sabato 7 marzo 2020

DYLAN DOG TALKS






Marco Nucci
DYLAN DOG TALKS
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2019
220 pagine, 26 euro


Per un paio di anni, fra il 2017 e il 2019, la Bonelli ha distribuito in edicola e in libreria i ventiquattro agili volumi cartonati di una serie intitolata "Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi", che ha ristampato, con l'aggiunta di una colorazione "retinata" old style, alcune fra le migliori storie dell'Indagatore dell'Incubo sceneggiate da quel Tiz che ne fu il creatore, un racconto per ogni uscita. A corredo di ogni titolo venne premesse una brillante introduzione di Marco Nucci, il quale si incaricava anche di intervistare i disegnatori chiamati a illustrare i testi di Sclavi. Queste interviste, davvero interessa ti e vivaci, sono state quindi estrapolate e raccolte in volume. Anche lo stesso Sclavi viene intervistato, così come Mauro Marchesell, a lungo curatore redazionale della serie. A supporto del tutto, c'è anche il commento di Roberto Recchioni, curatore attuale, che presenta ogni storia. Un testo critico e di approfondimento consigliabile a tutti, appassionati o no. Gli intervistati, in ordine alfabetico, sono: Ambrosini, Brindisi, Casertano, Dell'Uomo, Grassani, Montanari, Piccato, Roi, Stano, Venturi e Villa.

sabato 29 febbraio 2020

L'ISTITUTO



Stephen King
L'ISTITUTO
Sperling & Kupfer
2019, cartonato,
566 pagine, 21.90 euro


Nella "Nota dell'autore" pubblicata in appendice al libro, Stephen King ricorda la figura di Russ Dorr, che da medico della sua famiglia si è trasformato nel suo più fedele collaboratore ricercando notizie, fornendo documentazione, controllando fatti, luoghi e persone. "Mi ha aiutato a ottenere quel che è sempre stato il mio scopo: rendere plausibile l'impossibile", scrive King. Ecco, credo che questo sia lo scopo di ogni scrittore, anche quelli che scrivono storie "realistiche", perché qualunque storia, non essendo accaduta, è impossibile. Ciò che i lettori chiedono è di crederci, di poterci credere. Anche se si parla di una Compagnia dell'Anello o di un Impero Galattico. La parte meno plausibile de "L'istituto", secondo me, è il finale: una resa dei conti con i buoni che vanno ad affrontare i nemici a casa loro, prendendo perfino un aereo per risolvere la questione tutta in una notte, approfittando di un tempo che sembra dilatarsi a dismisura. Mai contestare, comunque, le scelte narrative di uno scrittore (men che mai di Stephen King), dato il libro lo ha scritto lui e non chi lo legge. Si può solo dire: mi è piaciuto, non mi è piaciuto. E sicuramente, chiudendo l'ultima pagina, "L'istituto" mi è piaciuto parecchio. E' uno di quei romanzi che quando li cominci a leggere poi non ti stacchi più finché non lo hai finito, e tanto basta. E pensare che comincia parlando d'altro, cioè di Tim Jamieson, un ex poliziotto in fuga dal suo passato, che si trasferisce in un microscopico paesino del Sud degli Stati Uniti, dove è finito per caso, e trova lavoro come guardiano notturno. Poi entra in scena un ragazzino di Minneapolis dal QI superiore alla norma, Luke Ellis, che oltre a essere straordinariamente dotato intellettualmente, possiede blandi poteri telecinetici. All'improvviso, un commando fa irruzione in casa di Luke, stermina la sua famiglia e lo rapisce. Il ragazzo si ritrova prigioniero in una sorta di prigione-ospedale nel Maine, dove altri bambini come lui vivono reclusi e sono sottoposti a test ed esperimenti tesi a verificare ed esercitare le loro facoltà ESP. 
King si cimenta insomma in un'altra storia con dei protagonisti bambini, ragazzi e adolescenti, un'altra delle sue tematiche ricorrenti ("Stand by me", "It", "La bambina che amava Tom Gordon", "Chi perde paga"). Attraverso prove ed esperienze che rompono l'incanto dell'infanzia e fanno perdere l'innocenza, si cresce e ci si forma.
Nell'Istituto i ragazzi subiscono violenze e maltrattamenti, ma soprattutto a un certo punto, uno a uno (ne arrivano comunque sempre di nuovi) vengono spostati in un misterioso secondo edificio da cui nessuno fa più ritorno. Anche Luke ci finirebbe, se non trovasse il modo di fuggire, grazie alla sua intelligenza superiore e l'aiuto da parte di una sorvegliante, che ben sa la sorte che subiscono i reclusi una volta che siano stati spremuti dei loro poteri mentali, usati da un dipartimento degenerato del Governo federale per scopi politici e militari, di condizionamento della politica internazionale. Il mondo è in pericolo e solo Luke può salvarlo, se non si fa riprendere. A questo punto rientra in scena Tim, che ci chiedevamo appunto che cosa c'entrasse. Vale la pena di leggere e di scoprirlo.

domenica 23 febbraio 2020

DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO





Richard Dawkins
DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO
Mondadori
cartonato, 2019
250 pagine, 21 euro


"Una guida all'ateismo per principianti", recita il sottotitolo. In effetti, il volume si configura come una sorta di guida in breve che riassume, in modo chiaro, quanto già esposto dall'autore in un altro suo celebre libro, "L'illusione di Dio", del 2007. Chi abbia già letto il precedente saggio non troverà grandi novità se non, appunto, una argomentazione più veloce, accattivante e sintetica. Grande divulgatore com'è, e come ha dimostrato in classici della biologia evolutiva spiegata ai non iniziati quali "Il gene egoista" e "L'orologiaio cieco", Dawkins si ascolta sempre volentieri comunque la si pensi. Il suo è un argomentare misurato, logico, razionale e consequenziale, che personalmente trovo affascinante e che credo possano trovare affascinante anche i credenti che vogliano confrontarsi con i motivi dello scetticismo altrui verso il trascendente di atei e agnostici. Sarebbe anzi interessante poter leggere altrettante esposizioni di buon senso, da parte di chi, invece, vuole spiegare i motivi della propria fede. Dawkins illustra come, secondo lui, i libri sacri di ogni religione che vengono ritenuti dettati da Dio siano in realtà scritti dagli uomini, come non ci sia necessità di essere credenti per stabilire cos'è il bene e cos'è il male e comportarsi di conseguenza, come l'evoluzione spieghi la vita sulla Terra senza bisogno di ricorrere a un creatore, ad Adamo e a Eva. Lo scienziato argomenta il suo parere, ciascuno poi ne trarrà le conclusioni che più ritiene giuste.

sabato 22 febbraio 2020

INFERNO BIANCO



Andy Hall
INFERNO BIANCO
Corbaccio
cartonato, 240 pagine
2014, 19.90 euro


Ho una particolare predilezione per i libri di alpinismo, e ogni tanto cerco di leggerne qualcuno - scegliendo fra quelli non del tutto tecnici e per iniziati, ma che raccontino di uomini, di sfide, di situazioni estreme. "Inferno bianco" è una ricostruzione puntuale, documentata e fedele di una tragedia che nel 1967, fece strage di un gruppo di dodici alpinisti: ben sette morirono, e di quattro di loro non si sono mai ritrovati i corpi. La vetta che la spedizione, guidata da Joe Wilcox, intendeva scalare era il McKinley, chiamato Denali dai nativi, in Alaska: 6193 metri, con nevicate sopra i duemila in tutte le stagioni dell'anno e una parete verticale di quattromiladuecento. Andy Hall descrive la montagna e fa la storia dei tentativi di scalata precedenti al 1913, anno della prima conquista, per poi passare a descrivere l'organizzazione della spedizione Wilcox, messa insieme potendo contare su pochissimi fondi a disposizione. Seguire la fatica del trasporto dei materiali e delle scorte di cibo da un campo base all'altro, portato a spalla come di regola dagli alpinisti (o dai loro sherpa, che qui non c'erano), e poi il superamento di mille difficoltà, rende dolorosa la lettura per chi già sappia del finale infausto dell'impresa. Dodici uomini con indole diverse, che litigano fra loro, che soffrono, poi si rincuorano, poi giungono alle stremo delle forze, poi le recuperano... Hall, pur non romanzando nulla, ci fa entrare in empatia, come se anche noi facessimo parte della spedizione. Poi, a tragedia avvenuta (causata da una delle più improvvise e imponenti bufere di neve di tutti i tempi da quando sul McKinley se ne tiene il conto), si indaga su cosa poteva essere fatto per evitare la strage, e si fanno ipotesi sulla sorte occorsa agli scomparsi nel nulla. Lettura coinvolgente ed emozionante.

