venerdì 14 agosto 2015

JE SUIS CHARLIE



Autori Vari
JE SUIS CHARLIE
Edizioni Corriere della Sera
2015, brossourato
320 pagine, 4.90 euro

Subito dopo l'uscita di questo libro, alcuni disegnatori italiani (non so se anche stranieri) hanno protestato per aver visto pubblicato un loro lavoro, comparso in Rete, senza che ne fossero stati informati. Per quanto degno di nota, questo aspetto della questione non riguarda la qualità dei contenuti e dunque non è di questo che mi interessa parlare. Perché mi interessa di più testimoniare l'emozione forte con cui ho sfogliato pagina dopo pagina, con il cuore in gola. Indubbiamente uno dei più belli e significati esempi di satira disegnata della storia del mondo, per il numero di artisti coinvolti, per la brillantezza e l'efficacia delle loro opere, per ciò che esse significano dopo la strage compiuta dai terroristi nella sede del giornale francese "Charlie Hebdo". Tutti i disegnatori, in rappresentanza di decine di Paesi del mondo, si sono schierati in difesa della libertà e hanno pianto le vittime che hanno avuto il coraggio di difenderla ("meglio morire in piedi che vivere in ginocchio", diceva Charb, il direttore di "Charlie", ucciso nel massacro). Io, che mi sono angosciato per quella morte come per quella di un fratello (benché non leggessi la sua rivista e non lo conoscessi se non di fama), e ho trascorso notti insonni, vorrei che sempre gli uomini liberi fossero uniti come è successo nelle ore immediatamente seguenti l'attacco, e mi convinco che l'unico modo per non aver paura sarebbe sapere sempre di essere in tanti a condividere gli stessi ideali secondo i quali ogni uomo nasce libero e ha diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Invece, quel che più mi dispiace (oltre all'assoluta certezza che purtroppo saremo costretti a vivere nel timore di nuove stragi e ci censureremo tutti, dandola vinta a chi vuol soffocare il nostro pensiero) è che subito dopo i fatti di Parigi già in mezzo a noi sono cominciati i distinguo. C'è chi ha sostenuto che Charb e gli altri se la sono cercata, chi addirittura continua a ribadire che gli attacchi alla religione vanno puniti. Chiunque stabilisca dei "se" e dei "ma" davanti a un omicidio, ne è complice. Non c'è disegno al mondo, qualunque cosa rappresenti, che possa provocare la messa a morte del suo autore. Se qualcosa ci sembra offensivo o blasfemo, si può evitare di leggerlo. Al limite si risponde con degli argomenti: a carta si contrappone carta. Ma uccidere? La questione non è che tipo di vignette pubblicasse Charlie, è il diritto di un giornale di proporre le idee che crede. Personalmente difenderò sempre qualunque giornale, non soltanto il giornale che scrive quel che penso io. Dispiace vedere tanta gente che invece reputa libertà soltanto la propria. Se si stabilisce il principio che non è lecito pubblicare quello che potrebbe offendere gli altri (o addirittura si accetti che chi lo fa possa essere massacrato), il mondo cadrà in mano ai permalosi. Tutto può essere offensivo, persino un sorriso interpretato male. Nel libro del Corriere c'è una sola voce fuori dal coro, che accusa "Charlie": quella di Joe Sacco. Io non condivido niente di quello che lui ha disegnato sulla strage, ma sono contento che abbia potuto liberamente farlo. Vorrei che a tutti fosse sempre consentito di fare altrettanto.

giovedì 13 agosto 2015

NON ABBIAMO ABBASTANZA PAURA



Vittorio Feltri
NON ABBIAMO ABBASTANZA PAURA
Mondadori
2015, cartonato
120 pagine, 17 euro

E' un dibattito in corso continuo, e sul quale spesso mi interrogo, quello fra chi ritiene che si debba aver paura del prendere piede di un certo modo di intendere l'Islam (destinato a sfociare fatalmente in uno scontro con l'Occidente e in una successiva sopraffazione della nostra società) e chi, viceversa, interpreta il terrorismo di marca jahidista una componente degenerata e minoritaria frutto dell'opera di pochi folli, che si devono contrastare senza che questo metta a rischio la convivenza amichevole tra le diverse culture. Il libro di Vittorio Feltri espone le ragioni del primo modo di pensare. Quotidianamente, capita di leggere o di ascoltare, viceversa, le ragioni di chi ha opinioni del tutto diverse (proprio in questi giorni, per esempio, sto leggendo Tiziano Terzani). La speranza, ovviamente, è che Feltri abbia torto. Indubbiamente ci sono alcuni passaggi che potrebbero essere condivisi anche da qualche detrattore del giornalista bergamasco. Il primo, rintracciabile quasi in apertura, è quello in cui si riferisce la triste marcia indietro della redazione di "Topolino" che, dopo aver anticipato una copertina in cui i personaggi disneyani mostravano le matite per solidarietà con la libertà di espressione grafica presa di mira dagli autori della strage di Parigi nel febbraio 2015, ha preferito non esporsi e ha sostituito il disegno coraggioso già mostrato con un altro anonimo e indifferente al problema. Un altro, sono le parole di un musulmano, il presidente egiziano al-Sisi, che ha detto: "E' inconcepibile che la dottrina da noi considerata maggiormente sacra, faccia in modo che la comunità islamica sia una fonte di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzione per il resto del mondo". Credo si possa concludere che noi occidentali dovremmo provare a non avere paura, ma anche gli orientali dovrebbero cercare di non farcene.

mercoledì 12 agosto 2015

PAPER GIRLS


Stefano Babini
PAPER GIRLS
Edizioni Di
2014, brossurato, 
170 pagine, 30 euro

Più che da leggere, un libro da ammirare: perché questo si fa, sfogliando le pagine di questo catalogo di finire femminili filtrate dall'occhio innamorato della donna di Stefano Babini. Le si ammira, appunto, come quando si resta incantati, rapiti, dal fascino di una ragazza (di qualunque età) che passa per strada portandosi dietro il nostro sguardo. Un libro (quasi) senza parole, ma con illustrazioni che raccontano più di qualsiasi discorso. 

Pochi i nudi, ancor meno i gesti erotici (una mano che si infila sotto una mutandina, un corpo strusciato contro un palo), poi volti, mezzibusti, busti, rare figure intere. Sembra il catalogo di un fotografo che abbia girato a caccia di bellezza (non tanto di bellezze) per strada o nei locali, ma invece di essere armato di macchina fotografica Babini (Lugo di Romagna, 1964, artista senza vincoli prima che fumettista senza eroi) usa il pennello. O meglio, usa di tutto, perché poi le sue "paper girls" nascono dalla commistione fra china, acquarello, matite, pennarello, e chissà che altro. Materiali diversi, tecniche diverse, immagini abbozzate e non finite perché a finirle pensi lo spettatore. Soprattutto sguardi, dai quali filtra l'anima delle modelle, vere o immaginate, probabilmente immaginate vere. Le ragazze di carta rischiano di avere una marcia in più rispetto a quelle in carne e ossa perché ciascuno se le figura sulla base dei propri desideri. Ma quelle di Babini parlano dell'essenza della loro femminilità, qualcosa che sublima sia la carta che la carne. A corredo delle immagini, alcuni aforismi di celebri scrittori e una prefazione di Vincenzo Mollica.

