venerdì 30 novembre 2018

MADONNE




Federico Sardelli

MADONNE
Mario Cardinali Editore
2018, brossura
160 pagine, 10 euro


Ogni libro di Federico Sardelli (direttore d'orchestra e uno fra i massimi esperti mondiali di musica barocca con particolare riferimento a Vivaldi) è imperdibile al pari di ogni libro edito da Mario Cardinali, vale a dire sotto l'egida della rivista satirica livornese "Il Vernacoliere", di cui Sardelli è una delle colonne. Questa volta, a venire raccolte in volume, solo le vignette della serie "Madonne" (ben 140). Ognuna di esse mostra, come se fosse un santino, l'apparizione di una improbabile "madonna" con la breve spiegazione della funzione miracolosa della stessa. Per esempio (pesco a caso), la "Madonna del Pandoro in Offerta", che "sorte fuori dai pandori prendi 16 paghi 3, per distrarre l'incauto acquirente e far dimenticare la consistenza trucidare" del prodotto. Si potrebbe pensare a un umorismo blasfemo, in realtà Sardelli non prende in giro la Beata Vergine quanto piuttosto la pletora dei fedeli delle millemila madonne apparse, a dar retta a tutti, di qua e di là, ciascuna con la pretesa di essere taumaturgica in qualche campo. Nella sua informata e brillante introduzione, intitolata "Le madonne sono tante, milioni di milioni", il dotto autore fa una elenco essenziale delle infinite tipologie di madonne, e scrive: "Ho solo fatto una limita striminzita per non annoiare, ma le madonne sono molte di più. E il bello è che ciascuna di esse ha i propri devoti. C'è chi prega la Madonna del Pilone (e non quella del Pilastro) e chi si rivolge proprio alla Madonna del Carrozzone (senza sbagliarsi con quella dei Cassoni). Ma come è potuto succedere che da una Madonna sola - la madre di Gesù di Nazareth - si arrivasse a questa folla di divinità?". Sardelli traccia dunque un breve excursus storico partendo dalle poche informazioni su Maria che forniscono i Vangeli, fino al dogma dell'Assunzione in Cielo ("con i vestiti e i sandali indossati in quel beato giorno") stabilito nel 1950. Il mio personale punto di vista è che Maria stessa sorrida di tutto questo apparato costruito su di lei, proprio come fa Federico Sardelli.

martedì 20 novembre 2018

IL TIMIDO ANTICRISTO



Stefano Antonucci
Daniele Fabbri
Maurizio Boscarol

IL TIMIDO ANTICRISTO
Feltrinelli Comics
2018, 130 pagine
brossura, 16 euro

"Mi chiamo Daniele. Ho 35 anni. E la prima metà di questi li ho passati in quell'universo parallelo che è la Chiesa Cattolica. Vi prego... non dite ai miei genitori dell'esistenza di questo libro". Così comincia "Il timido anticristo", libro esilarante e drammatico al tempo stesso, sceneggiato da Stefano Antonucci e Daniele Fabbri e illustrato da Maurizio Boscarol.  Antonucci e Fabbri, già noti per opere dissacranti come “V for Vangelo” e “Quando c’era LVI”, propongono un nuovo graphic novel, a metà fra la diaristica e il monologo teatrale, la riflessione teologica e l'indagine, condotta in modo beffardo, sul potere della religione sull'intimità degli individui fino al punto da scardinarne la razionalità o imporre riflessi condizionati. L’io narrante Daniele (che porta lo stesso nome di Fabbri e dunque si può pensare a un personaggio in qualche misura autobiografico) è cresciuto in una famiglia cattolicissima, e ne ha subito l'imprinting sessuofobico, con tutte le frustrazioni e le nevrosi che ne derivano. Assistiamo a siparietti divertenti e tragici a tempo stesso come quello della madre che strappa dalla camera del figlio il poster di Michael Jackson perché il cantante fa il gesto di toccarsi il pacco, cosa scandalosa; e anni dopo Daniele si vendica strappando alla mamma il poster del Papa, salvo pentirsi e correre a comprarne uno nuovo prima che lei faccia ritorno a casa. "Ho continuato ad ascoltare Michael Jackson ma alla maniera cristiana - confessa Daniele - di nascosto, sentendomi in colpa". I sensi di colpa sono, secondo Antonucci & Fabbri, il marchio di fabbrica del cattolicesimo. Gesù è morto per i nostri peccati, evidenziano gli autori, anche se gli sarebbe bastato schioccare le dita e perdonarceli senza morire: ma se lo avesse fatto, non ci saremmo sentiti in colpa. Queste e mille altre riflessioni, sempre proposte in modo ironico e pungente, evidenziano il percorso di allontanamento (doloroso) di Daniele dal cristianesimo e il deteriorarsi, per questo, dei suoi rapporti con i genitori, che non riescono a farsene una ragione. Si ride, si riflette, ci si riconosce, indipendentemente dal fatto che si sia d'accordo o no.


lunedì 19 novembre 2018

DISCORSI SULLE NUVOLE



E' da qualche giorno in distribuzione (nelle librerie e nelle fumetterie che danno spazio anche alla saggistica sul fumetto, ma anche negli shop on line) il mio nuovo libro, intitolato "Discorsi sulle nuvole", edito da Cut-Up (come già "Dall'altra parte", "Facezie" e "Il negromante e altri incubi". Si tratta di una raccolta di "saggi e assaggi sul fumetto", come recita il sottotitolo, vale a dire articoli da me scritto nel corso di parecchi anni. Testi sempre piuttosto brevi, spesso polemici, qualcuno dice brillanti, io spero non noiosi. Se di "critica fumettistica" qualcuno volesse parlare (mi auguro di no), sappia che non ho fatto riferimento ad alcuna sovrastruttura ideologica né ad alcuna scuola metodologica: ho scritto semplicemente quel che mi passava per la testa, sulla base, questo sì, di tante letture e di tanta passione. In quarta di copertina compare un breve testo che dovrebbe farvi venir voglia di comprare il volume (310 pagine, 15 euro). Eccolo:

C’era una volta il fumetto. Gli eroi di carta denunciavano, scandalizzavano, eccitavano, ma soprattutto divertivano. Erano amici, fratelli, complici e compagni di vita. Uno fra i più noti sceneggiatori italiani raccoglie in questo volume ottanta suoi articoli, editi e inediti, che raccontano il fumetto di ieri e quello che oggi ne è rimasto. Una carrellata di saggi e assaggi brillanti, divertenti, polemici e appassionati che consegnano al lettore scorci e istantanee di un panorama indimenticabile, affollato di personaggi e di autori, di editori e di testate, che hanno segnato un’epoca. E che resteranno, mentre degli Youtubers non rimarrà nulla.

