giovedì 25 aprile 2019

DELITTI IMPOSSIBILI





DELITTI IMPOSSIBILI
di Autori Vari
Polillo Editore
2012, 320 pagine, 15.40 euro

Si tratta del 125° volume della benemerita collana "I bassotti", decisamente un must per gli appassionati del giallo classico. In questo caso, non ci viene proposto un romanzo ma una antologia di nove racconti, tutti scritti nella prima metà del secolo scorso o poco dopo, caratterizzati da un delitto (o da un mistero) decisamente insolito, tanto da poter sembrare impossibile, assurdo, fuori da ogni logica, come frutto di un potere paranormale. Invece, puntualmente, la spiegazione c'è ed è, se non probabile, almeno plausibile. Ad aprire le danze è Fredric Brown, con "Il macellaio sghignazzante", in cui un uomo viene trovati morto nella neve e le impronte mostrano che l'assassino lo ha inseguito... ma non è tornato indietro, come se avesse preso il volo. Il secondo colpo lo spara John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa: il mistero ricorda molto "La lettera rubata" di Edgar Allan Poe e difatti a risolverlo è lo stesso Poe in prima persona (la sua identità è la sorpresa finale del racconto). Segue Joseph Commings, che propone il mistero di un palombaro disceso a ispezionare il relitto di una nave affondata e che viene recuperato con un coltello piantato nel petto, quando è impossibile che ci siano altri in immersione nei paraggi essendo la sua l'unica attrezzatura presente sull'isola nelle cui acque si svolgono i fatti. Marten Cumberland risolve in modo credibile appunto un delitto avvenuto in una stanza chiusa dall'interno in cui è impossibile che qualcuno sia entrato (eppure all'interno c'è un morto ammazzato). Il più singolare, però, è Peter Godfrey che fa partire un addetto della funivia dentro una cabina in cui c'è solo lui, e quando arriva a destinazione l'uomo è stato accoltellato. Fra i nove autori c'è anche Ellery Queen, che però non brilla (pur essendo gradevole come al solito): la cosa singolare è che il racconto si svolge in un Luna Park americano chiamato "Joyland", come quello del più recente romanzo di Stephen King. Craig Rice fa impiccare un uomo in una cella di massima sicurezza di un penitenziario in cui è rinchiuso solo lui, però non si tratta di suicidio ma di omicidio. Com'è possibile? Leggere per saperlo. Forrest Rosaire propone un omicidio con il veleno avvenuto sotto gli occhi di tutti, mentre la vittima non ha né mangiato né bevuto nulla: eppure la sostanza che lo ha ucciso ha un effetto immediato. Per finire, Hake Talbot propone un delitto commesso , da una divinità dopo essere stato profetizzato da un santone, ma il trucco viene scoperto da un illusionista. Come si vede si tratta di esercizi di enigmistica molto divertenti, la cui componente letteraria serve a imbastire un contesto credibile in cui farli svolgere e a fornire le adeguate motivazioni ai personaggi. Il talento, maggiore o minore, di ciascun autore, serve a coinvolgere più o meno il lettore. In alcuni casi l'ansia di creare un mistero apparentemente insolubile rende la spiegazione un po' cervellotica (anche se possibile), in altri invece la partecipazione è totale e l'appagamento finale soddisfacente. Consigliato agli amanti del genere.

martedì 23 aprile 2019

RAGIONE E SENTIMENTO





Jane Austen
RAGIONE E SENTIMENTO
Einaudi
2015, brossura
450 pagine, 11 euro


Parlando di Jane Austen, il primo pensiero che mi viene in mente è quanto sia incredibile che nel Regno Unito (come accadeva del resto anche in Francia e negli USA) già nella seconda metà del Settecento ci fossero scrittori (nel caso della Austen, ancora più eclatante, scrittrici) in grado di pubblicare trascinanti romanzi, ancora oggi godibilissimi, mentre in Italia si continuava a vivere in Arcadia e per trovare una via italiana alla letteratura in prosa ci toccò aspettare la “quarantana” dei Promessi Sposi (1842) e poi, per un bel po’, non ci fu niente altro di altrettanto leggibile (non lo sono più, purtroppo, né i romanzi del D’Azeglio né quelli del Guerrazzi). Né Jane Austen, in quanto donna, rappresenta un unicum, dato che basterà pensare alle sorelle Brontë per trovarne altre tre. Ma se “Jane Eyre” e “Cime tempestose” (dovute rispettivamente a Charlotte ed Emily Brontë) sono sicuramente letture da raccomandare, “Orgoglio e pregiudizio” della Austen è decisamente imperdibile. Letto quello, non si può fare a meno di desiderare di continuare con qualcos’altro della medesima autrice, e dunque basta un salto indietro di qualche anno per lasciarsi appassionare da “Ragione e sentimento”. “Sense and Sensibility”, questo il titolo originale, venne scritto fra il 1795 e il 1810, e pubblicato nel 1811. L’autrice, nel 1795, aveva venticinque anni (era nata nel 1775 e sarebbe morta nel 1817). Per l’epoca, venticinque anni era già un’età matura: colpisce, infatti, come anche nel romanzo venga considerata vecchia la signora Dashwood, madre delle due protagoniste Elinor e Marianne, appena quarantenne, e attempato il Colonnello Brandon, trentacinquenne. Le vicende di “Ragione e Sentimento”, come già quelle di “Orgoglio e Pregiudizio”, riguardano personaggi della media e alta borghesia: uomini d’affari, ricchi possidenti terrieri, ereditieri che vivono di rendita, ufficiali in congedo e compagnia bella. Sono esclusi i ceti sociali più bassi, e vi si accenna solo come servitori, stallieri, cocchieri ma non c’è alcuna interazione tra loro e gli altolocati. Ugualmente escluso è il sesso: per quanto personaggi maschili e femminili si innamorino, si fidanzino, tessano tresche, si appartino, mai si scambiano neppure un bacio e si danno rigorosamente del “voi”. A dire la verità, in “Sense and Sensibility” compare un personaggio definito “libertino”, John Willoughby, di cui si racconta (è uno dei colpi di scena) come in passato abbia sedotto e abbandonato una fanciulla (che si ritrova prima incinta e poi ragazza madre e finisce per essere emarginata dal consesso sociale dei benpensanti), ma a tutto ciò si allude soltanto di sfuggita e mai la poveretta compare sulla scena. “Orgoglio e pregiudizio” comincia con una celebre frase che potrebbe fare da incipit anche a “Ragione e sentimento”: “E’ una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere in cerca di una moglie”. Difatti pare che la principale preoccupazione di ogni genitore (soprattutto delle madri) sia di combinare prima possibile un buon matrimonio per i figli (soprattutto per le figlie), intendendo per “buon matrimonio” una unione con qualcuno di famiglia molto ricca, e le trame dei due romanzi si dipanano appunto su questo tipo di scenario. Tutto ciò potrebbe sembrare scoraggiante per il lettore moderno. Invece, si tratta semplicemente di un retaggio culturale inevitabile per la scrittrice, che non poteva certo, all’epoca, trovare editori e lettori disposti ad accettare qualcosa di diverso. Ma una volta compresi i limiti entro i quali Jane Austen è costretta a muoversi, ci si accorge subito di quanto, per altri versi, sia da considerarsi trasgressiva. Innanzitutto l’autrice descrive una società inamidata e formalista molto attenta all’aspetto economico di ogni relazione: la scrittrice propone però eroine al femminile che contestano questo tipo di atteggiamento e mettono in ridicolo (facendone una forte critica) l’ipocrisia di chi appunto mette l’interesse pecuniario di fronte a tutto. La Elinor di “Sense and Sensibility”, in un passaggio del romanzo, ironizza persino (oggi ci sembra scontato, ma nel 1795 non lo era) sull’idea corrente che alla ragazza per la quale la famiglia trovi un buon partito non debba essere chiesto il parere, o che per costei sia tutto sommato indifferente sposare uno o l’altro di due fratelli ugualmente ricchi. Insomma, la Austen rivendica la voce in capitolo delle donne. Del resto, la sua scrittura è molto “al femminile” per come descrive i moti d’animo delle sue protagoniste, per il modo con cui dà ragione delle speranza e delle ambizioni di Elinor e di Marianne (Elinor è la Ragione, Marianne il Sentimento), entrambe caratterizzate benissimo. Moderna (dal punto di vista dello stile, dell’empatia suscitata, della capacità di intrigare chi legge) è poi la scrittura chiara e pulita, ma mai sciatta e banale. Modernissimi i vari colpi di scena che si susseguono. Insomma, l’autrice sapeva, più di duecento anni fa, come irretire il suo pubblico, e le sue opere irretiscono anche i lettori di oggi. Chi sposeranno Elinor e Marianne, ragazze con poche sostanze a loro disposizione (per colpa del loro fratellastro e dell’odiosa di lui moglie), dopo essere state entrambe, in modo diverso, illuse da due gentiluomini che hanno loro infranto il cuore? Vi assicuro che entrando nel romanzo non potrete più uscirne finché non conoscerete la risposta.