lunedì 10 agosto 2015

DON CHISCIOTTE




DON CHISCIOTTE
di Benito Jacovitti
a cura di Luca Boschi 
Edizioni Di, 2006 

Non so se riuscirò mai a completare la raccolta dell'opera omnia di Jacovitti, ma ogni volta che mi procuro un nuovo libro che manca alla mia collezione resto a bocca aperta di fronte ai suoi disegni e alle sue trovate. E' successo anche in questo caso, davanti al paginone iniziale in cui il geniale autore molisano (che ho avuto la fortuna di incontrare, una volta, e di vedermi offrire uno dei suoi sigari che pretese di vedermi fumare insieme a lui) offre una visione d'insieme della vita nel medioevo così come se la immaginava. Si mostra, fra le altre cose, l'attacco a una fortezza: gli occupanti hanno messo rose e fiordalisi davanti all'ingresso e apposto un avviso che dice "Vietato calpestare i fiori". "Con quel cartello bene in vista, il nemico non entrerà nemmeno con il ponte levatoio abbassato!", dice un soldato a un altro. In un altro punto del castello, c'è una parete intera tappezzata di manifesti affissi che dicono tutti: "Vietata l'affissione". In alto, un soldato "mette i merli in gabbia" coprendo la merlatura con delle voliere. Le palle di cannone sono depositate in un angolo con un cartello che recita: "Tre palle un soldo". Insomma, non c'è un solo angolo del paginone senza una battuta, soltanto grafica o recitata con i balloon. "Tutto quello che vedete è una scusa per dirvi che dal prossimo numero del Vittorioso vedrete un Don Chisciotte del sottoscritto. Ciao, Jacovitti", si legge in un papiro in alto a destra. Ma poi, quando si passa alla prima puntata, di medievale non c'è proprio nulla, dato che il Don Chisciotte jacovittiano è ambientato ai giorni nostri, anzi, ai giorni suoi, cioè nel 1950 (anni in cui il racconto venne realizzato). Quando ho usato il termine "paginone" non ho usato un'iperbole: si tratta davvero di paginoni, dato che l'edizione curata da quel fenomeno di Luca Boschi ripropone le pagine del formato originale (o quasi) del Vittorioso, e dunque su fogli (più o meno) A3. Ne viene fuori un libro un po' impegnativo da maneggiare ma si tratta dell'unico modo per restituire l'opera alle dimensioni originarie. Che poi, Jacovitti scriveva i testi piccini piccini e riempiva le vignette, incastrandole fra loro, per cui non sarebbe stato neppure facile, volendo, riprodurre le tavole in formato più piccolo o rimontarle in un altro modo. E' questo il motivo, come si spiega nell'introduzione, per cui gli originali del Don Chisciotte si sono salvati dallo scempio fatto su altre tavole, tagliuzzate in maniera indegna da grafici folli chiamati a organizzare delle edizioni tascabili. A proposito di introduzione, un applauso a Boschi per il suo informatissimo saggio su tutti gli adattamenti umoristici a fumetti del Don Chisciotte (da quelli disneyani a quelli erotici) fatti in Italia, ma tirando in ballo anche Picasso e Dalì e parlando delle versioni cinematografiche internazionali, e per la ricostruzione della vicenda editoriale della parodia jacovittiana, uscita sul "Vittorioso" dal 9 febbraio all'8 ottobre 1950, e riproposta poi in volume nel 1953. Una versione in bianco e nero uscì poi su "Il Mago" nel 1973, in bianco e nero. E sono proprie queste due versioni a costituire il cartonato delle Edizioni Di, che presentano l'opera sia a colori, come uscì originariamente, sia in black & white. Si diceva di come, in realtà, Jacovitti non abbia fatto una versione a fumetti del romanzo di Cervantes, ma si sia cimentato nell'impresa di trasferirne lo spunto ai giorni nostri, per poi però abbandonare del tutto l'ispirazione fornita dal testo letterario. Nelle prime puntate, infatti, il Don Chisciotte contemporaneo immaginato dall'autore si scaglia contro un treno scambiandolo per un drago, così come il personaggio di Cervantes combatteva contro i mulini a vento vedendoli come giganti malvagi, ma poi tutto si trasforma in una satira sociale sull'italietta degli annoi Cinquanta, con le campagne elettorali feroci tra comunisti e democristiani, i malvagi palazzinari, i politici collusi con la malavita (c'è anche Zagar, il "Macchia Nera" jacovittiano), e così via. La lettura non è facile, per quanto sono fitti di parole e di segni i paginoni (ognuno dei quali costituiva una puntata), ma le trovate grafiche e le battute a sorpresa, talvolta folli, valgono la fatica.

domenica 9 agosto 2015

IL SEGGIO VACANTE



IL SEGGIO VACANTE
di J.K.Rowling 
Salani, 2012
560 pagine

E' inutile (ma inevitabile) specificare come l'autrice sia la "mamma" di Harry Potter e che questo è il suo prima romanzo dopo la conclusione della saga di Hogwarts. Dire che, a differenza delle precedenti, questa è una storia per adulti è sbagliato per due motivi: primo, perché Harry Potter non è necessariamente una lettura per ragazzi; secondo, perché "Il seggio vacante" è fatto anche per solleticare le emozioni di un pubblico adolescente, avendo tra i suoi tanti personaggi anche alcune figure giovanili (peraltro, interessanti e problematiche). Succede così che come i romanzi con il maghetto sono stati letti (e molto amati) anche dagli adulti, questo senza maghetto può essere letto (e molto amato) anche dagli adolescenti. Per quanto mi riguarda, è un punto di merito. Sesso, violenza, dramma, droga, bullismo, tradimenti, vigliaccherie, vendette, insaporiscono la trama senza stravolgerla o disturbarla, perché sono funzionali a un racconto coinvolgente che parte in sordina e quasi, inizialmente, rischia di deludere. Poi, man mano che la narrazione ingrana le marce superiori, le pagine diventano ipnotiche e il ritmo di velocizza, al punto che diventa inevitabile chiedersi come il garbuglio di tante vicende tutte intrecciate fra di loro possa districarsi e quale sia il destino dei personaggi, che ancora verso la fine non si riesce a immaginare (e il finale non delude). Eppure, non capita niente di clamoroso, nel senso che non ci sono delitti, invasioni aliene o rivolte suburbane. La storia si svolge in un piccolo paese della provincia inglese, Pagford, dove tutti o quasi si conoscono, e dove, all'improvviso, muore Barry Fairbrother, un consigliere comunale, il cui seggio dunque rimane vacante. Si tratta di eleggere il suo successore, il quale, con il suo voto, potrà decidere il destino di un centro di assistenza ai tossicodipendenti di un quartiere popolare molto degradato. I moralisti e i benpensanti vorrebbero chiuderlo, e dunque cercano di far nominare consigliere un loro rappresentante. Lo stesso fanno i progressisti più liberali, proponendo un nome alternativo. In città si scatena così una lotta sotterranea fatta di malignità, di sorrisi di facciata e di sgambetti nascosti, mentre si intrecciano le storie di tanti abitanti, di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, di tutti i generi. Non c'è una sola famiglia in cui tutto fili liscio, e ci sono conflitti più o meno drammatici a tutti i livelli. Uno spaccato sociale che emoziona al punto da far dispiacere che i personaggi a cui ci siamo affezionati smettano di essere seguiti dalla penna acuta e garbata della scrittrice.

sabato 8 agosto 2015

STORIA DELLE MIE DISGRAZIE



Abelardo
STORIA DELLE MIE DISGRAZIE
E LE LETTERE D'AMORE DI ELOISA
autobiografia - Newton & Compton
Tascabili Economici Newton
Collana 100 Pagine 1000 lire
Prima edizione - 1994
brossurato - lire 1.000


Nihil credendum nisi prius intellectum”, dice il teologo Pietro Abelardo: “Non si deve credere in nulla se prima non lo si è capito”. Non c’è da meravigliarsi se a lungo le sue acute analisi della Bibbia e dei testi dei Padri della Chiesa gli abbiano causato persecuzioni e accuse di eresia, soprattutto dal suo più aspro avversario, Bernardo da Chiaravalle. Eppure, Abelardo non era certo uno che non credeva in Dio o che predicava la dissolutezza. Tuttavia, si poneva delle domande e invitava tutti a cercare delle risposte. 

