martedì 18 agosto 2015

POESIE RITROVATE



Giovedì 6 agosto, a Gavinana (PT), ho presentato, in una affollata piazzetta sotto il campanile delle pieve,  un mio nuovo libro: la raccolta commentata di oltre cento “poesie ritrovate” del poeta Giuseppe Geri. A questo autore, che si firmava “Geri di Gavinana”, avevo già dedicato un altro lavoro, "Il poeta delle piccole cose"). Le liriche sono state lette dall’attore Bruno Santini, applauditissimo dal pubblico. Della serata, Marco Ferrari ha fatto un esaustivo resoconto sulla rivista on line “Linee Future”, e ovviamente ne hanno parlato i giornali e le TV locali.

Il titolo “Poesie Ritrovate” fa riferimento al fortunato caso che ha messo a mia disposizione, e a disposizione di tutti, tre grossi quaderni contenenti alcune centinaia di composizioni inedite del cantore montanino. Si tratta di un tesoro di poesia ma anche e soprattutto di umanità, di sentimenti, di emozioni e di memorie. Memorie di un uomo ma anche di un territorio, di un’epoca, di una identità culturale. Per quanto le opere del Geri siano note soprattutto in ambito locale, non soltanto sulla montagna pistoiese ma anche in Garfagnana dove visse a lungo, lo spessore letterario e artistico della sua produzione trascende di gran lunga i limiti in cui si è diffusa e raggiunge valore universale. 

Giuseppe Geri nacque a Gavinana (nel come di San Marcello, in provincia di Pistoia) il giorno di Ognissanti del 1889. Frequentò soltanto la terza elementare, per il resto fu completamente autodidatta. Fu un “poeta operaio” e poi un “poeta pensionato”. Lavorò nelle officine di Limestre fino agli anni Trenta, poi per motivi aziendali fu costretto a trasferirsi a Fornaci di Barga, in provincia di Lucca. Fece spesso ritorno a Gavinana, quando il lavoro glielo permetteva, e anche a Fornaci non mancò di conquistare la simpatia degli abitanti del luogo, continuando a poetare nella sua nuova casa. Nel suo paese d’adozione fu così stimato e considerato che gli è stata dedicata persino una via.

Geri non si sposò mai, e scrisse di considerare la “musa” come una moglie e i suoi sonetti come dei figli. Morì nel 1975, e come aveva chiesto tornò a Gavinana per esservi sepolto.  Dotato di un innato senso metrico e di fresca inventiva poetica, durante tutta la vita scrisse poesie, rispondendo a un bisogno insopprimibile del suo animo. In una composizione dedicata al romano Trilussa, il pistoiese scrive: 

E pure sento anch’io, signor Trilussa,
quest’arte come un impeto divino
che tante volte all’anima mi bussa.


Luigi Russo

Alcune di queste composizioni vennero fatte leggere, all’inizio degli anni Venti, al critico letterario siciliano Luigi Russo (1892-1961), noto per i suoi studi sul Metastasio, professore universitario a Firenze e poi direttore della Scuola Normale di Pisa. Al Russo, che trascorreva sulla montagna pistoiese molti dei suoi momenti di vacanza, non sfuggirono del doti del poeta illetterato e si impegnò per promuovere la pubblicazione delle sue composizioni in una silloge intitolata “Fiori di bosco”, edita da Vallecchi nel 1929. In seguito, quando il professore compilò alcune sue antologie di poeti italiani a uso degli studenti delle scuole medie e superiori, non mancò di inserire qualche lirica del gavinanese. Commentando la propria presenza accanto a quella di figure quali Pascoli o D’Annunzio nel florilegio intitolato “L’ora mattutina”, Giuseppe Geri scrive:

Fra tutti quei colossi
io qui ci rappresento
come se non ci fossi
o edera aggrappata a un monumento.


Dopo “Fiori di bosco”, le poesie del cantore montanino comparvero su varie riviste e furono anche diffuse attraverso un intenso carteggio con letterati di tutta Italia. Sarebbero auspicabili studi accademici che approfondissero questi aspetti. Instancabile, comunque e soprattutto, fino al giorno della morte del poeta, la sua distribuzione di testi consegnati a mano a tutti quanti lo circondavano, a Gavinana come in Garfagnana. Una caratteristica del tutto singolare del modus operandi del Geri era, appunto, quello di scarabocchiare poesie improvvisate su foglietti di carta volanti, che poi il poeta regalava agli amici e, talvolta, anche agli sconosciuti. Alcuni venivano recuperati, e ci fu chi cominciò a raccoglierli e a batterli a macchina. Laura Tonietti, a cui si deve rendere merito per aver svolto questa attività, mise insieme circa 150 manoscritti. Proprio grazie alla raccolta dei foglietti affidati “al vento”, nel 1994 è uscito un libro postumo, a cura del Moto Club di Fornaci di Barga e di Milvio Sainati in particolare. “80 anni di poesia”, questo il titolo, si fregia anche di una prefazione di Gian Luigi Ruggio, all’epoca conservatore di Casa Pascoli a Castelnuovo. Nel 2012 è toccato al sottoscritto l’onore e l’onere di raccogliere una selezione delle cose migliori (almeno a mio giudizio) pubblicate nei due libri precedenti, in una antologia edita dall’Associazione Achilli di Gavinana e intitolata “Il poeta delle piccole cose”, corredato da un saggio critico a mia firma. Adesso, giunge il nuovo volumetto e che si deve, appunto, al ritrovamento di numerose altre composizioni inedite. 

Così riferisce l’accaduto Marco Ferrari, autore di un articolo uscito nel luglio 2015 sulla già citata rivista online “Linee Future”, che si occupa di cronaca pistoiese: “Sono emersi dal passato e si sono materializzati quasi per magia fra le mani di Roberto Geri, nipote di quel Geri di Gavinana conosciuto e ricordato da tutti in paese come il Poeta. Si tratta di tre manoscritti contenenti poesie per lo più inedite. Quaderni vergati a mano di cui si era persa la memoria e si ignorava l’esistenza. Grande è stata quindi l’emozione provata dal nipote Roberto nello sfogliare e leggere, non senza incredulità e commozione, le poesie dello zio risalenti a più di ottanta anni fa, e nel realizzare l’importanza del ritrovamento fatto”. 

Roberto Geri, dal canto suo, racconta: “Nell’aprile dello scorso anno, nel corso di lavori fatti nella casa di Gavinana, mi sono trovato nella necessità di spostare il baule dei ricordi dello zio, in cui tuttora sono custoditi gelosamente i libri a lui appartenuti. Un baule pesante. Per spostarlo si è reso necessario aprirlo e svuotarlo. Un’operazione fatta altre volte nel passato, ma questa volta è stato diverso. Il caso, il destino, o forse lo zio, di cui ricorrono i quaranta anni della dipartita, ha voluto che il mio sguardo si posasse, prima su uno, poi sul secondo e infine sul terzo, di quelli che a prima vista sembravano degli anonimi registri contabili, adagiati sul fondo del baule. Li ho tolti, impilati uno sopra l’altro, e posati sulla pila di libri che nel frattempo si era formata sul pavimento. Uno di questi, inavvertitamente è caduto e aprendosi, ha mostrato il suo contenuto. Se non mi fosse scivolato dalle mani, sicuramente non sarebbe mai stato aperto. Nell’atto di raccoglierlo e di chiuderlo, l’occhio si è posato sulla pagina aperta. Ho indugiato, la vista a quest’età è quella che è. Ho cercato di mettere a fuoco la scritta e ho letto, cosa strana, e forse non del tutto casuale, il titolo di una poesia: Il destino. Ho iniziato, distrattamente a sfogliare il libro dei conti, ma non c’erano numeri, né somme o sottrazioni, ma parole, versi, rime e poesie. Una dopo l’altra, pagina dopo pagina. La voce mi si è increspata e la vista mi si è fatta ancora più annebbiata. Ho chiamato mia moglie perché mi portasse gli occhiali da lettura”.