venerdì 21 febbraio 2020

LA CASA DEL SONNO





Jonathan Coe
LA CASA DEL SONNO
Feltrinelli
brossurato, 312 pagine


Psichedelico. Potrebbe essere questo l’aggettivo che meglio qualifica “La casa del sonno” dello scrittore britannico Jonathan Coe (1961). Il quale potrebbe essere definito, d’altro canto, come poliedrico. Difatti spazia fra musica, poesia, teatro, umorismo, sociologia, dramma e inquietudine. Ho letto che Daniel Pennac, in una sua conferenza, abbia giudicato il romanzo di Coe come “uno dei più belli dell’ultimo decennio del Novecento”. Pubblicato per la prima volta nel 1997 e ambientato in Inghilterra nell’arco della quindicina d’anni che va dall’inizio degli Ottanta alla metà dei Novanta, il romanzo alterna di continuo il passato e il presente di un piccolo microcosmo di personaggi che hanno avuto tutti a che fare con Ashdown, un secolare ed austero edificio in pietra vicino a una università in cui un tempo alloggiavano gli studenti e che poi uno di loro, Gregory Dudden, ha trasformato in una clinica privata dove si curano i disturbi del sonno. E di disturbi del sonno soffrono per l’appunto almeno due degli universitari ospitati ad Ashdown, Sarah Tudor e Terry Worth, la prima narcolettica e non in grado di distinguere i sogni dalla realtà, il secondo, famoso critico cinematografico, che sembra non dormire mai. La clinica del professor Dudden nasconde nel sottosuolo dei laboratori in cui lo psichiatra conduce esperimenti inquietanti sulla privazione del sonno, su cavie animali ma anche su volontari umani, uno dei quali ne rimane vittima. Nonostante questi laboratori lascino nel lettore un latente senso d’ansia, mai il romanzo si trasforma in horror, neppure nel finale quando Dudden impazzisce e finisce per sottoporre se stesso alla sperimentazione. L’inquietudine accompagna la lettura anche riguardo alla sorte di Robert, personaggio decisamente border line innamorato di Sarah, la quale lo considera il suo miglior amico ma non può sceglierlo come compagno perché lesbica. Scopre di esserlo proprio alla fine di una relazione da incubo con Gregory, pieno di manie, allorché si mette con Veronica, attivista politica destinata a rinnegare i propri ideali e a divenire una yuppie e ad andare incontro a un tragico destino. I destini di tutti i personaggi si intrecciano fra loro, in un perfetto gioco a incastri, nonostante tutti abbiano preso strade diverse, fino alla soluzione del mistero di chi sia in realtà la dottoressa Madison, la principale assistente di Dudden. La scrittura di Coe non è mai sopra le righe nonostante la matassa inquieta da dipanare e in certe pagine indulge perfino all’umorismo, come nel pezzo di bravura di una recensione cinematografica di Terry il cui senso viene completamente travisato (con risultati esilaranti) dal “salto” di una nota a fondo pagina.

giovedì 20 febbraio 2020

OH! IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE




Leo Ortolani

OH! IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE
Bao
cartonato, 2017
250 pagine, 18 euro


Diventato ormai autore da libreria e dimenticate le edicole, Leo Ortolani ripropone in versione aggiornata e ampliata, grazie a Bao, un suo vecchio albo Panini del 2006 ("Le meraviglie del mondo") che a sua volta raccoglieva materiali cominciati a realizzare fin dal 1993, quando Ortolani era allo step ancora precedete a quello dell'edicola. Si tratta di una sorta di enciclopedia in cui ogni capitolo indaga, approfondisce e spiega un tema, spiritosamente appartenete a due categorie: le meraviglie della Natura e le meraviglie della Tecnica. Il talento sia grafico che umoristico di Ortolani è fuori discussione, per cui inutile dire (ma lo dico) che anche "Oh! Il libro delle meraviglie" fa molto ridere. Quel che colpisce è quanto sembrino felicemente cattive le gag e la scelta degli argomenti, a distanza di decenni dalla prima realizzazione. Si comincia parlando di aborto, con un notevole humour nero, si prosegue trattando di naziskin, di mafia, di droga, di AIDS, di handicap, di morte, di pedofilia, di educazione sessuale. Va detto che neppure Ortolani riesce a essere davvero politicamente scorretto fino in fondo, perché tutto sommato, per fare un esempio, non si scherza sui musulmani, e ne siamo tutti contenti, ma facciamocelo bastare.

martedì 21 gennaio 2020

LA MISURA DEL TEMPO





Gianrico Carofiglio

LA MISURA DEL TEMPO
Einaudi
2019, 284 pagine
brossurato, 18 euro


I gialli di Gianrico Carofiglio con protagonista l'avvocato Guido Guerrieri, ma anche quelli con il maresciallo Fenoglio, mi fanno regolarmente pensare a un paragone, non so quanto azzeccato, con Ed McBain e il suo 87° distretto. Si dice di solito che McBain sia stato l'indiscusso maestro del "pollice procedural", cioè del caso poliziesco condotto mostrando le reali procedure della Polizia (un po' come in CSI, ma cinquant'anni prima)l, con tanto di riproduzione del moduli da compilare in uso nei commissariati. Anche Carofiglio, che ha fatto per anni il magistrato, conosce a menadito le procedure dei tribunali e delle autorità inquirenti e si può permettere di descriverle con cognizione di causa. Ma c'è dell'altro. McBain non si limita alle indagini, racconta anche, con indiscutibile talento, le vicende umane della vittima così come dei poliziotti del distretto da lui scelto come teatrino dei suoi romanzi. Allo stesso modo lo scrittore pugliese, a cui l'etichetta di "giallista" sta sicuramente stretta, scava nelle psicologie dei suoi personaggi e Guido Guerrieri finisce per essere qualcosa di più di un semplice investigatore. Ma coinvolgenti sono anche i risvolti che ci vengono mostrati della vita delle altre figure condotte sulla scena. McBain, infine, rende protagonista delle sue storie una città immaginaria, Isola (non si può non riconoscerci Manhattan). Carofiglio, allo stessi modo, ci va vedere Bari con i suoi occhi, così come ci permette di sentirne suoni, sapori e odori con gli altri sensi. "La misura del tempo" è un romanzo tipico della serie dedicata a Guido Guerrieri, e non svetta perché il livello di tutti è sempre alto. Mi sono trovato a riflettere su come mi sia emozionato attendendo la lettura della sentenza sul caso di Iacopo Cardace così come era accaduto negli altri gialli per gli altri casi. Sentenza che mi ha sorpreso più del solito, devo dire, senza anticipare nulla. Iacopo è il figlio del primo grande amore di Guido Guerrieri, Lorenza, una ragazza con cui trent'anni prima aveva avuto una storia e di cui poi aveva perso le tracce. E' in prigione dopo una condanna in primo grado per l'omicidio di uno spacciatore, e adesso c'è l'appello. Lorenzo si rivolge a Guido perché rovesci il verdetto. Il problema è che tutti sembra accusare Iacopo, e che Guido non è affatto convinto che il giovane, venticinquenne, sua innocente. Carofiglio usa la vicenda per dare uno spaccato sulle dinamiche interne alla magistratura e all'avvocatura, propone pagine di verbali, commenta le sentenze e, con l'escamotage di mostrare Guerrieri tenere un corso a dei giovani aspiranti magistrati, fa una lezione di diritto in punta di penna. Bene, bravo, bis.