"Historia calamitatum" è una breve autobiografia di Abelardo scritta come lettera a un amico perchè costui, sentendo narrate le disgrazie occorse al filosofo, si consolasse delle proprie. La scrittura di Abelardo è intrigante e avvincente, e nonostante i secoli di distanza il lettore moderno si sente partecipe della vicende romanzesche della sua vita, non certo limitate alla sua famosa storia d'amore con Eloisa. Meraviglia appunto la capacità di Abelardo di descrivere gli accadimenti senza eccessiva enfasi retorica, con precisione ed efficacia, senza ridondanza. Anche la Parigi dell'undicesimo secolo appare viva, credibile e reale; e soprattutto è coinvolgente la storia di passione con la giovanissima Eloisa, che costò ad Abelardo l'evirazione per vendetta da parte dello zio di lei, tale Fulberto. 

L'ottima introduzione di Gabriella D'Anna mette in evidenza come Eloisa si sia donata ad Abelardo con tutto il suo essere, anima e corpo, per tutta la vita: addirittura, la sua consacrazione a Dio (successiva all'evirazione del compagno) fu fatta non già per vocazione ma per adesione convinta alla richiesta dell'amato. Abelardo invece visse la sua storia con la ragazza con passione e trasporto finchè durò, dopo l'evirazione si convinse che Dio lo chiamava (proprio con quell'atto di violenza che aveva dovuto subire) ad elevarsi verso la trascendenza, e dunque il suo amore per Eloisa si stemperò in un ricordo meno passionale, in una visione filosofica della vicenda. Quando lei cominciò a scriverle lettere molto calde nella reminescenza dei loro trascorsi, Abelardo la invitò a non insistere su quel versante ma a seguirlo su piani più alti dell'esistenza. E lei, aderendo come sempre alle richieste dell'unico suo amore, non toccherà più certi tasti (due lettere d'amore di Eloisa sono contenute in appendice al volume). Molto interessante è anche seguire Abelardo nelle sue continue dispute filosofiche, il suo sapere catturare l'interesse degli uditori, il suo avere continuamente al seguito schiere di appassionati entusiasti della sua arte retorica; e come al solito, i geni scomodi suscitano risentimenti e invidie, e nei tribunali i mediocri hanno sempre ragione delle menti superiori perchè i giudici sono ottusi e miopi, legati alla lettera dei regolamenti, alla più grigia interpretazione delle scartoffie, incapaci di seguire l'intelligenza che si libra più alta dei loro assurdi codici. Infatti, Abelardo fu perseguitato e condannato proprio per l'esercizio del suo pensiero libero e superiore.

giovedì 6 agosto 2015

ASSO



ASSO
di Roberto Recchioni
Nicola Pesce Editore 
2012, 132 pagine, cartonato, 15 euro 



Una esperienza emozionate, a tratti perfino esaltante. Tuttavia, è chiaro che non si tratta di un libro da poter mettere in mano a chiunque, certi che tutti lo apprezzeranno. Ma è proprio questo il suo principale pregio: essere sopra le righe. Oltre il comune senso delle convenzioni. La prima cosa che colpisce, e si tratta di un aspetto particolarmente significativo, è il fatto che "Asso" non solo è scritto ma anche illustrato da Recchioni, noto soprattutto per essere uno sceneggiatore. In realtà, Rrobe (questi il nome con cui si firma quando disegna) è molto bravo (in certi casi, bravissimo) anche a dare forma e colore alle sue idee, sperimentando tecniche e soluzioni degne dei migliori autori completi.Il paragone che prima viene in mente è con lo Zanardi di Andrea Pazienza. Il fatto che il suo talento grafico sia stato messo a servizio della propria opera più autobiografica, rende "Asso" una vera e propria seduta psicoterapeutica in pubblico, uno sfogo liberatorio assoluto di desideri e pulsioni esternati senza filtri, se non quelli della sublimazione, l'innalzamento cioè verso l'universale di qualcosa di privato e di contingente. Attenzione, però: benché sia chiaro che Asso sia l'alter ego dell'autore, non coincide con lui: "quanto narrato in questo volume è opera di fantasia. Roberto Recchioni invece esiste davvero", si avverte in apertura. 

Detto ciò, si comincia con l'ottovolante di esaltazione e di cupa disperazione, di alternanza fra pulsioni di vita e desiderio di morte. Chi conosce l'autore sa quanto sia autobiografica la storia di Dylan Dog "Mater Morbi", di recente ristampata in volume, e dunque quanto sia drammatico il quotidiano confrontarsi con la malattia, suo ma di tantissimi altri. "Perché a me?", si chiede Asso disteso, con la flebo nel braccio, in un letto di ospedale; "e perché non a te?", gli risponde un Dio senza volto e crudele togliendo ogni speranza a voi che entrate. Ma l'autobiografismo prosegue nei ricordi d'infanzia, quelli relativi al padre assente che non c'era mai, sostituito con Darth Vader che poteva proteggerlo e soffocare i "bambini cattivi" che tormentano tutti da piccoli, ed ecco dunque la realtà confondersi con la fantasia, in un liberatorio delirio in cui è possibile abbracciare il lato oscuro della forza ed esorcizzare i problemi di salute, il lavoro che non si trova, la situazione sentimentale che terremota il cuore, la paranoia di intere giornate trascorse senza punti di riferimento, senza ancore a cui assicurarsi, senza abbracci. La via d'uscita dal tunnel diventa allora il fumetto: il fatto liberatorio di poter affidare alla carta le proprie grida, le proprie fantasie, comprese quelle più perverse che fanno parte dell'immaginario erotico di tutti ma che in pochi riescono a confessare, preferendo le nevrosi alla liberazione delle proprie istanze inconsce, quelle che turbinano nel mare in tempesta dell'Es. Facendolo fare ad Asso, una controfigura immaginaria, diventa persino possibile abusare di partner disposte ad assecondare ogni sopruso sessuale. 

Emergendo da questa nebulosa di dolore e di angoscia, di desideri repressi e di volontà di potenza e di sopraffazione, di autoaffermazione negata e di tutto quanto farebbe la felicità di Freud (ma "la psicanalisi è per i froci", ringhia il protagonista a un certo punto, da vero bullo), ciò che viene fuori è un calderone di immagini e di vicende scollegate fra loro e apparentemente senza senso, come sono senza senso, spesso, i sogni e i deliri che rivelano, invece, tutto di noi. Se vi sentite pronti a calarvi negli incubi e dei desideri altrui, che potrebbero sembrarvi inquietantemente simili ai vostri, fatevi schiaffeggiare da Rrobe, e vi sentirete liberati come dopo una seduta di bioenergetica.

mercoledì 5 agosto 2015

LO SAI CHE DA VIVO SEI MEGLIO CHE IN TV?