Roberto Geri
A questo punto Roberto Geri si rende conto che i tre quaderni sono pieni di poesie scritte a mano dallo zio Giuseppe, in gran parte materiale inedito. Si tratta di tre grossi manoscritti rilegati, grossomodo formato protocollo, ciascuno contenente circa cento composizioni. Sulla copertina dei primi si legge, scritto a mano:

Poesie di Giuseppe Geri
Gavinana
1925 (1)

Geri di Gavinana
Malinconie
1932 (2)

Sulla copertina del terzo non c’è alcuna scritta, ma subito all’interno leggiamo:

1943 (4)
e nella pagina successiva:
Geri di Gavinana
I canti di un montanino (titolo cancellato)
Sulle rive del Serchio (titolo definitivo)

Sembra evidente che manchi un volume (3). Non resta che sperare in un successivo ritrovamento.

L'annotazione con il numero (4) sul terzo volume



Alcuni mesi di lavoro hanno permesso a chi scrive (a cui sono stati affidati in prestito i quaderni) di selezionare le composizioni contenute in questa antologia, essendo necessaria una scelta per motivi di spazio. Il criterio seguito è stato quello di non pubblicare le composizioni già note, anche quando se ne riscontrano versioni alternative con varianti più o meno notevoli (soprattutto nel primo quaderno ci sono molte poesie finite poi in “Fiori di bosco”, ma con versi diversi rispetto a quelli conosciuti). Tolto il materiale già edito, si sono scartate le poesie con riferimenti a persone e a fatti contingenti della vita privata del Geri, non immediatamente comprensibili, così come le tante “lettere in rima” con cui il gavinanese era uso scrivere ai suoi amici o corrispondenti, contenenti spesso ringraziamenti per favori o regali ricevuti o inviti a incontri conviviali. In presenza di opere di argomento molto simile (come l’alternarsi delle stagioni o il rimpianto della gioventù perduta) ho scelto di selezionare il componimento più rappresentativo. Sono stati privilegiati i testi più attuali e universali, quelli che possono parlare ancora oggi a tutti noi (il Geri, comunque, non ha perso niente della sua freschezza). Qualora l’interesse dei lettori lo richiedesse, esiste materiale sufficiente per riempire sicuramente altri libri come questo. 

Mi sento in dovere di segnalare che, trattandosi di testi manoscritti compilati in modo evidentemente frettoloso, pieni anche di cancellature e correzioni, ho ritenuto di dover intervenire qua e là per restituire ai versi la punteggiatura mancante o la sillaba sfuggita. Del resto, la presenza di versioni alternative (presumibilmente precedenti) di testi già noti fa ipotizzare che prima della pubblicazione a stampa di “Fiori di bosco” il poeta abbia rivisto e perfezionato i suoi lavori, forse indirizzato dallo stesso Luigi Russo. Dunque lo stesso tipo di ripulitura e di aggiustamento si è reso necessario anche per la raccolta che state per leggere. I quaderni del Geri restano comunque a disposizione, custoditi da Roberto Geri, per chiunque voglia studiarli o curarne una migliore e più completa edizione.


L’esame dei manoscritti permette di ricostruire un quadro più vivido e completo della vita del poeta, rispetto alle informazioni già note. Ci sono per esempio annotazioni dell’autore riguardo a certe composizioni da lui lette personalmente in alcune circostanze pubbliche (per esempio è rintracciabile una poesia dedicata alla località di Maresca, recitata dallo stesso autore nel teatro di quel paese), oppure relative alla pubblicazione di alcuni versi su quella o quell’altra rivista. Interessanti i testi che testimoniano avvenimenti storici o fatti di cronaca, come l’imperversare della “spagnola”, gli scontri fra “rossi e fascisti” o il primo avvento della radio.

"Una riconciliazione tra rossi e fascisti"
Le opere radunare in questo volume confermano quel che sappiamo su un aspetto importante della personalità dell’autore: il doppio registro della sua produzione, basata sull’alternarsi del comico e del malinconico. L’arguzia e l’umorismo di molte composizioni non devono far pensare al Geri come a un personaggio ilare, ma mascherano in realtà il suo eterno male di vivere (il che lo rende ancora più attuale e contemporaneo). Tuttavia il suo naturale sense of humor stempera l’amarezza della sua inquietudine.

In alcune poesie il poeta fa riferimento ai libri contenuti nella sua biblioteca e di cui lui amava leggere qualche pagina ogni sera, almeno finché gli occhi gli restavano aperti. Nonostante non mancasse mai di sottolineare il fatto di essere “senza scuola” e di non poter competere con i più colti di lui, tuttavia elenca gli autori di cui conosce le opere, come il Pascoli (ammette in un verso di sentirsi “pascoliano”), il Prati, il Tasso, Trilussa, il Fusinato.

Testimonia il Russo: «Ebbe amicizie con villeggianti di un qualche nome o fama, Cadorna, Michelangelo Billia, Carlo Delcroix, a cui prestò devozione di compagnia». Scrive ancora il critico: «L’autore è un operaio di Gavinana, che lavora nelle officine di Limestre, laggiù vicino a San Marcello Pistoiese. Se andate a Gavinana, insieme col Crocicchio, Pian de’ Termini, Rio Apiciano, Ferruccio, il Monumento, dopo i primi giorni che siete arrivato lassù, sentirete discorrere del Poeta. “Quello è il Poeta!” vi diranno premurosi i paesani, a stuzzicare e come a secondare la vostra curiosità di uomini libreschi. E vi indicano un giovane, che sale verso la quarantina, asciutto, con le mascelle serrate, con la fronte stempiata e lucida e bruna di sole, e con l’aria un po’ raccolta e un po’ trasognata, propria ai taciturni camminatori di questi monti. Vi provate a discorrerci: grande timidezza, brevità e imbarazzo di parole, che pure escono all’aria, sfiorate da un lieve palpito di arguzia. Si avverte subito la spiritualità e sincerità dell’uomo».



Se volete procurarvi il libro (costa 10 euro), scrivete o telefonate all'Associazione Musicale e Culturale Domenico Achilli – Piazzetta Aiale, 24 – 51028 Gavinana (PT) – Tel: 0573 66057 – Email: associazione.achilli@gmail.com

Quella che segue è un una brevissima scelta di alcune delle opere ritrovate del Geri.


Geri di Gavinana
POESIE RITROVATE

A una nuvola

Nuvola pellegrina
che vai raminga nell’oscurità,
dimmi: che porti? Quale novità?
Porti tempesta, grandine o la brina?
Dimmi, vieni dal mare?
Porti la pioggia o vento?
O nuvoletta, tu mi fai spavento,
cammina su nel ciel non ti fermare.
O forse cerchi l’altre tue sorelle?
Volete far vendetta?
O nuvoletta, vai, cammina in fretta,
cammina su nel ciel che c’è le stelle.



Un lutto

Vidi mia madre in lutto,
vidi mia madre in pianto,
ed io compresi tutto
del suo dolor, del pianto.

Mandò l’ultimo canto
la rondinella a sera,
vidi mia madre in pianto,
vidi una bara nera.



Le due sorelle

Io avevo due sorelle,
una bionda e l’altra mora,
tutte e due leggiadre e belle
e gentil come l’aurora.
Ma la bionda mi è sparita,
se ne è andata all’altra vita.
Mi hanno detto che lassù
più risplende il suo bel viso
dove è gioia ed è sorriso
ma non tornerà mai più.
E la mora sta lontana,
nella terra pascoliana.
Colgo e bacio il primo fiore:
il pensier quel bacio porta
su la viva e su la morta,
tutte e due lo stesso amore.