I fumetti hanno fatto compagnia per tutta la vita a intere generazioni di lettori.  C’erano riviste come Intrepido e Il Monello che vendevano centinaia di migliaia di copie e praticamente non si sentiva dire di qualcuno che non leggesse o quel fumetto o piuttosto quell’altro. Le idee circolavano anche attraverso le strisce pubblicate su Linus o su Eureka, per non parlare delle storie di Alter, di Frigidaire o di Cannibale. In questo clima fiorivano le case editrici e i giovani autori trovavano sempre il modo di fare gavetta, a bottega da colleghi già affermati o negli studi professionali, pubblicando prima su piccole testate per approdare poi su quelle grandi una volta che si fossero fatte le ossa. Ai giorni nostri, gli editori in grado di portare in fumetto in tutte le edicole si contano sulle dita e in ogni caso non c’è più la ressa per comprare le testate che ci arrivano. Per chi vuol leggere fumetti, è difficile persino rintracciarli perché la distribuzione è quel che è e non tutte le edicole sono rifornite di fumetti allo stesso modo. Ci sono quelle che non lo sono affatto. E i guai sembrano destinati a peggiorare.

Prima di essere un autore di fumetti ne sono stato, fin da quando ho memoria di me, un appassionato lettore. E di fumetti ho sempre scritto, tanto e forse troppo. Ho dedicato alla nona arte persino la mia tesi di laurea, che mi è valsa (oltre al massimo dei voti e, inopinatamente, la lode) addirittura il premio  Premio Marchetti, attribuitomi a Roma nel corso di una ExpoCartoon. Non l’ho fatto per guadagnarci qualcosa: raramente sono stato pagato per la pubblicazione dei miei saggi sui comics. Ho iniziato scrivendo su una fanzine ciclostilata a manovella, Collezionare, nel 1985. Poi ho proseguito invadendo qualunque spazio: su altre riviste amatoriali, come su volumi di pregio per i quali mi era stato chiesto un contributo. Ho fondato una rivista, Dime Press, scritto libri miei e decine di introduzioni a libri altrui, firmato centinaia di articoli sul mio blog, curato gli apparati critici di collane come Alan Ford Story della Mondadori o Zagor Collezione Storica di Repubblica. Ho realizzato persino una enciclopedia in cinque volumi su Aquila della notte, “Cavalcando con Tex”.  Non ho mai fatto distinzioni fra grandi e piccoli editori, pubblicazioni fatte da appassionati o testate blasonate. 

Dopo oltre trent’anni, se dovesse fare un bilancio, direi che ho scritto semplicemente per condividere agli altri la mia passione. Scrivendo saggistica per hobby ho potuto occuparmi sempre e soltanto di temi a me cari. Tanti e diversificati sono stati gli spazi su cui ho pubblicato e miei interventi, distribuiti su un lungo arco di tempo, che sarebbe difficile per chiunque, anche per me, rintracciarli tutti nel caso qualcuno, indubbiamente pazzo, volesse farne la raccolta. Peraltro, in alcuni casi si tratta di pubblicazioni non più reperibili da anni. Ecco perciò alcuni pezzi radunato in volume.

Salvo alcuni rari casi in cui era necessario contestualizzare il testo (e dunque troverete la contestualizzazione in una nota), non ho voluto indicare però né la data della stesura originaria stessa, né gli estremi della prima pubblicazione, appunto perché si tratta comunque di testi rivisti e corretti al punto che si spero di poter spacciare per nuovi. Peraltro, alcuni dei saggi sono per l’appunto inediti, pubblicati qui per la prima volta. A voi il compito, se vi va, di scoprire quali. Non c’è un ordine di lettura consigliato, e si può perciò saltare di palo in frasca a piacimento, anche se vi immagino precipitarvi su quelli più polemici. A me piacerebbe se qualcuno di voi si incuriosisse, grazie ai miei Discorsi Sulle Nuvole, riguardo a un fumetto che non ha mai letto, lo leggesse e se ne innamorasse.

Potete acquistare il libro con un clic sullo shop on line di Cut-Up. Qui sotto il link. Di seguito, l'indice dei capitoli.


DISCORSI SULLE NUVOLE
di Moreno Burattini

Caro Gallieno
La dea lo vuole
Perché leggere fumetti?
La nona arte
Fumettone sarà lei
La seduzione degli innocenti
Fattore K
Kriminal
Satanik
Sesso di carta
C'era una volta Biancaneve
Ferri prima di Zagor
Formato Bonelli
Il metodo Nolitta
Un classico calibro 45
Il Tex di Nolitta
IndianaTex
Il Piccolo Ranger
Mark eroe ingenuo
Frank goes to Darkwood
Bella & Bronco
Le origini di Martin Mystère
Gli undici comandamenti
I cavalieri del Graal
La banda aerea
Le donne guerriere
Non assomiglia
Il signor Emilio
Il signor Ilario
Diritto e rovescio
Odio Pazienza
Berardi & Milazzo Book
Il signor Kenneth Parker
Maxmagnus
Io e Silver
Cattivik
Sturmtruppen per sempre

