lunedì 23 novembre 2020

CAMERA CHIUSA n° 13

 
Rufus King
CAMERA CHIUSA n° 13
I Classici del Giallo Mondadori
brossura, 1979
210 pagine, 1000 lire


Mai sottovalutare i buoni, vecchi Classici del Giallo Mondadori. Questo romanzo di Rufus King (1893-1966), del 1946 è una autentica chicca, non a caso scelta da Fritz Lang per girare, nel 1947, il film "Dietro la porta chiusa". La caratteristica principale di "Camera chiusa" n°13 è che manca del tutto di scene di violenza, e persino di cadaveri. Non c'è neppure un caso su cui indagare. La protagonista, Lily Constable, ha sposato il vedovo Earl Rumney, ma il sospetto che la prima moglie Eleanor possa essere stata da lui assassinata per impossessarsi dei suoi beni non viene tirato in ballo se non molto avanti nella narrazione. Tuttavia anche Lily è ricca e del suo denaro Earl sembra aver bisogno per sostenere il giornale di cui è proprietario. Possibile che mister Rumney sia una sorta di Barbablu che uccide le proprie mogli? Lily è forse in pericolo? Il sospetto si fa sempre più concreto allorché la nuova consorte si decide ad aprire una misteriosa stanza chiusa, a cui il marito le ha vietato l'ingresso. Ci sono del resto molte altre stranezze nel maniero dei Romney, abitato da altri membri della famiglia (il figlio, la sorella, il cognato, una strana segretaria, un bizzarro musicista). E stranissima è la passione per i delitti più cruenti della cronaca nera che anima Earl, al punto da spingerlo a ricostruirne gli ambienti in una insolita collezione di "stanze del delitto". Ma, ripeto, nessuno muore fino alle pagine finali. Solo che non va come ci si aspetta... la tensione è palpabile pagina dopo pagina.


domenica 22 novembre 2020

FLAUER

 
 
 

 
 
Michele Carminati
FLAUER
Sbam! Libri
brossurato, 2020
200 pagine, 15 euro


La benemerita collana degli Sbam!Libri, che presenta strisce  brevi storie umoristiche a fumetti, propone queste "mirabolanti avventure di un fiorellino di campo" a cui mi è stato chiesto di scrivere una introduzione. Eccola qui di seguito.

FIOR DA FIORE
di Moreno Burattini
 
E’ una verità universalmente riconosciuta, che un bravo autore di prefazioni, in possesso di un buon vocabolario, debba essere in cerca di frasi da citare. E con questa frase, le citazioni sono a posto, dovrete convenirne, se non siete pieni di orgoglio e pregiudizio. Il bravo autore di prefazioni deve anche dimostrarsi coltissimo, se no non si capisce perché abbiano chiamato proprio lui. E dunque ecco la dimostrazione di cultura: quella che state per leggere è una antologia di strip umoristiche con protagonista un fiore, e perciò è una tautologia. Non ci avete capito nulla, eh? Non me ne meraviglio. Dall’alto dei miei studi, mi abbasso a chiarire: “antologia” è una parola che deriva dal greco e significa, letteralmente, “raccolta di fiori”, il fior fiore, per intenderci. “Tautologia” è un’altra parola che deriva dal greco e significa: “dire la stessa cosa con due nomi diversi”. Quindi: se una antologia raccoglie il fior fiore di una strip con protagonista un fiore, si intorcina su se stessa tautologicamente.  Peraltro, oltre che dimostrare cultura, con questa prefazione dimostro anche coltura, intendendo la coltivazione del fiore medesimo. Non vi sfugga come stia facendo il verso ad Achille Campanile. Dimostrato dunque che sono abbastanza dotto per poter scrivere la prefazione che mi si chiede, passo ad argomentare qualcosa su “Flauer” e sul suo autore.
Quel che mi ha sempre meravigliato del magico potere dei disegnatori è come basti dargli un lapis in mano e dal nulla, anche con pochissimi elementi a disposizione, riescono a tirar fuori un mondo e a cominciare a raccontare storie. Tutto è evocato con pochissimi segni, anzi, più i tratti sono sintetici, più il lettore viene coinvolto dalla lettura, perché deve metterci del suo. Questo, ovviamente, se il disegnatore è bravo. Facciamo un esempio che tutti conoscono (non soltanto quelli colti come me): la Linea, creata nel 1971 da Osvaldo Cavandoli per una serie di spot pubblicitari della Lagostina, poi diventata anche un fumetto.  La genialità dell’autore fa sì che con una semplice linea bianca tracciata su uno sfondo nero si possano raccontare storie ricche di humor e di accadimenti. Il personaggio si muove come su un binario e incontra semplicemente degli ostacoli sul suo percorso, da cui scaturiscono una incredibile varietà di situazioni. Passiamo a un altro esempio. Forse ricorderete la striscia “B.C.”, disegnata dallo statunitense Johnny Hart a partire dal 1974: una strip con protagonisti un gruppo di cavernicoli sullo sfondo di un mondo preistorico appena abbozzato. All’autore andrebbe attribuito il Nobel della sintesi grafica, per come riesce a far immaginare un mondo che in realtà mostra appena e a realizzare le sue gag con pochi tratti essenziali, ma efficaci ed esilaranti. Tuttavia, potreste anche rammentare come, oltre ai personaggi umani, facciano parte del cast anche una tartaruga, un serpente, delle vongole, delle formiche, un formichiere, un sasso e un fiore. Ecco, appunto: un fiore. Ci sono parecchie strisce dedicate soltanto a un fiore che spunta dal terreno, che si guarda attorno e commenta ciò che vede. Al suo primo apparire, vede un sasso: “Ciao, sasso! Io sono un simbolo dell’amore! E tu cosa sei?”. Il sasso risponde: “Il simbolo di una manifestazione di protesta per le vie del centro cittadino”. Siamo così arrivati a un chiaro precedente del nostro Flauer.  Michele Carminati inserisce il suo lavoro in una tradizione di comics strip a cui appartiene anche, per esempio, il Lupo Alberto di Silver  (1973), e ne è a tal punto consapevole da citarlo in una serie di battute. Silver, del resto, è un altro a cui andrebbe attribuito lo stesso Nobel di Johnny Hart. Sull’esempio dei  cartoonist che abbiamo citato, e degli innumerevoli altri che lo hanno preceduto, sedimentando i loro influssi (tra cui sicuramente anche Cavezzali, Ciantini, Totaro), Carminati estremizza la sintesi al punto da voler giocare le sue carte su un fiore di campo, su cui è puntata la sua telecamera fissa, limitandosi a riprendere oltre a lui, unicamente i personaggi o gli elementi che entrano nell’inquadratura. E lo fa ricercando una sua cifra stilistica, a cui è giunto dopo essersi fatto le ossa con le pubblicazioni indipendenti della It Comics (una etichetta “indie”), vari albi di un personaggio umoristico chiamato Valgard (un indomito vichingo), una collaborazione con Don Alemanno per il fumetto “Jesus”. Ma anche, perfezionando il suo personaggio lungo un percorso di ben dieci anni, dato che il nostro Flauer fiorisce ininterrottamente dal 2010 e ha avuto anche alcune apparizioni in volume, tra cui una targata ComixRevolution (2011). Com’è nata la strip, ce lo racconta lo stesso Michele in questa esaustiva ricostruzione dei fatti: “Era una calda sera d’estate, in TV c’erano solo programmi spazzatura. Durante lo zapping incappai in un documentario sulla vita e la riproduzione delle piante; mi soffermai incuriosito dal tema e dalle immagini. Dopo ottanta minuti circa, il documentario terminò e capii di non essermi mai reso conto di quanto potesse essere noiosa la vita dei vegetali e (BUM!) ho avuto la visione di un fiorellino di campo tutto solo che si annoia a morte e che riassume il suo tedio in due semplici parole: che palle! Era l’agosto del 2010 e così iniziavano le straordinarie avventure di Flauer”. Dopodiché, anche il dotto autore di prefazioni non ha altro da aggiungere.