Giuseppe Geri di fronte alla sua casa

Nell’orto

Un noce, dei peri, un fiore appassito,
patate, fagioli adornano l’orto.
Non sono felice, ma pur mi conforto
all’ombra silente d’un pesco fiorito.
Mia madre mi guarda, sorride, ma mesta,
nel verde profondo del monte rimira,
mi chiama per nome, solleva la testa,
poi guarda nel cielo e sospira sospira…


Giuseppe Geri con i fratello Guido nel 1916


Il mio nome

Mi sento dir che son ricco d’ingegno,
che presto il nome mio verrà immortale:
non ci trovo fin qui nulla di male,
ma chi lo dice non darà nel segno!

Mi avessero provato nel disegno,
qualcosa avessi fatto di speciale…
per salir in alto, ci vorrebbe l’ale
e non la testa come me, di legno.

Forse perché dirò qualche strambotto
e scrivo qualche volta in poesia,
m’avranno preso per un uomo dotto.

Ma vi assicuro sulla fede mia
Appena so contar quattr’e quattr’otto.
Se questo basta, allora così sia…



Birichinate

Ero un ragazzo come tutti gli altri,
pieno di vita e pieno di clamore,
facevo per le strade anch'io rumore
come fan tutti i ragazzotti scaltri.

Tiravo sassi sulla banderuola,
azzoppavo ogni tanto una gallina,
saltavo volentieri la dottrina
e tante volte non andavo a scuola.

Andavo a nidi o pure a chiappar grilli,
(eran le cose a me più preferite),
mi arrampicavo sulla vecchia vite,
mandavo in casa dei sonori strilli.

Rompevo qualche pentola in cucina,
tribbiavo scarpe e non lavavo piatti,
mi divertivo a strapazzare i gatti
con tutta l'aria mia più birichina.

Poi mi ricordo quando la mia nonna
restava tutto il giorno a gola aperta
a chiamar “Peppe!” ed era cosa certa:
la facevo dannar, povera donna.





La radio

Si sente proprio gli uomini cantare,
tossire, bisbigliar, ripigliar fiato,
che vien per forza voglia di guardare
se dentro c’è qualcuno rimpiattato.
Chi parla dista più di mille miglia,
è cosa da destare meraviglia.

Pensar che con due fili e una cassetta
si sente quel che dicono a Milano:
se c'è al Teatro il ballo o l'operetta,
se parla in piazza qualche ciarlatano;
non da Milano sol, da mezzo mondo
si sente uno quando gira al tondo.

Io tante volte mi sbattezzerei
e dico: se si va di questo passo
un giorno o l’altro, ci scommetterei,
persino i morti si rivede a spasso.
Beati quelli che morranno allora,
che lo faranno sol per qualche ora.



Nostalgie paesane

Penso sovente alla mia casetta,
ai miei morti, lassù nel cimitero;
penso al crocicchio dall'aguzza vetta
dove salivo un dì gagliardo e fiero.
Penso agli amici con malinconia,
sento di Gavinana nostalgia.

È vero che non son tanto lontano,
ma non so quando potrò tornare.
Maturerà nei campi il biondo grano,
quant'acqua ancora scenderà nel mare!
Ritornerà la rondine alla gronda,
quando sarà per me l'ora gioconda?

Vorrei sentir cantare l'usignolo
nei boschi silenziosi di Batoni;
dove la sera tante volte solo
meditai versi per le mie canzoni;
vorrei vedere nella bella valle
ancora svolazzare le farfalle.

E queste grandi e piccole cosette
che per altri non hanno alcun valore,
io le conservo fra le mie dilette,
fra le memorie care del mio cuore;
mi lasciano nell'animo un rimpianto
e sgorga questo mio povero canto.




La bilancia

Perché venire al mondo,
perché restar tanti anni?
Chi mai chiese di nascere,
se non ci son che inganni?
Capisco che la vita
non è che una missione,
ma la bilancia pende
e senza paragone.

L'autografo de "Il gatto ne cassettone"


Il gatto nel cassettone

L'altra notte mi successe un fatto
che voglio raccontar, care persone.
Tutte le notti il mio signore gatto
se ne andava a dormir nel cassettone.

E io poggiai la sveglia sopra un piatto
ci misi un soldo per precauzione,
ché quando fosse l'ora dello scatto
facesse più solenne confusione.

Difatti all'ora che suonò la sveglia
il piatto, il soldo... fu un acciottolìo,
che il gatto, che dormiva, mi si sveglia

con la paura e fece un tal fottìo
per scappar fuori, che nel dormiveglia
ebbi paura più del gatto anch'io.

Fornaci di Barga


Novità?

Nulla di nuovo c'è qui nel paese,
se piove un giorno quasi sembra un mese,
se un giorno è bello poi quell'altro piove
quaggiù a Fornaci non ci son nuove.

La settimana dura quanto un anno,
ma gli anni son veloci e se ne vanno,
l'ore son lunghe e non passan mai
ma i giorni volan e questi son guai.

Così pian, piano, via di questo passo,
senza profitto, senza fare chiasso,
ti annoi, sbadigli, fai la tua partita
e come un lampo passa anche la vita.

Mi pare un sogno, e mi sembra ieri,
che aveo vent'anni ed eran giorni fieri,
ma già di tempo ne è passato tanto;
e sempre avanti, via, con questo canto,
si arriva al giorno della dipartenza:
per tutti passerà la diligenza.

Sei giovani gavinanesi negli anni Venti. Giuseppe Geri è in alto al centro con i baffi.


Il destino

Ognuno segue del proprio destino
tutta la strada che in terra ci addita,
così trascorre tutta questa vita,
sino a quel giorno che viene il becchino

Non si sa se sia lontano o sia vicino
e quando è l'ora di farla finita,
ma per giocare l'estrema partita
ci vorrebbe di fare l'indovino.

C'è chi cammina, chi sempre in vettura,
c'è chi va a piedi per pestarsi i calli,
chi ha la testa grossa e chi l'ha dura.

Ma viaggiare a piedi e sui cavalli
quando vien quella che ci fa paura
finiscono poi tutti i suoni e i balli.



Perché?

Perché la notte nel buio profondo
sono le stelle chiare e lucenti?
E l'usignolo canta giocondo
nei più soavi, gentili accenti?

Perché del pero, fra il verde e il biondo,
lenti i suoi rami muovono lenti?
E sul cipresso dal ciuffo tondo
tanti uccelletti stanno contenti?

E perché il cane dorme tranquillo,
guardia fedele vicino all'aia,
e perché l'eco senti di squillo?

Perché il gallo canta e il cane abbaia,
se stride forte nel prato il grillo
o suona il passo della massaia?

Giuseppe Geri negli ultimi anni della sua vita


Acqua passata

Or della gioventù perdo l' impronte
e crescono gli affanni coi pensieri,
ma quattro rime sono sempre pronte,
o bene o male spesso e volentieri.

Prima mi alzavo al limpido orizzonte
e camminavo i taciti sentieri
quando trovavo qualche fresca fonte
bevevo sempre senza usar bicchieri.

Ora per quelle vie più non cammino
mi sento stanco e poi ci vedo poco
e foro ogni momento e vo pianino.

Ma un giorno o l'altro cambierò loco,
farò amicizia stretta col becchino,
e finirà per sempre questo gioco.