domenica 18 novembre 2018

IL CLUB DUMAS



Arturo Pérez-Reverte
IL CLUB DUMAS
Tropea
1997, 384 pagine

Scritto nel 1993 da un giornalista spagnolo (poi divenuto scrittore a tempo pieno), "Il Club Dumas" è divenuto in breve un caso letterario nella penisola iberica e in Francia, prima di spopolare in mezzo mondo.Il motivo di tanto successo non stupisce chi abbia letto il libro. Che è eccezionale.  Innanzitutto l'autore è, indubbiamente, uno scrittore di razza, e i romanzi successivi (da quelli del ciclo del Capiran Alatriste a "La pelle del tamburo" o a "La tavola fiamminga") lo avrebbero confermato. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  A ciò si aggiunge l'ambientazione estremamente affascinante del romanzo, che è un giallo letterario, imbevuto di letteratura dall'inizio alla fine: il protagonista è lo spagnolo Lucas Corso, di professione "cacciatore di libri", vale a dire agente al servizio di importanti librai antiquari di mezza Europa che gli commissionano il recupero di incunaboli, prime edizioni, testi rari, codici e manoscritti. Pur non essendo egli stesso un collezionista, ma ritenendosi solo un "mercenario" della bibliofilia, Corso è un esperto del settore e seguendolo anche il lettore comincia a capire qualcosa della logica di un commercio e di una passione così particolare. A Corso capitano due incarichi in contemporanea, entrambi piuttosto singolari. Il primo è verificare l'autenticità di un manoscritto autografo attribuibile a Dumas di un capitolo dei "Tre Moschettieri" intitolato "Il vino d'Angiò". Il secondo, di controllare quale delle tre copie esistenti di un libro stampato a Venezia nel 1666 sia l'unico originale, dato che il tipografo, condannato dall'Inquisizione, giurò di averne lasciato un solo esemplare. Il libro in questione si intitola "Le nove porte" ed è un testo ritenuto demoniaco, e comunque riguardante formule per evocare Satana. Contiene nove incisioni, proprio confrontando le quali Corso non tarda ad accorgersi di una particolarità: i disegni sono stati modificati e sono diversi in ciascuno dei tre volumi. Proprio studiando il modo in cui le incisioni sono state cambiate e disposte si può arrivare al segreto contenuto nell'opera. Peréz-Reverte ha fatto in modo che le incisioni fossero riportate all'interno del libro in modo che ogni lettore possa arrivare da solo alla decifrazione del messaggio segreto svelato nel finale, allorché si scopre che le morti collegate al mistero delle Nove Porte sono opera dello stesso bibliofilo, Varo Borja, che ha dato l'incarico a Corso di scoprire il libro originale, l'unico utile per evocare il demonio. Demonio la cui presenza aleggia in ogni pagina del libro, sia sottoforma di inquietudine e di mistero che nei panni di una ragazza di cui Corso si innamora, Irene Adler, e che fino all'ultimo mantiene intatti i dubbi su chi sia veramente. Ma anche la vicenda del manoscritto di Dumas tiene con il fiato sospeso, e fino all'ultimo si crede che sia intrecciata con quella delle Nove Porte. Invece, alla fine, si scopre una verità del tutto diversa, molto letteraria: noi siamo ciò che leggiamo, e a volte le troppe letture possono farci fare collegamenti arbitrari, farci percepire diversamente la realtà, come Corso che vede tutte le vicende relative al "Vino d'Angiò" come orchestrate sulla falsariga dei "Tre Moschettieri". Davvero sorprendente la rivelazione di sia il "Richelieu" della vicenda. L'io narrante è un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo (che è anche il mio) per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere, dimenticando l'intreccio e l'avventura. Che anche Peréz-Reverte la pensi così è certo: altrimenti il portatore di queste idee non avrebbe parlato, pur essendo un personaggio fittizio, in prima persona. Peccato per il brutto film che da questo bel libro è stato tratto.


sabato 17 novembre 2018

C’E’ UN CADAVERE IN BIBLIOTECA



Agatha Christie
C’E’ UN CADAVERE IN BIBLIOTECA
Arnoldo Mondadori Editore
Oscar Gialli aprile 1990
Titolo originale: “The body in the library”
Traduzione di Alberto Tedeschi
brossurato - 204 pagine

Lo spunto iniziale, per certi versi addirittura divertente, è, in fondo, la cosa migliore di questo romanzo che, pur essendo di buon livello, non può essere certo annoverato fra i capolavori della Christie. Una ricca coppia di agiati e anziani signorotti di campagna, il colonnello Bantry e sua moglie Dolly, si sveglia una mattina nella loro austera dimora e trova il cadavere di una ragazza, mai vista prima, nella biblioteca di casa. Dolly Bantry convoca subito una cara amica di famiglia, l’attempata miss Marple, una vecchietta che già in precedenza ha dimostrato, oltre che una certa conoscenza dell’animo umano, anche una notevole propensione per decifrare i casi polizieschi all’apparenza più incomprensibili. Così, miss Marple si trova a seguire, sia pure standone ai margini, le indagini del capo della polizia della contea del Glenshire, Melchett, e dei suoi uomini. La vittima viene identificata come quello di Ruby Keene, ballerina dell’Hotel Majestic, un albergo a diverse decine di chilometri dalla magione dei Bantry. La cugina di Ruby, Josie Turner, riconosce immediatamente la platinata congiunta, misteriosamente sparita  la sera prima dall’Hotel, dove anch’ella lavora. Melchett ricostruisce le ultime ore di vita della vittima, che pareva essere molto in intimità con uno degli ospiti dell’albergo, Conway Jefferson, un ricco e anziano invalido costretto su una sedia a rotella, il quale, apprezzando le doti umane della ragazza, intendeva addirittura adottarla come figlia. Il proposito del vecchio Jefferson va contro gli interessi di Adelaide, suo nuora, e di Mark Gaskell, suo genero, entrambi i suoi unici congiunti in vita, dato che il figlio e la figlia di Conway sono morti con la loro madre in un tragico incidente. Adelaide e Mark, che sarebbero gli unici eredi della fortuna di Jefferson, si vedrebbero portare via quasi tutto dalla presenza di una nuova figlia. Tutti e due, proprio per non contrariare Conway, hanno avuto storie d’amore successive alla morte dei coniugi, figli del vecchio, ma le hanno tenute segrete appunto per evitare che Jefferson li diseredasse (non sentendoli più legati a lui, mancando dei nipoti). Altri possibili sospetti sono George Bartlett, un corteggiatore di Ruby con scarsa fortuna, Raymond Starr, ballerino partner di Ruby negli spettacoli al Majestic e probabilmente indispettito del fatto che la ragazza civettasse con il vecchio come una cacciatrice di dote, e Basil Blake, un dongiovanni libertino che lavora nel cinema e frequenta il jetset. Tuttavia, poiché il medico legale sostiene che la vittima è stata uccisa non dopo la mezzanotte, e Ruby è stata vista ancora viva subito dopo un numero di danza eseguito alle dieci, Adelaide e Mark Gaskell hanno alibi di ferro essendo stati impegnati in una partita a bridge con il vecchio Jefferson in presenza di numerosi testimoni. Né ci sono elementi che incastrino altri, tutti con alibi verificabili. Il punto di svolta alle indagini viene data dal ritrovamento di un secondo cadavere femminile. carbonizzato dentro l’automobile (scomparsa dall’albergo) di George Bartlett. La nuova vittima viene identificato, da un bottone e da una scarpa sfuggite al rogo, come Pamela Reeves, una studentessa anch’essa scomparsa il giorno precedente. E’ Miss Marple che, condendo le sue conclusioni con abbondanti dosi di ciniche – ma ineccepibili – considerazioni sul fatto che non si debba mai credere a nessuno, svela l’enigma. Il meccanismo è un po’ cervellotico, ma funziona e alla fine sorprende. Però manca la brillantezza di altri gialli della Christie. E miss Marple, tutto sommato, si vede ben poco, così come i personaggi non sono tutti ben approfonditi nelle loro personalità (salvo il vecchio Jefferson, riguardo al quale si indaga abbastanza per giustificare il suo proposito di adottare Ruby). In conclusione, una lettura gradevole ma inoffensiva.

