martedì 3 maggio 2016

FOLLIA



Patrick McGrath
FOLLIA
Adelphi
Diciottesima edizione novembre 1999
brossurato - 304 pagine
lire 32.000

"Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca".  Queste sono le parole con cui comincia il romanzo di Patrick McGrath, con pratogonista appunto Stella, moglie del vicedirettore di un manicomio, Max, uomo fondamentalmente inetto, tanto preso dalle sue ambizioni professionali e di carriera quanto succube di una madre ricca e altezzosa quanto, soprattutto, distratto nei confronti della consorte. “Stella era una donna profondamente frustrata, che subì le prevedibili conseguenze di una lunga negazione e crollò di fronte a una tentazione improvvisa e soverchiante – scrive Mc Grath nei panni dell’io narrante, l’anziano psichiatra Peter Cleave - Come se non  bastasse, era una romantica. Traspose la sua esperienza con Edgar Stark sul piano del molodramma, facendone la storia di due amanti maledetti che sfidano il disprezzo del mondo in nome di una grande passione”.  Stella Raphael, vivendo con il marito all’interno del manicomio dove questi lavora, conosce uno dei pazienti lì ricoverati, che sta abbastanza bene da poter godere di una certa libertà fra le mura dell’ospedale e viene addirittura impiegato dal marito Max per restaurare una vecchia serra del giardino, visto che l’uomo, Edgar Stark, è un artista. Egdar è dentro per aver ucciso la moglie, vittima della sua folle gelosia. E’ attraente e interessante, e Stella ne subisce il fascino. Fra i due nasce una storia d’amore e di passione, ma dai risvolti indubbiamente patologici. Il pazzo, ché di pazzo si tratta, evade dal manicomio e di lì a poco Stella lo raggiunge, fugge dal marito e dal figlio e comincia a vivere una vita abbrutita nei sobborghi più squallidi di Londra, senza alcuna prospettiva e senza alcuna attesa per il futuro, paga solo del rapporto totalizzante con lui, in un drammatico crescendo di degrado fisico e psichico. Edgar peraltro, pur riprendendo a esprimersi da grande artista qual è, comincia a manifestare di nuovo i segni del suo squilibrio, al punto che Stella se ne spaventa e alla fine fugge, senza però riuscire al troncare un legame psichico deviato. Quando Stella torna da Max, la cui carriera è rovinata, per un intero inverno vive con lui, che cerca inutilmente di recuperarla alla “normalità” della sua mediocrità, in stato quasi catatonico, finché una tragedia la porta a essere internata a sua volta nel manicomio di Peter Cleave: il figlio Charlie cade in uno stagno e lei non fa nulla per salvarlo. Le cure di Peter sembrano recuperarla all’equilibrio mentale, e il vecchio amico pensa addirittura di prenderla a vivere con sé, ma solo quando è ormai troppo tardi si rende conto che la donna sta fingendo la sua guarigione, mentre in realtà è ancora Stark che vagheggia, e non potendolo riavere (Edgar è stato riacciuffato ed chiuso a sua volta nello stesso manicomio) preferisce suicidarsi. Il romanzo è molto coinvolgente e a tratti inquietante (l’unico punto debole è, a mio avviso, il proposito di Cleave di sposare Stella) e serve a gettare una luce sinistra sull’aspetto “patologico” dell’amore, dimostrando come l’innamoramento non sia sempre (anzi, secondo alcuni psicologi non lo è mai) segno di salute e di gioia, ma anzi possa assumere a volte (anzi, secondo alcuni sempre) le valenze della follia e dell’insania.

martedì 26 aprile 2016

NON E’ SUCCESSO NIENTE



Tiziano Sclavi
NON E’ SUCCESSO NIENTE
Arnoldo Mondadori Editore
Prima edizione 1998
cartonato - 422 pagine -  lire 32000

La copertina, che vale da sola l’acquisto del libro, è una citazione da Roland Topor. A prima vista sembra solo tutta bianca, poi, guardando meglio, si capisce che riproduce la grafica di un quotidiano. In alto, al posto della testata del giornale, il nome dell’autore. Poi, come un titolo a otto colonne, “Non è successo niente”. Il resto è bianco di conseguenza, come lo sarebbe un quotidiano in un giorno in cui non ci sia niente da raccontare per mancanza di notizie. Sotto la copertina, il più corposo romanzo di Sclavi (il creatore di Dylan Dog), dalle dimensioni quasi kinghiane. Il più scorrevole, il più coinvolgente, il suo migliore. Non si capisce però perché nei risvolti di copertina si parli come se fosse un racconto brillante, divertente, quasi umoristico. Al contrario, è drammatico e disperante. Mette addosso un’angoscia indicibile. L’autore si libera delle proprie nevrosi raccontandole impietosamente, e le trasmette a chi legge. Non c’è niente da ridere. Neppure negli aforismi. “Dio c’è. Adesso si tratta solo di trovarlo e riempirlo di botte” (ma è di Sclavi o è una citazione? La domanda non è balorda): sarebbe un perfetto sottotitolo.  
Scrivere “Non è successo niente” è sicuramente servito all'autore più di una serie di sedute psicanalitiche (quelle che, dopo decenni, oggi in una intervista dice di aver interrotto perché tanto hanno lo stesso effetto degli psicofarmaci, cioè nessuno). Infatti Sclavi, nel suo romanzo, non inventa nulla, o quasi. Parla di sé stesso e di chi gli sta abitualmente vicino, come se fosse sul lettino di Freud, semplicemente cambiando i nomi, e a volte neppure quelli. Mi chiedo anche che effetto faccia la lettura di questo libro a qualcuno che non conosca l’autore, né capisca che dietro a ogni personaggio c’è una persona reale (facile da riconoscere). In questo, “Non è successo niente” rappresenta il seguito perfetto de “Le etichette delle camicie” (o forse il suo inevitabile sviluppo). Come nel romanzo precedente, Sclavi si è sdoppiato in tre (se in tre ci si può sdoppiare, e non solo in due). E’ Tiziano Sclavi, autore del seguito di “Dellamorte Dellamore” inviato in lettura a un altro sé stesso; è lo scrittore Cohan; ma è anche Tommaso Carta, autore di fumetti alcolizzato, caduto in un abisso di disperazione e ormai incapace di scrivere una riga. Tommaso Carta, abbreviato in Tom così come Tiziano, in redazione, era abbreviato in Tiz, era il protagonista de “Le etichette delle camicie” e anche lì faceva l'autore di fumetti, creatore di una serie che vendeva oltre trecentomila copie a numero,  ma caduto in crisi creativa per qualcosa che non va nella sua testa, un disagio esistenziale senza cause precise, dovuto a mille, piccole cose come le etichette delle camicie che pungono sul collo
Sembra che Sclavi abbia voluto intenzionalmente scindere nettamente l'autore di fumetti da quello dei romanzi. In ogni caso Cohan vive sugli allori di passati successi, è vittima di nevrosi, manie, fobie, non lavora, va dall’analista, non vorrebbe mai uscire di casa, convive con una donna più giovane di lui che è la sua ragione di vita ma anche l’oggetto del suo terrore che lei si stanchi e lo lasci. Anche lei, un bel campionario di follie. Sclavi racconta delle proprie manie di autodistruzione, delle sigarette spente sul proprio corpo, dei tentativi di suicidio, delle cure con l’elettroshock. Racconti allucinanti, disperati, sconvolgenti, che non fanno dormire se solo ci si sofferma a pensare. A sostenere la non-trama (del resto, non è successo niente) il “giallo” di Paride, commercialista che trama una truffa miliardaria ai danni di Carta, di Cohan, dell’editore Ravasciò, e di tutti i dipendenti di una (chissà quale) casa editrice. Eccezionali le pagine in cui si racconta della scoperta degli ammanchi e di Paride messo di fronte alle proprie responsabilità, la descrizione delle sue reazioni, del tipo d’uomo. Meno male che alla fine c’è una speranza di redenzione sia per Tom Carta e per Cohan: il primo si libera dall’alcool frequentando gli “Alcolisti Anonimi” (ma che dramma anche quelle riunioni!); il secondo sposa la sua convivente e trova la forza di uscire fuori dalle proprie fobie. Per finire, ci sono da notare gli artifici grafici mediati dal fumetto con cui si esprimono le frasi gridate o pronunciate in un certo modo: maiuscole, neretti, sottolineature. E i neologismi, tutti fantastici, fanno rimpiangere che Sclavi abbia deciso, dopo questo romanzo, di non scrivere (quasi) più.