Pasqua 30 marzo 1975
(ultima poesia nota)


lunedì 17 agosto 2015

S. - LA NAVE DI TESEO



J. J. Abrams e Doug Dorst
S. - LA NAVE DI TESEO
Rizzoli Lizard
2014, cartonato
472 pagine, 35 euro


Su “S.”, ovvero “La nave di Teseo”, si è scritto di tutto e il contrario di tutto. Leggendo le recensioni in Rete c’è di che divertirsi: i pareri sono opposti, tra chi grida al capolavoro e chi ne lamenta la noia mortale. Personalmente, sono del parere che di fronte a un’opera del genere siano secondarie le trame delle due storie parallele che si sviluppano dentro e fuori (o ai margini) del romanzo scritto dall’immaginario V. M. Straka. Sono più che convinto che sia il falso libro del 1949 (perfettamente riprodotto come oggetto d’antiquariato e proposto al lettore tale e quale ci si aspetta sia un volume ingiallito rubato da una biblioteca) sia le annotazioni ai margini scritte a penna, pennarello e lapis da due diverse mani, offrano indizi degni di approfondimenti in grado di portare a piani di lettura ancora diversi da quelli che appaiono a una prima lettura, e ci sarà chi vorrà studiare ogni dettaglio scoprendo che tutto può essere interpretato come un tassello di un puzzle da ricomporre senza avere sottomano il disegno complessivo. Tuttavia, qualunque sia o possa essere il gigantesco gioco a più livelli che gli autori ci sfidano a scovare, per quanto mi riguarda mi ritengo più che soddisfatto dal miracolo dell’oggetto in sé. 



Un prodigio di cartotecnica che appaga il bibliofilo che ama il libro in quanto tale, ovvero qualcosa da toccare, da palpeggiare, da sfogliare, da restituire più vissuto di quando lo si è ricevuto. “S. – La Nave di Teseo” è il libro perfetto: con le impronte digitali di chi lo ha posseduto, con le annotazioni scritte a mano, con i foglietti di appunti dimenticati fra le pagine e le cartoline usate come segnalibri. J. J. Abrams ha affermato che "il punto è proprio possederlo fisicamente”, e la mia soddisfazione nello sfogliarlo e risfogliarlo consiste anche nel gongolare pensando che non può esisterne una copia digitale. E’ vero che ne esiste una versione e-book ma, per ammissione degli stessi autori, l’esperienza che se ne ricava è del tutto diversa da quella dell’avere tra le mani un tomo dalle cui pagine può cadere a terra di tutto, perché è in questo che consiste la trovata geniale di chi lo ha realizzato: fornire ai lettori un falso perfetto di un vero libro su cui altre dita prima delle nostre hanno passato i loro polpastrelli vergando note e lasciando tracce. 



Ovviamente non è tutto qui: il romanzo che è alla base di tutto, “La nave di Teseo”, si può leggere come un racconto a sé stante, con tanto di introduzione che cerca di fare il punto sul suo enigmatico presunto autore, V. M. Straka. Allo stesso modo si può ignorare il testo principale e concentrarci solo sulle annotazioni a mergine delle pagine: quelle di due studenti universitari, Jennifer ed Eric, che si passano il volume fra di loro, inizialmente senza conoscersi né incontrarsi, e che si innamorano così. Però i due finiscono anche per scoprire un complotto riguardante appunto la vera identità di Straka, e il gioco in cui si invischiano si rivela pericoloso. Insomma, c’è di che divertirsi. Indubbiamente non è facile seguire i diversi piani di lettura e c’è da confondersi. Però, siccome la cosa è intrigante, ci si riesce abbastanza presto, con un po’ di allenamento, e si finisce per appassionarsi. Stupisce, certo, il fatto di seguire lo sviluppo di un libro in un modo tanto insolito. Alla fine, sia la trama del romanzo stampato (“La nave di Teseo”), che parla di uno uomo senza memoria che si imbarca su un vascello il cui equipaggio è quanto mai inquietante, sia l’indagine dei due studenti (lui cacciato dall’Università, in realtà, e in guerra con un professore, Moody, che conduce la sia stessa indagine su Straka) non si risolvono in modo chiaro e netto. Il che lascia un po’ perplessi, ma non delusi, viste le emozioni con cui siamo arrivati fin lì. Del resto, ideatore dell’operazione è proprio quell’Abrams a cui si deve (almeno in buona parte) la serie di “Lost”, un altro racconto innovativo con un finale che ha fatto discutere. C’è lo zampino di Abrams anche nel rilancio della saga di Star Wars: insomma, un nome da cui ci si aspettano idee in grado di stupire. Dal punto di vista pratico, poi, il lavoro è stato affidato a Doug Dost, al quale non si può che fare tanto di cappello. La confezione dell’oggetto è costituito da una sorta di scatola contenitore con i nomi dei veri autori e le indicazioni per la lettura, dentro alla quale c’è il finto libro d’antiquariato stampato con carta ingiallita e imbottito di documenti, lettere, giornali, fotografie, cartoline, biglietti, tutti del tutto credibili come veri e perfetti in ogni dettaglio (fare attenzione nel maneggiarlo).


venerdì 14 agosto 2015

JE SUIS CHARLIE



Autori Vari
JE SUIS CHARLIE
Edizioni Corriere della Sera
2015, brossourato
320 pagine, 4.90 euro

Subito dopo l'uscita di questo libro, alcuni disegnatori italiani (non so se anche stranieri) hanno protestato per aver visto pubblicato un loro lavoro, comparso in Rete, senza che ne fossero stati informati. Per quanto degno di nota, questo aspetto della questione non riguarda la qualità dei contenuti e dunque non è di questo che mi interessa parlare. Perché mi interessa di più testimoniare l'emozione forte con cui ho sfogliato pagina dopo pagina, con il cuore in gola. Indubbiamente uno dei più belli e significati esempi di satira disegnata della storia del mondo, per il numero di artisti coinvolti, per la brillantezza e l'efficacia delle loro opere, per ciò che esse significano dopo la strage compiuta dai terroristi nella sede del giornale francese "Charlie Hebdo". Tutti i disegnatori, in rappresentanza di decine di Paesi del mondo, si sono schierati in difesa della libertà e hanno pianto le vittime che hanno avuto il coraggio di difenderla ("meglio morire in piedi che vivere in ginocchio", diceva Charb, il direttore di "Charlie", ucciso nel massacro). Io, che mi sono angosciato per quella morte come per quella di un fratello (benché non leggessi la sua rivista e non lo conoscessi se non di fama), e ho trascorso notti insonni, vorrei che sempre gli uomini liberi fossero uniti come è successo nelle ore immediatamente seguenti l'attacco, e mi convinco che l'unico modo per non aver paura sarebbe sapere sempre di essere in tanti a condividere gli stessi ideali secondo i quali ogni uomo nasce libero e ha diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Invece, quel che più mi dispiace (oltre all'assoluta certezza che purtroppo saremo costretti a vivere nel timore di nuove stragi e ci censureremo tutti, dandola vinta a chi vuol soffocare il nostro pensiero) è che subito dopo i fatti di Parigi già in mezzo a noi sono cominciati i distinguo. C'è chi ha sostenuto che Charb e gli altri se la sono cercata, chi addirittura continua a ribadire che gli attacchi alla religione vanno puniti. Chiunque stabilisca dei "se" e dei "ma" davanti a un omicidio, ne è complice. Non c'è disegno al mondo, qualunque cosa rappresenti, che possa provocare la messa a morte del suo autore. Se qualcosa ci sembra offensivo o blasfemo, si può evitare di leggerlo. Al limite si risponde con degli argomenti: a carta si contrappone carta. Ma uccidere? La questione non è che tipo di vignette pubblicasse Charlie, è il diritto di un giornale di proporre le idee che crede. Personalmente difenderò sempre qualunque giornale, non soltanto il giornale che scrive quel che penso io. Dispiace vedere tanta gente che invece reputa libertà soltanto la propria. Se si stabilisce il principio che non è lecito pubblicare quello che potrebbe offendere gli altri (o addirittura si accetti che chi lo fa possa essere massacrato), il mondo cadrà in mano ai permalosi. Tutto può essere offensivo, persino un sorriso interpretato male. Nel libro del Corriere c'è una sola voce fuori dal coro, che accusa "Charlie": quella di Joe Sacco. Io non condivido niente di quello che lui ha disegnato sulla strage, ma sono contento che abbia potuto liberamente farlo. Vorrei che a tutti fosse sempre consentito di fare altrettanto.