venerdì 16 novembre 2018

LE CENERI DI ANGELA



Frank McCourt
LE CENERI DI ANGELA
Adelphi
Traduzione di Claudia Valeria Letizia
1996, brossurato
384 pagine -  lire 32.000

L'emozione che si prova leggendo "Le ceneri di Angela"  è enorme. Si tratta sicuramente di uno dei più bei libri che abbia mai letto. Lo scrittore è qui al suo esordio, nonostante nel 1996 avesse 66 anni (sarebbe poi morto nel 2009, dopo aver pubblicato altri due libri, autobiografici al pari del primo, nel 1999 ("Che paese, l'America!") e nel 2005 ("Ehi, prof!"). "Le ceneri di Angela" narra la storia dell' infanzia e dell'adolescenza dello scrittore, dalla nascita fino ai diciotto anni. Tuttavia, per quanto privato, il racconto riesce a essere universale, dando una raffigurazione intensa e coinvolgente di una umanità disperata in anni e in luoghi che sembrano lontanissimi ma sono invece così vicini da sbalordire. Anche se, forse, la disperazione della famiglia McCourt esiste ancora in tutto il mondo, in altre forme e in altri ambienti. Si legge nei risvolti di copertina: "Non capita spesso che la passione, condivisa da innumerevoli lettori, per il libro di uno sconosciuto si manifesti con tanta, travolgente immediatezza". L'autore aveva previsto il piccolo successo di tanti altri libri irlandesi di memorie. Invece il trionfo de "Le Ceneri di Angela" ha travolto ogni più rosea previsione, e meritatamente. Perché la storia di Frank e dei suoi fratelli in una cittadina irlandese degli Anni Trenta è toccante e drammatica, e perché lo stile di McCourt è coinvolgente ed efficace. "Siamo negli anni fra le due guerre - scrive la presentazione - e le travagliate vicende  coinvolgono una famiglia così misera che può guardare dal basso la povertà, fra un padre perennemente ebbro e vociferante contro il mondo e gli inglesi e i protestanti e una madre che sbrigativamente trascina la sua tribù verso la sopravvivenza. Materiale pregiato per ogni sorta di patetismo. E invece qui avviene uno stupendo rovesciamento. Tutto ci arriva attraverso gli occhi e la voce del protagonista mentre vive le sue avventure. Questo ragazzino  indistruttibile, sfrontato, refrattario a ogni sentimentalismo, implacabile osservatore - come solo certi bambini sanno esserlo - crea con le sue parole, con il suo ritmo, un prodigio di comicità e vitalità contagiose, dove tutte le atrocità, pur senza perdere nulla della loro spesso lugubre asprezza, diventano episodi e apparizioni di un viaggio battuto dal vento verso una terra promessa che sarà, nei sogni infantili di quegli anni come in quelli del Karl Rossmann di Kafka, l'America". La comicità a cui si fa cenno io non ce la vedo, ma la vitalità sì. Una vitalità disperata, quella che fa scrivere a McCourt: "Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere". E poi: "Naturalmente è stata un'infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora. Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato, chiacchierone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco. i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni. E poi, tutta quell'umidità". Nato a New York da una sveltina fra sua padre e sua madre giovanissimi, entrambi immigrati irlandesi appena conosciutisi, e poi costretti al matrimonio, Frank McCourt è il primo di sette fratelli, di cui tre sono morti per gli stenti e le malattie infettive. I genitori tornarono in Irlanda dopo la morte di una bambina di nome Margareth, per vincere la disperazione della madre che non avrebbe saputo resistere in America senza impazzire. Ma Limerick, dove i McCourt si trasferiscono, si rivela un inferno. Finché, in modo disperato e caparbio, Frank riesce a mettere da parte i soldi per tornare dall'altra parte dell'oceano ad aprirsi nuovi orizzonti di vita. Passando per prove durissime, e temprandosi alla palestra di vita della strada, attraverso i turbamenti provocati da una religione inculcata in modo bigotto e grottesco, la fame mortale, lo sfacelo igienico, la società gretta e asfittica del cattolicesimo irlandese. Il tutto raffigurato in modo estremamente efficace e coinvolgente: impossibile leggere queste pagine senza sentire anche il proprio stomaco strizzato da morsi come di fame, quali quelli provati da Frank e dai suoi fratelli. E che pena quel padre che spende al pub tutti i soli del sussidio di povertà o le poche sterline della paga di quelle rare settimane in cui ha un lavoro. Una foto del 1938 pubblicata all'inizio ci mostra Frank Mc Court a otto anni di età, e ci fa rabbrividire perché spiega come tutto quello che ci è raccontato è terribilmente e tragicamente vero.

domenica 4 novembre 2018

ASTERIX IL GALLICO



ASTERIX E IL GALLICO
di René Goscinny e Albert Uderzo
Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport
2015, cartonato, 
64 pagine, 5.99 euro

Il tredicesimo volume della riedizione completa (ma non cronologica) delle avventure di Asterix proposta in edicola dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport è in realtà il primo della saga, quello da cui tutto ebbe inizio, datato 1959 (anche se la prima apparizione in volume è del 1961). Il ricco apparato critico che correda, in appendice, il volume (uno dei punti di forza di questa edizione) spiega nei dettagli come Goscinny e Uderzo crearono il loro gallico eroe per lanciare la rivista "Pilote", e presentala riproduzione fotografica di pagine di sceneggiatura e di tavole originali. Oderzo ha sempre detto che gli sarebbe piaciuto ridisegnare questo albo perché i personaggi non sono ancora ben delineati così come si sarebbero evoluti nel tempo, ma in realtà l'avventura resta godibilissima ed esilarante. Anche se Obelix fa soltanto da comparsa, la doppia ambientazione nel villaggio gallico e nell'accampamento romano dà l'opportunità di alcune gag indimenticabili, come quella dell'infiltrato italiano tra i Galli scoperto per la danza in cui ci si tira i baffi, e quelle del filtro di Panoramix che fa crescere i capelli dei romani a dismisura. A me ha sempre fatto ridere a crepapelle anche la striscia iniziale, quella in cui Vergingetorige getta le armi ai piedi di Cesare... nel modo che tutti conoscono. Un plauso anche alla prima traduzione del grande Marcello Marchesi, umorista a sua volta, e di gran classe.    

martedì 30 ottobre 2018

IL DIAVOLO, CERTAMENTE




Andrea Camilleri
IL DIAVOLO, CERTAMENTE
Mondadori
2012, 170 pagine
brossurato, 8.50 euro