lunedì 22 aprile 2019

UN FALSO DERVISCIO A SAMARCANDA



Arminius Vambery
UN FALSO DERVISCIO A SAMARCANDA
Touring Club Italiano
1997, brossurato
152 pagine, 20.000 lire
La Biblioteca del Touring Club recupera un classico della letteratura di viaggio, riproducendone la traduzione della prima edizione italiana datata 1873, uscita per i tipi dell'editore Treves. Si tratta di affascinante quanto drammatico resoconto di un'impresa compiuta una decina di anni prima da Arminius Vambery, uno studioso ungherese appassionato linguista e interessato ad approfondire le affinità tra la lingua magiara e quelle dell'Asia Centrale. Purtroppo, il Turkestan e l'emirato di Buchara (dove sorgeva la mitica Samarcanda) erano all'epoca praticamente irraggiungibili dagli occidentali, sistematicamente e barbaramente uccisi in quanto infedeli. In realtà, anche gli stessi musulmani rischiavano la pelle o la schiavitù attraversando le terre dei Turcomanni, predoni feroci. Anche per questo, agli occhi di Vambery quelle terre rappresentavano una irresistibile attrazione, la stessa che promana per un esploratore da una terra inesplorata. Così, perfettamente padrone dell'arabo, del turco e del persiano, partito alla volta di Costantinopoli e poi della Persia, l'ungherese si traveste da derviscio (un monaco mendicante musulmano) e si unisce a una carovana di pellegrini di ritorno da La Mecca nel natio Turkestan. Durante ogni tappa del lungo viaggio Vambery si trova a rischiare la testa, attirando i sospetti di chi giudica troppo chiaro il colore della sua pelle o di chi, più semplicemente, diffida degli stranieri. Il suo gruppo deve di volta in volta informarsi sulle mosse e gli spostamenti dei predoni per evitare di incontrarli, preferendo piuttosto percorrere vie attraverso deserti o paludi invece di piste più brevi e agevoli infestate dai briganti. Innumerevoli volte teme di morire di sete, o deve sventare intrighi a suo danno. Assiste a supplizi terribili imposti dalla rigida osservanza dei dettami islamici, si commuove per la sorte tragica di schiavi persiani o russi catturati dai Turcomanni, incontra il ferocissimo khan di Khiva abituato a mettere a morte qualcuno ogni giorno solo per l'alzata di un sopracciglio. Ma alla fine, riesce a raggiungere Samarcanda. Rientrato in Europa, scrive il suo reportage che è avventuroso come un romanzo di Emilio Salgari. E la traduzione ottocentesca proprio di Salgari ha il sapore.

domenica 21 aprile 2019

ANONIMA ALDILA'





Robert Sheckley 
ANONIMA ALDILA'
Urania Collezione n° 126
Mondadori
2013, 220 pagine, 5.90 euro

Si tratta di un romanzo del 1958 trasportato in film nel 1959 con il titolo "Immortality, Inc." (quello originale del libro), scritto da un autore americano dalle radici polacche (il cognome della famiglia era in realtà Shekovsky), maestro nel campo delle short-stories ma meno suo agio, come scrive Giuseppe Lippi nella sua interessante postfazione, nei racconti lunghi, anche se gli si devono capolavori come "Gli orrori di Omega" o lo stralunato "Opzioni". "Anonima Aldilà" è stato stampato e ristampato più volte e si può considerare a tutti gli effetti un classico: a sostenerlo, garantendogli un sempre rinnovato interesse, non è la trama che vi si dipana, tutto sommato non particolarmente adrenalinica, ma la grande idea che c'è alla base. In pratica, Sheckley immagina che "attorno all'anno Duemila" uno scienziato, von Ledder fornisca le prove scientifiche della sopravvivenza dell'anima, in altre parole della Vita oltre la Morte. La faccenda smette di essere oggetto di credenze e diventa realtà oggettiva. Un Aldilà però unico, uguale per tutti, non tripartito in Inferno, Purgatorio e Paradiso. Solo che non destinato a tutti: una persona su un milione sopravvive al proprio decesso, gli altri svaniscono nel nulla: dipende dalla particolare conformazione della psiche. Tuttavia, tecniche molto costose possono consentire di modificare questa conformazione e far sì che, chi vi si sottopone, possa divenire immortale, al meno dal punto di vista spirituale. Ciò significa che, pagando, un ricco può guadagnarsi l'accesso nell'Aldilà (un povero ci va solo se è naturalmente predestinato). Dunque, nel futuro del 2110, esistono Società quotate in borsa che organizzano l'accesso all'Oltretomba, facendone commercio. Non solo. Dato che l'anima sopravvive, la si può trapiantare in un corpo nuovo alla morte di quello vecchio, ed ecco crearsi un florido mercato di corpi, sia legale (la persona che lo cede, in cambio della propria immortalità oltretombale e di un sostanzioso aiuto alla propria famiglia, lo fa volontariamente) sia illegale (le persone vengono rapite e derubate del corpo). Ci sono anche nuove malattie come lo "zombismo" (l'anima sopravvive in un corpo che si decompone) e nuove droghe, come il trapianto parziale nella mente altrui per sperimentate sensazioni provate in un corpo diverso, che può essere fatto godere o soffrire senza che sia il nostro. Thomas Blaine, uomo del 1958, si trova incredibilmente proiettato nel futuro, in un corpo nuovo, subito dopo essere morto in un incidente stradale, grazie a una nuova tecnica di "viaggio nel tempo" che consente il prelievo delle anime dal passato, e scopre la nuova, incredibile situazione del 2110, ricostruendo anche il complotto che lo ha portato fin lì, lo stesso che ha organizzato l'incidente che gli è costato la vita.