giovedì 13 agosto 2015

NON ABBIAMO ABBASTANZA PAURA



Vittorio Feltri
NON ABBIAMO ABBASTANZA PAURA
Mondadori
2015, cartonato
120 pagine, 17 euro

E' un dibattito in corso continuo, e sul quale spesso mi interrogo, quello fra chi ritiene che si debba aver paura del prendere piede di un certo modo di intendere l'Islam (destinato a sfociare fatalmente in uno scontro con l'Occidente e in una successiva sopraffazione della nostra società) e chi, viceversa, interpreta il terrorismo di marca jahidista una componente degenerata e minoritaria frutto dell'opera di pochi folli, che si devono contrastare senza che questo metta a rischio la convivenza amichevole tra le diverse culture. Il libro di Vittorio Feltri espone le ragioni del primo modo di pensare. Quotidianamente, capita di leggere o di ascoltare, viceversa, le ragioni di chi ha opinioni del tutto diverse (proprio in questi giorni, per esempio, sto leggendo Tiziano Terzani). La speranza, ovviamente, è che Feltri abbia torto. Indubbiamente ci sono alcuni passaggi che potrebbero essere condivisi anche da qualche detrattore del giornalista bergamasco. Il primo, rintracciabile quasi in apertura, è quello in cui si riferisce la triste marcia indietro della redazione di "Topolino" che, dopo aver anticipato una copertina in cui i personaggi disneyani mostravano le matite per solidarietà con la libertà di espressione grafica presa di mira dagli autori della strage di Parigi nel febbraio 2015, ha preferito non esporsi e ha sostituito il disegno coraggioso già mostrato con un altro anonimo e indifferente al problema. Un altro, sono le parole di un musulmano, il presidente egiziano al-Sisi, che ha detto: "E' inconcepibile che la dottrina da noi considerata maggiormente sacra, faccia in modo che la comunità islamica sia una fonte di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzione per il resto del mondo". Credo si possa concludere che noi occidentali dovremmo provare a non avere paura, ma anche gli orientali dovrebbero cercare di non farcene.

mercoledì 12 agosto 2015

PAPER GIRLS


Stefano Babini
PAPER GIRLS
Edizioni Di
2014, brossurato, 
170 pagine, 30 euro

Più che da leggere, un libro da ammirare: perché questo si fa, sfogliando le pagine di questo catalogo di finire femminili filtrate dall'occhio innamorato della donna di Stefano Babini. Le si ammira, appunto, come quando si resta incantati, rapiti, dal fascino di una ragazza (di qualunque età) che passa per strada portandosi dietro il nostro sguardo. Un libro (quasi) senza parole, ma con illustrazioni che raccontano più di qualsiasi discorso. 

Pochi i nudi, ancor meno i gesti erotici (una mano che si infila sotto una mutandina, un corpo strusciato contro un palo), poi volti, mezzibusti, busti, rare figure intere. Sembra il catalogo di un fotografo che abbia girato a caccia di bellezza (non tanto di bellezze) per strada o nei locali, ma invece di essere armato di macchina fotografica Babini (Lugo di Romagna, 1964, artista senza vincoli prima che fumettista senza eroi) usa il pennello. O meglio, usa di tutto, perché poi le sue "paper girls" nascono dalla commistione fra china, acquarello, matite, pennarello, e chissà che altro. Materiali diversi, tecniche diverse, immagini abbozzate e non finite perché a finirle pensi lo spettatore. Soprattutto sguardi, dai quali filtra l'anima delle modelle, vere o immaginate, probabilmente immaginate vere. Le ragazze di carta rischiano di avere una marcia in più rispetto a quelle in carne e ossa perché ciascuno se le figura sulla base dei propri desideri. Ma quelle di Babini parlano dell'essenza della loro femminilità, qualcosa che sublima sia la carta che la carne. A corredo delle immagini, alcuni aforismi di celebri scrittori e una prefazione di Vincenzo Mollica.

lunedì 10 agosto 2015

DON CHISCIOTTE




DON CHISCIOTTE
di Benito Jacovitti
a cura di Luca Boschi 
Edizioni Di, 2006 

Non so se riuscirò mai a completare la raccolta dell'opera omnia di Jacovitti, ma ogni volta che mi procuro un nuovo libro che manca alla mia collezione resto a bocca aperta di fronte ai suoi disegni e alle sue trovate. E' successo anche in questo caso, davanti al paginone iniziale in cui il geniale autore molisano (che ho avuto la fortuna di incontrare, una volta, e di vedermi offrire uno dei suoi sigari che pretese di vedermi fumare insieme a lui) offre una visione d'insieme della vita nel medioevo così come se la immaginava. Si mostra, fra le altre cose, l'attacco a una fortezza: gli occupanti hanno messo rose e fiordalisi davanti all'ingresso e apposto un avviso che dice "Vietato calpestare i fiori". "Con quel cartello bene in vista, il nemico non entrerà nemmeno con il ponte levatoio abbassato!", dice un soldato a un altro. In un altro punto del castello, c'è una parete intera tappezzata di manifesti affissi che dicono tutti: "Vietata l'affissione". In alto, un soldato "mette i merli in gabbia" coprendo la merlatura con delle voliere. Le palle di cannone sono depositate in un angolo con un cartello che recita: "Tre palle un soldo". Insomma, non c'è un solo angolo del paginone senza una battuta, soltanto grafica o recitata con i balloon. "Tutto quello che vedete è una scusa per dirvi che dal prossimo numero del Vittorioso vedrete un Don Chisciotte del sottoscritto. Ciao, Jacovitti", si legge in un papiro in alto a destra. Ma poi, quando si passa alla prima puntata, di medievale non c'è proprio nulla, dato che il Don Chisciotte jacovittiano è ambientato ai giorni nostri, anzi, ai giorni suoi, cioè nel 1950 (anni in cui il racconto venne realizzato). Quando ho usato il termine "paginone" non ho usato un'iperbole: si tratta davvero di paginoni, dato che l'edizione curata da quel fenomeno di Luca Boschi ripropone le pagine del formato originale (o quasi) del Vittorioso, e dunque su fogli (più o meno) A3. Ne viene fuori un libro un po' impegnativo da maneggiare ma si tratta dell'unico modo per restituire l'opera alle dimensioni originarie. Che poi, Jacovitti scriveva i testi piccini piccini e riempiva le vignette, incastrandole fra loro, per cui non sarebbe stato neppure facile, volendo, riprodurre le tavole in formato più piccolo o rimontarle in un altro modo. E' questo il motivo, come si spiega nell'introduzione, per cui gli originali del Don Chisciotte si sono salvati dallo scempio fatto su altre tavole, tagliuzzate in maniera indegna da grafici folli chiamati a organizzare delle edizioni tascabili. A proposito di introduzione, un applauso a Boschi per il suo informatissimo saggio su tutti gli adattamenti umoristici a fumetti del Don Chisciotte (da quelli disneyani a quelli erotici) fatti in Italia, ma tirando in ballo anche Picasso e Dalì e parlando delle versioni cinematografiche internazionali, e per la ricostruzione della vicenda editoriale della parodia jacovittiana, uscita sul "Vittorioso" dal 9 febbraio all'8 ottobre 1950, e riproposta poi in volume nel 1953. Una versione in bianco e nero uscì poi su "Il Mago" nel 1973, in bianco e nero. E sono proprie queste due versioni a costituire il cartonato delle Edizioni Di, che presentano l'opera sia a colori, come uscì originariamente, sia in black & white. Si diceva di come, in realtà, Jacovitti non abbia fatto una versione a fumetti del romanzo di Cervantes, ma si sia cimentato nell'impresa di trasferirne lo spunto ai giorni nostri, per poi però abbandonare del tutto l'ispirazione fornita dal testo letterario. Nelle prime puntate, infatti, il Don Chisciotte contemporaneo immaginato dall'autore si scaglia contro un treno scambiandolo per un drago, così come il personaggio di Cervantes combatteva contro i mulini a vento vedendoli come giganti malvagi, ma poi tutto si trasforma in una satira sociale sull'italietta degli annoi Cinquanta, con le campagne elettorali feroci tra comunisti e democristiani, i malvagi palazzinari, i politici collusi con la malavita (c'è anche Zagar, il "Macchia Nera" jacovittiano), e così via. La lettura non è facile, per quanto sono fitti di parole e di segni i paginoni (ognuno dei quali costituiva una puntata), ma le trovate grafiche e le battute a sorpresa, talvolta folli, valgono la fatica.

