siamo cresciuti. Il Fanciullino dentro si noi “alla luce sogna o sembra sognare ricordando cose non vedute mai, parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle nuvole, popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei”.  Il bambino crede alle favole, crede alla mia, crede all’evocazione. Sente il potere del mistero, dei suoni, della musica; è in comunione con la natura. Sovvertendo le norme dell’angusto e realistico buonsenso che regola la nostra vita, il Fanciullino “rimpicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare”. Questa disposizione alogica (una sorta di sguardo obliquo) fa sì che si scoprano nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose.  E non è necessario che le cose siano insolite o grandiose: anche nelle cose quotidiane o famigliari si scoprono significati nelle cose. Di qui il rifiuto pascoliano, in verità non sempre rispettato, della “letterarietà” per avvicinarsi allo “spontaneità” del linguaggio comune. 

Tuttavia il poeta non è mai naif, vi si atteggia. Il suo enorme background culturale non viene mai meno. Persino ne “La cavalla storna” cita Omero senza farsene accorgere. Ho studiato “I canti di Castelvecchio” per un anno accademico intero, ai tempi dell’università, con il professor Mario Martelli (con cui poi mi sono laureato) e ogni lezione era una scoperta: frequentavo con gioia l’aula di Letteratura Italiana. Di recente, ho riletto i “Canti” e la gioia si è rinnovata. Perciò ho rispolverato qualche appunto e mi sono provato a dare ordine a quel che ho ritrovato.

Non si può non partire da qualche nota biografica. Del resto il Pascoli è stato per tutta la vita un poeta autobiografico. E si sa che la sua vita è stata segnata dall’assassinio del padre, avvenuto a San Mauro di Romagna il 10 agosto 1867. Questa morte, a cui ho dedicati un articolo sul blog “Freddo Cane in questa palude”, fu solo l’inizio di una serie di tragedie che in pochi anni si abbatterono sulla famiglia Pascoli, fino ad allora così unita e felice. Di lì a poco morivano prima, di tifo, la appena diciottenne sorella Margherita (13 novembre 1858), poi la stessa madre, che mai si era rimessa dal grande dolore della perdita del marito (18 dicembre dello stesso anno). Giovanni, (classe 1955) e i suoi fratelli Giacomo e Luigi avevano fino ad allora frequentato il collegio “Raffaello” di Urbino, diretto dai padri Scolopi; Giovanni, in particolare, aveva acquistato una salda cultura classica. Adesso le difficoltà finanziarie impedivano ai fratelli il proseguimento degli studi nell’Istituto urbinate. Con la morte di Luigi, avvenuta per meningite il 19 ottobre 1871, all’età di 17 anni, Giacomo e Giovanni abbandonano definitivamente il collegio e nello stesso novembre si trasferiscono a Rimini con la famiglia. A Rimini, Giacomo, il fratello maggiore, fu costretto a trovare lavoro ed a trasformarsi in “piccolo padre”, mentre Giovanni continuava a frequentare il liceo. Grazie all’aiuto di un suo vecchio maestro, padre Cei, Giovanni poté entrare nel collegio “San Giovanni” di Firenze e completare lì gli studi liceali, per poi frequentare a Bologna la facoltà di lettere, dopo aver vinto una preziosa borsa di studio – che però gli fu tolta allorché partecipò a una dimostrazione studentesca contro il ministro della Pubblica Istruzione, Ruggero Borghi, in visita all’Università. La serie di disgrazie continuò con la morte del fratello Giacomo, anch’essa avvenuta per tifo, il 12 maggio 1876. Giovanni diventò, per forza di cose, il capofamiglia. Ma la famiglia si era dispersa, il “nido” era distrutto, e ormai da tempo.

Non occorre seguire ulteriormente la cronologia delle vicende biografiche d Giovanni Pascoli, dalla prima esperienza politica presto abbandonata, alla laurea conseguita nel 1882; dai suoi successivi spostamenti per l’Italia (fino al suo definitivo stabilirsi a Castelvecchio di Barga), alla storia dei suoi rapporti con i fratelli e soprattutto con le sorelle Ida (il matrimonio della quale gli provocò un lungo “squilibrio nervoso” perché veniva ad intaccare il mito dell’unità familiare) e Maria (che venne poi ad abitare con lui). Non occorre, perché gran parte della psicologia del Pascoli è già venuta a formarsi, i caratteri che poi saranno i fondamenti della sua opera poetica si sono già costruiti.