sabato 20 aprile 2019

ELEVATION



Stephen King
ELEVATION
Sperling & Kupfer
2019, cartonato
200 pagine, 15.90 euro

Al Re si perdona tutto, anche la melassa. "Elevation" è un romanzo insolito, nell'ambito della produzione kinghiana, sia per la brevità (quella di un "racconto lungo", a confronto con i suoi altri titoli), sia per la mancanza di veri brividi, sia per la non facile comprensione di come le due trame parallele riescano a giustificarsi a vicenda. Alla fine mi pare di capire che si tratta di un apologo. Di una "novella edificante". In ogni caso, il Re è sempre il Re e una volta letto il primo capitolo è impossibile non voler proseguire: si resta subito invischiati nel racconto. Racconto che poi è (e lo si capisce fin dalla dedica) un adattamento del classico di Richard Matheson "Tre millimetri al giorno" (già ricordato anche da "L'occhio del male", firmato da King con lo pseudonimo di Richard Bachman). Scott Carey, infatti, ogni giorno perde peso senza che le dimensioni del suo corpo o il suo aspetto esteriore mutino in proporzione (il protagonista del romanzo di Matheson, che ha lo stesso nome, rimpicciolisce progressivamente). Poiché il fenomeno sembra inarrestabile (né lui fa niente per arrestarlo, rifiutandosi di sottoporsi a esami medici che lo avrebbero trasformato in una cavia da laboratorio) pare inevitabile la fine, calcolabile in un certo numero di giorni. Tuttavia il suo umore resta sereno, accetta la sua sorte. E nel poco tempo che gli rimane si impegna perché nella sua piccola città, Caste Rock (località ricorrente nei romanzi di King), cadano i pregiudizi dei suoi concittadini verso una coppia di lesbiche che ha aperto un ristorante, evitato dai benpensanti. Il lettore chiaramente vuol sapere cosa accadrà quando Carey raggiungerà il peso zero, così come in "Tre millimetri al giorno" si aspetta il momento della dimensione zero. Però è ben raccontata anche la vicenda edificante riguardante le due donne (decisamente ben caratterizzate, anche nelle asprezze) e il loro locale. Come si incastrano le due trame? Secondo me c'è una morale da trarne: la morte è inevitabile ed è questione di giorni (quanti che siano); va attesa serenamente cercando di uscire di scena nel migliore dei modi e impegnandosi per migliorare il mondo che si dovrà abbandonare. Se è melassa, e un po' lo è, ripeto: al Re la si perdona.

venerdì 12 aprile 2019

IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI



Edward Wilson-Lee
IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI
Bollati Boringhieri
2019, cartonato
350 pagine, 30 euro


Un libro meraviglioso. Meraviglioso per tutti, credo, ma assolutamente fantastico per chi i libri li ama, li colleziona, li custodisce, se ne circonda. A una prima occhiata, magari distratta, si può pensare che si tratti di una biografia: quella di Fernando Colombo, secondo figlio (illegittimo) di Cristoforo, il navigatore. Se il padre, a cui si deve la scoperta dell'America, è unanimemente riconosciuto come figura storica degna di ogni studio, si potrebbe dubitare che ci siano sufficienti motivi per dedicare una qualche attenzione anche al suo secondogenito. Invece, Fernando Colombo di rivela un personaggio straordinario (molto di più del fratello Diego, il primo figlio di Cristoforo). La prima parte del libro è avvincente come un romanzo d'avventura: si racconta dei primi viaggi di Colombo padre verso il Nuovo Mondo, poi si giunge al quarto, quello in cui Cristoforo portò con sé anche il giovanissimo Fernando, e che fu caratterizzato da ogni genere di traversie, le cui cronache potrebbero sembrare tratte da un romanzo di Salgari. Fernando acquisì però, a fianco del padre competenze marinaresche, cartografiche e da astronomo. Cristoforo, a cui il figlio fu sempre devoto, da quanto ci dice Edward Wilson-Lee risulta tuttavia un personaggio venato di follia, visionario, in preda a vaneggiamenti mistici. Dopo la morte del padre, ai figli Diego e Fernando vennero dati incarichi e rendite (non facili da riscuotere e sempre a rischio). In ogni caso i due fratelli, fin da piccoli, avevano bazzicato la Corte reale prima e Imperiale. Gran parte delle entrate di Fernando finirono ben presto per venire dedicate all'acquisto di libri, di cui il giovane Colombo divenne non solo un collezionista, ma un un cultore. Erano gli anni (la prima metà del Cinquecento) in cui cominciava a prendere campo la stampa tipografica: Fernando ne capì la portata rivoluzionaria e raccolse soprattutto libri stampati, addirittura comprendendo nelle sue raccolte gli opuscoli più miseri e popolari. I viaggi al seguito di Carlo V e i soggiorni per vari motivi in tutte le principali città d'Europa (a partire da una permanenza a Roma durata alcuni anni), gli permisero di acquistare migliaia e migliaia di volumi, fino a fargli mettere insieme la più grande biblioteca privata del mondo. Nacque l'esigenza di catalogare tutti quei libri, troppi perché a memoria se ne potesse rintracciare uno, se richiesto: Fernando stilò elenchi e riassunti, guide per parole chiave, codici mnemonici in grado di contraddistinguere ogni volume e renderlo disponibile per le ricerche. Concetti modernissimi che all'epoca furono sperimentati proprio da Colombo per la prima volta. Seguendo Fernando nella sua ricerca della "biblioteca universale", Wilson-Lee ci dipinge anche uno straordinario affresco della realtà storica dell'epoca, delle nuove idee che circolavano, dell'impatto delle scoperte geografiche sulla società europea. Quando morì, Fernando lasciò una biblioteca di oltre ventimila volumi. Oggi ne rimangono solo quattromila. Gli altri si sono dispersi in altre biblioteche o sono andati perduti.