domenica 9 agosto 2015

IL SEGGIO VACANTE



IL SEGGIO VACANTE
di J.K.Rowling 
Salani, 2012
560 pagine

E' inutile (ma inevitabile) specificare come l'autrice sia la "mamma" di Harry Potter e che questo è il suo prima romanzo dopo la conclusione della saga di Hogwarts. Dire che, a differenza delle precedenti, questa è una storia per adulti è sbagliato per due motivi: primo, perché Harry Potter non è necessariamente una lettura per ragazzi; secondo, perché "Il seggio vacante" è fatto anche per solleticare le emozioni di un pubblico adolescente, avendo tra i suoi tanti personaggi anche alcune figure giovanili (peraltro, interessanti e problematiche). Succede così che come i romanzi con il maghetto sono stati letti (e molto amati) anche dagli adulti, questo senza maghetto può essere letto (e molto amato) anche dagli adolescenti. Per quanto mi riguarda, è un punto di merito. Sesso, violenza, dramma, droga, bullismo, tradimenti, vigliaccherie, vendette, insaporiscono la trama senza stravolgerla o disturbarla, perché sono funzionali a un racconto coinvolgente che parte in sordina e quasi, inizialmente, rischia di deludere. Poi, man mano che la narrazione ingrana le marce superiori, le pagine diventano ipnotiche e il ritmo di velocizza, al punto che diventa inevitabile chiedersi come il garbuglio di tante vicende tutte intrecciate fra di loro possa districarsi e quale sia il destino dei personaggi, che ancora verso la fine non si riesce a immaginare (e il finale non delude). Eppure, non capita niente di clamoroso, nel senso che non ci sono delitti, invasioni aliene o rivolte suburbane. La storia si svolge in un piccolo paese della provincia inglese, Pagford, dove tutti o quasi si conoscono, e dove, all'improvviso, muore Barry Fairbrother, un consigliere comunale, il cui seggio dunque rimane vacante. Si tratta di eleggere il suo successore, il quale, con il suo voto, potrà decidere il destino di un centro di assistenza ai tossicodipendenti di un quartiere popolare molto degradato. I moralisti e i benpensanti vorrebbero chiuderlo, e dunque cercano di far nominare consigliere un loro rappresentante. Lo stesso fanno i progressisti più liberali, proponendo un nome alternativo. In città si scatena così una lotta sotterranea fatta di malignità, di sorrisi di facciata e di sgambetti nascosti, mentre si intrecciano le storie di tanti abitanti, di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, di tutti i generi. Non c'è una sola famiglia in cui tutto fili liscio, e ci sono conflitti più o meno drammatici a tutti i livelli. Uno spaccato sociale che emoziona al punto da far dispiacere che i personaggi a cui ci siamo affezionati smettano di essere seguiti dalla penna acuta e garbata della scrittrice.

sabato 8 agosto 2015

STORIA DELLE MIE DISGRAZIE



Abelardo
STORIA DELLE MIE DISGRAZIE
E LE LETTERE D'AMORE DI ELOISA
autobiografia - Newton & Compton
Tascabili Economici Newton
Collana 100 Pagine 1000 lire
Prima edizione - 1994
brossurato - lire 1.000


Nihil credendum nisi prius intellectum”, dice il teologo Pietro Abelardo: “Non si deve credere in nulla se prima non lo si è capito”. Non c’è da meravigliarsi se a lungo le sue acute analisi della Bibbia e dei testi dei Padri della Chiesa gli abbiano causato persecuzioni e accuse di eresia, soprattutto dal suo più aspro avversario, Bernardo da Chiaravalle. Eppure, Abelardo non era certo uno che non credeva in Dio o che predicava la dissolutezza. Tuttavia, si poneva delle domande e invitava tutti a cercare delle risposte. 

"Historia calamitatum" è una breve autobiografia di Abelardo scritta come lettera a un amico perchè costui, sentendo narrate le disgrazie occorse al filosofo, si consolasse delle proprie. La scrittura di Abelardo è intrigante e avvincente, e nonostante i secoli di distanza il lettore moderno si sente partecipe della vicende romanzesche della sua vita, non certo limitate alla sua famosa storia d'amore con Eloisa. Meraviglia appunto la capacità di Abelardo di descrivere gli accadimenti senza eccessiva enfasi retorica, con precisione ed efficacia, senza ridondanza. Anche la Parigi dell'undicesimo secolo appare viva, credibile e reale; e soprattutto è coinvolgente la storia di passione con la giovanissima Eloisa, che costò ad Abelardo l'evirazione per vendetta da parte dello zio di lei, tale Fulberto. 

L'ottima introduzione di Gabriella D'Anna mette in evidenza come Eloisa si sia donata ad Abelardo con tutto il suo essere, anima e corpo, per tutta la vita: addirittura, la sua consacrazione a Dio (successiva all'evirazione del compagno) fu fatta non già per vocazione ma per adesione convinta alla richiesta dell'amato. Abelardo invece visse la sua storia con la ragazza con passione e trasporto finchè durò, dopo l'evirazione si convinse che Dio lo chiamava (proprio con quell'atto di violenza che aveva dovuto subire) ad elevarsi verso la trascendenza, e dunque il suo amore per Eloisa si stemperò in un ricordo meno passionale, in una visione filosofica della vicenda. Quando lei cominciò a scriverle lettere molto calde nella reminescenza dei loro trascorsi, Abelardo la invitò a non insistere su quel versante ma a seguirlo su piani più alti dell'esistenza. E lei, aderendo come sempre alle richieste dell'unico suo amore, non toccherà più certi tasti (due lettere d'amore di Eloisa sono contenute in appendice al volume). Molto interessante è anche seguire Abelardo nelle sue continue dispute filosofiche, il suo sapere catturare l'interesse degli uditori, il suo avere continuamente al seguito schiere di appassionati entusiasti della sua arte retorica; e come al solito, i geni scomodi suscitano risentimenti e invidie, e nei tribunali i mediocri hanno sempre ragione delle menti superiori perchè i giudici sono ottusi e miopi, legati alla lettera dei regolamenti, alla più grigia interpretazione delle scartoffie, incapaci di seguire l'intelligenza che si libra più alta dei loro assurdi codici. Infatti, Abelardo fu perseguitato e condannato proprio per l'esercizio del suo pensiero libero e superiore.