venerdì 20 novembre 2020

HORROR

 

 
 
Alfredo Castelli
HORROR
TUTTI I RACCONTI SCRITTI DA ALFREDO CASTELLI
Nona Arte
cartonato, 2019
230 pagine, 34.90 euro

In occasione del cinquantesimo anniversario della prima uscita di una importante rivista del panorama fumettistico italiano, "Horror" (durata soltanto tre anni, ma destinata a lasciare il segno), Nona Arte pubblica un volume celebrativo davvero bello da leggersi, sfogliarsi, guardarsi. Lo fa scegliendo di selezionare tutti i racconti a fumetti scritti per quella testata da Alfredo Castelli  che, con Pier Carpi, ne fu uno degli ideatori e realizzatori. Proprio lo stesso Castelli redige una lunga e illustratissima prefazione, "L'esperiento del dottor S.",titolo in cui la S. allude all'editore Gino Sansoni, che Alfredo aveva conosciuto già dal 1965 grazie ad Angela Giussani, creatrice di Diabolik, che ne era la moglie, Castelli infatti collaborava con le sorelle Giussani (l'altra, sorella della prima, era Luciana) con Scheletrino, personaggio umoristico che compariva in appendice alle avventure del Re del Terrore. Il nome per intero di Pier Carpi era Arnaldo Piero Carpi, dal 1961 direttore editoriale delle numerose case editrici che facevano capo al "Dottore", fanatico di esoterismo e tipo decisamente bizzarro (stando a quanto racconta Castelli, che ne fa uno straordinario ritratto affettuoso e critico al tempo stesso).  "Carpi era un appassionato cultore e studioso di tutto quanto riguarda la magia: all'epoca aveva già scritto parecchio materiale sull'argomento - scrive Alfredo Castelli ricordando il varo di quell'iniziativa editoriale - Per quanto mi riguarda ero un avido spettatore di film horror; leggevo regolarmente le riviste Creepy, Eerie e Famous Monsters e, spendendo un mucchio di soldi, ero riuscito a procurarmi alcuni numeri dei famosi EC Comics degli Anni '50; assieme a Marco Baratelli avevo già sceneggiato per Sansoni alcuni 'Classici a Fumetti' dedicati all'orrore: un Dracula disegnato da Sciotti, un Frankenstein disegnato da Montorio, una serie di racconti inediti sull'Uomo Lupo disegnati da Dauro".
I due, insieme, convinsero Sansoni a investire in una rivista a fumetti di "terrore, magia, incubo, mistero", e nel dicembre del 1969 apparve in edicola il primo numero di "Horror".
Si trattò di un azzardo, per diversi motivi: innanzitutto per il formato, in quanto fu scelto quello "di prestigio" del Linus di allora; poi per il prezzo: 300 lire che all'epoca era una somma abbastanza alta confrontata con la media delle altre pubblicazioni; poi per il tipo di approccio all'orrore proposto, di un certo livello e senza troppe concessioni all'effetto splatter gratuito e al macabro fine a sé stesso; infine, per la fiducia accordata a giovani autori italiani, dato che il materiale pubblicato veniva prodotto dall'editore e non acquistato all'estero. Non esistevano garanzie di sorta che il target di lettori interessati a una rivista del genere potesse essere abbastanza vasto da garantirne il successo economico.
Pier Carpi così scriveva nell’editoriale del primo numero: "Accadrà che il lettore si trovi di fronte a evasioni oniriche, spazi satirici, riproposte di temi classici. Non una strada, quindi, ma tutte le strade della fantasia. A cavallo tra una mitologia che ci pesa ancora sulle spalle e una mitologia che andiamo costruendo giorno per giorno senza accorgercene, le storie di Horror tentano di fare il solletico all'intelligenza. E non hanno limiti, tranne quelli infiniti degli autori. Non crediamo di dover aggiungere altro, per presentarci, se non le pagine che seguono. In ognuna di esse è ripetuta l'enigmatica domanda della Sfinge: chi siamo? Non lo vogliamo sapere".
I racconti proposti su Horror furono sempre di buona fattura: vi trovavano posto storie con protagonisti tolti di peso dalla letteratura dell'orrore (vampiri, licantropi e compagnia bella), e riduzioni a fumetti di racconti di Poe o Lovecraft, ma accanto a questi classici ecco dissacranti parodie e umoristiche smitizzazioni. Furono tentate per di più anche alcune ardite sperimentazioni nell'impostazione delle tavole, nell'uso del colore, nella tecnica narrativa.  Oltre  Castelli e Carpi, che furono autori di un gran numero di articoli e sceneggiature, collaborarono con Horror anche Marco Rostagno (una "scoperta" di Carpi, autore fra l'altro di tutte le copertine), Sergio Zaniboni (il più celebre disegnatore di Diabolik), Giovanni Cianti (che abbiamo poi rivisto all'opera su Ken Parker), Carlo Peroni (autore di storie umoristiche fra cui l'immarcescibile Zio Boris), Leone Cimpellin, Mario Uggeri, Giorgio Montorio e tanti altri. Oltre sessanta, a volerli contare tutti. Non solo: apparvero su Horror anche nomi del calibro di Albertarelli, Battaglia, Crepax, Bonvi, Magnus.
Horror partì con ventimila copie di venduto, che oggi farebbero fare i salti di gioia a qualunque editore. Ma per allora erano poche: la rivista era costosa e occorreva arrivare almeno a quota trentamila  per raggiungere il pareggio. Horror si assestò invece intorno alle venticinquemila copie. Forse Carpi e Castelli erano davvero in anticipo sui tempi:  l'orrore non era popolare come lo sarebbe divenuto in seguito e suscitava sospetto nei benpensanti. Il fumetto di qualità interessava pochi appassionati e i diritti per le vendite all' estero non bastavano a far quadrare il bilancio. Racconta Castelli: “Horror era pubblicato in Francia, Spagna e Germania, e James Warren aveva comprato delle storie per Creepy che però, per oscure ragioni, non pubblicò”.
La rivista chiuse i battenti con il numero 9/10 della seconda serie, datato ottobre 1972, e risorse per breve tempo con il nome di Supervip nel marzo dell'anno successivo chiudendo dopo soli 8 numeri nell'ottobre immediatamente seguente. Fino al 1974 ebbe vita la collana Horror Pocket che ripropose in volumi tascabili antologie delle migliori storie. Uno dei motivi della chiusura fu anche l'abbandono di Castelli, avvenuto nel 1971,che così spiega la sua scelta: "Lasciai Horror per incompatibilità di carattere con Pier Carpi. Lui era un uomo davvero geniale e molti suoi lavori dovrebbero essere recuperati. Professionalmente lo ammiravo molto, ma poi ho cominciato a non condividere gran parte delle sue idee politiche. A un certo momento il suo interesse per l'esoterismo era divenuto maniacale. Evocava vendette di Cagliostro contro chi non la pensava come lui". Il volume della Nona Arte è da divorare e le storie sceneggiate da Castelli sono tutti, per un verso o per l'altro, dei piccoli capolavori, perfino di una modernità sconcertante. Già in passato, agli inizi degli anni Novanta, la Acme aveva pubblicato una sua raccolta dal titolo "Dacci il nostro delitto quotidiano", ma si trattava di un brossurato (pur ben fatto) mentre questa è decisamente l'edizione definitiva.