martedì 2 aprile 2019

MAIGRET A NEW YORK



Georges Simenon
MAIGRET A NEW YORK
Adelphi
2000, brossura
170 pagine, 10 euro


Georges Simenon scrisse “Maigret a New York” nel 1947, proprio durante un lungo soggiorno, durato alcuni anni, in cui si era trasferito in America. Lo stesso periodo in cui conobbe la sua seconda moglie, Denyse Ouimet: i due furono protagonisti di una intensa storia d’amore da cui nacque anche il romanzo (senza Maigret) “Tre camere a Manhattan”. Si tratta del ventisettesimo giallo dedicato al commissario parigino (sui settantacinque di cui consta la sua saga). Qui Maigret, però, è immaginato ormai in pensione da un anno e ritiratosi a vivere in campagna lungo la Loira. Nonostante il pensionamento, il commissario si lascia convincere dal giovane Jean Maura a seguirlo a New York per risolvere un caso al di fuori dalle normali indagini di polizia. Il giovane, che vive in Francia, è infatti figlio di un ricco magnate naturalizzato americano, John Maura, detto Little John, immigrato Oltreoceano dalla Francia e riuscito a far fortuna grazie all’industria del juke-box: Jean crede che suo padre sia in pericolo, minacciato da qualcuno o da qualcosa, come traspare dalle lettere che gli scrive, pur senza che in queste si faccia mai cenno a quale realmente il problema. Così Maigret si imbarca con Jean sul piroscafo, salvo perdere le tracce del giovane al suo arrivo a New York. John Maura, dal canto suo, cerca di liberarsi del poliziotto parigino a cui ritiene di non aver nulla da dire. Naturalmente il commissario inizia a indagare per proprio conto, anche grazie a un suo vecchio amico dell’FBI, l’ispettore Michael O’Brien e un bizzarro detective privato ex-clown dalla sbronza triste, Dexter. Maigret si convince che quanto sta accadendo abbia a che fare con fatti accaduti trent’anni prima, all’epoca dell’arrivo di Little John in America in coppia con un amico, Joseph Daumal. I due, prima di intraprendere strade diverse, avevano lavorato come musicisti in uno spettacolo ambulante di varietà, portato in giro per gli States da una compagnia itinerante, e si erano innamorati entrambi della stessa donna, Jesse, la cui sorte è avvolta nel mistero. Un vecchio immigrato di origine italiana, che aveva conosciuto Jesse e i due francesi, viene ucciso prima che Maigret possa interrogarlo. Ma il commissario parigino non demorde e giunge a scoprire la verità. Oltre a essere godibile per l’avvincente intreccio giallo, il romanzo si fa apprezzare per la descrizione della società americana vista con gli occhi di un francese. Una curiosità: Maigret va al cinema a vedere un film con Stanlio e Ollio, e ride fino alle lacrime.

sabato 30 marzo 2019

ARBORETO SALVATICO





Mario Rigoni Stern
ARBORETO SALVATICO
Einaudi, 1996
brossutato, 9 euro


Che libro bello e prezioso. L'idea è semplice e affascinante: raccogliere una serie "ritratti" in prosa dedicati agli alberi che Mario Rigoni Stern (l’autore de “il sergente nella neve”) ha piantato nei pressi della sua casa sull’altopiano di Asiago, o in cui si è spesso imbattuto durante le sue camminate nei boschi, fino al punto da considerarli gente di famiglia o amici, compagni di una vita. Il termine “arboreto” significa appunto “piantagione di alberi”, e “salvatico” è una parola antica, usata nel Rinascimento per “selvatico”, ma che all’autore è piaciuto scegliere per l’assonanza con “salvifico”, cioè: che conduce alla salvezza. In tutto venti alberi, dal larice al ciliegio, passando per i faggio, il tiglio, la betulla, la quercia, il pioppo, l’acero. C’è persino la sequoia, un cui esemplare Rigoni Stern ha piantato ben sapendo di non poter mai arrivare a vederla diventare gigante. Il libro è del 1991, scritto dunque dall’autore ormai settantenne (sarebbe morto nel 2008). Vengono raccontati aneddoti personali e ricordi d’infanzia, che testimoniano il legame tra lo scrittore e ogni singolo albero. Traspare l’amore di Rigoni Stern per le piante del bosco e la sua conoscenza della botanica, vengono ripercorsi miti e leggende. Si respira tutta una sapienza antica di cui il ricordo si sta perdendo. Vien voglia di andare ad Asiago e cercare uno per uno gli alberi di cui l’autore ci parla. Ogni capitolo è molto breve: quattro, cinque pagine. Perciò si può leggerne uno ogni tanto senza timore di perdere il filo. La lettura è gradevole ed emozionante. Peccato soltanto per la mancanza di illustrazioni, perché piacerebbe vedere l’albero, dato che non di tutti i lettori possono recuperare immediatamente l’immagine stampata nella memoria.

venerdì 29 marzo 2019

NON PERDERTI IN UN BICCHIER D'ACQUA



Richard Carlson
NON PERDERTI IN UN BICCHIERE D'ACQUA
Bompiani
2000, brossurato
260 pagine, 6.97 euro

Esiste un filone praticamente inesauribile di manuali per "vivere meglio". Motivazionali, si potrebbe dire. Guide al training autogeno, talvolta, in altri casi saggi di psicoterapia fai da te o semplici elenchi di consigli per imparare ad affrontare le difficoltà della vita. Il primo che lessi, molti anni fa, è diventato un classico: "Le vostre zone erronee", di Wayne W. Dyer, del 1976. Mi colpì moltissimo, devo ammettere. Era un vademecum per liberarsi dai sensi si colpa e dalla dipendenza del giudizio altrui. Scoprii poi che altri americani avevano seguito la falsariga di Dyer dandosi alla stesura di prontuari di tecniche per liberarsi dall'ansia, dallo stress, dalla depressione, dal vittimismo, e da nevrosi di vario tipo. In seguito sono arrivati anche "mental coach" italiani. Non sono un cultore del genere, ma a volte si sente il bisogno di farsi suggerire qualcosa per uscire da qualche vicolo cieco, e in genere questi manuali sono gradevoli da leggere, ricchi di aneddoti e se ne ricava sempre qualcosa. L'importante è non leggerne troppi, altrimenti servirà un manuale per liberarsi dalla dipendenza dalla lettura dei manuali. Le "cento regole per imparare a vivere meglio" (cito il sottotitolo) di Richard Carlson, connettere in "Non perderti in un bicchier d'acqua" (1997) sono semplici suggerimenti di buon senso, del tutto condivisibili. Non prendersela per delle piccolezze; mettersi nei panni degli altri; imparare a vivere nel presente; portare pazienza; fare la pace; accettare la vita com'è; sorridere; non voler avere ragione a tutti i costi; non credersi pieni di difetti; non criticare; scegliere cinque punti su cui essere irremovibile e ammorbidirsi sul resto; rilassarsi; non essere aggressivi; essere flessibili nel cambiamento dei programmi; ignorare i pensieri negativi; essere felici di essere dove si è; essere solidali; accettarsi come si è. Tutti consigli sensati, persino banali, a cui ci si arriverebbe anche da soli, se non ci si perdesse così spesso in un bicchiere d'acqua. 





domenica 24 marzo 2019

MAX BUNKER, UNA VITA DA NUMERO UNO



Max Bunker, una vita da Numero Uno” è il titolo della biografia professionale che ho dedicato a  Luciano Secchi, in arte appunto Max Bunker, pubblicata da Cut-Up e presentata nel corso dell'edizione 2019 di Cartoomics, a Milano, alla presenza dell'interessato. 

L’occasione è stata offerta non soltanto dal cinquentennale di Alan Ford (in edicola dal 1969) ma anche dal fatto che l’autore, classe 1939, è attivo in campo fumettistico fin dal 1959, e quindi festeggia ottanta anni di vita e sessanta di carriera. C'erano dunque tante cose da dire, su un personaggio poliedrico, vulcanico e prolifico quant'altri mai: nessuna meraviglia che ne sia venuta fuori un'opera  di ben 400 pagine: un libro pieno di storie e di personaggi,  compilate scartabellando  tonnellate di fumetti, citando testimonianze, riportando dichiarazioni dell’autore e raccontato cinquant’anni di storia, di politica, di cambiamenti sociali nel nostro Paese e nel mondo, che le sceneggiature bunkeriane hanno fedelmente registrato facendone satira e denuncia. 