Di Camilleri penso tutto il bene possibile e lo ritengo autore di alcuni tra i romanzi meglio scritti, intelligenti e divertenti che abbia letto negli ultimi anni, per cui non sarà un appunto negativo né a compromettere la mia ammirazione verso di lui, nè, men che mai, a scalfire di un micron quella del suo vastissimo pubblico. Però, mi sarà consentito dire che, fra tanti suoi bei libri, questo mi vede soddisfatto soltanto a metà. Eppure, sono partito convintissimo della bella idea che c'è alla base della raccolta, e felicissimo di trovarmi fra le mani, una volta tanto, non un'unica, lunga storia, ma trentatré brevissimi "divertissiment" (perché di questo, alla fine, si tratta). Il titolo è preso parzialmente in prestito, con una modifica non priva di significato, da quello di un film di Bresson, noto in Italia come "Il diavolo, probabilmente...". Il fil rouge che lega fra di loro tutti i trentatrè raccontini (soltanto quattro o cinque pagine l'uno) è il fatto che il diavolo talvolta ci mette lo zampino e che comunque insegna a far le pentole ma non i coperchi. Per cui, gli amanti clandestini vengono scoperti, lo scrittore che cerca di stroncare il rivale con recensioni al vetriolo ottiene proprio grazie ad esse che l'altro vinca il Premio Nobel, l'infallibile killer che decide, per la prima volta un vita sua, di salvare la vita di una sua vittima predestinata, fa sopravvivere un crudele dittatore futuro responsabile di un genocidio, e così via. Talvolta i casi sono eclatanti, come in quest'ultimo esempio, molto più spesso sono minimali, comunque sia si tratta sempre di finali tragicomici perché si verificano eterogenesi dei fini, o imprevedibili incidenti, o combinazioni fortuite che mandano a monte le trame o i propositi dei protagonisti, buoni o cattivi che siano. Raccontato così, il libro sembra decisamente divertente: in effetti, ripeto, l'idea è ottima e l'allestimento (il tono ironico, la lunghezza dei racconti, la veste tipografica) è perfetto. Però qualcosa, opera del diavolo (certamente), non fa filare tutto per il verso giusto. La lingua di Camilleri è essenziale, il fraseggio armonico, il periodare pulito, l'aggettivazione perfetta. Sembra tuttavia di trovarsi di fronte a dei soggetti, a delle mini-trame di racconti più lunghi, da sviluppare. Non si riesce a essere coinvolti, come quando si leggono i riassunti dei film, che ci dicono quel che racconta la pellicola, ma non riescono a comunicarcene le emozioni. Inoltre, non tutti e trentatré i racconti sono efficaci allo stesso modo. Anzi, quelli davvero divertenti sono la minoranza. La maggior parte sono ripetitivi (i casi di relazioni extraconiugali scoperti da mogli ricche che poi cacciano il marito fedifrago, destinato a ridursi sul lastrico sono una sorta di tormentone). Alcuni sono assurdi o insulsi. Ricordo di aver sempre avuto un'autentica passione per i racconti dal "finale a sorpresa", per esempio i "racconti del terrore" a fumetti presentati da Stan Lee in una fortunata serie di Eureka Pocket, o i tanti scritti da Isaac Asimov o da maestri del genere (Roald Dahl, Fredric Brown). Io stesso, quando ho messo insieme un'antologia di brevi testi accumulati nel corso degli anni,  erano appunto così (il libro è "Dall'altra parte", edito da Cut-Up). Ecco, dal mio punto di vista di grande lettore di "finali a sorpresa", e piccolo scrittore di raccontini del genere, le trovate di Camilleri mi sono parse un po' deludenti. Mi azzardo a dire qualcosa di cui, lo so già, mi dovrei vergognare (ma mi si perdoni l'affermazione valutandola come tesa soltanto a spiegare meglio il senso del mio giudizio), ma, pulizia formale e stile perfetto a parte, qualche ideuzza un po' più brillante per dimostrare la perfidia del diavolo, persino io sarei riuscito ad averla.

lunedì 29 ottobre 2018

IL VOLO DELL'ELEFANTE



Stefano Bidetti
IL VOLO DELL'ELEFANTE
L'Erudita
2018, brossurato
265 pagine, 21 euro


Stefano Bidetti (romano, classe 1960, una laurea in Scienze Politiche) è un infaticabile organizzatore di eventi e di iniziative editoriali amatoriali in ambito fumettistico, appassionato di cinema, letteratura, illustrazione e ormai definitivamente votato a coltivare la sua vena artistica come sceneggiatore di storie a fumetti (finora tutte brevi e circostanziate) ma anche, come dimostra questo suo primo romanzo, di scrittore di narrativa, dopo essersi cimentato a lungo come saggista specializzato nella Nona Arte. A dispetto della sua preferenza per le tematiche avventurose (la sua principale passione fumettistica è Zagor), per "Il volo dell'elefante", la sua opera prima in ambito romanzesco, ha scelto il terreno dell'introspezione psicologica, indagando sui delicati temi dell'amicizia,, dell'amore, della crescita, della competizione fra amici. E' ben vero che il romanzo comincia subito dopo un omicidio e con la pistola che l'assassino, rientrato in casa dopo il delitto, getta sul letto. Però, tutto il resto è una dettagliata ricostruzione del percorso che ha condotto Roberto a uccidere l'amico Alex, a lui legato fin dai banchi di scuola. E chi immagina di scoprire un movente forte, clamoroso, eclatante (un violento litigio, soldi rubati, droga, gravi contrasti famigliari) dovrà ricredersi perché alla fine non c'è nemmeno un tradimento dovuto a una donna portata via da uno ai danni del'altro. O meglio: una donna di mezzo c'è: Francesca. E un tradimento avviene. Ma non è per quello (o solo per quello) che Roberto uccide (pur avendo forse, riguardo a Francesca, più motivi Alex). Oltre a raccontare la storia di un'amicizia durata un'intera fase della vita (l'adolescenza), Bidetti ricostruisce anche il clima di anni politicizzati (il decennio dei Settanta) con occupazioni di scuole, manifestazioni, manganellate poliziesche, senza però politicizzare il romanzo. Romanzo che ha il difetto di essere più scritto (e più scritto del necessario) che dialogato, ma di questa colpa il buon Bidetti si emenderà di sicuro con la sua opera seconda.

domenica 28 ottobre 2018

JESHUA E GESU'