mercoledì 18 novembre 2020

STONER

 

 
John Williams
STONER
Fazi
brossura, 2019
336 pagine, 10 euro


"Stoner" viene pubblicato per la prima volta nel 1965, poi una ristampa del 2003 scatena una specie di passaparola letterario e supera in breve le cinquantamila copie vendute. Bret Easton Ellis lo definisce "uno dei grandi romanzi americani del ventesimo secolo". A leggere, però, le prime dieci righe, viene da chiedersi il perché di tanto entusiasmo: "William Stoner si iscrisse all'Università del Missouri nel 1910, all'età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenere un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido". In pratica, John Williams (1922-1994) riassume fin dall'inizio tutto il romanzo. Però, se solo si provano a rileggerle, ci si accorge che queste righe affascinano. Sono limpide, musicali, ipnotiche. Viene voglia di saperne di più. Perché la vita grigia del professor Stoner dovrebbe interessare qualcuno? Che cosa avrà fatto? Niente di speciale, assolutamente niente. Però, leggere la cronaca puntuale che John Williams ne fa è assolutamente irretente. Lo scrittore segue passo passo il suo protagonista e non narra niente che si svolga lontano da lui.  Ci consegna una sorta di piano sequenza. Stoner è assolutamente un brav'uomo, che come unica impresa si affranca dalla vita di suo padre e sua madre, contadini schiavi della loro arida terra, e, inviato a studiare agraria, si appassiona invece alla letteratura inglese, pagandosi gli studi con il suo duro lavoro. Una volta ottenuto un impiego e un magro stipendio, comincia a condurre una vita senza entusiasmi, accettando ciò che il destino ha in serbo per lui, così come i suoi genitori accettavano la pioggia o la siccità. Crede di innamorarsi, con moderazione, ma sposa la donna sbagliata, Edith, che gli rende la vita un inferno. Lui resiste a tutto, e quando un vero amore gli sconvolge l'esistenza, quello per la studentessa Katherine Driscoll, non ritiene di dover rompere il primo matrimonio, anche per non creare drammi alla figlia Grace. Con la stessa volontà di sopportare il destino, resiste anche al la guerra che, per motivi assurdi, gli muove per anni Hollis Lomax, un docente suo superiore nella gerarchia accademica. Fronteggia senza contrattaccare, resiste. Ecco, Stoner incarna la resistenza alla vita, la capacità di adattarsi, di non farsi travolgere, di piegarsi al vento come una canna che però non viene sradicata. Sempre restando fedele a una onestà di fondo imperturbabile. Dalla prima all'ultima parola la scrittura leggera di John Williams ci tiene avvinti alle pagine, senza proporci mai dei colpi di scena, solo facendoci seguire giorno per giorno la vita di un uomo qualunque che in fondo ci somiglia, perché non è un eroe, ma che ci insegna anche che il segreto è non farsi turbare, perché siamo di passaggio.