giovedì 6 agosto 2015

ASSO



ASSO
di Roberto Recchioni
Nicola Pesce Editore 
2012, 132 pagine, cartonato, 15 euro 



Una esperienza emozionate, a tratti perfino esaltante. Tuttavia, è chiaro che non si tratta di un libro da poter mettere in mano a chiunque, certi che tutti lo apprezzeranno. Ma è proprio questo il suo principale pregio: essere sopra le righe. Oltre il comune senso delle convenzioni. La prima cosa che colpisce, e si tratta di un aspetto particolarmente significativo, è il fatto che "Asso" non solo è scritto ma anche illustrato da Recchioni, noto soprattutto per essere uno sceneggiatore. In realtà, Rrobe (questi il nome con cui si firma quando disegna) è molto bravo (in certi casi, bravissimo) anche a dare forma e colore alle sue idee, sperimentando tecniche e soluzioni degne dei migliori autori completi.Il paragone che prima viene in mente è con lo Zanardi di Andrea Pazienza. Il fatto che il suo talento grafico sia stato messo a servizio della propria opera più autobiografica, rende "Asso" una vera e propria seduta psicoterapeutica in pubblico, uno sfogo liberatorio assoluto di desideri e pulsioni esternati senza filtri, se non quelli della sublimazione, l'innalzamento cioè verso l'universale di qualcosa di privato e di contingente. Attenzione, però: benché sia chiaro che Asso sia l'alter ego dell'autore, non coincide con lui: "quanto narrato in questo volume è opera di fantasia. Roberto Recchioni invece esiste davvero", si avverte in apertura. 

Detto ciò, si comincia con l'ottovolante di esaltazione e di cupa disperazione, di alternanza fra pulsioni di vita e desiderio di morte. Chi conosce l'autore sa quanto sia autobiografica la storia di Dylan Dog "Mater Morbi", di recente ristampata in volume, e dunque quanto sia drammatico il quotidiano confrontarsi con la malattia, suo ma di tantissimi altri. "Perché a me?", si chiede Asso disteso, con la flebo nel braccio, in un letto di ospedale; "e perché non a te?", gli risponde un Dio senza volto e crudele togliendo ogni speranza a voi che entrate. Ma l'autobiografismo prosegue nei ricordi d'infanzia, quelli relativi al padre assente che non c'era mai, sostituito con Darth Vader che poteva proteggerlo e soffocare i "bambini cattivi" che tormentano tutti da piccoli, ed ecco dunque la realtà confondersi con la fantasia, in un liberatorio delirio in cui è possibile abbracciare il lato oscuro della forza ed esorcizzare i problemi di salute, il lavoro che non si trova, la situazione sentimentale che terremota il cuore, la paranoia di intere giornate trascorse senza punti di riferimento, senza ancore a cui assicurarsi, senza abbracci. La via d'uscita dal tunnel diventa allora il fumetto: il fatto liberatorio di poter affidare alla carta le proprie grida, le proprie fantasie, comprese quelle più perverse che fanno parte dell'immaginario erotico di tutti ma che in pochi riescono a confessare, preferendo le nevrosi alla liberazione delle proprie istanze inconsce, quelle che turbinano nel mare in tempesta dell'Es. Facendolo fare ad Asso, una controfigura immaginaria, diventa persino possibile abusare di partner disposte ad assecondare ogni sopruso sessuale. 

Emergendo da questa nebulosa di dolore e di angoscia, di desideri repressi e di volontà di potenza e di sopraffazione, di autoaffermazione negata e di tutto quanto farebbe la felicità di Freud (ma "la psicanalisi è per i froci", ringhia il protagonista a un certo punto, da vero bullo), ciò che viene fuori è un calderone di immagini e di vicende scollegate fra loro e apparentemente senza senso, come sono senza senso, spesso, i sogni e i deliri che rivelano, invece, tutto di noi. Se vi sentite pronti a calarvi negli incubi e dei desideri altrui, che potrebbero sembrarvi inquietantemente simili ai vostri, fatevi schiaffeggiare da Rrobe, e vi sentirete liberati come dopo una seduta di bioenergetica.

mercoledì 5 agosto 2015

LO SAI CHE DA VIVO SEI MEGLIO CHE IN TV?



Dodi Battaglia
David De Filippi
LO SAI CHE da VIVO SEI MEGLIO CHE IN TV?
Tea
2015, cartonato
226 pagine, 14 euro

Sul fatto che Dodi Battaglia sia uno dei migliori chitarristi pop italiani, se non il migliore in assoluto vista la lunghezza della sua carriera espressa sempre ai massimi livelli, non ci sono dubbi. Chi li avesse, può ascoltarsi il suo album "D'Assolo", pieno di virtuosismi, o l'ultimo disco, "Dov'è andata la musica", inciso con Tommy Emmanuel, una leggenda vivente della chitarra, anche se in realtà il suo assolo in "Parsifal" (uno dei più celebri brani "sinfonici" dei Pooh) basterebbe ad assegnargli un posto nella storia della musica leggera ("leggera" è un aggettivo che, in certi casi, ho sempre ritenuto inadatto). 

Giunto sul punto di festeggiare i cinquanta anni di ininterrotta attività, ormai sessantaquattrenne (è nato nel 1951), eccolo a dare alle stampe un libro che sarebbe troppo etichettare come una autobiografia, e che meglio potrebbe essere definito come una "chiacchierata autobiografica", scritta con la collaborazione del giornalista David De Filippi. Si comincia con il ricordo dell'infanzia nella Bologna del Dopoguerra, si passa a raccontare la sua precoce passione per la musica ma poi il narratore si perde in una aneddotica divertente e accattivante che però perde di vista la sua carriera. Battaglia ci parla degli sport che ha praticato, della sua dieta, della sua fede il Dio, delle case che ha cambiato, dei figli che ha avuto, dei Papi che ha incontrato, ma non segue un filo coerente che racconti il "dietro le quinte" degli album dei Pooh, se non a spizzichi e bocconi. Non manca, per fortuna, un capitolo dedicato al paroliere Valerio Negrini, autore dei testi della maggior parte delle due canzoni. Leggere "Lo sai che DA vivo sei meglio che in TV" è insomma come ascoltare il musicista parlare a braccio di ciò che gli viene in mente e non una biografia compiuta e approfondita. 

I libri di Red Canzian ("Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto") e, soprattutto, quello di Stefano D'Orazio ("Confesso che ho stonato") sono, da questo punto di vista, più interessanti.

martedì 4 agosto 2015

I PONTI DI MADISON COUNTY



Robert James Walker
I PONTI DI MADISON COUNTY
Romanzo – Sperling & Kupfer
Collana Sperling Paperback
Titolo originale: “The Bridges of Madison County”
Traduzione di Maria Barbara Piccioli
brossurato - 180 pagine

“Hanno avuto quattro giorni, quattro giorni soltanto in una vita intera”. Così i figli di Francesca Johnson commentano la breve, ma intensissima storia d’amore della loro madre con un fotografo di National Geographic, dopo averla scoperta. E’ la stessa Francesca a rivelarla loro, lasciando una lettera e tutte le testimonianze perché essi le ritrovino dopo la sua morte. Non so se I ponti di Madison County sia davvero, come pretende la scritta in copertina, “uno tra i più bei romanzi d’amore di tutti i tempi”. Di sicuro è uno tra i più bei romanzi d’amore che io abbia mai letto. 

La trama, trasportata in film in maniera splendida da Clint Eastwood, con Maryl Streep nel ruolo di Francesca, narra di Robert Kincaid inviato dalla rivista per cui lavora a realizzare un servizio fotografico sui ponti coperti della Contea di Madison, nello Iowa. Lì giunto a bordo del suo furgone, Robert incontra, per caso, Francesca, una donna di origini italiane sposata con Richard Johnson, proprietario di una fattoria nei dintorni di uno dei ponti. Francesca è sola in casa, perché il marito e i figli sono andati via, per una settimana, a una fiera del bestiame in Illinois. 