Dodi Battaglia
David De Filippi
LO SAI CHE da VIVO SEI MEGLIO CHE IN TV?
Tea
2015, cartonato
226 pagine, 14 euro

Sul fatto che Dodi Battaglia sia uno dei migliori chitarristi pop italiani, se non il migliore in assoluto vista la lunghezza della sua carriera espressa sempre ai massimi livelli, non ci sono dubbi. Chi li avesse, può ascoltarsi il suo album "D'Assolo", pieno di virtuosismi, o l'ultimo disco, "Dov'è andata la musica", inciso con Tommy Emmanuel, una leggenda vivente della chitarra, anche se in realtà il suo assolo in "Parsifal" (uno dei più celebri brani "sinfonici" dei Pooh) basterebbe ad assegnargli un posto nella storia della musica leggera ("leggera" è un aggettivo che, in certi casi, ho sempre ritenuto inadatto). 

Giunto sul punto di festeggiare i cinquanta anni di ininterrotta attività, ormai sessantaquattrenne (è nato nel 1951), eccolo a dare alle stampe un libro che sarebbe troppo etichettare come una autobiografia, e che meglio potrebbe essere definito come una "chiacchierata autobiografica", scritta con la collaborazione del giornalista David De Filippi. Si comincia con il ricordo dell'infanzia nella Bologna del Dopoguerra, si passa a raccontare la sua precoce passione per la musica ma poi il narratore si perde in una aneddotica divertente e accattivante che però perde di vista la sua carriera. Battaglia ci parla degli sport che ha praticato, della sua dieta, della sua fede il Dio, delle case che ha cambiato, dei figli che ha avuto, dei Papi che ha incontrato, ma non segue un filo coerente che racconti il "dietro le quinte" degli album dei Pooh, se non a spizzichi e bocconi. Non manca, per fortuna, un capitolo dedicato al paroliere Valerio Negrini, autore dei testi della maggior parte delle due canzoni. Leggere "Lo sai che DA vivo sei meglio che in TV" è insomma come ascoltare il musicista parlare a braccio di ciò che gli viene in mente e non una biografia compiuta e approfondita. 

I libri di Red Canzian ("Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto") e, soprattutto, quello di Stefano D'Orazio ("Confesso che ho stonato") sono, da questo punto di vista, più interessanti.

martedì 4 agosto 2015

I PONTI DI MADISON COUNTY



Robert James Walker
I PONTI DI MADISON COUNTY
Romanzo – Sperling & Kupfer
Collana Sperling Paperback
Titolo originale: “The Bridges of Madison County”
Traduzione di Maria Barbara Piccioli
brossurato - 180 pagine

“Hanno avuto quattro giorni, quattro giorni soltanto in una vita intera”. Così i figli di Francesca Johnson commentano la breve, ma intensissima storia d’amore della loro madre con un fotografo di National Geographic, dopo averla scoperta. E’ la stessa Francesca a rivelarla loro, lasciando una lettera e tutte le testimonianze perché essi le ritrovino dopo la sua morte. Non so se I ponti di Madison County sia davvero, come pretende la scritta in copertina, “uno tra i più bei romanzi d’amore di tutti i tempi”. Di sicuro è uno tra i più bei romanzi d’amore che io abbia mai letto. 

La trama, trasportata in film in maniera splendida da Clint Eastwood, con Maryl Streep nel ruolo di Francesca, narra di Robert Kincaid inviato dalla rivista per cui lavora a realizzare un servizio fotografico sui ponti coperti della Contea di Madison, nello Iowa. Lì giunto a bordo del suo furgone, Robert incontra, per caso, Francesca, una donna di origini italiane sposata con Richard Johnson, proprietario di una fattoria nei dintorni di uno dei ponti. Francesca è sola in casa, perché il marito e i figli sono andati via, per una settimana, a una fiera del bestiame in Illinois. 

Tra Robert e Francesca scocca prima una reciproca simpatia, poi l’attrazione, poi l’amore. Intensissimo. Lei vive un’esistenza rassegnata nel tran tran della vita domestica, devota a un uomo per cui non ha ormai nessuna passione, e che non si accorge neppure se si depila oppure no. Lui, divorziato e lupo solitario, è l’opposto esatto del marito. Leggiamo infatti a pagina 61: “Francesca non fece commenti, ma si interrogava sul conto di un uomo al quale sembrava importante la differenza tra prato e pascolo, che si entusiasmava per le sfumature del cielo, che scriveva poesie. Che suonava la chitarra, si guadagnava da vivere con le immagini e portava la sua attrezzatura in due zaini. Che assomigliava al vento. Come il vento si muoveva. E forse dal vento era venuto”.

E’ questa forse la chiave di lettura che spiega il resto della storia. Lui è il vento, che non si può recingere. Un vento che le faccia volare i capelli e scacci la nebbia, e che sfogli violentemente le pagine della sua vita. E' la passione di cui lei sente la mancanza. E neppure la passione si può recingere si può recingere. “Ormai quasi tutto quello che concerneva Robert Kincaid aveva cominciato ad apparirle erotico. Perché con Richard non era in quel modo? In parte, lo sapeva, a causa dell’inerzia che sempre provocano le abitudini protratte nel tempo. Capitava in tutti i matrimoni, in tutte le relazioni. L’abitudine conduce alla prevedibilità e la prevedibilità ha i suoi lati positivi, era consapevole anche di questo. Ma fra loro stava succedendo qualcos’altro. La prevedibilità è un conto, la paura di cambiare un altro. E Richard aveva paura dei cambiamenti, di ogni tipo di cambiamento, nell’ambito del loro matrimonio. Non voleva affrontare l’argomento in generale e, in particolare, non voleva parlare di sesso. L’erotismo era, per certi versi, una faccenda pericolosa, estranea al suo modo di pensare. Non era il solo, naturalmente, e in realtà non era neppure da biasimare. Da dove traeva origine la barriera che era stata eretta contro la libertà? Non solo nella loro fattoria, ma nell’intera cultura rurale. E forse anche in quella urbana. Perché quei muri e quelle recinzioni a impedire relazioni aperte, spontanee, tra uomini e donne? Perché quella mancanza di intimità, quell’assenza di erotismo?” (pagina 92).

I due si innamorano. Non solo si attraggano, si desiderano. Proprio si innamorano. “Tutte le emozioni, tutto il suo lavoro di ricerca e di riflessione, una vita di emozione tornarono ad assalirlo in quel momento. E si innamorò di Francesca Johnson, moglie di un agricoltore della Madison County, Iowa, originaria di Napoli. E lei s’innamorò di Robert Kincaid, fotografo e scrittore di Bellingham, Washington, arrivato al volante di un vecchio furgone” (pagina 94).

“Quel martedì sera, mentre ballavano in cucina, si erano gradatamente e spontaneamente avvicinati sempre di più l’uno all’altra. Premuto contro il suo petto, Francesca si chiedeva se lui percepiva i suoi seni attraverso la stoffa ed era certa che fosse così. Lui le rimandava sensazioni stupende. Avrebbe voluto che quel ballo durasse per sempre. Stava diventando di nuovo una donna. Aveva ritrovato lo spazio per ballare ancora. Ora lui stava sprofondando in lei, e lei in lui. Staccò la guancia dalla sua, lo guardò con i suoi occhi scuri, e quando lui la baciò ricambiò il suo bacio, un bacio lungo e dolce che era come un fiume” (pagina 106).