domenica 19 gennaio 2020

IL CERCHIO CELTICO




IL CERCHIO CELTICO
Björn Larsson
Iperborea
2000, brossurato
420 pagine

Pubblicato nel 1992, “Il cerchio celtico” è il secondo romanzo dello scrittore svedese Björn Larsson (1953). Precede di tre anni il suo lavoro più conosciuto, e probabilmente il suo capolavoro, “La vera storia del pirata Long John Silver”, del 1995. Leggendo le noti biografiche dell’autore colpisce come entrambi questi libri siano stati scritti a bordo di un veliero, il “Rustica”, con il quale Larsson naviga in giro per il mondo (quando non è impegnato nelle sue lezioni di letteratura francese all’università di Lund). E a pensarci bene non potrebbe essere che così, perché si resta impressionati dalle descrizioni di traversate a vela, con ogni evidenza scritte da qualcuno che se ne intende e che ama il mare, anche quando si tratta di varcare passaggi impossibili come alcuni sulle coste della Scozia, attraverso muri d’acqua creati dalle correnti atlantiche che si scontrano con quelle del Mare del Nord. “Rustica” è anche il nome della barca a vela che fa sa protagonista, più dell’io narrante Ulf e degli altri personaggi, al “Cerchio celtico”, a bordo del quale vien davvero voglia di percorrere il Canale di Caledonia. Come vien voglia di partire immediatamente per le isole Ebridi o le Orcadi, di perdersi nel dedalo di isole della costa occidentale scozzese. Ulf è un provetto skipper (per passione, non per mestiere), che vive proprio a bordo del suo veliero ancorato, in inverno, in porto della Danimarca. E’ lì che si mi batte in un misterioso personaggio, MacDuff, giunto dalla Scozia sulle tracce di un catamarano di un finlandese di nome Pekka. E’ proprio Pekka a consegnare a Ulf il diario di bordo della propria imbarcazione, prima di scomparire nel nulla per essere poi ritrovato cadavere e con la testa tagliata. Ulf, insieme all’amico Torben coinvolto quasi per caso (coltissimo in storia e letteratura ma inesperto come marinaio), decide di ripercorrere all’indietro, con il “Rustica” la rotta di Pekka, il quale sembra aver scoperto una organizzazione segreta ramificata ovunque nelle terre che furono celtiche, i cui adepti non esitano a uccidere chi venga a sapere qualcosa dei loro piani. E in effetti Ulf e Torben vengono tampinati ovunque da gente tutt’altro che benintenzionata nei loro confrontri, gente che prima cerca di capire se gli occupanti del “Rustica” sono i diportisti che dicono di essere, poi passa decisamente a dar loro la caccia. La rotta del veliero conduce il lettore dalla Danimarca fino alla costa orientale della Scozia, attraverso il Mare del Nord, insidiosissimo in inverno (si dice, nel libro, che il Mare del Nord è il più grande cimitero di navi del mondo), poi su quella a Ovest. La setta del Cerchio Celtico predica la formazione di una nazione indipendente basata sul ripristino dell’antica potenza dei Celti, in Irlanda, Scozia, Paesi Baschi e Bretagna, dove le radici e la lingua dei popoli celtici vengono oppresse e perseguitate. Si scopre così, e c’è del vero, che esistono centinaia di Druidi moderni che perpetuano le conoscenze degli antichi (mai scritte, solo orali, com’era tradizione) e centinaia di ramificazioni e culti segreti, alcuni più oltranzisti, altri più moderati, tutti convinti comunque che esista un eterno presente celtico che le persecuzioni, politiche e religiose, non hanno mai trasformato in passato. Da un certo punto di vista, si può persino parteggiare per la causa di una nazione che rivendica il proprio diritto a esistere e al recupero della propria identità. Certo, se i metodi devono essere quelli dell’IRA o dei terroristi baschi, la simpatia va a farsi benedire.  Le avventure del “Rustica” permettono al lettore di approfondire la conoscenza dei Celti, e personalmente sono stato ben lieto di scorgere una qualche assonanza fra le mie due storie di Zagor con la setta dei “Servi di Cromm” e il Cerchio Celtico di Larsson. Singolarmente, il romanzo non ha una conclusione, Ulf e Torben a un certo punto interrompono le loro indagini e ciò che davvero stanno tramando i loro avversari non viene del tutto svelato: c’è un epilogo in cui si spiega qual è la sorte dei due navigatori e del “Rustica”, ma la minaccia della setta da cui sono stati braccati viene tutt’altro che sventata.

sabato 18 gennaio 2020

PASOL VOL 2





Luca Laca Montagliani
PASOL VOL. 2
Cut-Up Publishing
brossurato, 2019
326 pagine, 18.90 euro

Le strip di Pasol, divertente personaggio underground e crumbiano di Luca Laca Montagliani, sono apparse a partire dal 1998 sulla rivista alternativa "Orcodrillo" e poi in vari volumetti a lui dedicate dall'etichetta indipendente Annexia. Nel 2018 e nel 2019 Cut-Ut le ha raccolte in due volumi. Questo, il secondo, è quello della maturità del tratto grafico, più accattivante e pulito, e raccoglie anche omaggi di altri autori, tra cui l'insospettabile Sergio Bonelli. Ma c'è anche Marco Verni, che ha disegnato uno Zagor... pasolizzato. A me, Pasol fa molto ridere. Però, tanto per parlare di me e non di Luca Laca, a mio avviso fa ridere anche la prefazione che ho scritto. La riporto qui di seguito pari pari.