lunedì 16 novembre 2020

ZOMBIE WALK




Gianmaria Contro
ZOMBIE WALK
Odoya
brossurato, 2018
300 pagine, 18 euro


Se chiedete a Gianmaria Contro, tanto esperto di zombi da aver scritto questo saggio, un parere su "The walking dead", vi risponderà che si tratta di un epifenomeno. Vale a dire, più o meno, una manifestazione accessoria, che nulla aggiunge al fenomeno di cui si parla. In effetti, la serie TV si limita (pur nella complessità dei suoi intrecci) a riproporre la figura dello zombi della tradizione romeriana, accettandola senza modificarla. Ma il mito dei morti redivivi e assassini ha radici antiche, sia nelle leggende e nelle tradizioni dell'antichità, sia nelle credenze religiose di epoca medievale e moderna (al punto che perfino le figure di alcuni santi potrebbero esservi paragonate), sia nella letteratura e nelle arti figurative, fino ad arrivare al cinema. Riguardo alla filmografia zombesca, Contro premette subito la sua intenzione di non fornire una schedatura di film, tentando di farne un elenco completo cosa che si può rintracciare in centinaia (se non migliaia) di saggi e siti dedicati. Tuttavia fornisce numerose indicazioni. Per esempio, scopriamo che alla base della moderna concezione degli zombi c'è un libro del 1929, scritto da William Bueller Seabrook, intitolato "The Magic Island" e dedicato al voodoo haitiano. Non a caso anche una storia di Mister No ambientata ad Haiti ha per titolo "L'isola della magia", aggiungo io, notando che lo sceneggiatore di quel fumetto, Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) aveva già dimostrato di conoscere a fondo l'argomento nell'albo di Zagor "Zombi!", avendo molto probabilmente letto il saggio di Seabrook (lo dimostrerebbe anche il fatto che il capitano della nave che trasporta lo Spirito con la Scure nelle Antille si chiama appunto Seabrook). "The Magic Island" racconta della tradizione haitiana secondo la quale i sacerdoti del voodoo sarebbero in grado di risvegliare i morti e usarli come schiavi al loro servizio: gli zombi, appunto.C'è chi ritiene che si tratti di finte morti, in realtà, e quindi di finti risvegli, ottenuti grazie all'uso di droghe (come certe tossine estratte dai pesci palla). Il saggio di Seabrook ispira comunque un film, "White Zombie", del 1932, interpretato da Bela Lugosi (celebre vampiro dello schermo, e anche nel caso dei vampiri si parla di non-morti, per combinazione). Da qui in poi, gli zombi cominciano a imperversare, fino a George Romero che li rende come noi siamo abituati a riconoscerli. Gianmaria Contro, però, spazia attraverso tutte le forme e le manifestazioni del mito, con voli pindarici e caleidoscopici attraverso i secoli, le latitudini, i media, i folklori. E ci racconta anche gustosi aneddoti, come quello del crollo di una piattaforma durante le riprese di un film, con i soccorritori che non erano in grado di riconoscere i veri feriti tra i figuranti truccati da zombi che ne furono travolti.

giovedì 12 novembre 2020

LA FATA CARABINA

 
 
 
 

Daniel Pennac
LA FATA CARABINA
Feltrinelli
brossurato
240 pagine, 14 euro


Più giallo/noir o più grottesco? Più teatrino di personaggi improbabili, o più poliziesco con la caccia a un serial killer? O più affresco di costume? Difficile dirlo, probabilmente bisognerebbe ricavare per i romanzi del ciclo dedicato alla Famiglia Malaussène un genere tutto suo. Se qualcuno avesse cominciato a sospettarlo con il primo libro della saga, "Il paradiso degli orchi", con questo secondo "La fata Carabina" (La Fée Carabine), del 1987, ne avrebbe avuto la conferma. Benjamin Malaussène non lavora più come capro espiatorio presso i Grandi Magazzini, ma è stato assunto presso una Casa editrice con le stesse mansioni: addossarsi tutte le colpe. A casa sua, la mamma intanto si appresta a partorire una nuova sorellina nella già affollata Famiglia: anche questa senza padre, tanto ci pensano i fratelli (Benjamin in testa) a tirarla su. La casa è però ancora più affollata del solito, perché a giornalista d'assalto Julie Corrençon, di cui Benjamin è innamorato, l'ha riempita di vecchietti da salvare, i Nonni, come vengono chiamati. Salvare dalla droga: c'è infatti in giro una organizzazione criminale che ha scoperto il business dello spaccio di stupefacenti presso gli anziani, che quindi vanno disintossicati e controllati come in una comunità di recupero.I Nonni trovano una nuova ragione di vita nel raccontare storie ai piccoli di casa Malaussène. Drogare i vecchietti serve a liberare i loro appartamenti, che l'organizzazione acquista a poco prezzo e rivende, ristrutturati, a prezzo altissimo. Julie sta preparando uno scoop con cui intende denunciare il giro, ma i trafficanti la rapiscono e poi la gettano nella Senna per farla tacere: la ragazza finisce in coma. Intanto, nel quartiere parigino di Belleville, dove vive Benjamin, si aggira un serial killer che uccide vecchie pensionate e proprio una vecchia pensionata  uccide un poliziotto con un colpo in testa. I casi si intrecciano e si ingarbugliano così che, per uno strano gioco del caso e della sorte, proprio Malaussène finisce per essere il più probabile colpevole di tutto: perfetto capro espiatorio anche al di fuori del lavoro. Protagonisti al pari  di Benjamin, i poliziotti che indagano sul caso. Soprattutto due: il giovane Pastor, che riesce misteriosamente a far confessare chiunque finisca sotto il sui interrogatorio (i suoi colleghi non capiscono come faccia) e l'anziano Thian, che si traveste da vecchietta per cercare di attirare allo scoperto il serial killer. Fra i personaggi improbabili ma suggestivi c'è il croato Stojilkovicz, un vecchio amico di Benjamin, che ogni domenica guida un pullman carico di vecchiette a fare una gita turistica, e che finisce per addestrarle all'uso delle armi per difendersi dall'assassino. Senza dubbio il registro grottesco contamina le pagine (anche le più truculente) del noir, e va riconosciuto a Pennac un grande talento di tratteggiatore di personaggi e situazioni, tanto che si crede volentieri anche alle trovate più assurde e gli si perdona l'abuso del politicamente corretto più radical chic (i poliziotti sono razzisti e pestano gli arabi, i francesi devono portare il lutto e camminare a testa bassa per il loro colonialismo, i buoni sono tutti impegnati nel sociale, eccetera).