lunedì 25 aprile 2016

CHE DICE LA PIOGGERELLINA DI MARZO



CHE DICE LA PIOGGERELLINA DI MARZO
a cura di Piero Manni
Manni
2016, brossurato
200 pagine, 16 euro

"Le poesie dei libri di scuola degli anni Cinquanta" (come recita il sottotitolo) vengono recuperate in un volume antologico per la gioia dei ragazzi che furono, e magari anche per quella dei ragazzi che sono. L'idea, di per sé, vale il massimo dei voti. La realizzazione, un po' meno. Vediamo perché. Il florilegio è chiaramente nato per suscitare ricordi a cascata sull'onda del richiamo mnemonico delle poesie che le maestre (Dio gliene renda merito) ci facevano  imparare a memoria. Quelle rime (qui ci si riferisce agli anni Cinquanta, ma anche nei testi che ho avuto io a cavallo fra i Sessanta e i Settanta più o meno erano le stesse) ci sono rimaste in mente e ancora oggi ci fanno compagnia, non soltanto con la loro musicalità e cantabilità (la metrica è uno strumento musicale al servizio della poesia e non una prigione o un limite), ma anche per i loro contenuti: il sacrificio dei trecento "giovani e forti", le sofferenze di Venezia quando il morbo infuriava e il pane mancava, il girovagare di Maria e Giuseppe tra gli alberghi di Betlemme finché il campanile non scocca la mezzanotte santa. E tutti abbiamo disegnato le tre casettine dai tetti aguzzi di Rio Bo. Dunque, se tutto questo è bello, perché pubblicare una introduzione di Piero Dorfles che ritiene certe letture "inflitte", giudica i versi venati di "romanticismo stantio", e pieni di "visioni decadenti e retorica sentimentale e patriottica"? Perché liquidarne la lingua come "aulica e artificiosa", che "non parlava più nessuno nemmeno nei ministeri"? La lingua, si badi bene, di Pascoli, Carducci, Manzoni, Giusti e Palazzeschi (per citare alcuni dei poeti rappresentati). Forse, mi chiedo, la lingua di Mario Luzi oggi la si parla correntemente? E Gadda (citato come esempio alternativo dal Dorfles) lo si può leggere con facilità in ogni consesso? Non nego che i bambini debbano venire educati al passo con i loro tempi, ma perché mai negli anni Cinquanta sarebbe stato un male imparare a memoria "La cavalla storna", che ancora oggi farebbe la sua bella figura nei libri di testo? Insomma, come introduzione a in libro velato di nostalgia serviva (secondo me, e parlo da vecchio bambino) un testo più benevolo verso i contenuti della raccolta. Meglio non va con le note di Piero Manni ai singoli componimenti.
Commentando "Pianto antico" si cita una barzelletta, in chiosa del De Amicis si dice che è sdolcinato, di Ada Negri si sottolinea solo che fu "fascistissima" (immagino valga anche per il D'Annunzio), di Papini si nota che fu il nonno di Ilaria Occhini, di Pascoli il massimo che si arriva a commentare è che è mieloso e mellifluo e niente viene detto per esempio sulle circostanze della morte del padre del poeta che portarono a scrivere della cavallina che ne riportò il cadavere. Naturalmente, per il curatore, l'unica cosa che importa sapere riguardo a "L'ultima ora di Venezia" è che sia stata citata da Franco Battiato nella sua "Bandiera bianca". Le spiegazioni sono poche e occasionali: non si capisce perché si tracci una breve biografia di uno e non di un altro autore, perché sia accenni al fatto storico alla base de "La tomba nel Busento" e non de "La spigolatrice di Sapri". Si resta con la voglia di sapere perché Ada Negri fu "fascistissima" (che avrà mai fatto?) e ci si domanda invano come mai dopo averci spiegato cosa c'è alla base della Ballata del Prode Anselmo di Giovanni Visconti Venosta lo stesso trattamento non sia riservato a "Sant'Ambrogio" di Giuseppe Giusti (che fosse, il curatore, in tutt'altre faccende affaccendato?). Insomma, le poesie si leggono tutte con piacere, l'apparato critico lascia molto a desiderare. Speriamo in una racconta di rime tratte dai libri di scuola degli anni Sessanta, in cui si scopra qualcosa di più su Angolo Silvio Novaro, l'autore dei versi sulla pioggerelina di marzo, che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto, sui bruscoli secchi dell'orto, sul fico e sul moro ornati di gemmule d'oro.

domenica 24 aprile 2016

ALFREDO CASTELLI: IL PREQUEL



ALFREDO CASTELLI: IL PREQUEL
di Alfredo Castelli
Comic Out
2015, brossurato
100 pagine, 12 euro

Volume decisamente inconsueto nel contesto della mai abbastanza lodata collana "Lezioni di fumetto": non si tratta infatti di un libro intervista né di un saggio su, ma di una autobiografia professionale riguardante il periodo in cui l'autore non aveva ancora fatto del fumetto la sua professione. Una cosa, insomma, che poteva venire in mente soltanto ad Alfredo Castelli. O quanto meno, che soltanto i Buon Vecchio Zio Alfy poteva realizzare nel modo in cui questo "prequel" è stato realizzato. Della capacità di affabulatore del celebre autore dell'Omino Bufo e di Martin Mystère nessuno può dubitare, dopo cinquanta anni di vulcanica carriera festeggiati proprio nel 2015. E per di più, dopo tanti suoi articoli autobiografici e pieni di ricordi e di aneddoti, e tante conferenze e incontri con il pubblico, è ormai assodato il campionario di ricordi e di ritratti di persone e personaggi dell'editoria fumettistica italiana (ma anche internazionale) su cui Castelli può essere interpellato e invitato a raccontare. Anzi, auspico che il BVZM dedichi un suo proprio libro a raccogliere le tante cose scritte in pubblico e dette in pranzi e cene o pause caffè per compilare una monumentale "Storia del Fumetto Italiano" naturalmente secondo lui. Ma nel caso del libro di cui stiamo parlando non ci sono, se non di sfuggita, riferimenti all'attività castelliana nel mondo degli eroi di carta: l'autore ci parla di lui, bambino prima e ragazzo poi, nell'Italia degli anni Cinquanta. Nato nel 1947, e destinato a esordire (con "Scheletrino") nel 1965, Castelli ci racconta tutto quanto c'è nel mezzo, o almeno, quel che nel mezzo riguarda le letture che faceva, i film che vedeva, la televisione che guardava (quando in casa sua entrò il primo televisore), i giochi a cui giocava se legati all'immaginario che andava formandosi dentro di sé (per esempio i View Masters, gli apparecchi per vedere diapositive in tre D). Il tutto, con il corredo puntuale, ricco ed evocativo di copertine e immagini in grado di riportare alla mente ricordi analoghi in ciascuno di noi (anche i lettori più giovani hanno i propri libi di favole o giornaletti del cuore). Il BVZM ha infatti ritrovato, con una caccia durata decenni, tutti o quasi gli oggetti di cui parla, così come le immagini di film e telefilm. Oggetti e immagini in cui affonda le radici la produzione fumettistica e saggistica castelliana, da cui nascono tutti i suoi multiformi interessi e tante delle sue piccole e divertenti manie. Non si creda, però, che si tratti di un libro autoreferenziale. Al contrario: attraverso gli occhi curiosi ed attenti del piccolo Alfredo assistiamo alla ricostruzione, come in un diorama, della società italiana del Dopoguerra e prima del boom economico, in anni in cui non era per niente facile poter rivedere un film che si era visto, in cui non si conoscevano che pochi fumetti stranieri, in cui era difficile anche procurarsi quegli italiani, per giunta guardati con diffidenza dai benpensanti. Dunque, il "prequel" ci consegna un affascinante ritratto di un'epoca, e l'educazione sentimentale dell'autore all'amore per le storie raccontate.