Robert e Francesca trascorrono insieme solo quattro giorni in tutta una vita. Ma sono quattro giorni che segnano le loro vite. Intensissimi. Struggenti. Ma sono quattro giorni soltanto. Al termine dei quali, Robert chiede a Francesca se voglia seguirlo. Lei risponde di no. Lui se ne va. Non senza esitazioni. Ma se ne va. Lei non lo ferma. La partenza di Robert Kincaid coincide con il ritorno di Richard Johnson. Lei resta con il marito. Perché? Perché lui parte, perché lei resta? Perché lui è il vento. Francesca sa che se partisse con lui, lo zavorrerebbe. E l’amore supremo è lasciare la libertà a chi si ama. E lui riparte perché sa di essere un lupo solitario: non può fermarsi, può solo essere seguito. “C’erano state delle donne prima di te, qualcuna, ma nessuna dopo – scrive Robert a Francesca – Non mi sono votato deliberatamente alla castità: è solo che non provo alcun interesse. Una volta ho avuto modo di osservare il comportamento di un’oca canadese la cui compagna era stata uccisa dai cacciatori. Si uniscono per la vita, sai. Dopo l’episodio, ha continuato ad aggirarsi intorno allo stagno per qualche giorno. L’ultima volta che l’ho vista, nuotava tutta sola tra il riso selvatico, ancora alla ricerca. Più o meno è così che mi sento anch’io”. E giù lacrime.


sabato 1 agosto 2015

GUIDA LETTERARIA DELLA MONTAGNA PISTOIESE

GUIDA LETTERARIA DELLA MONTAGNA PISTOIESE
di Giovanni Capecchi
Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia
2008, cartonato
220 pagine, p.n.i.

Da buon nativo di San Marcello Pistoiese (e più precisamente originario del borgo medievale di Gavinana) vado da anni raccogliendo tutti i libri che, in un modo o nell'altro, parlano della mia terra. Con il tempo ho messo insieme una discreta biblioteca, comprendente anche tomi ottocenteschi ed edizioni abbastanza rare. Al di là dell' evidente interesse personale per questa collezione, mi sembra che possa trattarsi di una passione degna di essere coltivata da chiunque, ciascuno relativamente al proprio territorio del cuore. Ci si diverte, si imparano tante cose e ci si accorge che poi quello che si è imparato ha, in realtà, valore universale. 


Giovanni Capecchi, pistoiese di nascita ma docente presso l'Università di Perugia, ha compilato una singolare guida "letteraria" di quel versante dell' Appennino Tosco Emiliano proteso verso il passo dell'Abetone, scegliendo di elencare una per una tutte le località (anche le più piccole) in ordine alfabetico e segnalando per ognuna i passaggi che la riguardano contenuti nei libri di scrittori, poeti e letterati dall'antichità a più o meno i giorni nostri. Si scopre così che Giovanni Boccaccio cita il Lago Scaffaiolo, Vittorio Alfieri scrive un sonetto su San Marcello, Aldo Palazzeschi villeggia a Pracchia, Massimo D'Azeglio va a Gavinana in cerca della tomba del Ferrucci fino ad arrivare a Tiziano Terzani che fa dell'orsogna il suo eremo. I nomi sono davvero tanti e c'è da restarne sorpresi, tanti gli aneddoti e le curiosità. Peccato manchi (salvo una mia svista) la citazione di Cardarelli che scrisse anche lui una poesia intitolata "Sera di Gavinana". 

Il volume è corredato da decine di immagini d'epoca che lo arricchiscono e lo rendono ancora più interessante. Un appunto personalissimo: si cita il romanzo "I delitti del Mondo Nuovo" di Leonardo Gori, ambientato lungo la strada granducale che da Pistoia saliva all'Abetone, proprio negli anni della costruzione: in quel libro l'autore (un caro amico) non solo mi ringrazia per la consulenza fornita, ma mi inserisce come personaggio (sia pure di sfuggita, citato in un passaggio).


venerdì 31 luglio 2015

SINDONE



Andrea Nicolotti
SINDONE
STORIE E LEGGENDE DI UNA RELIQUIA CONTROVERSA
Einaudi
2015, cartonato,
380 pagine, 32 euro. 

Tanto di cappello di fronte a un saggio scritto come tutti i saggi del genere dovrebbero essere. Cioè compilati con rigore storico e scientifico, esaminando ogni aspetto delle questioni, presentando ipotesi, tesi, smentite e controsmentite e accettando per vere soltanto le affermazioni provate su solide basi, con note puntualissime che rimandano alle fonti precise e rintracciabili di ogni minima affermazione e, infine, andando alla ricerca negli archivi di ogni documento che possa confermare o smentire quanto detto. Procedendo in questo modo, si sgombra finalmente il campo da un secolare ciarpame di leggende senza fondamento. La lettura è affascinante e se ne resta intrigati. Potrà sembrare strano, ma i capitoli dedicati alle analisi scientifiche sul lino di Torino che, secondo la tradizione, dovrebbe recare impressa l'effige del corpo di Gesù crocifisso, costituiscono una parte tutto sommato limitata (anche perché assai limitate sono state le sperimentazioni, non essendo stato concesso che pochissimo campo d'indagine). In realtà, i dati scientifici disponibili non fanno che confermare quello che l'indagine storica già di per sé permette di appurare. 

La Sindone comprare improvvisamente in Francia nel 1355, citata in documento nel quale un vescovo impone a una comunità di religiosi della collegiata di Lirey di non ingannare i fedeli (allo scopo di richiedere oboli) dichiarando come autentica una reliquia spacciata come il lenzuolo funebre del Cristo, dato che era noto persino l'artefice del lino. La questione fu portata persino davanti al papa che confermò il parere del vescovo chiedendo che al popolo venisse spiegato che si trattava di un artefatto. Del resto, prima del Trecento in nessun altro documento veniva testimoniata l'esistenza di quel lino (le ipotesi contrarie vengono tutte puntualmente smontate dal Nicolotti), nessuno ne aveva mai vantato il possesso o raccontato di averlo visto. Per di più, in quell'epoca, le presunte reliquie provenienti dalla Terra Santa pullulavano in ogni luogo, e anche di sindoni se ne contavano a decine (alcune si venerano come vere ancora oggi, in varie chiese d'Europa - la Sindone di Torino è solo una fra le tante). Si è arrivati persino al punto di suggerire (da parte delle autorità ecclesiastiche) di non considerare a priori autentica nessuna reliquia venuta alla luce nel basso Medioevo, perché se me fabbricavano di false (a scopo commerciale) a ogni piè sospinto. Il metodo di tessitura della Sindone di Torino è del resto medievale (non ne esistono esempi precedenti) e la datazione del decadimento del carbonio ha indicato (dopo essere stata effettuata in laboratori diversi) gli anni tra il 1260 e il 1390 come quelli della raccolta de lino con cui il panno è stato fabbricato. La datazione scientifica è stata contestata con vari argomenti, che però sono tutti infondati. Così come sono infondate le pretese di poter datare diversamente la Sindone con i pollini o con fantomatiche monetine posate sugli occhi dell'immagine (che non esistono). Purtroppo la sindolonogia è ormai diventata una pseudoscienza praticata da personaggi bizzarri se non acclaratamente truffaldini (i racconti fatti da Nicolotti in proposito sono tragici ed esilaranti al tempo stesso). Resta il fatto che la Sindone non serve alla Fede e la Fede non serve alla Sindone. E questo dovrebbe bastare.