DO RE MI PASOL LA SI
di Moreno Burattini

Quando Luca Laca (un nome che è tutto un programma) mi ha chiesto di scrivere una prefazione a un suo volume su Pasol, credevo si riferisse a Pasolini. In fondo, i giovani moderni scrivono “xché” invece di “perché” e “qnd” al posto di “quando”, perciò poteva essere che Pier Paolo Pasolini venisse abbreviato in “Pasol”. Soprattutto da un esponente della cultura underground pubblicato su riviste alternative e assimilabile nello stile grafico ai graffitari che insozzano i muri. Ho accettato con entusiasmo, ma mi sono preso del tempo, prima di consegnare: ho voluto rileggermi “Petrolio”, “Scritti corsari” e “Ragazzi di vita”, per farmi trovare ferrato sulla materia. Del resto, sono un professionista delle introduzioni. Mi chiedono introduzioni per libri di tutti i tipi, a ogni piè sospinto, in genere volumi semiclandestini di piccoli editori mai sentiti nominare prima, ma comunque introduzioni. Ho all’attivo più introduzioni io di Rocco Siffredi. Del resto sono un ragazzo disponibile e di bocca buona, perciò se qualcuno mi chiede di introdurre, io introduco. Dunque, fatto il ripasso sulla produzione pasoliniana necessario alla bisogna, mi sono messo a leggere Pasol chiedendomi, dopo le prime tavole, quando fosse entrato in scena Pasolini. O quando, in qualche vignetta, si fosse fatto riferimento a lui. In effetti qua e là qualche trovata più scatologica, qualche turpiloquio e qualche raffigurazione della fauna umana delle periferie mi ha fatto pensare che cominciassero le allusioni prodromiche alla trattazione della biografia del grande regista, poeta e scrittore cantore delle borgate e dei borderline metropolitani. Poi però, alla fine, mi sono convinto che Pasolini non c’entrasse niente. Ecco. Più che deluso, mi sono ritrovato allarmato. E adesso di che parlo? Naturalmente, un vero professionista della prefazione non si può tirare indietro alla prima difficoltà. Bisogna improvvisare. Millantare credito. Scrivere frasi che suonino bene senza dire niente. Ma, a dire il vero, qualche bel concetto da esprimere me lo sono appuntato. Però Luca Laca mi chiede di introdurre il secondo volume di Pasol e non il primo (resta il mistero di come possa esserci un secondo volume dopo un primo del genere). La prima introduzone, scopro con sorpresa, è affidato a Davide Barzi. Ora, com’è possibile che il più grande introduttore del mondo (cioè io) debba venire DOPO un Davide Barzi qualsiasi? Ma, quel che è più grave, Luca Laca mi invia in lettura il testo (pfui, testo, figuriamoci) di Barzi. E che scopro? Che quel che dice lui è esattamente quel che volevo scrivere io. Così non vale. Ma non è finita. Mi metto a leggere tutte le tremende avventure di Pasol (se non fossi il professionista che sono avrei solo finto di averlo fatto) e mi appunto quattro concetti in croce da poter esprimere. Ma ecco che scopro, in mezzo al primo volume, ben occultati ma presenti, commenti di Ferruccio Giromini, di Michele Ginevra e addirittura di Carlo Chendi. Giromini scrive che la volgarità che contraddistingue Pasol è un mezzo e non un fine; Ginevra aggiunge che i testi sono forti ma non gratuiti e comunque trattano dell’incomunicabilità tra uomo e donna; Chendi conclude che Laca ha dei temi comici perfetti e che fa ridere (in realtà per far ridere un ilare e faceto come Carlo ci vuol poco). Confronto queste riflessioni con le mie: uguali! Hanno già detto tutto loro. Ma insomma! Come si fa a chiedere una introduzione a qualcuno dopo che già mezzo mondo ha detto la sua e si è accaparrato tutte le cose da dire? Per non parlare dello stesso Luca Laca che ha presentato se stesso, e di Pagani & Caluri che dicono la loro su questo secondo volume (vengono dopo di me, come vedrete, ma hanno scritto prima, e il concetto che esprimono è l’ultimo e definitivo: Laca è un cretino – dopodiché, novantadue minuti di applausi). In pratica, non mi è rimasto da dire niente. Se volete, però, vi posso parlare di Pasolini.

venerdì 8 novembre 2019

LA VALLE DEGLI IMMORTALI





Yves Sente

Teun Berserik
Peter Van Dongen

LA VALLE DEGLI IMMORTALI

Alessandro Editore
cartonato, 2018
60 pagine, 18.99 euro


Con tutto il rispetto per i moderni graphic novel, ritrovare il sapore delle vecchie, fumettose avventure di una volta, è sempre una sensazione impagabile. Peraltro, "La valle degli immortali" è, in effetti, una moderno graphic novel, essendo datato 2018, ma ha lo stesso identico sapore delle storie di Edgar P. Jacobs, di cui è una perfetta imitazione - senza che questa definizione costituisca un limite, un difetto o una diminuzione del merito. Lo sceneggiatore Yves Sente e in disegnatori Teun Berserik e Peter Van Dongen sono riusciti a proseguire le avventure di Blake & Mortimer come se a scriverle e disegnarle fosse ancora il loro creatore. Per Sente è la settima prova, per i disegnatori la prima. Priecedentemente, del resto, si erano cimentati con successo anche Jean Van Hamme (ai testi) e vari altri disegnatori, tutti con lo sguardo fisso sull'obiettivo di continuare l'opera jacobsiana per la gioia dei lettori, senza cercare di dare interpretazioni dei personaggi in stili diversi. Una scelta controcorrente, ma assolutamente vincente e convincente. "La valle degli immortali" è un racconto così lungo da essere diviso (come altre volte è accaduto, anche per mano di Jacobs) in più albi - in questo caso, due. La seconda puntata si intitola "Il millesimo braccio del Mekong" - torneremo a parlarne. "La valle degli immortali" è il sequel della primissima avventura di Blake & Mortimer (dipanatasi in tre volumi) "Il segreto dell'Espadon", così come "Il bastone di Plutarco" (un precedete episodio di Sente e Juillard, datato 2014) ne era il prequel. "Il segreto dell’Espadon" (storia che apparve a puntate sull risorto settimanale Tintin a partire dal settembre 1946, e fu raccolta in due albi nel 1950 e 1953) proponeva un infido nemico, il Colonnello Olrik, e una "minaccia gialla" rappresentata da un usurpatore tibetano chiamato Basam-Damdu. Costui, impadronitosi di arsenale militare atomico, scatena un attacco contro l’Occidente distruggendo Parigi, Roma, Londra e altre capitali. A cercare di fermare Olrik e Basam-Dandu ci sono ill capitano dei servizi segreti britannici Francis Blake e il suo amico scozzese Philip Mortimer, esperto progettista di futuribili invenzioni. 

"La valle degli immortali" è ambientata nel secondo dopoguerra, verso la fine degli anni Quaranta, in uno scenario fantapolitico (Londra è stata distrutta) ma "fanta" fino a un certo punto, perché poi sono reali le vicende legate al conflitto tra i nazionalisti di Ciang Kai-Shek e i comunisti di Mao Zedong, che portano alla fuga verso Hong Kong di grandi masse di profughi. I nazionalisti hanno portato a Taiwan migliaia di casse con reperti archeologici cinesi, per farli sfuggire alla temuta iconoclastia comunista, ed è proprio in una di queste casse che si nasconde un documento di fondamentale importanza, legato all'antica storia cinese.
Alcune tavole iniziali ridisegnano il finale del "Segreto dell'Espadon", mostrando la distruzione della città di Lhasa e la battaglia aerea degli Espadon (velivoli fantascientifici progettati dal professor Mortimer). Si vede anche come Olrik abbia potuto cavarsela e che sorte abbia avuto - qui lo ritroviamo di nuovo come nemico, ma non da solo. Le atmosfere alla Indiana Jones (ma anche alla James Bond) si mescolano con suggestioni di fantapolitica, di fantarcheologia, di fantascienza, e si capisce come da Olrik sia nato l'Orloff di Martin Mystere.

venerdì 27 settembre 2019

LA VERITA' SUL CASO HARRY QUEBERT



Joël Dicker 
LA VERITA' SUL CASSO HARRY QUEBERT
Bompiani
2013, brossurato
780 pagine, 14 euro