Claudio Saporetti
JESHUA E GESU'
Sellerio
2000, brossurato

200 pagine, 15000 lire

L'autore è un orientalista, docente di Assirologia all'Università di Pisa, epigrafista e archeologo, e dunque conosce molto bene la realtà dell'Antico Medio Oriente e le lingue che vi si parlavano, a partire dall'ebraico e dall'aramaico, fino ad arrivare al greco. Conosce bene anche i testi biblici e i Vangeli, come dimostra nel saggio di cui stiamo parlando, in cui usa, volutamente, le grafie più giuste per i nomi dei personaggi (appunto Jeshûa al posto di Gesù, per dirne uno). Il sottotitolo del libro avverte: "Appunti interrotti sui Vangeli canonici", e fra poco spiegherò perché "interrotti". Il proposito dell'autore era di rileggere i Vangeli con l'occhio disincantato del laico "che non si fa deviare da pregiudizi fideistici". Ma anche, spiegare ai meno esperti delle fisime mediorientali tutto il substrato di tradizioni semite costrette a fare i conti con quelle indoeuropee. Perché il cristianesimo è su questo compromesso che si basa, pare. Dunque, l'ipotesi di lavoro era questa: esaminare ogni racconto evangelico, per lo più contraddittorio nelle diverse versioni date dai quattro evangelisti, cercando di dedurre come potessero essere andati storicamente e logicamente i fatti narrati, escludendo i miracoli. Si comincia con l'Annunciazione, spiegata in modo affascinante, e si procede in un crescendo di rivelazioni. Personalmente trovo plausibilissima, per esempio, l'ipotesi che l'episodio di Gesù dodicenne fra i dottori sia avvenuto quando Giuseppe e Maria sono andati a riprendere il ragazzo affidato, per la sua educazione, al parente Zaccaria, sacerdote del Tempio. La lettura è davvero accattivante, dotta e informata senza essere ostica e specialistica. Sennonché, arrivati al commento delle Beatitudini, e cioè a pagina 154, Saporetti interrompe bruscamente il suo libro così promettente. E cambia di colpo registro. "Mi è successa una disgrazia", spiega, "e questa disgrazia ha coinciso con la fine del mio tentativo. Non scriverò più niente sui Vangeli". All'autore è morta la moglie. Al che, distrutto, ha cominciato a interrogarsi sulla possibilità di una vita oltre la morte, sulla possibilità di un contatto. "All'idea dell'annichilimento totale di una persona adorata mi sono ribellato, e sono ricorso anch'io all'oppio dei popoli, alla speranza che, in qualche modo, la vita perduta in realtà non fosse perduta, ma da qualche parte vivesse". Pur senza abbracciare la fede cristiana, Saporetti comincia a disquisire sull'argomento, facendo le più varie (e anche ragionevoli) ipotesi. Però, il tema originale viene abbandonato. E questo squalifica il libro, che poteva essere pubblicato senza l'aggiunta finale; oppure le riflessioni sulla vita e sulla morte potevano essere ampliate e pubblicate a parte. Un libro interrotto, insomma. Come un giallo in cui l'autore non ci rivela chi è l'assassino.

sabato 27 ottobre 2018

ZANNA BIANCA



Jack London
Caterina Mognato
Walter Venturi
ZANNA BIANCA
Mondadori Comics
2018, cartonato
60 pagine, 7.90 euro


Dal romanzo di Jack London del 1906, ecco un adattamento a fumetti realizzato per la Francia da autori italiani e pubblicato infine anche nel nostro Paese nella collana "La grande letteratura a fumetti" di Mondadori Comics. In questo caso, e dal mio punto di vista, il principale motivo di interesse consiste nel fatto che i disegni sono di Walter Venturi, disegnatore di punta dello staff di Zagor. Abituato a disegnare foreste, pellerossa, Wild e scenari del Grande Nord, Venturi gioca in casa. Bravo, come al solito. Del film si dice che "era meglio il libro", in questo caso è ovvio che la prosa di London e gli spazzi del romanzo danno partita vinta all'opera letteraria. Resta però l'utilità di un adattamento di questo tipo sia per rinfrescare la memoria per chi ha letto "Zanna bianca" e ne recupera la trama e suggestioni grazie a un riassunto ben fatto , sia per chi non l'ha letto ma, per mezzo della più agile versione a fumetti, se ne fa un'idea (e magari decide di approfondire). Ottimo volume da mettere in mano a un ragazzo appena più curioso della media. Come sceneggiatore avrei dato un po' di spazio in più alla sequenza iniziale della slitta i cui cani e i cui occupanti uomini vengono uccisi dal branco dei lupi, una delle scene più drammatiche che io abbia mai letto, ma capisco che sia anche la più politicamente scorretta.

venerdì 26 ottobre 2018

L'OMBRA DEL CAMPIONE




Luca Crovi
L'OMBRA DEL CAMPIONE
Rizzoli
2018, brossurato
210 pagine, 18 euro

Il massimo esperto di gialli e di noir italiani è sicuramente Luca Crovi, saggista specializzato sull'argomento e infaticabile curatore, organizzatore e conduttore di eventi a tema. Fino a poco tempo fa gestiva anche una trasmissione radiofonica RAI dedicata appunto al poliziesco e al mistery in tutte le sue coniugazioni. E' ferratissimo anche sul thriller internazionale, ovviamente, amico personale com'è dei più grandi scrittori del genere di tutto il mondo, da Joe Lansdale a Wolf Dorn, per citare due nomi. Quando ho saputo che stava scrivendo un libro con protagonista il commissario Carlo De Vincenzo, mi sono allertato per poterlo leggere appena fosse uscito: De Vincenzi è infatti un personaggio del giallista Augusto De Angelis (1888-1944), creato nel 1935 con il romanzo "Il banchiere assassinato" (in tutto sarebbero stato quindici i libri a lui dedicati). Uno dei primi investigatori del giallo italiano, insomma. Negli anni Settanta fu interpretato sul piccolo schermo da Paolo Stoppa. Non un detective alla Sherlock Holmes, ma piuttosto alla Maigret, abituato a raccogliere confidenze dalle portinaie e a frequentare i quartieri popolari di Milano, la città dove vive e opera. Ecco, è questo aspetto che Luca Crovi ha particolarmente sottolineato nel riportare in libreria il poliziotto di De Angelis, rendendolo non-protagonista di un non-giallo, perché (e in questo consiste la trovata alla base de "L'ombra del campione") non c'è un caso preciso su cui indagare, un solo inquietante mistero da risolvere, ma ci sono tante spaccati della realtà quotidiana, politica e sociale della Milano del 1928. Il campione a cui si riferisce il titolo è Giuseppe Meazza, il calciatore, che qui è agli esordi e si allena nei campetti di periferia nei pressi di San Vittore. Anche su di lui vengono raccontati alcuni aneddoti che Crovi ha saccheggiato qua e là. De Vincenzi è il fil rouge che unisce più storie, piccole e grandi, testimone più che protagonista, anche quando si trova coinvolto, suo malgrado, in un attentato al Re in visita alla Fiera. Fallito, ma che costò la vita a decine di persone. Le indagini vengono subito prese in mano da investigatori del regime (siamo nei primi abbi del fascismo), non è il commissario che deve indagare, e infatti non si giunge a scoprire quale sia la verità. Crovi mostra con abilità il clima da anni di piombo della Milano dell'epoca (attentati del genere si ripetevano con drammatica frequenza), ma soprattutto mostra la realtà sociale di una città dinamica e in rapido sviluppo dopo gli anni della Prima Guerra Mondiale, ma che accanto a meraviglie come l'idroscalo e il planetario faceva i conti anche con la povertà atavica di certi quartieri popolari e con una malavita diffusa, solidale però e ben diversa dalla brutalità dei criminali di oggi. Tanti racconti uniti in una unica rassegna, che pare continuerà in altri romanzi.