Il fumetto italiano non sarebbe stato lo stesso senza la rivoluzione operata da Luciano Secchi attraverso la sua attività di sceneggiatore. Un merito che non riguarda soltanto la sua opera, notevole di per sé per qualità e quantità, ma anche l’impulso dato alla maturazione dell’intero settore, grazie alla lezione tratta dal suo esempio da molti altri autori. Con l’avvento di Kriminal e Satanik (1964), irrompono sulla scena storie che parlano di sesso, di corruzione, di droga, di politica internazionale, di attualità, di fenomeni di costume. Il fumetto descrive per la prima volta la realtà così com’è e non cerca di darne una versione edulcorata. Anche Alan Ford (1969) scandaglia la nostra società ma con gli strumenti della satira e dell’umorismo, riuscendo a far ridere delle miserie di una umanità senza speranza di redenzione. L’innovazione bunkeriana non si manifesta soltanto a livello di contenuti e di problematicità dei personaggi, ma anche nell’uso dei dialoghi e nella scansione di sceneggiatura, che abolisce la ridondanza delle didascalie e procede per ellissi narrative molto sintetiche. Uno stile che continua a manifestarsi anche nelle serie dei personaggi più recenti come quella dedicata alla detective privata Kerry Kross (1994).

Bunker è uno sceneggiatore autore che ho ammirato fin da ragazzi, da quando, nei primissimi anni Settanta, mi sono imbattuto in Alan Ford. Quando ho letto le sue prime storie si firmava in coppia con un altro mio mito, il disegnatore Magnus. Trovavo il loro marchietto con la scritta “Magnus & Bunker” sui fumetti che realizzavano insieme. Poi il sodalizio si ruppe (nel 1975) e io continuai a seguirli separatamente. Scoprii presto i tanti altri fumetti creati da Bunker negli anni Sessanta, da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Maxmagnus, da Maschera Nera a El Gringo, ma mi innamorai anche di “Eureka”, la rivista che Secchi dirigeva. Rimasi folgorato da Daniel, un altro personaggio che ha lasciato il segno nei miei ricordi. La persona che io sono diventato crescendo (bella o brutta che sia) è stata forgiata anche dalle letture bunkeriane. Ho avuto altri maestri, altri punti di riferimento, certamente (Guido Nolitta, Giancarlo Berardi, Alfredo Castelli, solo per fare alcuni nomi), ma senza dubbio Max Bunker ha sempre fatto parte del mio Olimpo personale.


Il mio primo incontro di persona avvenne in un giorno d’estate del 1989, quando ottenni un appuntamento presso la MBP, che aveva sede in Via Fatebenefratelli a Milano. Mi accompagnavano alcuni amici che realizzavano con me “Collezionare”, fummo ben accolti e scattammo la foto qua sopra.  Lo scopo della visita era realizzare una intervista che poi sarebbe stata pubblicata sul n° 21 della rivista “Il Fumetto” (dicembre 1989). La intitolai “Il Bunker dei fumetti”. Qualche anno dopo, nel 1994, entrato a far parte dello staff organizzativo del Salone del Fumetto e del Fantastico di Prato (una manifestazione di grande successo che oggi non c’è più), mi trovai ad allestire, con Francesco Manetti e Saverio Ceri, la mostra “Alan Ford Venticinque”. Riuscimmo a ricostruire il set del Negozio di Fiori, e proprio in quella scenografia esponemmo delle vivaci sagome degli agenti del Gruppo TNT e tavole delle storie più importanti. Max Bunker fu ospite della kermesse insieme a Paolo Piffarerio (di spalle nella foto sotto). Da quel momento in poi sono sempre rimasto in contatto con lui, che mi ha voluto affidare le prime cento introduzioni ai volumi della collana “Alan Ford Index” della Mondadori.  




giovedì 21 marzo 2019

GERIATRIC COMIC HEROES




Moreno Chiacchiera
GERIATRIC COMIC HEROES
Demential Books
2018, brossurato,
48 pagine, 15 euro


Esilaranti. Questo il miglior aggettivo per definire le vignette con cui Moreno Chiacchiera si diverte a proporci la sua versione dei più famosi eroi dei fumetti in versione geriatrica, pronti per la casa di riposo. Da Yellow Kid a Zagor, da Tex a Capitan America, da Zorro a Silver Surfer passando per i Peanuts e Corto Maltese, eccoli con il pancione, la flebo, gli occhiali spessi due dita, senza denti, con il bastone o la sedia a rotelle. Si ride per catarsi, oltre per il talento grafico di Chiacchiera e il suo spirito caustico. Mi è stata chiesta una prefazione, che ho scritto volentieri: la ripropongo qui di seguito.