Se un libro vende centinaia di migliaia di copie vale sempre la pena chiedersi perché. Dunque, mi sono convinto a leggere il caso editoriale che ha spopolato in mezzo mondo. Si tratta sostanzialmente di un giallo: nel 1975 una ragazza di 15 anni, Nola Kellergan, scompare in circostanze misteriose nei boschi attorno alla cittadina di Aurora, nel New Hampshire, e i suoi resti vengono ritrovati nel 2008 sepolti nel giardino di casa di un celebre scrittore, Harry Quebert, che di lei era stato segretamente l'amante trentatré anni prima. Un allievo di Quebert, Marcus Goldman, anche lui scrittore di successo, indaga sul caso per scagionare il maestro, convinto della sua innocenza. Le premesse per una lettura appassionante ci sono tutte, e dico subito che, in effetti, una volta presi nel meccanismo narrativo (fin dalle prime pagine) se ne resta coinvolti e si vuol sapere come vada a finire. Tuttavia, se per arrivare in fondo, tutto sommato, ci vuol poco (si procede di gran carriera,  la prosa è scorrevole, la scrittura fluida e non c'è niente che costringa a tornare indietro per cercare di capire meglio qualcosa di poco chiaro), si tratta davvero del grado zero della narrativa. Facciamo del grado uno, considerando che c'è anche Fabio Volo. Insomma, l'inchiesta è intrigante e il mistero ben congegnato, ma ci sarebbe voluta la penna di qualcun altro per scrivere il romanzo. Se ci si abitua a Simenon, ma anche a Stephen King, si storce la bocca davanti a Dicker (classe 1985). Lì per lì il paragone viene con Stieg Larsson, l'autore della trilogia di "Millennium", che però era uno che sapeva scrivere in modo chiaro ma non banale e ha finito per consegnarci tre romanzi capolavoro, con un personaggio indimenticabile come Lisbeth Salander. Anche ne "Il caso Harry Quebert" come in "Uomini che odiano le donne" ci sono tanti personaggi, un caso complicato, una ragazza scomparsa molti anni prima, uno scrittore che indaga in una località isolata. Però, in confronto non regge perché Dicker, qui alla sua terza prova, in confronto a Larsson lascia a desiderare non tanto come ideatore di trame quanto come capacità di affabulare. Già non si capisce perché uno svizzero debba inventarsi un giallo ambientato negli USA, come se di thriller americani non ce ne fossero già abbastanza. Ma poi, sono proprio molti degli avvenimenti a risultare ingenui e incredibili, tirati per i capelli, a cominciare dall'innamoramento di Quebert (già adulto) per l'adolescente Nola. La ragazza fa la cameriera in un locale, rivolge allo scrittore due frasi sciocchine e per lui è il colpo di fulmine. Non è che se la voglia solo portare a letto (le scene di sesso fra i due sono sottintese e non se ne accenna mai), proprio ritiene di non poter vivere senza di lei e crede che la ragazzina possa essere la donna con cui fuggire per viverci insieme tutta la vita. Davvero si strabuzzano gli occhi e si scuote la testa perplessi. Poi c'è il fastidio provocato dal fatto che sia Querbert che Goldman siano due grandi scrittori, tutti e due autori di libri che hanno venduto milioni di copie, ed entrambi andati a finire ad Aurora per scrivere romanzi destinati essere capolavori: una forzatura del genere non sta in piedi neppure con le stampelle e se la inserissimo in un fumetto noi sceneggiatori saremmo linciati dai lettori. In conclusione: se si chiude un occhio sui mille punti che non tornano e sulle forzature in cui si inciampa a ogni piè sospinto, si scopre alla fine come sono andate realmente le cose e si può perfino annuire in segno di approvazione, ma bisogna davvero sorvolare su parecchi particolari.

domenica 15 settembre 2019

ALLA RICERCA DELLE COCCOLE PERDUTE




Giulio Cesare Giacobbe
ALLA RICERCA DELLE COCCOLE PERDUTE
Ponte alle Grazie
2004, brossurato
220 pagine, 12.50 euro

I libri dello psicologo e psicoterapeuta (con devianze buddiste) Giulio Cesare Giacobbe (Genova, 1941) sono sempre di gradevole lettura anche quando affrontano temi seri come le nevrosi e la sofferenza psichica, e se ne possono ricavare buoni consigli pratici pure quando il tono si fa così scherzoso da spingerci a chiederci cosa ne pensino i suoi colleghi dal tono più paludato. Tuttavia i manuali di Giacobbe, a partire "Come smettersi di farsi le seghe mentali e godersi la vita", pur mancando di propositi accademici, riescono a farci riflettere sulle dinamiche mentali comuni a tutti quanti (chi per un verso, chi per un altro). Soprattutto, sono estremamente chiari, al limite della brutalità (pur stemperata da una ironia disarmante). Trovo questo "Alla ricerca delle coccole perdute" il migliore della serie (almeno, quella dei cinque o sei titoli che ho letto). L'assunto di fondo è che ciascuno di noi può essere inserito in una di queste tre tipologie: il Bambino, che ha sempre bisogno di qualcuno a fargli le coccole; l'Adulto, che si fa le coccole da solo; il Genitore, che è l'unico in grado di fare le coccole agli altri. In un normale sviluppo della personalità, si attraversano, crescendo, tutte e tre le tipologie. I problemi sorgono quando non si è in grado di passare dall'una all'altra a seconda delle circostanze, ma si resta pietrificati in una soltanto. E i problemi si complicano quando due pietrificati in una tipologia soltanto fanno coppia fra di loro. Nascono nevrosi di tutti i tipi. La coppia sana è quella formata da due persone che sanno essere, fra di loro e nei rapporti con gli altri, Bambini in certi momenti, Adulti in altri, Genitori in altri ancora.

sabato 14 settembre 2019

CELESTINO E LA FAMIGLIA GENTILISSIMI



Achille Campanile
CELESTINO E LA FAMIGLIA GENTILISSIMI
Rizzoli
2004, brossurato
240 pagine, 8 euro

Se accettate un consiglio, fatevi un regalo e leggete questo libro. Io ho trattenuto a stento le risa (soffocandole in singhiozzi inconsulti) durante un viaggio in treno, osservato con perplessità dai passeggeri attorno. Datato 1941, scritto da uno dei massimi umoristi italiani (Achille Campanile, 1899-1977), "Celestino e la famiglia Gentilissimi", oltre a essere un esercizio di stile che vede l'autore portare avanti il racconto senza io narrante ma producendo lettere, telegrammi, e testimonianze di informati sui fatti alternati a sketches da avanspettacolo, è anche una esilarante denuncia delle ipocrisie della famiglia perbenista. Il destro Celestino, non si sa bene invitato da chi, forse per propria iniziativa, si presenta nella villa al mare dei conti Gentilissimi e, benché tutti in casa vorrebbero godersi le vacanze senza seccatori fra i piedi, nessuno osa dirgli di andarsene (per non sfigurare, in rispetto delle convenzioni sociali). Così il giovanotto si autonomina ospite a vita e segue dovunque i Gentilissimi, i quali cercano in tutti i modi di liberarsene, beninteso, senza mai figurare e, anzi, ostentando benevolenza assoluta. Ma qualunque trucco, stratagemma, inghippo, trappola, atto criminale messo in atto contro Celestino si ritorce contro i Gentilissimi in un susseguirsi di episodi sempre più divertenti. Che ne sanno, gli autori degli ignobili meme che imperversano sui social, di Achille Campanile.