martedì 19 aprile 2016

IL LIBRO DEI SOGNI



IL LIBRO DEI SOGNI
di Un Cabalista Pratico
Salani
1931

Si tratta, di nuovo, di un volume della "Biblioteca del Ricordo", di cui abbiamo già parlato più volte, la collana della RBA Italia che manda in edicola settimanalmente in edizione anastatica libri popolari passati tra le mani dei nostri nonni negli anni fra le due Guerre. Questa volta si tratta di un dizionario di sessantamila voci riguardanti "tutto quello che può esistere sul globo terracqueo", elencate in ordine alfabetico in ragione di suggerire i numeri da giocare al lotto. Il senso del volume è quello di aggiornare i precedenti, e più limitati, dizionari del genere, per far sì che qualunque cosa venga sognata da qualcuno, trovi precisa indicazione di un numero. Il "Cabalista pratico" che ha compilato il tomo è sicuro che il suo libro raccolga "tutto quanto può presentarsi alla mente umana", come scrive nella sua prefazione. Prima del "Libro dei Sogni", insomma, se uno sognava Moreno Burattini non sapeva come giocarselo al lotto; dopo, invece, è semplice constatare come "burattini" corrisponda al numero 65. Per fare una prova, siccome è facile immaginare che i sogni erotici siano i più frequenti, ho cercato di vedere a che cosa corrisponda "sedere". La parola esiste però solo come verbo, in varie accezioni (sedere sulla tavola, sul letto, sul trono, sulla sedia e su sofà), ma non come sostantivo. E manca anche "culo". Però c'è "deretano", che corrisponde al 23. Bisogna dunque che il sognatore sia un fine dicitore, perché se uno sogna un "culo" gli deve venire in mente come invece quello sia, appunto, un deretano. Ovviamente, essendo un volume del 1931 non ci saranno parole come "televisione" o "computer", che sicuramente saranno state inserite in dizionari di questo tipo più recenti. Questo però fa venire in mente un dubbio: con quale criterio vengono attribuiti i numeri? Chi decide che, per esempio, il sottomarino (parola assente nel 1931) corrisponda al 73 piuttosto che al 25? Su che basi lo si stabilisce? Sono stare fatte delle prove con metodo scientifico? Una potrebbe essere questa: esce il 73, e il Cabalista Pratico va a chiedere a un campione di cento persone che cosa abbiano sognato la notte precedente. Se la maggioranza ha sognato un sottomarino, il gioco è fatto. Ma poiché il pluviometro, parola citata, corrisponde al 59, possibile che la notte precedente all'uscita di quel numero, tutti abbiano sognato il pluviometro? Ecco, sono queste le informazioni che mi sarebbe piaciuto trovare nell'introduzione e che non vengono date.

lunedì 18 aprile 2016

LETTERA AL DOTTOR HYDE



LETTERA AL DOTTOR HYDE
di Robert Louis Stevenson
Sellerio
1994, brossura, 
70 pagine, 10.000 lire

Attenzione a non cadere in inganno: la lettera non è a Mister Hyde, personaggio immaginario nato dalla penna dello stesso Stevenson, ma a un omonimo Dottore, realmente esistente. Ma anche pensando che lo scrittore abbia voluto indirizzare una missiva, come gioco letterario, a una delle sue più celebri invenzioni, non si resta delusi scoprendo la verità sul caso (reale e non strano) e le circostanze concrete dell'invio di una lettera autentica come quella pubblicata da Sellerio. L'esaustiva introduzione di Athos Bigongiali serve e capire tutto. Innanzitutto siamo nel 1888, nell'ultimo periodo della vita di Stevenson, quando l'autore, per guarire dalla malattia che lo minava, aveva investito gran parte dei suoi averi nel noleggio di un panfilo con cui viaggiare, il più a lungo possibile, nei Mari del Sud. L'aria balsamica delle isole del Pacifico si rivelò in effetti un toccasana: lo scrittore riuscì a vivere fino 1894, portando con sé la famiglia che gli rimase vicina per tutto il tempo. Durante questo periodo visse alcuni mesi alle Hawaii, dove scrisse molti dei suoi più bei racconti brevi, e volle andare a visitare l'isola lebbrosario di Molokai. Lo fece a suo rischio e pericolo, imbarcandosi sulla nave che portava suore, medici e ammalati, convinto di dover vedere personalmente quel luogo di dolore, sinceramente colpito da quanti vi lavoravano per assistere gli sfortunati che vi erano confinati, oltre che dalle sofferenze delle vittime del male che, all'epoca, era ancora incurabile. Recandosi sul posto conobbe la storia di un missionario, Padre Damiano, che aveva lasciato il segno nei cuori di tutti. Costui era riuscito, con metodi talvolta non ortodossi, a ottenere aiuti per i suoi assistiti, a costruire ricoveri, a migliorarne le condizioni, condividendone la vita e poi morendo anche lui contagiato. Tuttavia, le invidie e le maldicenze, nate anche per il carattere poco accomodante che Padre Damiano manifestava nei confronti delle autorità, avevano dato vita a una campagna di discredito. Per esempio, si diceva che il missionario si era ammalato perché aveva rapporti sessuali con una indigena infetta. A Stevenson capitò di leggere un articolo pieno di queste dicerie scritte dal dottor Charles McEwen Hyde, direttore di una scuola di teologia che istruiva i giovani hawaiani al ministero protestante. Era noto per i suoi sermoni severi e castigati e sferzava il lassismo e la promiscuità degli indigeni. Proprio il contrario dell'atteggiamento di Padre Damiano, con cui era entrato in conflitto, al punto da imbastire una crociata contro di lui, da fare della distruzione della sua memoria una sorta di scopo della vita. E' dunque contro Hyde che Stevenson si scaglia nella sua lettera scritta in difesa di Damiano, argomentando punto per punto e smontando tutte le accuse. "Voi probabilmente non sapete neppure dove si trovi Molokai sulla carta", scrive Stevenson dando prova di scrittura potente e di arte oratoria degna del miglior avvocato. Straordinaria lettura, la difesa del missionario "sporco e rozzo", che si rimboccava le maniche e aiutava i malati, contro il teologo dandy e schifiltoso, moralista e bigotto. Da inserire tra i migliori scritti di Robert Luis.

martedì 12 aprile 2016

PASSEGGERI NOTTURNI



Gianrico Carofiglio
PASSEGGERI NOTTURNI
Einaudi, 2016, 
brossurato, 100 pagine
12.50 euro

Sono un fan del Carofiglio giallista quando scrive le storie dell'avvocato Guerrieri, e già lì definirlo semplicemente "giallista" è riduttivo perché l'ex magistrato barese e, per fortuna (sua), anche ex politico, dimostra uno spessore letterario e una carica umana più che notevole, scandagliando nelle psicologie e nel sociale in modo coinvolgente. Sono però ormai parecchie le sue prove "libere", senza vincoli di genere, fra cui anche alcuni pamphlet in cui, per sfortuna (nostra), dà sfogo a quella vena, pur tenuta intelligente a bada, di supplenza intellettuale e moralisteggiante tipica di chi, forse per retaggio politico o culturale, si tiene comunque un tantino superiore. Ma niente di grave: Gianrico Carofiglio è comunque uno scrittore acuto e gradevole. Doti dimostrate una volta di più in questa raccolta di testi brevi (trenta, di tre pagine l'uno) che però è fuorviante definire "racconti". A parte rarissimi casi ("Il biglietto"), non c'è trama e non ci sono personaggi inventati. Il resto è costituito da elzeviri, ricordi di esperienze vissute, ritratti di gente incontrata, esercizi di stile, apologhi, lezioni di vita citazioni di cose lette (leggende urbane, racconti zen). E' come se Carofiglio avesse raccolto una sua rubrica di commenti, considerazioni, pensieri sparsi sul mondo e sulla vita, tenuta su un giornale. Tutto interessante, ben scritto, condivisibile, intelligente: ma non si tratta di racconti. La definizione più giusta potrebbe essere quella di "zibaldone", ma anche inquadrare il libro nella categoria degli almanacchi, come si fa in quarta di copertina, può andar bene. Viene in mente un Luca Goldoni più serioso e meno umoristico. Peccato per una certa insistenza (forse un tantino freudiana e compiaciuta) sul fatto che lui, Gianrico, frequenta i ristoranti del centro di Roma dove incontra i politici, va alle feste importanti, viene invitato ai congressi e insomma appartiene al bel mondo. Fa piacere comunque vedere Carofiglio in testa alle classifiche con una antologia di testi brevi, a sfatare il mito che in Italia gli scrittori vendono (se li vendono) soltanto romanzi.