Tra Robert e Francesca scocca prima una reciproca simpatia, poi l’attrazione, poi l’amore. Intensissimo. Lei vive un’esistenza rassegnata nel tran tran della vita domestica, devota a un uomo per cui non ha ormai nessuna passione, e che non si accorge neppure se si depila oppure no. Lui, divorziato e lupo solitario, è l’opposto esatto del marito. Leggiamo infatti a pagina 61: “Francesca non fece commenti, ma si interrogava sul conto di un uomo al quale sembrava importante la differenza tra prato e pascolo, che si entusiasmava per le sfumature del cielo, che scriveva poesie. Che suonava la chitarra, si guadagnava da vivere con le immagini e portava la sua attrezzatura in due zaini. Che assomigliava al vento. Come il vento si muoveva. E forse dal vento era venuto”.

E’ questa forse la chiave di lettura che spiega il resto della storia. Lui è il vento, che non si può recingere. Un vento che le faccia volare i capelli e scacci la nebbia, e che sfogli violentemente le pagine della sua vita. E' la passione di cui lei sente la mancanza. E neppure la passione si può recingere si può recingere. “Ormai quasi tutto quello che concerneva Robert Kincaid aveva cominciato ad apparirle erotico. Perché con Richard non era in quel modo? In parte, lo sapeva, a causa dell’inerzia che sempre provocano le abitudini protratte nel tempo. Capitava in tutti i matrimoni, in tutte le relazioni. L’abitudine conduce alla prevedibilità e la prevedibilità ha i suoi lati positivi, era consapevole anche di questo. Ma fra loro stava succedendo qualcos’altro. La prevedibilità è un conto, la paura di cambiare un altro. E Richard aveva paura dei cambiamenti, di ogni tipo di cambiamento, nell’ambito del loro matrimonio. Non voleva affrontare l’argomento in generale e, in particolare, non voleva parlare di sesso. L’erotismo era, per certi versi, una faccenda pericolosa, estranea al suo modo di pensare. Non era il solo, naturalmente, e in realtà non era neppure da biasimare. Da dove traeva origine la barriera che era stata eretta contro la libertà? Non solo nella loro fattoria, ma nell’intera cultura rurale. E forse anche in quella urbana. Perché quei muri e quelle recinzioni a impedire relazioni aperte, spontanee, tra uomini e donne? Perché quella mancanza di intimità, quell’assenza di erotismo?” (pagina 92).

I due si innamorano. Non solo si attraggano, si desiderano. Proprio si innamorano. “Tutte le emozioni, tutto il suo lavoro di ricerca e di riflessione, una vita di emozione tornarono ad assalirlo in quel momento. E si innamorò di Francesca Johnson, moglie di un agricoltore della Madison County, Iowa, originaria di Napoli. E lei s’innamorò di Robert Kincaid, fotografo e scrittore di Bellingham, Washington, arrivato al volante di un vecchio furgone” (pagina 94).

“Quel martedì sera, mentre ballavano in cucina, si erano gradatamente e spontaneamente avvicinati sempre di più l’uno all’altra. Premuto contro il suo petto, Francesca si chiedeva se lui percepiva i suoi seni attraverso la stoffa ed era certa che fosse così. Lui le rimandava sensazioni stupende. Avrebbe voluto che quel ballo durasse per sempre. Stava diventando di nuovo una donna. Aveva ritrovato lo spazio per ballare ancora. Ora lui stava sprofondando in lei, e lei in lui. Staccò la guancia dalla sua, lo guardò con i suoi occhi scuri, e quando lui la baciò ricambiò il suo bacio, un bacio lungo e dolce che era come un fiume” (pagina 106).

Robert e Francesca trascorrono insieme solo quattro giorni in tutta una vita. Ma sono quattro giorni che segnano le loro vite. Intensissimi. Struggenti. Ma sono quattro giorni soltanto. Al termine dei quali, Robert chiede a Francesca se voglia seguirlo. Lei risponde di no. Lui se ne va. Non senza esitazioni. Ma se ne va. Lei non lo ferma. La partenza di Robert Kincaid coincide con il ritorno di Richard Johnson. Lei resta con il marito. Perché? Perché lui parte, perché lei resta? Perché lui è il vento. Francesca sa che se partisse con lui, lo zavorrerebbe. E l’amore supremo è lasciare la libertà a chi si ama. E lui riparte perché sa di essere un lupo solitario: non può fermarsi, può solo essere seguito. “C’erano state delle donne prima di te, qualcuna, ma nessuna dopo – scrive Robert a Francesca – Non mi sono votato deliberatamente alla castità: è solo che non provo alcun interesse. Una volta ho avuto modo di osservare il comportamento di un’oca canadese la cui compagna era stata uccisa dai cacciatori. Si uniscono per la vita, sai. Dopo l’episodio, ha continuato ad aggirarsi intorno allo stagno per qualche giorno. L’ultima volta che l’ho vista, nuotava tutta sola tra il riso selvatico, ancora alla ricerca. Più o meno è così che mi sento anch’io”. E giù lacrime.


sabato 1 agosto 2015

GUIDA LETTERARIA DELLA MONTAGNA PISTOIESE

GUIDA LETTERARIA DELLA MONTAGNA PISTOIESE
di Giovanni Capecchi
Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia
2008, cartonato
220 pagine, p.n.i.

Da buon nativo di San Marcello Pistoiese (e più precisamente originario del borgo medievale di Gavinana) vado da anni raccogliendo tutti i libri che, in un modo o nell'altro, parlano della mia terra. Con il tempo ho messo insieme una discreta biblioteca, comprendente anche tomi ottocenteschi ed edizioni abbastanza rare. Al di là dell' evidente interesse personale per questa collezione, mi sembra che possa trattarsi di una passione degna di essere coltivata da chiunque, ciascuno relativamente al proprio territorio del cuore. Ci si diverte, si imparano tante cose e ci si accorge che poi quello che si è imparato ha, in realtà, valore universale. 


Giovanni Capecchi, pistoiese di nascita ma docente presso l'Università di Perugia, ha compilato una singolare guida "letteraria" di quel versante dell' Appennino Tosco Emiliano proteso verso il passo dell'Abetone, scegliendo di elencare una per una tutte le località (anche le più piccole) in ordine alfabetico e segnalando per ognuna i passaggi che la riguardano contenuti nei libri di scrittori, poeti e letterati dall'antichità a più o meno i giorni nostri. Si scopre così che Giovanni Boccaccio cita il Lago Scaffaiolo, Vittorio Alfieri scrive un sonetto su San Marcello, Aldo Palazzeschi villeggia a Pracchia, Massimo D'Azeglio va a Gavinana in cerca della tomba del Ferrucci fino ad arrivare a Tiziano Terzani che fa dell'orsogna il suo eremo. I nomi sono davvero tanti e c'è da restarne sorpresi, tanti gli aneddoti e le curiosità. Peccato manchi (salvo una mia svista) la citazione di Cardarelli che scrisse anche lui una poesia intitolata "Sera di Gavinana". 

Il volume è corredato da decine di immagini d'epoca che lo arricchiscono e lo rendono ancora più interessante. Un appunto personalissimo: si cita il romanzo "I delitti del Mondo Nuovo" di Leonardo Gori, ambientato lungo la strada granducale che da Pistoia saliva all'Abetone, proprio negli anni della costruzione: in quel libro l'autore (un caro amico) non solo mi ringrazia per la consulenza fornita, ma mi inserisce come personaggio (sia pure di sfuggita, citato in un passaggio).