martedì 20 agosto 2019

A MODO NOSTRO



Chen He
A MODO NOSTRO
Sellerio
2018, brossurato
360 pagine, 16 euro

Si potrebbe pensare a un noir. Un cinese di Wenzhou (la città del sud della Cina da cui provengono la maggior parte degli immigrati trasferitisi in Italia e in Francia), Xie Qing, viene convocato a Parigi dalle autorità di polizia, e dunque ottiene un viaggio spesato e un visto di ingresso, per riconoscere il cadavere di una donna, vittima di quello che sembra un incidente stradale avvenuto su una strada francese. La donna è Yang Hong, ex moglie di Xie. La sua automobile è finita in un fiume, e mentre l'acqua riempiva l'abitacolo lei ha fatto in tempo a fare due telefonate, una per richiedere soccorso e una a un numero sconosciuto. Xie Qing sospetta un omicidio e si trattiene a Parigi per indagare: niente di quanto accaduto sembra nelle abitudini di Yang, donna prudente e quasi astemia che invece sembrava essere ubriaca alla guida di una macchina spinta ad alta velocità, mentre aveva addosso un vestito lussuoso. Che vita conduceva la donna a Parigi? Un vero mistero per l'ex marito, che era stato abbandonato all'improvviso e lasciato in Cina. In realtà, l'aspetto poliziesco della vicenda non è affatto il predominante e, peraltro, non viene sfruttato quasi per nulla dall'autore. Tutte le spiegazioni vengono fornite, ma senza il climax che i gialliosti costruiscono per arrivare al colpo di scena di una rivelazione finale. Nessuna rivelazione. I fatti vengono raccontati in una alternanza di flashback ambientati tra gli anni Sessanta e Ottanta, e la narrazione principale che inizia nel 1993, e che ricostruiscono le vite parallele, poi intrecciatesi e quindi di nuovo divise di Xie e Yang. Le vicende sono però interessanti perché dipingono un quadro insolito e sconosciuto a noi europei della Cina prima della rivoluzione culturale, poi del regime maoista, quindi del periodo successivo e delle dinamiche dell'emigrazione, regolare e clandestina, dei cinesi in Europa. Xie sfrutta il permesso di soggiorno in Francia per cercare fortuna, più che per indagare sulla morte della moglie, e si trova arruolato al servizio di una ricca trafficante di uomini, Qiumei, che organizza trasferimenti in Italia e Francia di centinaia di cinesi paganti. Uno di questi "carichi" finisce in fondo al mare a causa di un naufragio nel Mediterraneo e ci sono centinaia di vittime. La cosa singolare è che Chen He, tutto sommato, presenta Qiumei come un personaggio positivo, che dà lavoro a tanti connazionali e che crea ricchezza in Cina grazie alle rimesse degli emigrati. La "normalità" con cui si tratta di lavoro in nero e sottopagato, di contrabbando, di aggiramento delle regole, di commercio senza autorizzazioni, dà piuttosto fastidio. Però, è chiaro come il quadro dipinto sia realistico. Singolare la descrizione anche della realtà dell'Albania, dove si svolge una parte del racconto  (in quanto base di smistamento del traffico di clandestini)  un tempo filo-maoista, e colpisce come esistesse un cinema albanese con un mercato cinese di milioni di spettatori.

lunedì 19 agosto 2019

COSIMO I DE' MEDICI



Roberto Cantagalli
COSIMO I DE' MEDICI
Mursia
cartonato, 312 pagine
1985, 25.000 lire

Più che si leggono, per passione, libri sulle vicende del passato e biografie di personaggi storici, più ci si rende conto di come la storia non sia proposta nel migliore dei modi dai programmi scolastici. Gli studenti, in genere, la trovano una materia noiosa. Invece, se si riuscissero a far risaltare la personalità degli uomini che ne furono protagonisti e il lato romanzesco delle dinamiche del suo scorrere, sicuramente anche i forzati delle aule di scuola imparerebbero a divertirsi nel leggere le pagine che li riguardano. Cosimo I de' Medici, tuttavia, è un personaggio affascinante anche se nessuno ricorda di averlo visto brandire una spada sul campo di battaglia. Non fu protagonista di imprese eroiche, non lo si ricorda perché fu campione di ideali democratici e liberali, non assassinò le sue mogli. Però, caspita, si trovò giovanissimo e assolutamente per caso nominato Duca di una Firenze distrutta da anni di guerre interne e da un assedio durato un anno (quello degli imperiali, tra il 1529 e il 1530) e trasformò il suo dominio nel Granducato di Toscana, uno stato vero e proprio al pari degli altri Regni europei, destinato a durare fino all'Unità d'Italia, nella seconda metà dell'Ottocento. La storia della sua salita al potere ha dell'incredibile. Dopo che l'imperatore Carlo V (un altro personaggio degno di monumentali biografie) ebbe restaurato a Firenze i Medici al governo di Firenze, papa Clemente VII (Giulio de' Medici) gli fece nominare Duca il proprio figlio naturale Alessandro (avuto dal Pontefice da una serva di colore, e per questo scuro di pelle e dai capelli crespi, detto appunto "il Moro"). Firenze e la sua campagna erano stati ridotte allo stremo, ferma l'agricoltura, interrotti i commerci, vendette politiche dei palleschi sui repubblicani all'ordine del giorno. Ma, soprattutto, la città era sotto tutela dell'imperatore che conservava le sue truppe stabilmente sul territorio. Carlo V era in pratica un occupante, il nuovo regime mediceo solo una facciata. Per di più Alessandro de' Medici era un gozzovigliatore incapace. Non c'era di che stare allegri. Sennonché, la notte dell'epifania del 1537, il cugino del Duca, Lorenzino, che di Alessandro era un compagno di baldoria, per motivi oscuri e del tutto personali, gli tende un agguato e lo ammazza a coltellate. Poi fugge a Venezia. Lorenzo era anche l'erede dello scettro ducale, ma certamente non avrebbe potuto essere lui il nuovo Duca, assassino com'era del genero di Carlo V (Alessandro ne aveva sposata una figlia). I maggiorenti del partito pallesco, capitanati da Francesco Guicciardini, individuano allora nel diciassettenne Cosimo (nato nel 1519), orfano di Giovanni delle Bande Nere, rampollo del ramo cadetto dei Medici (quello detto "dei popolani"), il migliore dei candidati possibili perché, essendo giovane e inesperto, avrebbe potuto essere facilmente manovrato dalle volpi più anziane, Guicciardini in testa, che si illudevano di regnare al posto suo, per interposta persona. Cosimo quindi venne nominato Duca credendo che potesse essere un burattino nelle mani dei maggiorenti fiorentini. Del resto, il ragazzo (alto e di bellissimo aspetto) era sempre vissuto in disparte con la madre e sembrava non capire nulla di politica. Ed ecco che, contro ogni aspettativa, Cosimo riesce in pochi mesi a far fuori o mettere all'angolo tutti i suoi tutori, a trattare direttamente con Carlo V, a sventare la minaccia dei fuoriusciti (come Filippo Strozzi), a prendere saldamente in mano il potere. Crea un regime di spie, di polizia, di censura, ma risolleva le sorti fiorentine, restaura la città, la abbellisce (Palazzo Pitti, il Giardino di Boboli, il corridoio Vasariano), rilancia i commerci, ingrandisce i domini. Sposa la figlia del viceré di Napoli, ne investe le cospicue ricchezze, ci fa undici figli e si assicura una dinastia. Con estrema furbizia, fingendosi amico di Carlo V, lo convince a ritirare, progressivamente, le truppe occupanti (gli fa prestiti in denaro di cui l'imperatore ha estremo bisogno e chiede quelli che potremmo definire "rimborsi in natura"), si annette Siena, rinforza Pisa e Livorno per scongiurare attacchi saraceni, manovra tre papi intortandoli magistralmente anche a costo di consegnare prigionieri all'inquisizione (perfino amici propri, come il povero Piero Carnesecchi). Insomma, Cosimo si rivela un politico machiavellico (sicuramente aveva letto "Il Principe"). Un despota, e senza scrupoli, ma intelligente e in grado di fondare un Regno. Nel 1570 Cosimo venne incoronato Granduca da Pio V. Morì nel 1574 e gli successe il figlio Francesco.