lunedì 11 aprile 2016

DIABOLIK I NUMERI UNO




Angela e Luciana Giussani
DIABOLIK
I NUMERI UNO
Nicola Pesce Editore
2015 – cartonato– b/n
35 euro

La tre diverse versioni del “Il re del terrore”, l'avventura d'esordio di Diabolik, sono qui riunite in un unico volume di grande formato, con un ricco apparato critico che indaga su tutto ciò che c’è da sapere in proposito. Il primo albo di Diabolik, (novembre 1962) venne tirato in 20.000 copie, venduto in 8.000 e giudicato un insuccesso, salvo poi iniziare a venire ristampato in più edizioni, croce e delizia dei collezionisti. I testi erano di Angela Giussana, i disegni (alquanto maldestri) di un autore misterioso a cui poi venne attribuito il cognome di Zarcone. In questo volume, Gianni Bono ne ricostruisce l'identità con tanto di identikit disegnato da Brenno Fiumali, arrivando a concludere (ma non è chiaro su quali basi) che si chiamasse Angelo. C’è poi una seconda edizione datata 1964, ridisegnata completamente (in un modo un pochino più acconcio) da Luigi Marchesi. Quindi, nel 2001 il remake di Alfredo Castelli e Giuseppe Palumbo che risolvono le aporie del testo originale, la cui trama faticava a stare in piedi. Lo stesso Castelli, in una postfazione, svela come e dove è dovuto intervenire. L'apparato critico del volume è congruo e inquadra opera, autori e personaggio nella giusta maniera. Un libro meritorio.

martedì 29 marzo 2016

SOTTO IL SOLE DI MEZZANOTTE



CORTO MALTESE
SOTTO IL SOLE DI MEZZANOTTE
di Juan Dìaz Canales e Rubén Pellejero
Rizzoli Lizard
2015, cartonato
110 pagine, 20 euro

Si tratta della prima storia di Corto Maltese non scritta e non disegnata da Hugo Pratt, con l'avallo ufficiale di chi detiene i diritti del personaggio. A me è piaciuta, e parecchio. Mai avrei voluto essere nei panni dello sceneggiatore, condannato a venir criticato qualunque cosa avesse fatto: per quanto mi riguarda, promosso a pieni voti. Canales si è trovato di fronte a un bel dilemma: decostruire Corto Maltese con un'operazione simile a quella fatta da Frank Miller con Batman ne "Il ritorno del Cavaliere Oscuro"? Proseguire la saga interrotta da Pratt con "Mu" con il particolare stile grafico di quella storia, giunto a una sintesi estrema quasi da pop art? Svelare che cosa accade al marinaio di La Valletta dopo il 1925, quando (stando alla biografia prattiana) se ne perdono misteriosamente le tracce? Per fortuna, gli autori hanno escluso le prime due ipotesi e rimandato a data da stabilirsi la terza. "ll sole di mezzanotte" ci propone non solo il Corto Maltese che conosciamo ma anche quello delle storie migliori. 
Anarchico e senza patria ma anche senza violenza se non quando è necessario, ironico ma distaccato solo all'apparenza, filosofo e giramondo senza bandiere da sventolare ma con un forte senso della giustizia e della libertà. E dell'avventura. Dunque, rispetto assoluto verso il personaggio e verso i suoi lettori, sia nei testi che nei (bei) disegni. Di Corto sappiamo che nasce a Malta il 10 luglio 1887 e scompare nel 1925 cercando le tracce del leggendario continente perduto di Mu. C'è chi sostiene di averlo incontrato in Spagna durante la guerra civile, ma la circostanza non è confermata. Di lui, Pratt ci ha raccontato 29 avventure e dunquei, a vent’anni dalla morte del suo creatore, Canales e Pellejero ci consegnano la trentesima. Nella cronologia cortiana, "Sotto il sole di mezzanotte" si colloca nel 1915, vale a dire dopo la "Ballata del Mare Salat" e prima del "Segreto di Tristan Bantam". Si sa che Pratt aveva cominciato con la "Ballata" nel 1967, per poi ricostruire gli eventi precedenti in altri episodi della saga. Il trentesimo racconto comincia (dopo un breve prologo tropicale) a San Francisco, dove Corto Maltese si reca per incontrare il suo amico Jack London (da lui conosciuto nel 1904 in Manciuria durante la guerra russo-giapponese). Non lo trova ma gli vengono recapitate due sue lettere, una per lui e una da consegnare in Alaska a una donna di origini giapponesi chiamata Waka Yamada, conosciuta durante gli anni trascorsi tra i cercatori d'oro del Klondike. La prima lettera incarica Corto di recapitare la seconda, dato che lo scrittore sente vicina la morte (che sarebbe avvenuta nel 1916). In cambio, gli promette un tesoro lasciato per lui nella sua capanna a Dawson. 
Il viaggio del maltese verso l'Alaska è movimentato e avventuroso, caratterizzato da continui colpi di scena e cambi di scenario. C'è davvero di tutto, dalla nave bloccata nel ghiaccio al pazzo che vuol creare una repubblica di stampo robesperriano con tanto di ghigliottina installata fra le nevi del Grande Nord, passando per i ribelli feniani (americani di origine irlandese che crearono subbuglio in Canada contro il governo inglese) e le lotte per l'emancipazione femminile. Non manca una corposa e interessante sottotrama legata allo sfruttamento del bitume affiorante da cui si ricava il petrolio. Si nota (e si apprezza) un grande sforzo di documentazione. Waka Yamada è una paladina della lotta contro i trafficanti di donne condannate alla prostituzione e per questo si trova nei guai. Corto ce la toglie e consegna la lettera. Quanto al tesoro promesso, il marinaio lo trova là dove London aveva detto, ma Corto non può (o non vuole) sfruttarlo. Intanto, in Europa si addensano le nubi della Prima Guerra Mondiale. Il Corto di Canales e Pellejero in certe pagine sembra Ken Parker, e questo (ai miei occhi) è un valore aggiunto.

lunedì 28 marzo 2016

IL MAGO DEI NUMERI





IL MAGO DEI NUMERI
di Hans Magnus Enzensberger
Einaudi
cartonato, 1997
280 pagine, 28000 lire