lunedì 9 novembre 2020

SULLE RIME DEL DON

 


 

Franco Gabici
SULLE RIME DEL DON
Edizioni Essegi
cartonato, 1996
300 pagine, 28000 lire


Don Anacleto Bendazzi, prete ravennate, fu uno dei più geniali autori italiani di giochi di parole. Talmente geniale che, per fare un esempio, se credete che la parola italiana più lunga sia precipitevolissimevolmente, di ventisei lettere, identificata nel 1677 da Francesco Moneti, vi sbagliate.
Don Anacleto ne ha trovate tre più estese: incontrovertibilissimamente,particolareggiatissimamente e anticostituzionalissimamente (di ventisette e ventotto lettere). E ancora, talmente geniale da aver scritto una “Vita di Cristo in mille anagrammi”. Uno è questo: “Nell'orto di Getsemani, - sento dolenti lagrime”.  La maggior parte dei giochi del Bendazzi sono contenuti in un libretto rarissimo, stampato in sole duemila copie, intitolato “Bizzarrie letterarie”. Il libro, pubblicato a spese dell’autore, risulta finito di stampare “il 15-1-‘51", una data scelta apposta perché palindroma (si legge anche da destra a sinistra) e ambigrammatica (si legge anche capovolgendo il sotto e il sopra). Sulla sua tomba, c'è l’epitaffio che don Anacleto si scrisse dice: Putredine - di un prete / storico di - Cristo Dio. Ovviamente, la seconda parte di ogni frase è l’anagramma della prima. Ma la cosa più incredibile è che Bendazzi è morto all'età di 99 anni (numero palindromo) in una data anch'essa palindroma e ambigrammatica, il 28-2-’82. Altro che madonnine che piangono sangue, sono questi i veri miracoli.
Franco Gabici ricostreuisce in questo suo libro la biografia di don Anacleto, e aggiunge tutta una serie di facezie, rime, annotazioni enigmistiche rimaste inedite. Senza dubbio Bendazzi fu un prete sui generis, che rifuggiva, per esempio, la confessione (all'inizio del suo apostolato, fuggì a gambe levate dal confessionale e mi più volle ritornarci), e non adatto alla cura di una parrocchia. Fu però così geniale nello studio delle lingue classiche e dell'ebraico, da fare l'insegnante per tutta la vita, e insegnante di quelli tosti. Entrò in corrispondenza con Giovanni Pascoli, anch'egli esimio latinista, per contestargli certe obiezioni aii suo componimenti in latino, e Pascoli si trovò a dargli ragione. Nella metrica latina e greca non conosceva rivali. Fu anche un cultore di fotografia e trovò il modo di ottenere scatti impossibili con giochi di specchi (uno celebre lo mostra al tavolo da lavoro, con su un vassoio la sua testa decapitata da una illusione ottica). Uno degli scritti ritrovati da Gabici risolve in modo assolutamente convincente il mistero del verso 43 dell'ultimo canto del Purgatorio, là dove Dante scrive (e nessuno sembra aver capito cosa voglia dire), "un cinquecento, un dieci e cinque; Messo di Dio". Mi chiedo se i dantisti si sono accorti che la spiegazione di don Anacleto è perfetta. In ogni caso, dopo aver messo le mani su "Sulle rime del don", la caccia è aperta per procurarsi "Bizzarrie letterarie", da tempo introvabile.

giovedì 5 novembre 2020

ELLERY QUEEN NON SBAGLIA

 

 
Ellery Queen
ELLERY QUEEN NON SBAGLIA
A cura di Marco Polillo
Mondadori
cartonato, 510 pagine
1980, 9500 lire


Ellery Queen figura come autore dei gialli che hanno Ellery Queen come protagonista, ma dove Ellery Queen non racconta in prima persona ma viene raccontato in terza. Ellery Queen personaggio non esiste, essendo d'invenzione, ma neppure Ellery Queen scrittore esiste, essendo lo pseudonimo utilizzato da due cugini, i newyorkesi Frederick Dannay (1905-1982) e Manfred Bennington Lee (1905-1971), nell'arco di tempo che va dal 1929 al 1972. La coppia ha firmato circa quaranta romanzi e svariati racconti, da "La poltrona n° 30",  a "La prova del nove", postumo a Lee - morto alcuni mesi prima. Dopo la scomparsa del cugino, Dannay non volle più proseguire con la serie.
Ellery è uno scrittore di gialli, come Jessica Fletcher, e come lei investigatore dilettante (chiaramente è la Fletcher a venire dopo). Suo padre, Richard Queen, è un ispettore della Squadra Omicidi della polizia di New York. In alcuni casi Ellery indaga da solo, in altri affianca il padre.
Il personaggio divenne così famoso da consentire la nascita di una rivista, l' "Ellery Queen's Mystery Magazine", destinata a fare scuola e a lanciare decine di giovani giallista.
"La poltrona n° 30", il primo romanzo della serie, è quello d'apertura in questa antologia, che ne contiene anche un altro, "Il paese del maleficio", più quattro racconti di lunghezza variabile. Davvero una lettura accattivante, perché Dannay e Lee scrivono in maniera chiara, persuasiva, efficace, gradevole. Il loro è stato definito "il romanzo-enigma", in cui l'autore mette davanti al lettore tutti gli indizi e gli chiede di risolvere il caso, se ne è capace. Di solito, i sospetti sono un numero ristretto di persone, tra cui scegliere.    Se il meccanismo sembra facile da gestire, Ellery Queen in realtà propone soluzioni non banali, convincenti, logiche. Tra le storie del volume curato da Marco Polillo, a me è piaciuta molto la seconda, "Il paese del maleficio", del 1942, con Ellery che quasi si innamora e ha un caso di avvelenamento da risolvere.