I VENTI MANCAMENTI
di Moreno Burattini

Una cosa che colpisce chi legge volentieri gli aforismi citati su Facebook o su Twitter è che i più belli li ha scritti Anonimo. Anonimo è anche l’autore della massima secondo la quale un uomo si giudica dalla grandezza del suo nome. Ebbene, sono arrivato alla conclusione che sia vero, e se c’è un nome che depone in favore di chi lo porta, quello è Moreno. Son tutti bravi a chiamarsi Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma Moreni si nasce. Si vede un Moreno in faccia e si capisce subito che quel tale deve per forza chiamarsi così. Tutti i Moreni sono persone speciali e d'ingegno fuori dal comune, e lo dico con il massimo dell’obiettività (come potrebbe essere altrimenti?). Se poi al nome Moreno si abbina un cognome importante, è il massimo. Son tutti bravi a chiamarsi Rossi, Bianchi e Verdi. Ma provate a chiamarvi Moreno Burattini o Moreno Chiacchiera. Chiacchieriamo un po’ di quest’ultimo. Tanto per cominciare esiste veramente. Cioè, non è che mi sono inventato tutto questo discorso per fare lo spiritoso, citando un nome buffo come Guido La Vespa o Remo La Barca. Moreno Chiacchiera c’è. Umbro di Foligno, classe 1957, persona di grande umanità e simpatia, faccia da attore comico, illustratore umoristico di prim'ordine noto e attivo soprattutto all'estero (Inghilterra, USA, Canada, Australia, Giappone, Spagna, Francia, Austria, Paesi Arabi). Illustra libri per ragazzi con garbo e ironia, e basta vedere una delle sue opere per rendersi conto del suo talento. Pubblica però anche libri di vignette singole (come questo) e sa far ridere con una sola immagine, regolarmente azzeccata. Il volume che avete fra le mani è, tuttavia, evidentemente autobiografico. Ormai incalzato dall’età, Moreno Chiacchiera ha cercato di consolarsi dei propri dolori reumatici, delle cispe agli occhi e del naso gocciolante rendendone vittime anche gli eroi dei fumetti e dei cartoni animati, quelli che per consolidata tradizione non invecchiano mai. Disegnando uno Zagor che, avanti con gli anni, non riesce neppure più ad alzare la scure, Moreno sogghigna e meglio sopporta il fatto che lui stesso faccia fatica a portare in giro la cartelletta dei suoi disegni. Come dargli torto? Del resto un detto popolare, probabilmente scritto da Anonimo, vuole che mal comune sia mezzo gaudio. E siccome anch’io comincio a perdere denti e capelli, rido nel vedere Wile E. Coyote ridotto a dare il becchime al Road Runner sulla panchina dei giardinetti. Sia ben chiaro tuttavia che tutti i Moreni restano dei fenomeni a letto, a dispetto dell’età. Su questo non si scherza. Anonimo deve aver scritto anche un proverbio toscano che recita, più o meno, “la vecchiaia ha diciannove mancamenti, più la gocciola al naso che son venti”. Venti sarebbero insomma i malanni che affliggono i vecchi. Nelle vignette di questo libro c’è sicuramente tutto il campionario. Ma siccome i Moreni sono tutti colti e letterati, soprattutto i toscani e gli umbri (sempre detto con il massimo dell’obiettività), citerò un poeta sconosciuto a tutti quelli che non si chiamano Moreno, e cioè Francesco d’Altobianco Alberti. Vero che non avete idea di chi sia? Eh, lo sapevo. Consultate Wikipedia. Sappiate però che è un poeta fiorentino del Quattrocento (1401-1479) e che nella sua poesia numerata LXXXVII (sarebbe 87, per i non Moreni) si legge questo verso: “vecchiezza è mal che volentier si cerca” - ed ecco un altro buon aforisma che potrebbe essere attribuito ad Anonimo. Dopodiché il poeta procede a elencare i mancamenti della vecchiaia. Al vecchio “gocciola il naso e raccorcia il vedere”, e fin qui pazienza. Ma poi eccolo puzzare: “lezzisce e fastidioso è come becco”, cioè tanfa come un caprone. “Vedesi il cervel quando isbadiglia”, e qui ci si può figurare lo sbadiglio di uno senza denti. “Dolgongli i lombi e deboli ha le schiene” e ma anche “par ch’ogni giuntura sia sconnessa”, mentre fatalmente “rinfresca un nuovo mal, se l’altro cessa”. Insomma, non so se Francesco d’Altobianco Alberti volesse scrivere una poesia seria e drammatica sui dolori della quarta età, o se il suo scopo fosse di far ridere. Di sicuro, quando il professor Mario Martelli ce la lesse durante una lezione universitaria, noi studenti dell’ateneo fiorentino dei primi anni Ottanta ci raggomitolammo dal ridere. Eravamo giovani e non immaginavamo che il naso un giorno avrebbe gocciolato anche a noi.

mercoledì 20 marzo 2019

LE EROTICOMICHE






Davide Barzi
Oskar
LE EROTICOMICHE
Cut-Up
2019, cartonato
80 pagine, 20.90 euro

Grazie a Cut-Up è finalmente stato consentito a noi, lettori italiani non non in grado di seguire tutta la straripante produzione a fumetti in lingua francese, di scoprire la gran quantità di tavole realizzate per il mercato d’Oltralpe dai due italianissimi e intraprendenti Davide Barzi e Oskar (Oscar Scalco). Lo scorso anno, infatti, Cut-Up aveva pubblicato la divertente serie “Sessantotto e dintorni” (di cui ci siamo già occupati in questo stesso spazio), adesso è la volta di “Le Eroticomoiche”. Il titolo è tutto un programma: si scherza sul sesso, privilegiando quello bizzarro, ma senza calcare troppo la mano, restando ilari e leggiadri, sia nei testi che nei disegni. Disegni molto maliziosi, ma del tutto in sintonia con la linea grafica della BD umoristica, al punto che si potrebbe scambiare Oskar per un parigino. In tutto, sessantaquattro tavole autoconclusive risalenti ai primi anni Duemila, raccolte in un volume di ottima fattura di corredato da una prefazione (mia) e una introduzione (di Davide Barzi) e da molti schizzi inediti del disegnatore. Qui di seguito riporto qualche estratto appunto dal mio testo che apre il libro, intitolato “Sesso Matto”.
“Sesso matto” è un film comico a episodi del 1973 diretto da Dino Risi. Gli episodi sono nove, e di tutti sono protagonisti, interpretando personaggi diversi, Giancarlo Giannini e Laura Antonelli. Chissà se in tempi bacchettoni come quelli che stiamo vivendo un film sul sesso bizzarro potrebbe trovare produttori, distributori e pubblico. Del resto, da molto tempo in Italia sono persino sparite ai cinema le commedie erotiche, come “L’infermiera di notte” (1979) dove il dottor Nicola Pischella (Lino Banfi) assume per fare da badante notturna al vecchio zio Saverio (Mario Carotenuto) la bella Angela (Gloria Guida). Risate e strip tease erano garantiti. Bei tempi che furono, quelli delle commedia sexy che ha fatto la storia del cinema italiano quando ancora i film incassavano qualche spicciolo (non solo con Gloria Guida ma anche con Edwige Fenech, Annamaria Rizzoli, Nadia Cassini, Agostina Belli e chi più ne ha più ne metta). Fuori dai cinema si potevano anche esporre quei manifesti un po’ scollacciati che oggi causerebbero l’intervento della buoncostume allertata dall’Associazione Genitori e dall’Esercito della Salvezza. Oggi non si può neppure ammirare il lato B di una concorrente al titolo di Miss Italia (l’inquadratura posteriore è stata vietata, in attesa che venga vietato tutto il concorso). Pare che persino nelle telecronache dagli stadi non sia più possibile zoomare su una procace spettatrice che incita dagli spalti la propria squadra (c’è stata una polemica riguardo a questo durante i mondiali di calcio svoltisi in Russia nel 2018). Le donne che hanno impiegato millenni per avere il diritto di spogliarsi a loro piacimento, oggi si vedono invitare a rivestirsi proprio dalle femministe, secondo le quali mostrarsi scollacciate significa, non è ben chiaro perché, favorire il sessismo: quasi sia un reato (o un peccato?) per un uomo ammirare la bellezza muliebre o, per una donna, lasciarsi ammirare. Quel che è peggio, sul sesso non si può più neppure scherzare. Lo dico da autore di vignette sboccate pubblicate sul “Vernacoliere” di Livorno (io scrivo i testi, James Hogg li disegna), giornale satirico su cui, per tradizione, si ride anche sul sesso. 
“Sesso matto”, si diceva. Già, perché il sesso goduto in chiave ludica è del resto la morte sua, o meglio, la vita sua. Del resto dovrebbe avercelo insegnato il Sessantotto e la rivoluzione sessuale, che inneggiavano al free love vissuto nella più gioiosa delle maniere. Il sesso, avevamo imparato negli anni Settanta, doveva essere libero, disinibito e felice, goduto con il sorriso sulle labbra, con la massima naturalezza possibile. Si poteva scherzarci su, come dimostravano per esempio serie a fumetti come le “Biancaneve” di Rubino Ventura e Leone Frollo. Un vero e proprio fenomeno di costume del quale anche la stampa più accreditata, che di solito ignora pervicacemente i fumetti, non poté fare a meno di occuparsi: sul numero del 23 agosto 1973 di Panorama apparve un articolo di Marco Giovannini intitolato "C'era una pornovolta" in cui si esaminavano le caratteristiche del nuovo genere. Veniva offerta anche una precisa indicazione circa l'elemento ispiratore da cui la rivisitazione erotica della narrativa per bambini avrebbe avuto origine: "L'idea delle sexy-favole l'ha data Fritz, il gatto playboy di Robert Crumb". In effetti il personaggio, creato nel 1968, aveva goduto di una clamorosa notorietà proprio nel 1972 allorché era stato trasportato sullo schermo da Ralph Bakshi in un film che fece il giro del mondo: fu la prima pellicola a disegni animati vietata ai minori, costò poco più di un milione di dollari e ne incassò oltre venti. Ma c'è dell'altro: senza voler chiamare in causa la poesia goliardica che dai Carmina Burana in poi si è divertita nel corso dei secoli a dissacrare le forme poetiche più accademiche esaltando i piaceri immediati e concreti della vita quali le donne ed il vino, e senza essere costretti a far riferimento ad alcuni cartoni animati provenienti dai paesi scandinavi in cui molte fiabe erano rivisitate con l'aggiunta di piccanti spunti erotici, inevitabile mi sembra un accenno alle provocanti parodie disneyane di Wally Wood ed alle sue audaci Far Out Fables (Controfiabe) pubblicate tra il 1965 e il 1967 negli Stati Uniti sulla rivista Cavalcade Insomma, il sesso è bello e ci si poteva giocare. Ci si può ancora, basta non pubblicare un seno nudo su Facebook, peccato che può portare a venire bannati a vita. Evviva dunque le facete e piccanti storielle di Davide Barzi e del fido Oskar, che hanno trovato spazio in Francia e che adesso Cut-Up recupera in Italia, per la prima volta in volume, a sprezzo del pericolo.