"Un libro da leggere prima di addormentarsi, dedicato a chi ha paura della matematica", recita il sottotitolo. La divertente illustrazione di Rotraut Susanne Berner in copertina già anticipa tutte le altre (quasi in ogni pagina) contenute all'interno e che aiutano moltissimo a seguire quel che il Mago dei Numeri spiega al refrattario Roberto. Enzensberger (classe 1929) non è un matematico ma un poeta, e confessa (ringraziandoli) vari esperti che gli hanno dato una mano. Tuttavia, forse perché proprio profano ma con il gusto della divulgazione, riesce a rendere affascinante e quasi fiabesco il primo approccio alla matematica. Al protagonista, Roberto, che trova indigesto il mondo dei calcoli e delle cifre, compare in sogno un diavoletto, il Mago dei Numeri, che si picca in dodici notti (come quelle shakesperiane) di insegnarli, facendolo incuriosire, i rudimenti matematici. Per chi già certe cose non le sa è davvero curioso, e sa quasi di magia, scoprire come tutti i numeri pari sono la somma di due numeri primi, e quelli dispari lo sono di tre; così come è incredibile che prendendo un qualunque numero e raddoppiandolo, fra il primo e il secondo c'è sempre almeno un numero primo. Le stesse cose magiche avvengono esaminando la sequenza di Fibonacci piuttosto che il mondo delle potenze, delle frazioni e delle radici quadrate. I disegni aiutano a capire in modo divertente. Certo, non si tratta di un manuale tecnico o di un saggio scientifico, ma davvero vien voglia di saperne di più.

sabato 26 marzo 2016

PAINTED DESERT



PAINTED DESERT
di Mauro Boselli e Angelo Stano
Sergio Bonelli Editore, 2016,
cartonato, 50 pagine
8.90 euro

Il terzo volume della collana semestrale "Tex Romanzi a Fumetti" riporta decisamente la barra verso la tradizione. Dopo la "prova d'autore" di Paolo Eleuteri Serpieri e il cartonato dal taglio francesissimo di Mario Alberti con protagionista un Tex giovane, adesso i testi di Mauro Boselli (sceneggiatore anche del precedente volume) raccontano una storia da film western di quelle che avrebbero potuto benissimo figurare (sviluppata con altri ritmi) nella serie regolare. I disegni di Angelo Stano (il più importante illiustratore di "Dylan Dog"), pur incasellati in una impaginazione meno rigida rispetto alla gabbia a tre strisce del mensile e pensati "alla francese", seguono comunque un montaggio più tranquillizzante per il lettore più affezionato alla classica scansione della tavola. Boselli e Stano avevano già lavorato insieme in "Mohawk River" (un albo speciale, a coloro, de "Le Storie") e qui tornano ad affrontare tematiche legate allo scontro fra bianchi e nativi, con Tex nei panni di Aquila della Notte, capo dei Navajos, e dunque dalla parte dei pellerossa contro una banda di feroci visi pallidi. Accanto a Tex figura il solo Tiger Jack, che aiutano lo sceriffo Scott Nelson, abbandonato nel Deserto Dipinto dal fuorilegge di Earl Crane, rapitore di sua moglie Debra. I banditi sono diretti verso il pueblo di Sombra Verde dove sono convinti sia nascosto un tesoro lasciato lì dai Conquistadores. Non mancano i colpi di scena, soprattutto per il tradimento di un personaggio inizialmente insospettabile. C'è tutto quello che serve per una storia western come si deve. Lettura piacevole.

venerdì 25 marzo 2016

GIRO DI VITE



GIRO DI VITE
di Henry James
Einaudi, 2014
brossurato, 180 pagine
9 euro)

"Se la presenza di un bambino dà un giro di vite, che ne direste di due bambini?", domanda mister Douglas al suo uditorio riunito una sera davanti al fuoco. Poco prima era stata raccontata una storia di fantasmi con protagonista appunto un ragazzino a cui appare uno spettro, ed ecco Douglas proporsi di narrarne un'altra che ruota attorno a due fratellini, Miles (nove anni) e Flora (otto). La vicenda però non sembra essere una favola: tutto è scritto in una sorta di resoconto narrato in prima persona da una giovane istitutrice, miss Giddens, che ha vergato un quaderno in cui rivela gli inquietanti fatti di cui è stata testimone e vittima. La scelta di non scrivere un romanzo che affronti direttamente ciò che si intende raccontare, ma di far ricorso a una sorta di manoscritto trovato in una bottiglia (come fa anche il Manzoni con i "Promessi Sposi" e Umberto Eco nel "Nome della Rosa") è un espediente che serve, in questo caso, a rendere più indeterminata, misteriosa e straniante la trama: tutto è accaduto ad altri e ci si deve affidare a una testimonianza che non può essere approfondita, abbiamo a disposizione solo ciò che ci viene detto e a noi tocca la scelta di decidere se fidarci o no della testimone, confusa quanto noi e spesso reticente. Perché proprio il dover leggere fra le righe le cose non dette rende "Giro di vite" un testo quanto mai disturbante. Henry James, scrittore americano poi naturalizzato inglese (1843-1916), scrisse "The turn of the screw" nel 1889 sperimentando, alla sua maniera, tematiche gotiche: non era però uno scrittore fantastico e privilegiava romanzi con drammi psicologici e conflitti interiori. Tuttavia questa storia di fantasmi gli è venuta decisamente bene, pur in assenza di scene truci. Non si "vede" niente se non l'apparizione di due fantasmi, quella di un uomo dai capelli rossi, Quint, già maggiordomo nella dimora di Bly, dove si svolgono i fatti, e di una donna, pallida e vestita di nero, miss Jessel, precedente istitutrice dei ragazzi adesso affidati alla signorina Giddens. I due erano amanti, e in qualche modo avevano coinvolto i bambini in pratiche di cui non sappiamo nulla. In circostanze diverse e misteriose erano entrambi morti. Però, il loro influsso si riverbera ancora su Miles e Flora, ragazzini adorabili ma con segreti che non vogliono confessare e comportamenti stranianti (fra di loro, complottano cose che non si afferrano). Dopo la morte di miss Jessel, Miles era stato mandato in un collegio, da cui però era stato cacciato per il suo comportamento. Ma che cosa aveva fatto, se apparentemente agli occhi della signorina Giddens è un ragazzino meraviglioso? Miss Giddens comincia a vedere anche lei i fantasmi, che però sembrano interessati solo a scrutare i bambini: che cosa vogliono? Tutto si gioca sul non detto, su una corruzione interiore e su fatti innominabili del passato che non emergono mai. Sono chiari i primi turbamenti adolescenziali di Miles, e c'è del perverso nell'ombra, Il sesso aleggia nell'aria. Ma miss Giddens è una testimone attendibile? O sta impazzendo? Il limite e il pregio del romanzo di James, assolutamente ipnitico, è appunto in questi dubbi senza risposta. L'assenza di genitori (Miles e Flora sono orfani) e dello zio a cui sono stati affidati i ragazzi (che non se ne occupa affidandoli appunto a istitutrici e alla servitù di Bly) rende tutto ancora più complicato: mancano i riferimenti, miss Giddens deve cavarsela da sola. A meno che lo zio stesso non faccia parte del mistero. Il che potrebbe essere. Chi ama i finali aperti, qui trova pane per i suoi denti.