martedì 3 novembre 2020

INSEGUENDO QUEL SUONO

 
 

 
Ennio Morricone
Alessandro De Rosa
INSEGUENDO QUEL SUONO
Mondadori
cartonato - 2016
490 pagine - 22 euro

Ennio Morricone si è spento nel luglio del 2020, all'età di 92 anni, in quella Roma dove era nato nel 1928. A partire dal gennaio 2013, fino al maggio del 2015, il giovane musicologo e compositore Alessandro De Rosa (classe 1985), si è incontrato con il compositore per raccogliere dalla sua viva voce ricordi e riflessioni sulla sua arte e sulla sua vita. Il risultato è questo straordinario libro che lascia stupefatti. Il ritratto che ne viene fuori è quello di un artista tanto geniale quanto schivo, metodico, professionale, instancabile e incredibilmente versatile. L'autobiografia dettata da Morricone comincia con il compositore raccontato attraverso la sua passione per gli scacchi, di cui è stato un cultore e anche un campione: non per caso, visto che il metodo necessario per vincere sulla scacchiera non è poi così diversi dal gioco delle note sugli spartiti, dove nulla è lasciato al caso. Poi si passa a parlare di suo padre trombettista e degli studi in conservatorio, dove fu allievo di Goffredo Petrassi, uno dei massimi compositori di musica contemporanea, soprattutto noto per il suo astrattismo atonale. Da questa esperienza deriva, oltre che dalla propria personale sensibilità, il desiderio che ha accompagnato Morricone di scrivere musica "assoluta" (da lui distinta da quella "applicata", cioè al servizio di un film e o di altre espressioni artistiche o comunque altri usi), e di farlo rompendo gli schemi della tradizione, della tonalità, del consenso più facile. Questa dicotomia fra musica alta, colta, di difficile lettura, e quella più vicina ai gusti di un pubblico non iniziato lo ha in qualche modo inquietato tutta la vita, spingendolo a interrogarsi su come si potesse ricomporre la frattura. A lungo  il compositore si è prestato alla musica "applicata", e quindi agli obblighi imposti dalla committenza (senza mai asservirsi a essa, beninteso), cercando di sperimentare quanto più possibile, e continuando comunque a scrivere anche musica "assoluta", al punto che la cronologia dei brani di quest'ultima finisce per essere un elenco lungo sei pagine di "Inseguendo quel suono", contro le diciotto occupate dalle centinaia di titoli di film per i quali Morricone è soprattutto noto. Il successo internazionale del musicista come compositore di colonne sonore ha comunque portato a un riconoscimento di questa particolare manifestazione artistica come espressione di musica in grado di raggiungere le vette più alte. Oggi, tutti riconoscono la grandezza del maestro anche negli arrangiamenti fatti per anni, all'inizio delle sua carriera, per le produzioni della RCA; e del resto il compositore era in grado di arrangiare brani di ogni tipo in tempi rapidissimi, quasi stupefacenti, ricorrendo per altro a strumenti insoliti, o a combinazioni di strumenti sperimentate in ogni possibile contaminazione (alla ricerca, appunto, di "quel suono"). Estremamente interessanti sono, nel libro, le parti in cui si raccontano gli incontri con i registi più diversi, da Pier Paolo Pasolini e Carlo Verdone, e il  modo in cui il maestro si è appropriato alle immagini dei loro film, studiando sempre soluzioni innovative. Se queste narrazioni fanno la gioia dei cultori di cinema, Morricone e De Rosa, tuttavia, si dilungano in analisi approfondite delle tecniche musicali, arrivando persino a commentare degli spartiti. E qui, il non iniziato ci si perde. Perché discutere di unità frescobaldiane o di dodecafonia, e di mille altri tecnicismi affascinanti quanto criptici, fa perdere l'orizzontamento. Soprattutto, fa capire quanto la musica sia complicata dietro la parete di bellezza estetica fruibile da tutti, come le componenti di un macchinario perfettamente funzionante nascoste dal pannello che le copre, o come gli organi interni di un corpo umano di cui ammirano le forme esteriori. Noi comuni mortali ascoltiamo una musica e possiamo solo dire se ci emoziona oppure no, il musicista capisce l'architettura che c'è dietro. In appendice, registi e musicologi lasciano le loro (interessati) testimonianze sulla figura di Morricone.

domenica 1 novembre 2020

LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL

 
 

 
John Dickson Carr
LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL
Classici del Giallo Mondadori
brossurato, 1995
210 pagine, 6500 lire


