lunedì 24 aprile 2023

EPIGRAMMI ITALIANI

 

 

 
 
Gino Ruozzi
EPIGRAMMI ITALIANI
Einaudi
2001, brossurato
412 pagine, 20.000 lire


“Tieni conto, o lettore, almen di questo: /è tutta roba che si legge presto”. Così Manfredo Vanni (1860-1937) rassicura i lettori dei suoi epigrammi (di cui fu infaticabile forgiatore). L’epigramma, dunque, è qualcosa di breve, a volte di brevissimo. Si tratta di un componimento poetico che si esaurisce in pochi versi pungenti, per lo più ironici o satirici, con cui si cerca di indurre il lettore al riso ma anche alla riflessione. Credo che il miglior modo per far capire di che cosa si tratti sia citarne uno del fiorentino Filippo Pananti (1766-1837): “Un epigramma secco: / ogni marito è becco”. L’epigramma è più o meno questa roba qua. In realtà no, c’è molto di più e ci sarebbe da scrivere fino a domani. Gli epigrammi nacquero per essere incisi sulle lapidi: su una tomba, su un monumento. E’ facile capire come dalla breve descrizione elogiativa di un uomo scolpita come epigrafe si possa passare a usare lo stesso modello per farne un componimento poetico scritto su carta, mutando di registro. Le iscrizioni diventano così ammonimenti o riflessioni sul senso della vita o addirittura commenti satirici in contrapposizione alla troppa seriosità delle epigrafi. Questa doppia linea (quella del serio e del faceto) ha caratterizzato gli epigrammi classici, greci e latini. Fra questi ultimi vengono alla mente soprattutto Catullo e Marziale. Il primo, viene citato quale esempio di epigrammista gentile e riflessivo; il secondo, invece, come autore mordace e velenoso. Il genere torna in auge, nella letteratura in lingua italiana, durante il Rinascimento. Gino Ruozzi traccia la storia di questo particolarissimo genere poetico in una esaustiva introduzione che precede la silloge da lui curata con il titolo “Epigrammi italiani”, La quale, un po’ come l’Antologia Palatina (il codice che ci ha tramandato il maggior numero di epigrammi più antichi) fa con gli epigrammisti greci, raccoglie decine e decine di esempi italiani, composti in vari metri e varie lunghezze. L’origine dell’epigramma dall’epigrafia funeraria messa in satira, risulta evidente con il primo degli autori proposti da Ruozzi, Antonio Di Meglio (1384-1448), che compose versi tutt’altro che elogiativi per alcuni illustri impiccati politici: “Non credo che coniglio o lepre fussi / di me più vile e in parole gagliardo, / poltron, ghiotto, falseron bugiardo, / traditor, son Lodovico de’ Rossi”. Feroce anche Machiavelli nei confronti di Piero Soderini: “La notte che morì Pier Soderini, / l’alma se n’andò de l’Inferno a la bocca, / e Pluto le gridò: Anima sciocca, / che Inferno? Va’ nel Limbo tra’ bambini.” Scopriamo quindi che da Michelangelo Buonarroti a Pietro Aretino, da Annibal Caro ad Alessandro Tassoni, tutti i principali poeti a artisti del Bel Paese (insieme a illustri sconosciuti) si sono cimentati come epigrammisti. Tra i più vicini ai giorni nostri troviamo Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Niccolò Tommaseo, Umberto Saba, Mino Maccari, Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni, Ada Merini e tanti altri tutti da scoprire. A chiudere l’antologia è Patrizia Cavalli (1949): “Meglio morire leggeri, / senza proprietà, / ché a essere proprietari / si è morti già a metà”. Al giorni nostri l’epigramma è quasi sempre sostituito dall'aforisma, e concedetemi il vezzo di ricordare che io stesso sono autore di tre libri di aforismi e uno di epigrammi. Tornando all’epigrafe, va segnalato che un celebre poeta statunitense vissuto tra il 1868 e il 1950, Edgar Lee Masters, è l'autore dell' “Antologia di Spoon River”, che racchiude centinaia di epigrammi, i quali raccontano proprio sulle lapidi tombali la vita degli immaginari abitanti di un paesino dell'Illinois.

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