Sull'argomento, esprimendo dubbi di semplice buon senso (e non già opinioni sulla base di competenze che non ho), ho scritto in passato l'articolo "Sindrome da Sindone" sul blog "Freddo cane in questa palude".

mercoledì 29 luglio 2015

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA



QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA
di Carlo Emilio Gadda
prefazione di Piero Citati, postfazione di Giorgio Pinotti
Garzanti
2013, 280 pagine, 12 euro

 "I capolavori sanno aspettare", mi ha scritto un amico dopo aver saputo che mi sono accinto alla lettura solo dopo quaranta anni dall'essere diventato un lettore consapevole. In effetti, affrontare il "Pasticciaccio" è indubbiamente una delle esperienze da fare nella vita. Bellissimo e complesso e appunto per questo non del tutto decifrabile né raccontabile (impossibile, credo, render conto fino in fondo della bellezza della complessità), il capolavoro lascia dentro la sensazione che la scrittura di tutto il resto sia misera cosa rispetto al caleidoscopio della sua lingua. Secondo Calvino, Gadda "cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l'inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento". 

La trama è sostenuta da un plot giallo che intriga di per sé: in un palazzo della Roma bene, durante i primi anni del Fascismo (nel 1927), si susseguono a breve di distanza di tempo due fatti criminosi: il primo, meno grave, la rapina di una anziana signora derubata, a mano armata, dei suoi ori; il secondo, l'efferato delitto di una donna, Liliana Balducci, sposata ma senza figli, trovata sgozzata dopo essere stata aggredita mentre era sola in casa. Le indagini sono affidate al commissario di polizia don Ciccio Ingravallo, molisano trapiantato nella Capitale, e i suoi interrogatori portano il racconto a investigare sia negli ambienti benestanti che in quelli più popolari della città e delle campagne circostanti. La descrizione della varia umanità che affolla e colora gli uni e gli altri è di una efficacia stupefacente, così come della realtà quotidiana della vita di quegli anni. 

Carlo Emilio Gadda
Per raccontare il suo caravanserraglio, nella versione definitiva del 1957, Gadda utilizza un linguaggio strepitoso, intrecciando il più sofisticato e barocco italiano (modellato comunque a modo suo) con termini e costruzioni sintattiche prese in prestito dai dialetti più disparati, per cui ogni personaggio viene descritto con le sfumature della sua parlata. Interi dialoghi sono in stretto romanesco, studiato e ristudiato attraverso varie rielaborazioni (Gadda era milanese e giunse nella Capitale, per lavorare in RAI, solo in età matura), ma si intrecciano parlate venete, napoletane, molisane, umbre, laziali lato. L'autore designa ogni oggetto, ogni moto dell'animo, ogni azione, con la parola, il verbo, l'espressione più consona e puntuale, andando a scovare o inventando onomatopee bellissime e termini desueti, scolpendo e modellando il testo come un artista rococò. Quando, a lettura terminata, si torna a leggere autori che si esprimono con il più basic dell'italiano, il confronto è spiazzante. Il giallo alla fine trova una parziale soluzione: sappiamo che Ingravallo sa, ma non ci viene detto esattamente com'è andata. Tuttavia, gli indizi sono sufficienti per trarre la somma da soli. Per Gadda la realtà è troppo complessa per poter giungere a venir semplificata nel nome di un assassino. O un'assassina.

martedì 28 luglio 2015

OMICIDIO A ROAD HILL HOUSE



OMICIDIO A ROAD HILL HOUSE
di Kate Summerscale
Einaudi 2008
360 pagine, 13 euro


A differenza di ciò che si può pensare dal titolo, non si tratta di un giallo, almeno non nell'accezione comune del termine. Non si tratta neppure di un romanzo, ma a tutti gli effetti di un saggio storico e letterario al tempo stesso, scritto però in modo così avvincente da risultare affascinante come un racconto di fantasia. L'autrice, che con questo libro ha vinto il prestigioso Samuel Johnson Prize nel 2008, ricostruisce con meticolosità certosina un fatto di cronaca realmente avvenuto in Inghilterra nel 1860. Un crimine così efferato da aver riempito le cronache dei giornali per mesi e mesi, ed essersi risolto solo dopo cinque anni. Al di là del delitto in sé e per sé, alla saggista interessano almeno tre altri aspetti: innanzitutto, la società dell'Inghilterra del periodo e il modo di vivere in campagna e in città delle diverse classi sociali; in secondo luogo, la nascita dell'indagine di polizia così come la conosciamo ancora oggi; terzo, il modo in cui la figura del poliziotto, dell'investigatore, del detective, dalla realtà si trasferisce, attraverso i giornali, nella letteratura. 

Charles Dickens e Arthur Conan Doyle sono soltanto due fra i nomi più famosi che attingono dagli spunti offerti dalle cronache giudiziarie dell'epoca per scrivere i loro racconti e romanzi. Anzi, proprio Dickens si espresse sull'identità del colpevole nel caso del delitto di Road Hill House indicando chi sarebbe stato e perché, ma sbagliò clamorosamente. Fu proprio in concomitanza con il caso di cui si occupa la Summerscale che nacque la "detection novel". Capostipite ne fu "La pietra di luna", di Wilkie Collins, in cui compare un certo sergente Cuff chiaramente ispirato all'ispettore Jonathan Whicher di Scotland Yard che indagò, con acume, nel caso di Road Hill. "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe è datato 1841 e anche se viene considerato il capostipite del giallo non presenta un vero poliziotto quale autore delle indagini e propone una trama tutto sommato fantastica che si discosta dal realismo che contraddistingue invece il poliziesco vittoriano, da cui nasce una scuola giunta fino ai nostri giorni. Il caso di Road Hill ha influenzato un capolavoro quale "Giro di vite" di Henry James e perfino l'ultimo romanzo di Dickens, "Il mistero di Edwin Drood". 

Di che si tratta? In una casa di campagna appartenente a una famiglia borghese, quella di Samuel Kent, un bambino di tre anni, Saville, scompare nottetempo dalla sua culla, nonostante accanto a lui dormisse la bambinaia, Elizabeth Gough. Il piccolo, dopo lunghe e disperate ricerche, viene ritrovato sgozzato nella fossa della latrina della servitù, nel cortile. La casa era stata chiusa la sera precedente in modo tale che sicuramente nessuno avrebbe potuto penetrarvi dall'esterno. Il colpevole deve essere perciò uno degli undici residenti all'interno, tra cui il padre con la sua seconda moglie Mary Pratt, incinta all'ultimo mese, altri due figli di costei e del marito, più i figli di primo letto di Samuel Kent, quattro in tutto. Quindi, tre membri della servitù. Attorno alla casa si aggirano comunque altri servi non residenti, e c'è un vicino paese. Di ogni personaggio vengono dettagliatamente descritte le mosse, le caratteristiche psicologiche, le eventuali motivazioni. Whicher giunge da Londra dopo che i poliziotti locali non si sono dimostrati in grado di cavare il ragno dal buco, e lamenta la maldestra conduzione delle loro indagini. Anche dell'ispettore la Summerscale offre un efficacissimo ritratto a tutto tondo. L'uomo di Scotland Yard arriva presto a una convinzione che però non regge in tribunale. La stampa allora lo fa a pezzi: il poliziotto deve dimettersi e finisce per ammalarsi. Cinque anni dopo, salta fuori la verità. Whicher viene riabilitato. Tuttavia, la Summescale, esaminando la vita di tutti i protagonisti del giallo, si convince, e convince anche noi, che i fatti siano andati in un modo leggermente diverso da quello che risulta dagli atti conclusivi dell'inchiesta. Non dico di più: vi consiglio di leggervi il libro.