Del giallista americano John Dickson Carr (1906-1977) è noto lo straordinario talento nel congegnare soluzioni per i delitti nelle camere chiuse, vale a dire quegli assassinii commessi in una stanza il cui accesso è bloccato dall'interno e dove, una volta aperta la porta, si trova solo un cadavere senza che l'uccisore abbia potuto, almeno apparentemente, fuggire. In moltissimi dei suoi romanzi e racconti si ritrovano casi del genere. Nel suo capolavoro nell'ambito di questo sottogenere del giallo, "Le tre bare" (già recensito in questo spazio), lo scrittore non solo enumera tutte i possibili escamotage che giustifichino quel che in fin dei conti è un gioco di prestigio, ma si rivolge anche in prima persona al lettore mettendo le mani avanti contro chi volesse contestare l'elaborata complessità dei suoi meccanismi: se qualcuno vuole casi polizieschi in cui le vittime muoiano come di solito si legge nelle pagine di cronaca nera dei giornali, legga quelle. Lui intende proporre casi eccezionali, in cui gli assassini architettano piani mefistofelici, perché la letteratura è finzione e il genere in cui Dickson Carr si applica è una sorta di partita a scacchi con il lettore. Non importa che la soluzione sia probabile, basta che sia possibile. Anche "The House at Satans Elbow" (tradotto con "Lo spettro e il dottor Fell" dai curatori del Giallo Mondadori che hanno voluto mettere nel titolo il nome del più famoso tra gli investigatori del giallista) propone una camera chiusa, in cui però viene commesso soltanto un tentativo di omicidio: non c'è, in realtà, nessuna morte su cui indagare, soltanto un (pur grave) ferimento. Il romanzo è del 1965, e colpisce un insolito indugiare sui risvolti sessuali di alcune relazioni amorose, cosa che sarebbe stato difficile trovare negli scritti degli anni precedenti. Pur essendo americano, Dickson Carr è un maestro del cosiddetto "giallo all'inglese", non solo per la tipologia dei casi ma anche per il set delle sue storie, ed è inglese anche Gideon Fell, criminologo in pensione (protagonista di oltre venti romanzi) ideato sulle sembianze di Gilbert Keith Chesterton (lo scrittore dei racconti di Padre Brown) che, a sentire l'autore, lo ispiro. Perciò, la vicenda si svolge in una villa inglese, dove ha luogo una riunione di famiglia che deve decidere a proposito di una discussa eredità lasciata dal vecchio Clovis Barclay, padre di tre figli (Nicholas, Pennington ed Estelle), destinata però a un nipote, Nick (figlio di Nicholas, che è morto a sua volta tempo prima). Nick vorrebbe rinunciare all'eredità del nonno, e ristabilire buoni rapporti con gli zii che si sentono traditi dal burbero e imprevedibile padre.  Tutto bene, dunque, se non che qualcuno, a famiglia riunita, tenta per ben due volte di assassinare il bizzarro zio Pen, uomo dall'animo d'artista, facilmente preda di forti emozioni. Il secondo tentativo avviene quando Pennington si trova solo in una stanza in cui si sta cambiando d'abito e che dunque ha chiuso a chiave dall'interno. Udito uno sparo, gli altri famigliari riescono a entrare forzando la porta e trovano Pen disteso a terra in fin di vita, accanto alla pistola ancora fumante, colpito da un proiettile esploso a bruciapelo, come testimoniano le bruciature di polvere da sparo. Nella stanza, però, non c'è nessuno. Si potrebbe pensare a un tentativo di suicidio, ma Gideon Fell (accorso sul luogo quasi per caso) ritiene che invece qualcun altro abbia premuto il grilletto di quell'arma. La soluzione del giallo è possibile, nel senso che effettivamente quel che viene proposto può accadere (non ci sono magie, solo giochi di prestigio), certamente bisogna stare al gioco e non attendersi che tutte le circostanze si possano comunemente verificare una dopo l'altra nella vita di tutti i giorni. Si tratta di un caso singolare e come tale eccezionale e se volete qualcosa di più credibile Dickson Carr vi manderebbe al diavolo consigliandovi di leggere la cronaca nera sui giornali. Vero è che tutto teso a creare il suo meccanismo, il giallista non ha l'eleganza della Christie, che rende le sue storie molto più credibili. Dickson Carr va a nozze con i personaggi da feuilleton, con i tipi bizzarri, con le ambientazioni cupe. E, purtroppo, anche Gideon Fell (pur avendone l'intuito) non ha lo spessore di Hercule Poirot.

sabato 31 ottobre 2020

IL GIUDICE E IL SUO BOIA



Friedrich Dürrenmatt
IL GIUDICE E IL SUO BOIA
Adelphi
2015, brossura
130 pagine, 10 euro


"Il giudice e il suo boia" è una delle prime opere scritte dallo svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), di cui abbiamo parlato a proposito di un altro romanzo, posteriore di qualche anno, "La promessa". "Der Richter und sein Henker" apparve a puntate su rivista tra il 1950 e il 1951, per venire poi raccolto in volume nel 1952. Rispetto a "La promessa", il meccanismo giallo è più solido: questa volta la soluzione (sorprendente) del caso di omicidio (quello di un poliziotto) da cui prende le mosse la narrazione è totale e convincente e la verità viene appurata dall'investigatore, il commissario Bärlach.  Tuttavia quest'ultimo è un poliziotto problematico: malato con pochi mesi di vita, con molti fantasmi nel passato, alle prese con un dilemma di coscienza riguardo a un vecchio nemico, Gastmann, di cui non poté dimostrare la colpevolezza in passato e a cui potrebbe oggi attribuire un delitto che non ha commesso, in modo che possa in qualche modo pagare comunque il fio delle sue colpe. L'assassino è un altro, insospettabile, e incastrato da Bärlach in maniera lucida e letale, il romanzo giunge a una sua conclusione. Tuttavia la scrittura cupa e lacerante di Dürrenmatt pone sempre al centro la dicotomia fra la realtà delle cose e quella che è possibile appurare per via giudiziaria. Georges Simenon, letto questo noir, disse: "Non so che età abbia l'autore. Se è alla sua prima prova, credo che farà strada". In effetti Dürrenmatt avrebbe primeggiato ma soprattutto come autore teatrale, e in ogni caso come scrittore tout-court, risultando difficile da incasellare come giallista.
 

lunedì 26 ottobre 2020

LA PROMESSA

 
 