Se il Pascoli è il poeta del Fanciullino, il Fanciullino è l’infanzia del nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che la disarticola. E’ nel traumatizzante succedersi di drammatici eventi, che bruscamente strapparono la Pascoli l’affetto delle persone e delle cose più care e la rasserenante sicurezza del nido familiare, l’origine del bisogno del poeta di ricercare nelle cose il loro aspetto più intimo e segreto, e di condurle fuori dalla realtà spazio-temporale della storia colpevole di aver infranto, con i drammi e le necessità del contingente, la serenità di un nucleo di affetti e sensazioni che sembravano eterne.

Le parole vengono svuotate del loro senso immediatamente contenutistico, e assumono sfumature di mistero: la realtà delle cose viene offuscata e trasformata attraverso un filtro ed una visione onirica, che permettono l’acquisizione di una dimensione diversa, quasi archetipica, realizzata nella poesia. Le cose vengono viste al di fuori della loro dimensione reale, fino ad assumere caratteri eterni e nello stesso tempo dimessi, privati, intimi. Il ripetersi delle immagini della casa-nido, delle morti, delle dolorose memorie familiari diventa quasi ossessivo, come se non ne fosse estranea una componente nevrotica.

Il tema del ricordo, che permea tutta la produzione poetica pascoliana conferendole il caratteristico bisogno di collocazione eterna e segreta delle cose, delle immagini e degli affetti, al riparo dalla violenza operata dalla storia, si manifesta più palesemente in alcuni componimenti come profonda necessità di recuperare con la poesia uno stato di cose ormai irrimediabilmente perduto.

Una sezione dei “Canti”, collocata in appendice e chiamata “Ritorno a San Mauro” (in tutto nove componimenti), costituisce l’unica testimonianza superstite di una serie di “Canti di S. Mauro” che il Pascoli aveva promesso nella prefazione ai “Primi Poemetti”, datata 5 giugno 1897, ma che non furono mai realizzati. Essi rimasero, appunto, in questa forma assai ridotta.   Pascoli tornò veramente in visita a S. Mauro, nel maggio del 1897, ma certo comunque che tutta l’opera poetica del Pascoli fu, in forma più o meno consapevole e più o meno accentuata, un continuo ritorno in quell’ angolo di Romagna. O forse potremmo dire che, nell’intimo del suo cuore, da S. Mauro Pascoli non si era mai mosso: tutta la sua poesia potrebbe essere solo un disperato aggrapparsi ad un “nido” che nella realtà non esisteva più. La quercia che cade lascia una capinera senza nido, il tuono che rimbomba rimbalza e rotola cupo cede il posto ad un canto di madre, la cantilena di una nonna si tramuta nella sicurezza del “nido” familiare per il bambino nella zana che dondola piano piano: e potremmo continuare.

E’ del resto lo stesso Pascoli che lo nota, e ne fornisce quasi una scusa, o una giustificazione, allorché nella prefazione del marzo 1903 ai “Canti di Castelvecchio” scrive: “Devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi privò di padre e madre, e via via, di fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità nella vita? No: questa volta non chiedo perdono. Io devo (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti. Se poi qualcuna di queste poesie… ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh!, non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalle loro fosse rendono anche oggi, per male, bene”.

“Un ricordo”, “Il ritratto”, “Un nido di farlotti” costituiscono una vera e propria “cronaca familiare”, dove, alla rievocazione dei momenti immediatamente precedenti e susseguenti la tragedia della morte del padre, si intrecciano i temi della premonizione e del presagio luttuoso. Ne “La cavalla storna”, invece, la stessa scena acquista una dimensione diversa, più ampia, oracolare e magica, attingendo ulteriori significati.