venerdì 19 ottobre 2018

VITA DI SALOMONE



Alberto Jori
VITA DI SALOMONE
Editrice Ave
1994, brossura,
80 pagine, 10.000 lire

Un testo agile, brillante, ben illustrato e non confessionale: si parla di Salomone come personaggio storico. Storico, ovviamente, sulla base soprattutto di quello che la Bibbia racconta, in special modo nel Primo Libro dei Re, anche se poi si parla di lui anche nel libro di Samuele e nel Siracide. Nella Bibbia sono anche contenuti oltre tremila proverbi a lui attribuiti, poi chissà se saranno davvero suoi: fatto sta che è diventata proverbiale anche la sua saggezza. Va detto che il nostro modo di dire "sentenza salomonica" intendendo un giudizio che viene incontro a entrambe le parti, accontentandole o scontentandole tutte e due, è sbagliato. La locuzione si riferisce al famoso episodio narrato nel terzo capitolo del Libro dei Re in cui si presentano a Salomone due prostitute in lite per un figlioletto: ciascuna diceva che era suo (convivevano, avevano un bambino ciascuna, ma a una era morto il proprio e aveva sostituito il morto con l'altro vivo). Le testimonianze erano discordi, così il Re deliberò di far tagliare il piccolo in due parti con la spada. La vera mamma proruppe in pianti dicendo che allora no, non era suo, era dell'altra: così Salomone seppe che quella era la madre, quella che piangeva, e le restituì il figlio. Come si vede non è un giudizio equidistante, è un giudizio che accontenta una delle parti, quella che ha ragione. A me colpisce il fatto che una questione del genere possa essere stata portata di fronte al Re, come se non ci fossero a Gerusalemme dei giudici per l'ordinaria amministrazione, ma tant'è, le leggende sono leggende. Del resto c'è molto di leggendario, riguardo a Salomone: non solo la sua saggezza, ma anche la sua ricchezza, il suo potere, la costruzione del Tempio, la visita della Regina di Saba (leggendaria a sua volta), il numero spropositato di amanti e concubine (il che dimostra che forse tanto saggio non era). Tutto sfuma nella leggenda perché stando ai fatti regnò per quarant'anni tra il 970 e il 930 avanti Cristo. Che sia stato un abile politico è fuor di discussione: seppe sgominare diversi complotti, mantenne il potere quasi senza guerre, dotò il suo popolo (un popolo di pastori, essenzialmente) di una flotta, di un esercito di carri, di una rete commerciale, di edifici pubblici. Arricchì immensamente Gerusalemme, grazie a una efficiente organizzazione carovaniera. Fu aperto alle altre culture e consentì il culto ad altri dei (le sue concubine, giunte da terre lontane, sembra che sacrificassero regolarmente alle loro divinità nel Palazzo reale stesso), il che sollevò  dei malumori. In vecchiaia perse il senno e pare che si sia lasciato andare. Il regno, dopo la sua morte, comunque si sfaldò per colpa del figlio: segno che anche l'uomo più saggio nulla può contro la stupidaggine altrui.

venerdì 12 ottobre 2018

LA SFINGE DORMIENTE



John Dickson Carr
LA SFINGE DORMIENTE
Giallo Mondadori
brossurato, 2018
252 pagine, 5.90

Confesso una volta di più la mia passione per il giallo classico e, fra gli autori del giallo classico, dopo l'inglese Agatha Christie per me viene subito lo statunitense John Dickson Carr (1906-1977). Più cervellotico e meno letterario, più superficiale nel tratteggio dei personaggi, ma intrigante e mefistofelico. Di solito i romanzi di Dickson Carr si basano su un delitto avvenuto nella cosiddetta "camera chiusa", sottogenere del giallo in cui lo scrittore americano è assoluto maestro. Spesso hanno come protagonista il corpulento criminologo Gideon Fell. Nel caso de "La sfinge dormiente" Fell c'è, ma la camera chiusa ha un ruolo di secondo piano in quanto si tratta di una cappella mortuaria, assolutamente inaccessibile e con i sigilli intatti, in cui comunque qualcuno sembra entrato a rovesciare le casse da morto e a lasciare una boccetta di veleno. Non è lì che è stato commesso il delitto. La spiegazione della violazione di questa cripta è, secondo me, il pezzo forte del romanzo (peraltro, una bella trovata del tutto plausibile), mentre il resto, pur gradevole, nulla aggiunge ai meriti di Dickson Carr. Non è il suo capolavoro, per intenderci (quello, a mio parere, è "Le tre bare"). Siamo nell'immediato secondo Dopoguerra, e Donald Holden, un militare tornato dalle missioni di intelligence al fronte scopre che Margot, a moglie di un suo caro amico è morta sei mesi prima e che Celia, la di lei sorella, di cui Holden è innamorato, pur avendo perso i contatti per gli eventi bellici, è impazzita. Vede i fantasmi, racconta strane storie e sostiene che Margot è stata uccisa dal marito violento, oppure da lui spinta al suicidio. Il medico che ha esaminato il cadavere sostiene che si tratti di morte naturale. Qual è la verità? Si legge tutto d'un fiato, e alla fine ci si raccapezza nonostante il gran numero di fatti misteriosi.

mercoledì 10 ottobre 2018

CINNAMON WELLS






Chuck Dixon
Mario Alberti
CINNAMON WELLS
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2018