giovedì 24 marzo 2016

LA BALERA DA DUE SOLDI



LA BALERA DA DUE SOLDI

di Georges Simenon
Adelphi - Le inchieste di Maigret
1995, 146 pagine 

10 euro 

Il titolo originale francese "La guinguette à deux sous" (1931) è stato tradotto in Italia anche come "Maigret e l'osteria dei due soldi" e "La balera da due soldi". Si tratta dell'undicesimo romanzo dedicato commissario parigino dalle spalle larghe e dalla pipa in bocca perennemente accesa. Per quanto le inchieste di Maigret siano sempre straordinariamente coinvolgenti e ipnotiche da seguire, questa non si può considerare fra le migliori. Tuttavia non manca di motivi di interesse, a cominciare dal folgorante inizio:
un condannato alla ghigliottina, Jean Lenoir, rivela a Maigret di essere stato testimone di un delitto e di avert ricattato l'assassino insieme a un complice, Victor Gaillard. Quasi per il capriccio di lasciare questo mondo lasciando un enigma da risolvere, il criminale sale sul patibolo senza dire molto di più, e Maigret è costretto a cominciare una verifica su quanto appreso potendo contare su pochissimi elementi, il più concreto dei quali è il nome di un locale, "La balera da due soldi", nel quale quell'uomo, il ricattato, era stato rivisto dopo essere sparito per vari anni, sottraendosi alla morsa di Lenoir e Gaillard. Il commissario individua la "guinguette" in un'osteria sulle rive della Senna, vicino a Morsang, e comincia a frequentarla nel fine settimana, quando sono numerosi i parigini che vi si recano in gita sul fiume.Fra questi, un inglese di nome James, che alza volentieri il gomito e ha una visione disincantata della vita. Quasi sotto gli occhi di Maigret, però, si verifica a Morsang un fatto di sangue: uno dei gitanti, il camiciaio Feinstein viene ucciso, accidentalmente, dall'uomo d'affari Marcel Basso, nel corso di un litigio. Si scopre che Basso era l'amante della bella moglie di Feinstein, Mado, la quale in precedenza, essendo questo il suo costume, aveva avuto una storia anche con James e chissà con quanti altri (tutti sposati) della numerosa compagnia di villeggianti fluviali. Feinstein approfittava di queste relazioni della moglie per chiedere prestiti agli amanti della consorte, fingendo di nulla sapere e facendo intendere che avrebbe tollerato il tradimento (evitando di scombinare i matrimoni altrui) in cambio di qualche aiuto per la sua attività commerciale in difficoltà. Feinstein aveva accumulato un forte debito anche con un tale Ulrich, rigattiere e usuraio, che aveva prestato soldi a diversi personaggi del gruppo prima di scomparire nel nulla: è proprio lui la vittima dell'omicidio di cui Lenoir era stato testimone. L'indagine di Maigret porta alla luce un torbido intreccio di passioni e di interessi, con al centro la bella Mado in grado di far perdere la testa a chiunque, ma incapace di farsi sposare da qualcun altro perché nessun amante, a cui regala comunque momenti di fuga dalla routine coniugale, lascia la legittima consorte per lei. L'assassino si rivela il meno sospettabile (ma non un insospettabile) e il suo caso umano fa comunque compassione e si tende a parteggiare per lui. Notevole, come sempre, l'acume psicologico sia di Maigret (la cui tecnica di indagine si basa sulla comprensione delle dinamiche interiori di chi ha davanti) sia dell'immenso Simenon, uno scrittore a cui si dovrebbe erigere un monumento in una piazza di ogni città.

domenica 20 marzo 2016

L'AUTUNNO DELL'AZTECO



Gary Jennings
L’AUTUNNO DELL’AZTECO
Rizzoli
Collana La Scala - Traduzione di Maria Teresa Marenco
Prima edizione ottobre 1997
cartonato - 452 pagine -  lire 32000

“Lo vedo ancora bruciare”. Con questo fulminante inizio, Gary Jennings collega questo suo nuovo romanzo dedicato agli Aztechi alla fine di quello precedente di cui è l’ideale seguito. Ne “L’Azteco”, infatti, il protagonista Mixtli, ribattezzato Juan Damasceno dagli invasori spagnoli, finiva bruciato sul rogo. Tra la folla che assiste all’esecuzione c’è anche suo figlio, un figlio a lui ignoto, nato dal suo amore occasionale con una donna della città costiera di Aztlan. Proprio il figlio di Mixtli, Tenamaxtli, è il protagonista del nuovo racconto. Purtroppo, come spesso capita ai sequel, il proseguo del primo romanzo delude le aspettative suscitate appunto dalla straordinarietà dell’opera precedente. “L’Autunno dell’Azteco” non è all’altezza del modello iniziale. Forse, se qualcuno non avesse letto “L’Azteco” potrebbe trovare più interessante queste vicende. Ma tanto era il fascino dell’altro libro, che questo secondo non riesce a brillare neppure di luce riflessa. Eppure Jennings non costruisce una storia banale e si sforza, come già aveva fatto prima, di mescolare realtà e fantasia per restituire al lettore un quadro vivo di un’epoca. Il racconto parla dell’ossessione di Tenamaxtli di organizzare un esercito di nativi centroamericani (dai Mexica agli Yaki) per ricacciare in mare gli occupanti spagnoli. Per realizzare il suo sogno, impara la lingua castigliana, assume un nome ispanico (Juan Britanico), impara l’uso delle armi da fuoco, scopre la composizione della polvere da sparo, costruisce un archibugio, poi si mette a girare il Messico in lungo e in largo per fomentare la rivolta. Deve vedersela contro intrighi di ogni genere e perfino con alcuni della sua gente che scendono a patti con il nemico (il suo perfido cugino, per esempio). Contro i suoi avversari, Tenamaxtli è crudele come solo un azteco (cresciuto a pane e sacrifici umani) può esserlo. Divenuto signore di Aztlan, la sua città natale, costituisce un primo piccolo esercito che poi diventa numerosissimo. Con quello, attacca e conquista il centro di Tonala, futura Guadalajara. La forza e la crudeltà dimostrata terrorizzano gli spagnoli. Ma proprio quando il protagonista sta per attaccare Città del Messico, la sua rivolta viene bruscamente fermata dal viceré Mendoza, che la soffoca nel sangue. La vicenda, naturalmente, ha un fondamento storico. Nella parte finale del romanzo c’è l’unica, vera sorpresa. La Veronica a cui per tutto il libro Tenamaxtli si rivolge (raccontando in prima persona) si scopre essere sua figlia. E’ una giovane donna che porta in sé il sangue di etnie diverse: quella autoctona messicana, quella spagnola e quella di colore. “Il tuo delizioso volto è il volto dell’Unico Mondo”, dice il protagonista prima di morire, riferendosi alle tante razze unite in un volto solo, simbolo del Messico che verrà. E quasi si pente di aver fomentato la ribellione per tutto il racconto. La fine della guerra da lui scatenata è brusca e quasi tirata via, molto affrettata. Ma ci sono altri difetti: altri passaggi non ben sfruttati, e poi la stanchezza inventiva di alcune pagine. Ma soprattutto c’è il problema del carattere crepuscolare del racconto. “L’Azteco” raccontava di una civiltà florida e affascinante, di piramidi sui cui gradini rotolavano i corpi di migliaia di uccisi, di Cortes e Montezuma. Qui siamo in autunno, ci sono solo preti, soldati con l’archibugio, aztechi proni e convertiti, rovine e miseria. La spedizione di Coronado verso le Città di Cibola è appena accennata. Il sesso e la violenza a volte sono pretestuosi. Ma chissà, forse questa sensazione è solo il dispiacere per non avere ritrovato il vecchio Mixtli. Ci sono stati altri due seguiti.


sabato 19 marzo 2016

IL RE DI DARKWOOD




IL RE DI DARKWOOD
di Guido Nolitta e Galleno Ferri
Sergio Bonelli Editore
2016, cartonato a colori
180 pagine, 24 euro