martedì 19 marzo 2019

UNA TESTA IN GIOCO




Georges Simenon
UNA TESTA IN GIOCO
Adelphi
1995, brossurato
160 pagine 10 euro


I gialli di Maigret si divorano come ciliegie e uno tira l'altro.  Peraltro, prima di essere gialli di Maigret sono romanzi di Georges Simenon, uno scrittore superlativo anche quando non mette in scena il suo commissario. "Una testa in gioco" è il quinto titolo della serie del burbero poliziotto del Quai des Orfèvres, sede della polizia parigina, iniziata nel 1929. Venne scritto nel 1931 con il titolo "La tête d'un homme", tradotto in italiano in tre diverse maniere ("Maigret e la vita di un uomo", "Maigret e una vita in gioco" e "Una testa in gioco"). L'inizio è decisamente insolito: non si comincia con il ritrovamento di un cadavere ma con l'evasione di un condannato a morte dal carcere di massima sicurezza. E scopriamo quasi subito che a far fuggire Joseph Heurtin, ritenuto colpevole per l'omicidio di due donne in una villa si Saint-Cloud, è stato nientemeno che Maigret. Il commissario, benché autore dell'arresto di Heurtin, è invece convinto della sua innocenza (nonostante le prove schiaccianti) e crede fermamente che lasciandolo libero Joseph finirà per portarlo dal vero assassino. Per tutto il romanzo Maigret sembra non sapere che pesci pigliare: l'evaso, seguito dai poliziotti del commissario, vaga senza meta. Poi, a un certo punto, una traccia conduce al caffè Cupole, dove Maigret viene praticamente abbordato da un giovane cecoslovacco, Jean Radek. Costui è personaggio complesso e border lei che sembra del tutto estraneo alla vicenda ma che pare sfidare il commissario e si direbbe condurre il gioco facendosene beffe. In realtà Maigret ha ingaggiato una raffinata partita sul piano psicologico e intellettuale, che si rivelerà soltanto alla fine, quando scopriremo che il gioco, in realtà, era condotto proprio da lui. Che Simenon abbia caratterizzato il "metodo Maigret" come una sofisticata analisi psicologica dei personaggi, è noto. Ma in questo romanzo la gara fra due cervelli sopraffini è particolarmente audace.

domenica 17 marzo 2019

SENZANIMA: FAME



Luca Enoch
Stefano Vietti
Ivan Calcaterra
SENZANIMA: FAME
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
80 pagine, 16 euro


"Nei due anni precedenti il giorno della mia salvezza, perché così mi piace ricordarlo, prima che la mano di nonno Herion mi strappasse da quell'inferno, io vissi una delle più incredibili avventure che a un ragazzo di campagna possa mai capitare di vivere". Queste parole di Ian Aranill, alias Dragonero, introducono il senso dell'intera miniserie intitolata "Senzanima", di cui "Fame" è il secondo episodio, presentato in veste di volume cartonato al pari del primo, a distanza di un anno (nelle due edizioni consecutive di Lucca Comics & Games 2017 e 2018). La collana proseguirà ancora a lungo, essendo previsti almeno 12 titoli a completamento di un primo arco narrativo che potrebbe avere, comunque, un ulteriore seguito. "Senzanima" è il nome di mercenari, a cui si è unito il giovane Ian, in un suo passato precedente alle avventure raccontate nella serie mensile degli albi da edicola. Il ragazzo è fuggito dal castello di famiglia dopo un litigio con il padre e si trova proiettato in un mondo crudele e spietato, in mezzo a compagni d'arme rudi e senza cuore (senza anima, appunto). "Il progetto è nato a cauda dell'esigenza, che da tempo io e Luca sentivamo, di creare e muovere personaggi senza mezzi termini dentro un contesto narrativo 'cattivo'", dichiara Stefano Vietti nell'intervista a corredo del volume. In effetti tutto è raccontato senza mezzi termini, in linea con lo standard della nuova linea "Audace" della Bonelli (a cui "Senzanima" non appartiene, almeno come marchio, ma rispetto alla quale c'è comunanza di intenti). Il titolo "Fame" rimanda alla al dato storico (reale anche se qui rivisitato nel "medioevo" fantastico del mondo di Dragonero) delle razzie compiute per secoli dagli eserciti in transito, nelle campagne e nelle città. Ian e due compagni, coetaneo Burba e lo spietato Carogna, vengono spediti in cerca di villaggi da saccheggiare per rifornire di sorte la banda, e si imbattono in una fattoria abitata solo da donne, dove li attende però l'orrore. C'è un po' de "I figli del grano" di Stephen King, nella filigrana della vicenda. Colpiscono le parole della matriarca della comunità, quando accusa i mercenari: "Arrivate e prendete tutto... il grano, le bestie, gli uomini. Lasciate solo la miseria". Graffianti i disegni di Ivan Calcaterra, cupi ma adatti allo scopo i colori di Andres Mossa.