52 pagine, 8.90 euro


Il principale motivo di interesse di questo cartonato (fermo restando che Tex è sempre interessante e che questa collana di volumi alla francese, ma da edicola, merita attenzione per ogni sua uscita) consiste nel nome dello sceneggiatore: Chuck Dixon. Ovvero, uno dei più prolifici scrittori di fumetti americani. Classe 1954, è noto soprattutto per aver gestito per anni personaggi come il Punitore e Batman. Abituato alla brevità dei comic book, Dixon se la cava egregiamente nel concentrare un bel po' di avvenimenti, trame e sottostare, nelle 46 tavole a sue disposizione. Si limita a usare il solo Tex, senza gli altri tre pards, forse per poter raccontare una storia western con la sola figura del cavaliere solitario senza impelagarsi in tutti gli annessi e connessi della mitologia texiana, e va benissimo così. Il Ranger giunge in un villaggio, Cinnamon Wells, dove è appena stata compiuta una rapina costata la vita allo sceriffo del luogo. Si unisce così alla posse guidata dal giovane e inesperto vice, che però si squaglia appena è chiaro che i banditi, guidati da un esperto apache, hanno preso la strada del deserto: nessuno se la sente di proseguire l'inseguimento, tranne Tex e il malcapitato uomo con la stella senza esperienza. Il problema consiste nel trovare l'acqua, visto che l'unico pozzo su cui si poteva fare affidamento è stato fatto saltare dai proprietari di un ranch per speculare sulla sorgente disponibile sui loro terreni. Anche i banditi hanno i loro problemi: a uno di loro muore il cavallo e il tipo viene abbandonato senza troppi complimenti dai soci di malaffare. Una lettura avvincente e gradevole.

sabato 6 ottobre 2018

BARBA E BARNABA



Ugo D'Orazio
BARBA E BARNABA
VITA DA CLOCHARD
Sbam!Libri
2017, brossurato

64 pagine, 8.90 euro

Di primo acchito mi è sembrato di ritrovare Brant Parker, il cartoonist americano (1920-2007) autore, con Johnny Hart, di Wizard of Id e, da solo, del legionario Crock. E' evidente che Ugo D'Orazio, animatore e videografico che pubblica le sue strisce sul sito "Globalist.it", ne ha assorbito la lezione al punto da poterne sembrare un allievo. O il fratello brutto, dato che Parker è inarrivabile. Un altro paragone che mi è venuto in mente è con una strip che pochi conoscono, "Gummer Street", di Phil Krohn (1946), un capolavoro pubblicato negli anni Settanta in Italia sugli "Eureka Pocket", con protagonista la povera gente di un povero quartiere di una metropoli americana. Anche Barba e Barnaba sono poveri, anzi, peggio, sono barboni. Passano le serate guardando un televisore rotto abbandonato in una discarica, mangiano "sbobba marrone" alla mensa dei senzatetto, vivono (sopravvivono) di espedienti. Francesco Artibani scrive nella sua introduzione che fare una striscia è difficile, serve una sintesi coordinata nei testi e nei disegni, occorrono i giusti tempi comici. Mi pare che D'Orazio queste doti le abbia, e se pecca di originalità grafica è brillante nelle battute. Insomma, fa ridere. Che è esattamente quello che si richiede a una strip. La cui arte è difficile, appunto, e meno male c'è ancora chi la coltiva. Meno male che c'è anche chi le strisce le stampa su carta, come Spam!Libri, così che ne resti traccia quando tutto ciò che c'è on line sparirà.

lunedì 24 settembre 2018

I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA





Roberto Alfatti Appetiti
I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA
Giubilei Regnani Editore
2014, brossurato
170 pagine, 14 euro

“Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maître à penser”. Queste parole racchiudono, in buona sostanza, il senso e la morale dell’intero saggio, che ne è la dimostrazione argomentata, ricca di esempi. Senza procedere necessariamente in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal “Corriere dei Piccoli”), ma saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio, sulla base dei collegamenti di idee e dei corto circuiti, Roberto Alfatti Appetiti (giornalista di rara competenza in campo fumettistico) percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici.
Non c’è spazio per i fumetti edulcorati e “rassicuranti”: Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto. A cominciare dagli eroi in camicia nera di Antonio Rubino o da quelli americani importati da Mario Nerbini, che entusiasmavano anche i figli di Mussolini, nonostante l’autarchia culturale imposta dal regime. “Eccetto Topolino”, non a caso, si dice abbia ordinato lo stesso Duce censurando tutti i comics d’Oltreoceano tranne quelli disneyani.
Fra gli italici autori fascistissimi di cui la damnatio memoriae imposta dal dopoguerra ha impedito si celebrasse l’opera, viene ricordato Gino Boccasile le cui Signorine, secondo Antonio Faeti, “rappresentano una pietra filosofale dell’erotismo”. Da esse nasce Pantera Bionda, la Tarzan in (succinta) gonnella di Gian Giacomo Dalmasso, che giunge alla fine degli anni Quaranta a gettare scompiglio tra la gioventù e viene fatta rivestire dal Tribunale. Meno male che negli anni Sessanta arriveranno prima Satanik e poi Isabella a gettare le fondamenta della liberazione sessuale a fumetti. Anch’esse, insieme ai “neri” che affrontano per la prima volta i temi scabrosi della corruzione e del malaffare, destinate comunque a subire denunce e sequestri.
Ma a far palpitare i cuori ci sono anche eroi come Capitan Miki e Tex, che (ognuno gettando il proprio seme) alle saghe della Storia del West e di Ken Parker. E come non parlare della grande stagione delle riviste? Linus ed Eureka, di sinistra l’una e di destra, forse, l’altra, però con i Peanuts (il cui autore era un conservatore) sulla prima e le Sturmtruppen (il cui autore non era un conservatore) sulla seconda, e con Benito Jacovitti cacciato dalla redazione linusiana perché anticomunista ma anche dal Diario Vitt perché passato a illustrare il Kamasutra. Interessanti anche i capitoli su Reiser, sul Commissario Spada (e sui collegamenti con gli Anni di Piombo), fino ad arrivare a parlare di Ranxerox e di Andrea Pazienza, esaminati in modo non banale e con un’ottica diversa da quella preconfezionata che si usa di solito. Ma perfino i Puffi e Tintin fanno discutere, in questo caso grazie ai paladini del politicamente corretto (giustamente derisi da Alfatti Appetiti) che ce l’hanno con la presunta apologia dell'”utopia totalitaria” rappresentata dalla comunità di Peyo, agli ordini del dittatore Grande Puffo e propugnatrice degli ideali della purezza di sangue (la razza ariana incarnata dalla Puffetta bionda), ma anche con il presunto “fascismo” di Hergé. Insomma: la storia dei fumetti viene analizzata, in modo brillante, alla luce dell’impatto ideologico e della sua forza di incidere sui dibattiti e sui costumi. Sentiti e commoventi i ricordi dell’autore riguardo le due figure a cui è dedicato il saggio: Luigi Bernardi e Sergio Bonelli.