sabato 17 agosto 2019

LMVDM - LA MIA VITA DISEGNATA MALE



Gipi

LMVDM
LA MIA VITA DISEGNATA MALE
Coconino Press
cartonato - 150 pagine

"La mia vita disegnata male" è uno di quei fumetti che mi hanno costretto a rimuginarci sopra per giorni, dopo avermi dato un senso di angoscia mentre lo leggevo. Tutto questo, ovviamente, sia detto in lode del volume. Le sensazioni sono state quelle di quando ho letto certe cose di Andrea Pazienza, un altro autore nelle cui opere a volte non è facile distinguere la parte inventata dagli elementi autobiografici, anche se la necessitò di fare questa distinzione non è fondamentale né importante. Non so quanto della "vita disegnata male" di Gipi (Gian Alfonso Pacinotti, 1963) sia davvero accaduto o piuttosto aggiustato per dar vita a un graphic novel che per quanto autobiografico resta un'opera di narrativa. Però so che obbliga lettore a confrontarsi con uno spaccato di società, di umanità, di sofferenza, di degrado e di esaltazione che sicuramente esistono, là fuori. Niente di più lontano da me delle esperienze di gruppi di tossici che si inventano mix di farmaci, sostanze chimiche e droghe, però, caspita, leggendo Gipi ci si finisce dentro, si vedono e capiscono dinamiche, si partecipa alle ansie del protagonista, ci si angoscia per lui e con lui. A volte, si sorride pure amaramente insieme all'autore, che sceglie volutamente di "disegnare male" pur essendo capacissimo di "disegnare bene" (si vedano le tavole a colori con i pirati, intercalate alle pagine in bianco e nero in cui si segue l'odissea in carcere e dai medici dell'io narrante). Un disegno che si inserisce chiaramente in una scuola anche internazionale di artisti volutamente non "accademici", il cui stile si può apprezzare o non apprezzare ma che è adattissimo alla narrazione autobiografica, quella degli "scarabocchi" che ciascuno di noi ha dentro si sé nel groviglio dei ricordi.

venerdì 16 agosto 2019

LA MACCHINA PENSANTE



Jacques Futrelle
LA MACCHINA PENSANTE
I gialli economici Mondadori
1950, brossurato,
72 pagine, 100 lire

E’ davvero singolare la sorte dello scrittore statunitense Jacques Futrelle. Singolare, perché morì nel naufragio del Titanic, nel 1912, all’età di soli trentasette anni; ma anche perché la morte gli impedì di dimostrarsi un autore di gialli ancor più talentuoso di quello che, con soli sette romanzi all’attivo, si era già dimostrato. Leggendo le avventure del suo personaggio detto “La macchina pensante”, ovvero il professor Augustus Van Dusen, si resta affascinati dalla capacità di ragionamento logico che questi applica nell’esame di uno minimo dettaglio dei casi su cui si trova a indagare, riuscendo a risolverli in poco tempo mentre la polizia brancola nel buio. Polizia rappresentata dal borioso ispettore Mallory, ironicamente soprannominato “il Genio Superiore”, mentre è chiaramente superiore soltanto in incapacità. Jacques Futrelle, che aveva iniziato la carriera come giornalista per poi dedicarsi solo alla narrativa, si era imbarcato con la moglie Lily May Peel (anche lei scrittrice) nel viaggio inaugurale del Titanic. Al momento del naufragio, si accertò che la consorte fosse salita su una scialuppa e poi rimase a fumare l’ultima sigaretta in compagnia del magnate John Jacob Astor IV. Augustus Van Dusen compare per la prima volta nel romanzo “The Case of the Golden Plate”, del 1906, pubblicato in Italia con il titolo di “La macchina pensante”. Si tratta di un romanzo breve, in cui peraltro si dà la caccia a un ladro e non a un assassino. La storia è brillante e ben congegnata, ciò che ci viene fatto credere non è ciò che sembra, Van Dusen compare solo nella seconda metà ma, in poche pagine, viene rapidamente a capo di un problema apparentemente insolubile. Seguendo il suo ragionamento, quando egli stesso ce lo spiega, si resta affascinati. Peccato non avere a disposizione più racconti con la Macchina Pensante.

mercoledì 14 agosto 2019

IL PENDOLO DI FOUCAULT



Umberto Eco
IL PENDOLO DI FOUCAULT
Bompiani
1988, cartonato
520 pagine, 26.000 lire

Rileggere "Il pendolo di Foucault" trentun anni dopo la prima edizione (e altrettanto dopo la mia prima lettura) ha un effetto straniante e sorprendente. Il secondo romanzo di Umberto Eco mi piacque anche all'epoca, ma oggi l'ho trovato strepitoso. Superiore, molto probabilmente, a quel "Nome della Rosa" da tutti considerato il capolavoro letterario dell'autore. Ma soprattutto, attualissimo. La perfetta dimostrazione di come i complottisti abbiano attraversato tutte le epoche storiche e l'irrazionalità, la superstizione, il "ciarpame occultista" (definizione dello stesso scrittore) abbiano sempre preso il sopravvento. Eco è impietoso nel descrivere, per esempio, il passaggio delle librerie milanesi dei primi anni Settanta, piene zeppe di saggi di teoria marxista e rivoluzionaria, a quelle dei primi anni Ottanta, convertite alle discipline esoteriche orientali a cui avevano cominciato a dedicarsi gli ex studenti disillusi. Ma il rifugio nella magia, negli arcani, nelle società segrete, nei misteri iniziatici era sempre stato cercato fin dai tempi più antichi, e il sonno della ragione ha sempre generato mostri. Rispetto al "Nome della Rosa", "Il pendolo di Foucault" non ha né unità di tempo né unità di luogo. Non c'è neppure una trama facile da descrivere e da ricostruire, anche se gli accadimenti non mancano. Per di più, i primi capitoli sono decisamente ostici, quasi come se Eco avesse voluto scremare il suo pubblico e scoraggiare chi fra i lettori sperava in un altro giallo storico o almeno in un mistero da risolvere. Potremmo dire che a fare centro di gravità dell'intera, complessa costruzione, sia la sede milanese della piccola Casa editrice Garamond, e che l'arco temporale principale comprenda gli anni tra il Sessantotto e il 1984. Tuttavia i personaggi si muovono anche in Piemonte, a Parigi, in Brasile e seguendo le elucubrazioni dell'autore si finisce per spaziare nelle epoche storiche: si parte con i Templari e si finisce (si finisce?) con i Nazisti. Eco si compiace di far sfoggio di incredibile erudizione e ficca nelle sue pagine una mole impressionante di fatti, persone, libri, date, citazioni. E' facile rimanerne storditi ma se invece ci si lascia incantare e guidare la vertigine si trasforma in estasi. Quasi crediamo anche noi al Piano ideato per gioco da Casaubon, Belbo e Diotallevi, redattori della Garamond alle prese con la cura di una collana dedicata all'esoterismo, dove tutto torna, e dove tutto è compreso, dai Rosacroce alla massoneria, da John Dee a Bacone a Shakespeare e a Hitler, dai testi gnostici ai Protocolli dei Savi di Sion, e dove le Piramidi e la Torre Eiffel hanno una relazione fra loro al pari dei tunnel della metropolitana o delle fogne di Parigi con la Fortezza di Alamut. Proprio perché l'intera storia è attraversata dai sotterranei del complottismo e dell'esoterismo, il romanzo non poteva essere meno complesso e onnicomprensivo. Se il personaggio più interessante è il cinico e ironico Jacopo Belbo, se quello più inquietante è Agliè, che si finge (o è?)il  Conte di Saint-Germain passato indenne attraverso i secoli, il più simpatico è sicuramente Lia, la moglie dell'io narrante Casaubon, che rappresenta lo sguardo razionale sulla realtà dei fatti, quella che smonta in poche ore il presunto testo su cui si basa la ricostruzione di un piano dei Templari destinato a dipanarsi per seicento anni. Persino la nota della lavandaia, se guardata  con gli occhi di chi vuol credere al complotto, può essere decifrata come un testo esoterico. E se misuriamo un qualunque chiosco in un parco troveremo delle corrispondenze astrali. Eco si fa beffe da par suo dei "diabolici" che si irretiscono a vicenda rifiutando le spiegazioni logiche e scientifiche in favore di un torbido almanaccare cabalistico, alchimistico, trascendentale, magico-iniziatico e chi più ne ha più ne metta. Ci sono pagine esilaranti, altre angoscianti: tuttavia, tutto torna, tutto si tiene. E si capisce bene, alla fine, come proprio il buio della ragione sia il principale pericolo da cui guardarsi. In tempi come i nostri, affollati di complottisti e caratterizzato da un crescente rifiuto delle verità scientifiche più elementari in favore di leggende metropolitane simili a quelle rosacrociane, il romanzo di Eco è attualissimo.