lunedì 27 luglio 2015

NORMAN ROCKWELL: 322 COVERS




Christopher Finch
Norman Rockwell
NORMAL ROCKWELL: 322 MAGAZINE COVERS
Abbeville Press 
2013 - cartonato
400 pagine, 40 dollari

E' un librone in cui perdersi, questo, che raccoglie oltre trecento illustrazioni realizzate da Norman Rockwell per le copertine del settimanale "The Saturday Evening Post" tra il 1919 e 1963, pubblicate a tutta pagina (purtroppo riprodotte dalla rivista e non dagli originali, ma del resto è così che le vedevano i lettori dell'epoca). Le copertine di Norman Rockwell, venivano realizzate con la stessa cura che un pittore dedica ai suoi quadri. Ma non si trattava di quadri: Rockwell, da grande professionista, sapeva di rivolgersi a un pubblico vastissimo e non alla ristretta cerchia dei frequentatori di una galleria d'arte, di un museo o di una collezione privata. Per questo i suoi disegni venivano realizzati tenendo ben presenti le necessità della pubblicazione a cui venivano destinati, a partire dal formato rispettoso della "gabbia" di stampa. Il tutto per giungere alla maggior comunicativa possibile del messaggio verso il lettore, anche il più distratto, che doveva notare le sue cover e essere invogliato all'acquisto della rivista. Potremmo arrivare a dire che quando ci troviamo di fronte a una rivista con copertina di Norman Rockwell, abbiamo davanti a noi l'originale: perché quella, e solo quella, é l'opera che l'illustratore intendeva realizzare, e non il foglio o la tela su cui egli, materialmente, ha disegnato l'immagine e poi steso il colore, che sono soltanto passaggi intermedi in vista del risultato definitivo, quello stampato.

La carriera di Rockwell iniziò nel 1912, ad appena diciotto anni (era nato il 3 febbraio 1894), in un periodo in cui l'illustrazione si stava guadagnando un posto di rilievo fra le belle arti, grazie alle nuove tecniche di stampa che rendevano possibile la riproduzione di immagini a mezza tinta e a colori (era stata inventata la fotocomposizione meccanica). L'artista era newyorkese, di buona famiglia e soprattutto di famiglia con tradizioni artistiche e letterarie. Suo padre, Jarvis Waring Rockwell, direttore di una importante filiale di una ditta tessile, aveva letto Dicksen ai suoi figli - e questo spiega molte cose della poetica pittorica di Norman. Il giovanissimo Rockwell cominciò fin da ragazzo a cimentarsi con l'illustrazione tentando di riprodurre il mondo dickensiano. Dopo aver compiuto studi accademici che non lo stimolavano più di tanto, Norman trovò la sua strada trasferendosi dalla paludata Accademia Nazionale alla più progressista Art Students League, dove l'illustrazione era tenuta nel giusto conto. Il suo primo incarico lo ebbe dai titolari di un grande magazzino che gli commissionarono quattro cartoline natalizie. Poi fu la volta di un libro per bambini. Da lì in poi, il lavoro non gli mancò mai. 

Nel 1912, Rockwell iniziò a collaborare con la rivista "Boy's Life", di cui ben presto divenne art director, legata al movimento dei boy-scout, Si specializzò così nel disegno di bambini e ragazzi. Nel 1916 pubblicò la sua prima copertina per il "Saturday Evening Post". Ritraeva un ragazzo ben vestito che spingeva una carrozzina mentre i suoi compagni di baseball si prendevano gioco di lui. Walter Dower, art director del "Post", non solo accettò l'illustrazione senza apportarvi modifiche, ma acquistò una seconda immagine dove comparivano dei bambini che giocavano al circo. Fin dall'inizio, Rockwell sentì profondamente i temi che lo resero così caro al suo pubblico: i bambini, la vita famigliare, gli amori giovanili, gli addii e i ritorni a casa, la giovinezza e la vecchia, le feste e le tradizioni americane. I soggetti dickensiani, poi, furono ricorrenti, a pagamento di un vecchio debito d'infanzia. Celebri furono anche le sue illustrazioni per le opere di Mark Twain (l'artista si recò di persona nel profondo Sud per studiare ambienti, abiti e oggeti d'uso comune). 

Oltre ad apprezzarne ora l'umorismo, ora il sentimento delle cover rockwelliane, non si può non restare di stucco di fronte all'abilità dell'artista nel rendere a perfezione, grazie allo studio delle espressioni, gli stati d'animo dei suoi soggetti e le variegate situazioni in cui sono posti. Rockwell preferiva disegnare basandosi su modelli dal vivo, più che su fotografie. Spesso ingaggiava modelli tra i vicini di casa, o tra gli abitanti di Stockbridge, nel Massachussetts, dove Norman si trasferì con la moglie Mary, che soffriva di depressione, nel 1953. Nel 1959, Mary morì. Rockwell si risposò nel 1961 con Molly Punderson, un'ex-insegnante in pensione. Intanto, le sorti del Post non era più floride. La rivista era invecchiata, perdeva copie. Il 14 dicembre 1963 comparve l'ultima copertina di Rockwell, un ritratto del presidente John Fitzgerald Kennedy, ucciso un mese prima a Dallas. 

Era la quattrocentoventesima cover eseguita da Rockwell per il "Post".  Di lì a poco, la rivista fallì. La decisione dell' editore di fare a meno dell'artista-simbolo che per quasi cinquant'anni ne aveva curato l' immagine non portò fortuna al magazine. Rockwell era stato accusato di aver nuociuto al gusto estetico degli americani proponendo una sua idea dell'arte troppo figurativa e tradizionalista, contro le tendenze dell'arte contemporanea. Che cosa ne pensasse Rockwell dell'arte contemporanea è ben evidenziato in una copertina del "Post" del 1962 intitolata "L'intenditore", in cui un maturo signore si sofferma pensoso di fronte a una indecifrabile opera di Pollock. L'illustratore continuò a disegnare fino al 1976, sempre ricevendo nuove commissioni. La sua ultima copertina fu eseguita per "American Artist" in occasione del Bicentenario. Dipinse sé stesso nell'atto di porre una bandiera sulla Campana della Libertà, dove si legge "Buon Compleanno". Nel novembre 1978, Rockwell moriva nella sua casa di Stockbridge.

venerdì 24 luglio 2015

SO MANY BOOKS















In media, due libri a settimana. Cento all'anno. Sono quelli che leggo io, da quando avevo dieci anni. Posso sperare (o temere) di vivere fino a novanta anni. Di conseguenza, quando morirò avrò letto ottomila libri. Angosciosamente pochi, pensando a quanti ce ne sono. Adesso sono a metà del guado. Ne ho letti quattromila e me ne rimangono altrettanti. Vago in libreria per scegliere quali. Conto i libri che mancano alla mia morte. E quelli che, esclusi per mancanza di tempo, mancheranno alla mia vita.
Adriano Sofri, una volta, in un suo articolo, aveva contato quanti cani un uomo può avere nella sua vita (sostituendo con un cucciolo nuovo il precedente appena morto) ed era arrivato alla conclusione di stare accudendo, all'epoca, il suo penultimo cane.
So little time, so many books: così poco tempo, così tanti libri.
Da qui l'urgenza di scegliere bene i titoli, perché bisogna pur chiedersi se sia meglio trascurare Balzac o Moccia, o se Joe Hill possa sostituire Stephen King. Sarebbe interessante discuterne, ma per il momento limitiamoci a parlare del numero di libri che si leggono in in mese, in un anno o in una vita.  Parliamo, insomma, di quantità e non di qualità.