Si può essere eroi senza avere un segreto nel passato? Probabilmente no, almeno stando a quelli di carta, le cui origini sono da sempre parte integrante del loro mito. Basterà pensare a come è nato l'Uomo Ragno o quali tragici eventi hanno dato vita a Batman. Del resto, sono le esperienze e i drammi vissuti a forgiare gli individui, e noi siamo quello che siamo stati. Zagor non fa eccezione. Guido Nolitta decise di raccontarcene il passato in un paio di albi della Collana Zenith usciti nel gennaio e nel febbraio del 1970, ristampando strisce di poco precedenti. Lo Spirito con la Scure è diventato tale per un'ansia di redenzione dopo una vendetta sanguinosa a che era servita a cancellare il dolore che l'aveva causata ma, anzi, ne aveva provocato molto di più. Eppure, tutto comincia con il ricordo e il rimpianto di anni sereni, di una felicità destinata a frantumassi nel modo più brusco e crudele.
“Mi toccò la più meravigliosa infanzia che un bimbo possa desiderare”, racconta Zagor all’amico Cico, accingendosi a rivelargli il segreti del suo passato. “La vita della foresta mi offriva continue occasioni di affascinanti scoperte – prosegue lo Spirito con la Scure – e crebbi come un piccolo selvaggio vivendo nel bosco a contatto con gli animali”. In realtà, il futuro Re di Darkwood non viene su soltanto affidandosi alla scuola della natura, ma anche grazie alle cure di sua madre Betty. La quale, con amore, gli fa da maestra nella loro casa sul Clear Water, insegnandogli “quelle cognizioni che ella stessa aveva appreso anni prima nelle scuole europee”. La giovane donna, dunque, non è nata in America ma vi è giunta dal Vecchio Continente, sbarcando al seguito dei tanti immigrati che giungevano in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo. Scopriremo i retroscena di questo sbarco nel volume gigante "La storia di Betty Wilding". Guido Nolitta non dice mai, nel corso di questa avventura, quale sia il vero nome di Zagor: soltanto il cognome, Wilding (quello del padre) ci è noto. In uno “Speciale” del 1995, finalmente scopriremo che il nostro eroe si chiama Patrick. Nel momento in cui Mike Wilding, il papà di Zagor, entra in scena, ha l’aspetto di un trapper e, da quel che si può vedere nelle poche pagine in cui Nolitta e Ferri ce lo mostrano, vive cacciando e commerciando pellicce, che ottiene anche dagli indiani in cambio di coperte e utensili. Il figlio, che stravede per lui (ed è contraccambiato), non sospetta che in realtà l’uomo nasconda nel suo passato un tragico segreto, risalente agli anni in cui era stato un ufficiale dell’esercito americano. Proprio la scoperta del perché suo padre avesse dovuto abbandonare i gradi e la divisa segnerà indelebilmente la vita del giovane Patrick, e lo porteranno a scegliersi il ruolo e la missione di “Spirito con la Scure”. E’ dunque una figura controversa, quella dell’ex-militare, in grado di creare angoscia, turbamento e sensi di colpa nell’unico erede, il quale, a un certo punto della saga, in un altro albo memorabile (il n° 400, uscito nel 1998), cercherà un chiarimento con il genitore, andando addirittura a cercarlo nel regno dei morti, al di là del “Ponte dell’Arcobaleno”. Il vero nome di “Wandering” Fitzy, il vagabondo che salva Zagor dalle acque dopo che il padre e la madre del piccolo Patrick sono stati massacrati dagli indiani, è Nathaniel Fitzgeraldson. L’uomo è originario di Boston dove, in passato, era stato un grosso commerciante: “ma poi ne ebbi abbastanza della città, dell’amministrazione, dei ricevimenti e di tutto il resto e feci fagotto. Partii allora per queste regioni selvagge e cominciai una nuova, splendida vita”, racconta egli stesso al giovane Wilding, di cui diventa una sorta di padre adottivo. Anche nel suo passato c’è però un terribile segreto, che verrà svelato nello “Speciale” del 1995. Poeta errabondo, filosofo contemplativo, pacifista convinto, cacciatore senza fucile (usa soltanto il tomahawk), “Wandering” dà di sé una definizione di due parole: “sono un uomo libero, libero da tutte le convenzioni, le ipocrisie che rendono schiavi gli uomini che amano definirsi civili”. Il futuro Spirito con la Scure non avrebbe potuto sperare in un mentore migliore. Un altro imprescindibile personaggio di questa storia è Salomon Kinsky. “E’ uno strano tipo, a metà tra il contadino e il predicatore, che vive con una piccola tribù di Abenaki: pare che abbia convertito alla nostra religione un mucchio di quei pagani. Gli indiani gli devono molto: è grazie a lui che hanno imparato a coltivare la terra”. Il proprietario di un emporio nei presso del lago Ontario descrive con queste parole Kinsky, l’uomo che guidò l’attacco dei pellerossa alla capanna sul Clear Water. “Un predicatore che si trasforma in uno spietato assassino e un gruppo di pacifici contadini pronti a diventare dei sanguinari selvaggi”, commenta Zagor. In realtà, per quanto Kinsky abbia le caratteristiche del fanatico, le sue azioni hanno una spiegazione. Forse, Patrick avrebbe fatto meglio ad ascoltare i consigli di Fitzy e non cercare di consumare a tutti i costi la sua vendetta, scoprendo il segreto di Salomon e, nello stesso tempo, quello di suo padre. Però, in questo caso, non sarebbe nato lo Spirito con la Scure. A farlo nascere concorrono non poco i Sullivan. 
“Ma allora voi siete degli acrobati!” esclama Patrick Wilding, non ancora diventato lo Spirito con la Scure, allorché incontra per la prima volta la famiglia Sullivan. “Non soltanto”, risponde il capofamiglia, “siamo anche attori, giocolieri, prestigiatori e illusionisti!”. La famiglia di teatranti e di saltimbanchi è composta da tre persone: il padre Tobia, e i fratelli Orazio e Romeo. Sono proprio loro a cucire il costume di Zagor, a suggerirgli il nome d’arte e l’uso di un grido di guerra. A loro si devono anche la regia e gli “effetti speciali” della prima entrata in scena del futuro Re di Darkwood, di fronte all’assemblea dei capi indiani. 
Il volume della Sergio Bonelli Editore, che ristampa un classico decisamente imperdibile del fumetto italiano,con il corredo di una bella introduzione di Graziano Frediani, recupera alcune strisce di raccordo realizzate da Gallieno Ferri per l'edizione cartonata Cepim degli anni Settanta, ormai introvabile.

venerdì 18 marzo 2016

ALLARME: ARRIVA LA MADAMA




Ed Mc Bain
ALLARME: ARRIVA LA MADAMA
Arnoldo Mondadori Editore
Edizione 1989 nel volume “Il Sordo contro l’87° Distretto”
Titolo originale: “Fuzz”
Traduzione di Andreina Negretti
cartonato - 160 pagine su 620 - p.n.i.

La leggenda vuole che sia stato Ed Mc Bain, nel 1956, a inaugurare il "police procedural",  con il romanzo "L'assassino ha lasciato la firma", il primo dedicato al celeberrimo 87° Distretto. In realtà, il procedural, cioè cronaca di una indagine su un crimine condotta secondo i veri metodi della Polizia, già esisteva. Ma i romanzi di Mc Bain (pseudonimo di Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino, 1926-2005)  pur inserendosi in un filone collaudato, avevano una marcia in più: erano opere di uno scrittore di razza, erano letteratura e non solo narrativa.  Protagonista dei gialli di Mc Bain non è più un solo investigatore (anche se Steve Carella è posto più di altri sotto la luce dei riflettori), ma una intera squadra di poliziotti, ognuno con le proprie caratteristiche, con i propri pregi e i propri difetti. Buoni poliziotti e cattivi poliziotti, destinati a divenire familiari al lettore che li segue, romanzo dopo romanzo, non solo durante le indagini ma anche nelle loro vicende intime e private, nelle gioie e nelle tragedie che si susseguono nella vita di tutti i giorni. 
In "Allarme, arriva la Madama" ("Fuzz", 1968), nella vita quotidiana dei poliziotti dell’87° Distretto, irrompe il Sordo. Il diabolico criminale è la sua seconda apparizione dopo il fenomenale "Chiamate Frederick 7-8024" ("The Heckler", 1960). Di nuovo, ha un piano mefistofelico da attuare, e lo vuole fare vendicandosi nel contempo di coloro che hanno mandato a monte la sua precedente rapina. Questa volta preannuncia degli omicidi nel caso non gli venga pagata una somma che ogni volta aumenta. Si comincia con un personaggio pubblico di secondo piano, un ispettore ai parchi. Poi si sale fino a minacciare la vita del sindaco. Tranne costui, che verrà salvato da Carella e compagni, tutti gli altri vengono eliminati. Il Sordo non si aspetta che le autorità paghino davvero. Lui conta su centinaia di altre piccole estorsioni messe in atto contro commerciati e professionisti della città, ricattati con missive di questo genere: “Se io ho ucciso i personaggi pubblici superprotetti, come speri di cavartela tu? Paga o morirai”. Solo il caso manda a monte il piano del Sordo. O meglio, il caso aiutato dalla sua voglia di strafare. Deciso a uccidere comunque qualcuno nel territorio dell’87° Distretto, il Sordo incappa in una pattuglia messa di guardia a un negozio in cui ci si attendeva una rapina. Non viene catturato, ma resta ferito e deve rimandare a un’altra volta il colpo e la vendetta contro gli odiati “madama”. O, come si dice nel gergo originale americano, i “fuzz”. Da questo romanzo, un film con Yul Brinner: "E tutto in biglietti di piccolo taglio" (1972). Bella scelta, Yul nei panni del Sordo, peccato che sullo schermo sia diventato "il Calvo".