lunedì 22 luglio 2019

IL GIARDINO DELLE BELVE




Jeffery Deaver
IL GIARDINO DELLE BELVE
Rizzoli
brossurato, 490 pagine
2008, 9.60 euro

Anche se Jeffery Deaver (Chicago, 1950) è noto soprattutto per il suo investigatore tetraplegico Lincoln Rhyme (protagonista del suo romanzo più celebre, "Il collezionista di ossa"), questo "Garden of Beasts" (2004) appartiene alla sua produzione "libera" e ha vinto il Premio Ian Fleming: si tratta infatti di una spy story, anche se non propriamente alla James Bond. Il sottotitolo in inglese spiega: "A Novel of Berlin 1936". L'ambientazione è berlinese, il momento storico quello dei giorni dell'apertura delle Olimpiadi del '36. Fra i personaggi c'è addirittura Jesse Owens (che avrebbe vinto quattro medaglie d'oro, indispettendo Hitler), ma sono tante le figure storiche chiamate in causa, a partire dai maggiorenti tre Terzo Reich. Straordinariamente accurata è la ricostruzione del clima politico e della vita quotidiana nella Germania sotto il nazismo a pochi anni dall'inizio della Seconda Guerra Mondiale. "Il giardino delle belve" merita una lettura anche soltanto per questo. Ma c'è anche dell'altro, ovviamente. Come per tutti i romanzi di Deaver, già dopo il primo capitolo si rimane intrappolati nella rete narrativa dello scrittore, in grado di tenerci ipnotizzati sulle sue pagine per vedere che cosa succede e come succede, prima che come vada a finire. Un talento mostruoso, il suo. Un altro talento, quello del colpo di scena, del rimescolamento delle carte. La combinazione di tutti questi elementi dà vita a un romanzo memorabile, nel suo genere. Ma già che l'unica distinzione fra i generi che conti è quella fra libri che annoiano e libri che emozionano. "Il giardino delle belve" emoziona, insegna, stimola riflessioni. Protagonista ne è Paul Schunann, killer della mala messo in trappola dall'FBI, ingaggiato da governo americano per compiere una missione in Germania: quella di uccidere Reinhard Ernst, consigliere di Hitler. In cambio, gli vengono promessi la libertà e un gruzzolo bastante a rifarsi la vita. Schumann si aggrega al gruppo di giornalisti USA giunti a Berlino per le Olimpiadi e si organizza per portare a termine l'incarico. Brividi garantiti. C'è spazio anche per una breve, intensa e non banale né prevedibile storia d'amore e per un epilogo da cui si può trarre una morale.

venerdì 21 giugno 2019

LO SPECCHIO DI DIO





Andreas Eschbach
LO SPECCHIO DI DIO
Fanucci
cartonato, 2010
496 pagine, 12.90 euro


Il titolo originale del romanzo è "Jesus Video" e, per quanto meno suggestivo di quello italiano, rende immediatamente il senso della trama. Durante degli scavi archeologici condotti dal professor Charles Wilford-Smith nei pressi di Gerusalemme, in una tomba intatta risalente al primo secolo dopo Cristo viene rinvenuto lo scheletro di un uomo che non soltanto ha una dentatura con otturazioni moderne, ma stringe fra le mani una custodia in plastica contenente il libretto di istruzioni di una videocamera. La casa produttrice, interpellata, rivela come si tratti di un modello non ancora in commercio, destinato a uscire soltanto dopo tre anni. Il finanziatore degli scavi, John Kaun, ritiene che lo scheletro appartenga a un viaggiatore temporale, partito dal nostro futuro e poi rimasto imprigionato nel passato. Chiunque abbia intrapreso quel viaggio senza ritorno portandosi dietro una telecamera non può averlo fatto che per un motivo: realizzare un video di Gesù, per poi far ritrovare il filmato a qualcuno nell'epoca di partenza. La telecamera deve essere stata nascosta in un luogo, probabilmente in Palestina, destinato a rimanere intatto per due millenni: ma quale? Questo il punto di partenza dell'avvincente romanzo del tedesco Andreas Eschbach (nato a Ulma nel 1959). Gli sviluppi sono in linea con le premesse: Kaun assolda uno staff per dare la caccia alla telecamera (e del gruppo fa parte persino uno scrittore di fantascienza, Peter Eisenhardt, chiamato a fare da consulente confidando nel contributo del suo "pensiero laterale") mentre si attiva per vendere la scoperta nientemeno che al Vaticano. Infatti, la Chiesa si preoccupa di intercettare il video ritenendo che qualsiasi cosa mostri sia dannosa per la fede. Conscio del fatto che pertanto il filmato sarebbe stato distrutto, se ritrovato, il giovane archeologo Stephen Foxx (a cui si deve, materialmente, il ritrovamento dello scheletro) si convince di dover battere Kaun sul tempo, arrivando prima di lui alla videocamera. Oltre all'intreccio avventuroso, misterioso e fantarcheologico, "Lo specchio di Dio" propone, nel corso della narrazione e nel sorprendente finale, molte riflessioni sui viaggi nel tempo, la religione, la fede, la figura del Cristo. La lettura è consigliata.

giovedì 20 giugno 2019

COME DIVENTARE UN BUDDHA IN CINQUE SETTIMANE




Giulio Cesare Giacobbe
COME DIVENTARE UN BUDDHA IN CINQUE SETTIMANE
Ponte alle Grazie
brossurato, 2005
140 pagine, 12 euro

Comincio col dire che Giulio Cesare Giacobbe è persona divertente e con il dono della sintesi e della chiarezza, per cui qualunque cosa scriva si legge con interesse e con piacere. Psicologo, psicoterapeuta, docente universitario a Genova, è autore di una serie di manuali di consigli pratici per l'automedicazione psicologica, tutti gradevoli ed efficaci. Partendo da"Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita (2003) passando per "Alla ricerca delle coccole perdute" (2004) e ad altre divagazioni e approfondimenti sul tema, sono giunto (volentieri) a questo "Come diventare un Buddha in cinque settimane" (2005). Fortunatamente non si tratta di un catechismo buddhista. L'autore, che pure sembra condividere anche il messaggio trascendente, o religioso, ricavato (da altri) dagli insegnamenti del primo Buddha, ovvero Siddhrta Gautama Sekyamuni (563-491 avanti Cristo), propone un metodo psicologico alla portata di tutti per aiutare il lettore a liberarsi della sofferenza psichica. Un metodo basato appunto sulla pratica di meditazione e di comportamento insegnata da da Siddhartha. "Diventare un buddha" significa semplicemente diventare un "risvegliato", uno che è uscito dal sonno dell'incoscienza. Per comodità potremmo dire "illuminato".  "Buddha" infatti è un aggettivo, non un nome proprio. Vero è che parlando di Buddha si pensa al primo che raggiunse il risveglio o l'illuminazione (riguardo il quale vengono fornite notizie biografiche e aneddotiche) , ma chiunque ci arrivi diventa un buddha. Secondo Giacobbe, il mondo è pieno di buddha (lui compreso) e anche noi potremmo diventarlo, lungo un percorso di cinque settimane. Si parte dalle Quattro Verità e si percorrono gli Otto Sentieri. I consigli sono pratici e di buon senso, si parte dal capire come la sofferenza psichica nasca dai nostri stessi pensieri e non dalla realtà. Il problema è avere la costanza e la convinzione per arrivare in fondo. Ma se ne ricava comunque del bene.