venerdì 15 marzo 2019

RENZO, LUCIA E IO






Marcello Fois
RENZO, LUCIA E IO
add editore
2018, brossurato
140 pagine, 13 euro


"Perché, per me, I Promessi Sposi sono un romanzo meraviglioso". Questo il sottotitolo scelto da Marcello Fois (Nuoro, 1960) per il suo brillante e godibilissimo saggio. Un sottotitolo che potrebbe meravigliare i tanti studenti (ed ex-studenti) con il dente avvelenato contro Alessandro Manzoni per l'obbligo scolastico della lettura del suo capolavoro. Sarà che a me "I Promessi Sposi" è piaciuto anche ai tempi del Liceo, ma sono d'accordo con Fois: romanzo meraviglioso. Leggendo le pagine dello scrittore sardo si trovano mille motivi per apprezzare il racconto manzoniano. Fois aggiunge note autobiografiche a quelle critico-letterarie, dimostrando come certe letture abbiano influenza e riscontro nelle vite di ognuno di noi. Punto di partenza della disamina è il preciso intento di Manzoni di creare, mettendola a disposizione di tutti attraverso lo strumento del romanzo, una lingua condivisa. Poi vengono passate in esame, con acutezza, le caratteristiche dei vari personaggi di cui si scopre, o si riscopre, la modernità. Infine, è interessante la sinossi con le frasi manzoniane tratte da "I Promessi Sposi" entrate nel linguaggio comune, da "questo matrimonio non s'ha da fare" a "e la sventurata rispose". Colpisce chi ama i fumetti che anche l'esclamazione texiana "Tizzone d'inferno" derivi dal Manzoni.

venerdì 8 marzo 2019

SILENZIO! PARLA TEX



Antonio Tentori

SILENZIO! PARLA TEX

Castelvecchi

Prima edizione novembre 1998

Brossurato – 130 pagine – lire 14000

 

Antonio Tentori, noto critico cinematografico con una spiccata predilezione per i film di genere, ha raccolto in un agile volumetto “massime, pensieri e filosofia del più amato ranger del West”. Cioè, appunto, Tex Willer. Rigorosamente in ordine cronologico, in “Silenzio! Parla Tex” si citano brani di dialogo tratti dalla saga di Aquila della Notte, quelli da cui è più facile capire di che pasta sia fatto il nostro eroe. L’operazione, di per sé meritoria e senz’altro encomiabile, si presta tuttavia a qualche benevola critica. Innanzitutto manca un pur breve saggio di commento che serva a ricavare una summa dalla raccolta di massime texiane, tirando le fila da tutta la documentazione fornita e giungendo a concludere quale sia dunque, in sintesi, la filosofia dell’eroe (la nota dell’Autore in apertura è del tutto insufficiente a questo riguardo). In secondo luogo, i pensieri di Tex non hanno titoli indicativi dei contenuti e non sono organizzati per argomento neppure in un indice che permetta di rintracciare citazioni in caso di bisogno. Infine, i dialoghi riportati sono piuttosto lunghi e articolati non si individuano aforismi più sintetici e fulminanti (come pure sarebbe stato possibile). Senza che la cosa rappresenti necessariamente un difetto, c’è poi da notare come solo una quindicina di pagine siano dedicate ai Tex da 1 a 100 (e soltanto 6 ai primi 50 numeri), quelli più ricchi di storie e di tavole e soprattutto pieni di frasi tipiche alla Giovanni Luigi Bonelli, mentre quasi tutto il resto del volume è dedicato a dialoghi di Nolitta e Nizzi e di sceneggiatori ancora più recenti.  Così non viene sottolineato abbastanza il modo del tutto nuovo di Bonelli padre di utilizzare i dialoghi, rendendoli vivi e coloratissimi tanto quanto erano convenzionali e castigati quelli degli eroi concorrenti. "Io, quando incontro dello sterco sulla mia strada, mi limito a deviare quel tanto che basta per non insudiciarmi gli stivali", testuali parole di Tex che possono servire da paradigma per inquadrare la situazione, e che qui – purtroppo – non vengono citate. Per fortuna, a Bonelli figlio e a Claudio Nizzi viene riconosciuto implicitamente il merito di aver approfondito la psicologia del personaggio soprattutto confrontandola in modo più problematico con la realtà storica, politica e sociale, anche se comunque essi hanno ereditato un character la cui filosofia di fondo era già stata scolpita nella pietra (a propria immagine e somiglianza) dal grande vecchio. Quando parlava Tex, in realtà parlava lui.


domenica 3 marzo 2019

PANTA REI



Luciano De Crescenzo
PANTA REI
Mondadori
Prima edizione - Novembre 1994
cartonato con sovraccoperta - lire 25.000

Con questo volume Luciano De Crescenzo proseguiva, nel 1994, la sua personalissima  opera di divulgazione della filosofia greca, a cui la napoletanità lo fa sentire per indole particolarmente vicino.  Altri libri simili sarebbero seguiti, per molti anni, alcuni riusciti, altri meno, con puntate anche nella letteratura ellenica ("Nessuno" tratta dell' "Odissea") e nella filosofia latina (si è occupato, per esempio, di Seneca). Però, se nei precedenti volumi della "Storia della Filosofia Greca" l'impianto era più organico e la trattazione degli argomenti seguiva un gradevole filo logico, "Panta Rei" sembra un'accozzaglia disomogenea di capitoli dove tutto si mescola a tutto. Forse proprio in ragione dell'argomento: la teoria del "panta rei" di Eraclito, il filosofo si cui De Crescenzo punta la sua attenzione, noto non solo per la sua convinzione che tutta la realtà sia un divenire, ma anche che il mondo si basi essenzialmente sull'eterna lotta dei contrari e che il fuoco sia l'elemento ultimo delle cose. Chissà: De Crescenzo magari ha voluto che il suo libro su Eraclito fosse informe proprio per renderlo aderente alle tesi dell' "Oscuro" (questo l'aggettivo comunemente attribuito al filosofo); fatto sta che trasportare idealmente il pensatore greco nei nostri giorni, portarlo a mangiare spaghetti, poi metterlo a confronto con altri suoi colleghi in un talk-show di Maurizio Costanzo, usarlo per criticare Berlusconi, quindi mettersi a commentare senza troppo rigore i suoi frammenti (Eraclito non ci ha tramandato opere complete, ma solo massime sparse, per la maggior parte assai criptiche), sorte l'effetto di disturbare il lettore desideroso di ordine e chiarezza, e data l'opera (a distanza di venticinque anni si perdono i punti di riferimento). Non mancano, tuttavia, i pregi. De Crescenzo ha la penna felice e riesce sempre ad accattivarsi l'attenzione del suo pubblico. La sua interpretazione di frammenti apparsi indecifrabili per secoli ai più è spesso e volentieri molto gradevole e funzionale. Riuscire a parlare con tanta facilità di un pensatore enigmatico e ostico come Eraclito è senz'altro opera lodevole, ma secondo me tutto ciò avrebbe potuto essere meglio organizzato in un discorso che avesse un inizio e una fine, come appunto De Crescenzo aveva saputo fare in altre sue opere di divulgazione filosofica.

Una nota di merito va al capitolo iniziale, che vale da solo l'acquisto del volume: il "panta rei" di Eraclito viene applicato al tempo, che scorre e fa cambiare le cose attimo dopo attimo. L'autore trascrive spezzoni di frasi dette e sentite da quando era ragazzo fino ad oggi, in un gioco stordente e malinconico, metafora della vita.