venerdì 11 marzo 2016

IL GRANDE GATSBY




IL GRANDE GATSBY
di Francis Scott Fitzgerald 
edizione con testo a fronte 
Marsilio, 2011
436 pagine, 24 euro

A convincermi a prendere in mano questo classico della letteratura americana, pubblicato nel 1925, è stata, la lettura del graphic novel "SuperZelda" della Minimum Fax, di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta,la biografia fumettata che ho recensito sul  blog "Freddo cane in questa palude". Zelda, personaggio in grado di rivaleggiare, come icona del suo tempo, con il marito, è Zelda Fitzgerald, la moglie di Francis Scott a cui "Il grande Gatsby" è dedicato ("Ancora una volta, a Zelda"). L'approdo al capolavoro di Fitzgerald è stato piacevolmente appassionante, nonostante il romanzo proietti il lettore in un contesto che sembra surreale: quello della New York degli anni Venti, simili per certi versi ai nostri anni Ottanta, sopra le righe, libertini, fatti di apparenza più che di sostanza, arrivisti, cinici, modaioli, festaioli, veloci, disinibiti, in corsa verso il disastro ma a suon di musica, come sul Titanic. La storia non è una storia, dato che alla fine i fatti principali accadono tutti fuori scena, raccontati come sono da un testimone, Nick Carraway, che non li conosce o non è presente mentre accadono, e che li racconta spostandoli nel tempo o collocandoli in modo sbagliato. Però, anche se Gatsby, il protagonista (negativo o positivo, vittima o carnefice, è difficile dirlo), non fa quasi niente mentre è alla ribalta del palcoscenico, cioè sotto gli occhi del narratore, quel che davvero succede o è successo viene fatto intuire al lettore, chiamato a cercare di decifrarlo, e perciò coinvolto e incuriosito. Il senso del racconto è la ricerca di una "grandezza" intesa come scalata sociale da parte dell'uomo che dà il titolo al romanzo: ci viene presentato (ed appare agli occhi del provinciale Nick, venuto dal Middle West a lavorare come agente di borsa a New York) con attributi mitici e leggendari (vive in una villa immensa, dà continuamente feste meravigliose, si favoleggia sulle sue imprese di guerra, sui suoi studi in Europa, sulle sue parentele altolocate, sulla sua ricchezza smisurata, sul suo gusto nel vestire ma anche sulla sua misteriosa solitudine, sul suo non bere, sulla sua malinconia). Ma chi è davvero Gatsby, che cosa vuole, perché è così inquieto? Perché tante feste, se poi non vi partecipa? Lentamente, Nick scopre che Gatsby coltiva il sogno di un amore per una ragazza, Daisy, conosciuta in gioventù, prima degli eventi bellici, quando i due si erano amati ma poi il destino li aveva separati. Adesso, Gatsby vuole riconquistarla nonostante lei si sia sposata con un altro. Ma ci sono altre cose che Nick scopre: la ricchezza di Gasby non deriva da eredità famigliare o da fortuna nel commercio, ma dal fatto di essere a capo di un'organizzazione malavitosa. E l'uomo ha umili, anzi, umilissime origini: tutta la sua ostentazione di ricchezza deriva dalla voglia di riscatto, di affermarsi in una società di cui, in passato, era vissuto ai margini. Se non aveva potuto sposare Daisy, era appunto perché era senza mezzi. Adesso i mezzi li ha, e la rivuole proprio perché la ragazza rappresenta quello che non aveva potuto avere. La fanciulla è un personaggio ambiguo, che nel finale segnerà appunto la rovina di Gatsby, il cui sogno di grandezza si interrompe in modo brusco e imprevedibile: se il personaggio di Fitzgerald rappresenta il sogno americano dell'uomo che costruisce il proprio destino, si tratta di un sogno destinato a infrangersi. L'edizione Marsilio, che gode di una strepitosa e moderna traduzione di Roberto Serrai, ha il testo inglese a fronte: è un piacere, di tanto in tanto, bearsi del suono delle frasi originarie, scoprendo come lo scrittore sappia davvero manovrare in modo magistrale le potenzialità della lingua.

giovedì 10 marzo 2016

L'AMERICANO






L'AMERICANO 
di Claudio Nizzi
Mobydick
2011, brossurato
160 pagine, 14 euro

Si tratta del quarto, e per ora ultimo, romanzo della serie che Nizzi (sceneggiatore di fumetti tanto noto da non dover essere presentato) ha ambientato nell'immaginario paese montano di Borgo Torre. Immaginario ma neanche tanto, visto che dalla collocazione (Appennino modenese) e dalle caratteristiche architettoniche e antropologiche si potrebbe facilmente individuare in Fiumalbo, luogo natale dell'autore. Il quale però tiene a precisare che, in realtà, ha attinto da più località della sua zona, il Frignano, per dar vita a un piccolo centro che ne fosse la summa. Un po' come ha fatto Ed McBain nei romanzi dell'87° Distretto con la città di Isola, che è Manhattan ma non lo è, insomma (e dato che parlando di Nizzi parliamo del creatore di Nick Raider, il paragone ci sta). Si potrebbe anche citare Andrea Vitali con i suoi romanzi ambientati a Bellano, ma davvero non ce n'è bisogno: le vicende di Borgo Torre sono diverse e originali. Fermi restando il set e alcuni personaggi ricorrenti, ogni romanzo fa storia sé pur nel rispetto di un tipo di narrazione che mescola giallo a commedia all'italiana, con storie di corna, di gelosie, di ripicche, di politica, di interessi e sui intrallazzi che si intrecciano dando vita a una garbata, spiritosa e salace fotografia di uno spaccato sociale dell'Italietta di provincia degli anni Cinquanta. Ad arricchire il tutto, una prosa scolpita con il rasoio: frasi brevi, incisive, senza una parola di troppo e soprattutto con una appropriatezza di linguaggio e terminologia da restare ammirati. "L'Americano" racconta del ritorno a Borgo Torre di Dolindo Cantalamessa, emigrato in America negli anni Trenta e là divenuto proprietario di una fabbrica di biscotti. Insomma, uno che negli Stati Uniti aveva fatto soldi. Apparentemente, Dolindo torna per visitare un vecchio zio e rivedere la tomba della propria madre, Teresa. In paese si scatena un putiferio sotterraneo: un po' tutti pensano a come accattivarsi le simpatie di Cantalamessa per trarne del vantaggio: in particolare, più di un padre e di una madre istruiscono le proprie figlie perché seducano l'italoamericano e si facciano sposare. Ma Dolindo in realtà ha ben altro per la testa: un boss mafioso newyorkese, Tony Costello, lo ha incaricato (dietro minaccia) di una missione: recuperare dalla bara materna, interrata nel cimitero di Borgo Torre, alcuni gioielli razziati dai tedeschi in tempo di guerra e lì nascosti da due soldati americani che se ne erano impadroniti. I due militari erano morti ma la notizia del bottino occultato in quel nascondiglio era giunta fino a Costello che aveva pensato di obbligare il figlio della donna a riesumare il cadavere della madre. Le cose si complicano allorché lo scagnozzo del boss messo al fianco di Dolindo viene ucciso a fucilate e dalla tomba di Teresa Cantalamessa non salta fuori niente. In un vorticare di sottostare nere, gialle e rosa tutto finisce per risolversi e, soprattutto, Dolindo ritrova una vecchia fiamma, Alba, lasciata ai tempi della sua partenza in gioventù. Caro Nizzi: a quando il quinto romanzo?