Conosco lettori molto più voraci di me, e di gran lunga. Mauro Boselli, per esempio, riesce a leggere un libro ogni sera, e in lingua originale se sono in inglese, francese o spagnolo. Luca Crovi, un altro mio collega in Bonelli, è un critico letterario esperto in letteratura gialla e ha condotto sul tema un programma su Radio Due: legge praticamente tutti i gialli che escono in Italia e molti di quelli che escono all'estero. Conosco Giuseppe Lippi, direttore di Urania, che sembra aver letto tutta la fantascienza del mondo. Ascoltando Loredana Lipperini su Radio Tre, nel suo programma dedicato ai libri ("Fahrenheit"), sembra che lei legga tutto ciò che s pubblica, e la stessa impressione ho ascoltando, per esempio, Daria Bignardi.  Dunque, di fronte a questi mostri divoratori di libri, che cosa sono mai i miei otto/nove libri al mese? Per fortuna, non c'è una gara.

Però, ci sono alcune cose da dire. Leggere è un piacere e dunque ognuno deve farlo come, quando e quanto gli piace. I famosi dieci diritti del lettore elencati da Daniel Pennac nel suo saggio "Come un romanzo" stabiliscono fra l'altro che è lecito non leggere, saltare le pagine, non finire il libro, spizzicare, e fruire di qualunque cosa (anche di Moccia, dunque). Nessuno può obbligare me o voi a leggere più di quello che ci riesce o di cui abbiamo voglia, neppure l'invidia verso chi legge più di noi. Io, però, oltre ai diritti che hanno tutti, ho dei doveri che molti non hanno.

Sono obblighi dettati dalla deontologia professionale: quello di documentarmi, quello di informarmi, quello di confrontarmi con gli altri scrittori, quello di sapere che cosa legge la gente. Il dovere di documentarsi è fondamentale se si scrivono delle storie ambientate in luoghi geograficamente identificabili e in epoche storiche più o meno ben definite. E, aggiungo, più si legge più vengono idee: dunque, anche se non mi piacesse farlo, dovrei leggere ugualmente così come un atleta deve allenarsi anche se non ne ha voglia, in vista di un impegno agonistico. La mia gara è quotidiana, e consiste nello scrivere sceneggiature.

Ciò detto, ci sono, in effetti, dei trucchi per leggere di più. Non vi parlerò delle tecniche di lettura veloce, che vengono insegnate in appositi corsi, tuttavia è chiaro che più si legge più ci si allena a leggere velocemente. Tutto si fa più velocemente se si è abituati. Quasi certamente io riesco a scrivere una pagina in un decimo del tempo che impiegherebbe il mio elettricista: lui però è velocissimo con nel riparare una presa di corrente. Chi legge poco, legge piano. Io scorro con gli occhi sulle righe e afferro al volo i concetti: non è che sono più intelligente, sono più allenato. 

Anni fa, tornando a Firenze da Milano, comprai in stazione l'ottimo romanzo di fantascienza "Garibaldi a Gettysburg", di Pierfrancesco Prosperi (in passato sceneggiatore di Martin Mystére). Iniziai a leggerlo, ne rimasi affascinato, chiusi l'ultima pagina dopo tre ore di viaggio, quando già stavamo per arrivare a Santa Maria Novella. C'era una ragazza accanto a me, che vedendomi rimettere il libro nella borsa mi chiese: "Mi scusi, ma davvero l'ha letto tutto?". Sì, effettivamente l'avevo letto tutto e avrei saputo fargliene il riassunto. Ma è soltanto questione di allenamento. E' chiaro che, comunque, bisogna trovare un po' di spazio da dedicare alla lettura: se qualcuno sceglie di trascorrere l'intera serata chattando su Facebook o giocando alla playstation, non può lamentarsi di non avere tempo per leggere.

Questo mi porta a spiegare il secondo trucco: portarsi sempre un libro dietro per leggere dovunque. Se voi avete un libro con voi, potete non solo leggere in treno o in metropolitana, ma approfittare della coda alla Posta o dal dottore. Venti minuti qua, venti là,  fanno un sacco di tempo da dedicare alla lettura. Il terzo trucco è leggere più libri contemporaneamente. Il libro da portarsi dietro dovrà essere un'edizione tascabile, a casa sul comodino accanto al letto verranno piuttosto appoggiati i libri più pesanti. Io tengo un libro anche in bagno, ovviamente, e lo scelgo con capitoletti brevi, come quelli, per esempio, de "La bustina di Minerva" di Umberto Eco. Dunque, sommando il libro da passeggio, il libro da comodino e il libro da bagno già siamo a tre titoli che si possono seguire in contemporanea. Personalmente, ne aggiungo altri perché ogni sera leggo magari alcuni capitoli di due libri diversi (uno per piacere, uno per dovere) oppure li leggo a giorni alterni. Se poi compro un libro appena uscito che mi piace troppo per aspettare a leggerlo, interrompo tutte le altre letture e do la precedenza a quello.

Quarto trucco: gli audiolibri. E' strano come siano sottovalutati. Regolarmente inserisco il mio bravo CD nel lettore dell'automobile o ascolto l'iPod in cui o gli stessi autori o dei bravi attori mi leggono un romanzo. Di solito, la pagina scritta ci guadagna nell'essere letta da qualcuno che sa recitarla bene. Ho trovato straordinaria la lettura dello stesso Camilleri del suo romanzo "Il nipote del negus", ma anche Sandro Veronesi o Andrea Vitali sono ottimi interpreti dei loro testi. In altri casi, degli attori strepitosi danno voce a grandi storie che non perdono niente del loro valore letterario se fruite ascoltando invece che leggendo. Peraltro, se compro un audiolibro, compro quasi sempre anche il corrispondente cartaceo. Infine: non tutti i libri sono di quattrocento pagine. Se è vero che di recente ho letto le 750 pagine di "Questa creatura delle tenebre" di Harry Thompson (la biografia romanzata di Robert FitzRoy, il comandante del Beagle), ho anche divorato in mezz'ora il libro-intervista di Sabelli Fioretti a Piergiorgio Odifreddi (130 pagine di domande e risposte), in un'ora l'autobiografia di Bud Spencer (poco di più) e in due ore "Il pretino" di Claudio Nizzi (160 pagine). Tutte letture molto agili. E' chiaro che "L'anima e il suo destino" di Vito Mancuso mi obbliga a più concentrazione e mi occupa più tempo. Naturalmente, oltre a leggere libri leggo anche fumetti. La carta che mi circonda sta cominciando ad assumere una mole spaventosa. Guardo con terrore la tavoletta dell'iPad pensando che un giorno, tutta potrebbe finire concentrata là dentro. Non sarebbe, temo, la stessa cosa.