 “Un nido di farlotti” presenta la scena di casa Pascoli, a S. Mauro, un mese dopo l’assassinio del capofamiglia: la moglie distrutta dal dolore e gli orfani abbandonati appaiono agli occhi commossi di un popolano proprio come una spaurita nidiata di uccellini. E’, se si vuole, un’immagine paragonabile al nido della rondine che, nella celebre poesia “X Agosto”, raccolta in “Myricae”, cade uccisa tra le spine, con ancora nel becco un insetto per i suoi rondinini, così come il padre portava alle figlie un paio di bambole comprate alla Fiera di Cesena: e le stelle cadenti della notte di S. Lorenzo appaiono al poeta il pianto del cielo sulla malvagità di questo mondo.  

Il contenuto di “Un ricordo” è invece così esposto da Benedetto Croce: “Il padre del Pascoli fu assassinato, una sera, sulla via campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel giorno d’inenarrabile strazio e di terrore, l’ultima volta che i suoi lo videro vivo, è ricordata in ogni minimo particolare: con quel perduto dolore dell’animo che dice: potevamo non lasciarlo andare via, quel mattino, e sarebbe ancora tra noi!  E la memoria scopre, o l’illusione fa immaginare, particolari quasi profetici. Il padre stava per salire sulla carrozza, circondata dai suoi, dalla moglie, dai figli grandi e piccini, che escono sulla strada a salutarlo. Ma, nell’appressarsi che egli fece al cavallo, ‘la più piccina a lui toccò la mazza’. Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in pianto. Non voleva ch’egli andasse via: non voleva così, irragionevolmente, come bambina che era; ed egli dovette ingannarla, per acchetarla: farle credere che rientrava in casa e riuscire da un’altra porta. Quella manina di bimba è indimenticabile”. 

Lo stesso si può dire della poesia “Il ritratto”, la quale presenta una notevole comunanza di elementi, a partire da quello del presagio, qui costituito dalla improvvisa e immotivata interruzione delle pittura di un ritratto del padre che Giacomo Pascoli stava eseguendo ad Urbino, dove si trovava a studiare con i fratelli, nella stessa ora in cui Ruggero veniva ucciso.
Siamo di fronte dunque ad una ulteriore costante pascoliana: se il carattere dimesso della poesia del poeta è volto a ricercare gli elementi più intimi ed eterni delle cose, in una visione pessimistica della realtà, e se ciò, insieme al ripetersi ossessivo di certe immagini e certi temi, ha una origine in cui si può rintracciare una componente nevrotica, da notare è che tutto questo assume una forma poetica a dir poco singolare. Una apparente semplicità ed un fascino d’immediata percezione ottenuto con metri, artifici retorici, richiami classici che di naif e di primitivo non hanno proprio nulla

“La cavalla storna” fu una delle ultime poesie composte per i Canti di Castelvecchio, e pubblicata fin dalla prima edizione del 1903. Si tratta di una delle opere pascoliane più popolari e sentimentalmente più celebri. E’ facile intuirne i motivi: la chiave di lettura più immediata è facilmente accessibile ad ogni categoria di lettori; il patetico, il melodramma, la storia di lacrime, sangue e mistero, il tono narrativo e la struttura, la stessa orecchiabilità del metro colpivano e commovevano la sensibilità popolare. Tuttavia, letta con attenzione, "La cavalla storna" rimanda direttamente a Omero, e al cavallo parlante Xanto che rivela ad Achille il nome dell'uccisore di Patroclo. Ci sono persino precise citazioni testuali dei versi omerici. 

“Valentino”, un altro grande classico, commuove perché vediamo il ricco poeta, ammirato dal mondo, a cui non manca nulla, invidiare in silenzio la spensieratezza del povero contadinello che cammina senza scarpe, a piedi nudi, come un uccello: “come l’uccello venuto dal mare, / che tra il ciliegio salta, e non sa / ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, / ci sia qualch’altra felicità”. Ci sono poi tutti i versi onomatopeici che il Pascoli si inventa per replicare i suoni della natura, c’è l’osservazione della natura, il meravigliarsi di fronte al mistero, lo stupore per il rinnovarsi del ciclo delle stagioni o della vita (in “Ov’è?” il titolo stesso interpreta in forma di domanda, la domanda che il bambino appena nato si pone, il pianto del neonato). Ma il capolavoro resta “Il gelsomino notturno”, e qui rimando a una analisi più dettagliata che ho già scritto a suo tempo.