Friedrich Dürrenmatt 
LA PROMESSA
Adelphi
2019, brossura
180 pagine


Maestro riconosciuto del teatro contemporaneo in lingua tedesca, del cui rinnovamento è stato fra gli artecifici, lo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) ha al suo attivo anche alcuni inquietanti romanzi che potremmo definire gialli, se non fosse per l'impostazione insolita al di fuori dei canoni del genere. "La promessa" (1958) nasce da una sceneggiatura scritta dallo stesso Dürrenmatt per un film "Il mostro di Mägendorf". Il titolo allude all'impegno preso dal brillante commissario Matthäi, della polizia di Zurigo, con la madre di una bambina uccisa a colpi di rasoio da un maniaco. Le indagini che avevano portano alla cattura e alla condanna di un venditore ambulante (il quale poi si era impiccato in cella) non convincono Matthäi: l'assassino è qualcun altro. Il desiderio di assicurare alla giustizia il vero colpevole diventa un'ossessione per il poliziotto che, vedendosi preclusa la possibilità di indagare in veste ufficiale, rassegna le sue dimissioni e continua a farlo da privato cittadino. Ma il piano da lui congegnato (divenire gestore di una stazione di rifornimento in attesa che passi una certa automobile) si rivela una trappola: gli anni trascorrono senza risultati, Matthäi finisce per perdere lucidità. Solo dopo molto tempo la casualità risolve il mistero e la verità viene appurata, ma tutto avviene per altre vie. In buona sostanza, le indagini non servono a nulla, il detective, per quanto geniale, non giunge alla soluzione. E' la negazione del meccanismo giallo più tradizionale, ed è quanto accade, molto spesso, nella realtà.

sabato 24 ottobre 2020

MICHELANGELO BUONARROTI

 


 

Eugenio Pilla
MICHELANGELO BUONARROTI
Edizioni Paoline
brossurato, 1959
190 pagine, 780 lire

Di solito sono di bocca buona e i libri che recensisco mi piacciono quasi tutti, in toto o in buona parte. Mi è difficile, però, dire alcunché di positivo in questa scalcagnata biografia di Michelangelo Buonarroti. Già dalle prime righe è facile intuire che non è proprio il rigore accademico a sostenere il testo. Descrivendo l'infanzia dell'artista, l'autore esordisce così: "Appena mosse i primi passi, il bamberottolo sgambettava per l'aia. Talora si divertiva con gli anitroccoli e con le tortorelle. Il pacchierotto cresceva robusto e vispo da sembrare il moto perpetuo". Bamberottolo? Pacchierotto? Anitroccoli e tortorelle? Dopodiché si procede per aneddoti da spigolature della Settimana Enigmistica. Si sottolinea ogni tre per due l'estrema religiosità di Michelangelo e lo si raffigura come il più devoto dei devoti, tutto teso verso l'estasi mistica. Che il Buonarroti sia stato credente, non ci sono dubbi, ma la sua fu una fede tormentata. Di questo non si rende conto. A chi contestava la giovinezza della Vergine della Pietà, apparentemente di minor età del Cristo suo figlio, secondo il biografo Michelangelo avrebbe obiettato che dipendeva dalla sua castità, perché le caste si conservano giovani più a lungo delle non caste. L'interpretazione di qualsiasi opera d'arte viene volta in modo da risultare edificante. Parlando delle rime amorose si precisa che sono rivolte verso Vittoria Colonna, verso cui il Buonarroti avrebbe provato, beninteso, solo "amore platonico"; non tenta neppure accennando una interpretazione omosessuale di quel versi, in realtà indirizzati ad almeno un paio di intimi amici - e molto espliciti. Il colmo lo si raggiunge quando, accennando a un dipinto giudicato "indecente", raffigurante Leda, si sottolinea come "andò perduto". "Ecco il destino di certe opere non eseguite secondo le leggi della morale cattolica: esse cadono, o presto o tardi, tra le mani di chi, per coscienza e provvidenzialmente le distrugge affinché non facciano del male": questo il commento del Pilla. Pilla che si dilunga sull'arte di Michelangelo, giustamente esaltandolo sia come pittore, che come scultore, che come architetto, che come poeta, ma che sbarella clamorosamente quando deve trattare di storia e di politica. Michelangelo, ad esempio, da fiorentino qual era, fu un repubblicano o un filo mediceo? Ah, saperlo. A un certo punto, decidendo di non poter tacere almeno del contributo dato dall'artista alla difesa di Firenze durante l'assedio del 1529-1530, quando progettò le fortificazioni della città, il Pilla spiega che i Medici tornarono al potere a causa del tradimento di Malatesta Baglioni (mercenario perugino incaricato della difesa delle mura urbane) segretamente accordatosi con il papa Leone X in favore della restaurazione medicea. Ma assolutamente no! Leone X fu sì, un papa dei Medici, ma morì nel 1521. Ai tempi dell'assedio a cui partecipò Michelangelo era papa Clemente VII, altro pontefice mediceo, ma siamo una decina d'anni dopo. Ovviamente, il Pilla nulla dice della poco onorevole fuga del Buonarroti quando la situazione si fece critica, neppure per elogiare il suo ritorno dopo l'ultimatum dei fiorentini che, se non fosse rientrato, gli avrebbero confiscato i beni. Leggendo svarioni simili vien da dubitare di tutto. Quasi certamente Eugenio Pilla doveva essere un prete o comunque un religioso (D. Eugenio Pilla, viene indicato) e il fatto che la biografia sia edita dai Paolini serve forse a giustificare in minima parte la "faziosità" confessionale del testo. Ma di sicuro ci sono studiosi e biografi in abito talare che licenziano testi di assoluto rigore. Ecco, diciamo che l'autore non è fra questi.

lunedì 12 ottobre 2020

SE SCORRE IL SANGUE

 

 


Stephen King
SE SCORRE IL SANGUE
Sperling & Kupfer
cartonato, 510 pagine
2020, 21.90 euro

 

Nella sterminata produzione kinghiana figurano (e spesso fanno bella figura) anche una serie di antologie di racconti. Alcune di queste raccolte contengono numerose storie brevi (è il caso di "A volte ritornano"), altre volte il volume antologico propone meno numerosi romanzi brevi (come fa "Stagioni diverse", da cui sono stati tratti film come "Stand by me" e "Le ali della libertà"). Questo "Se scorre il sangue" appartiene a quest'ultima categoria. I romanzi brevi (o racconti lunghi) sono quattro. Dico subito che il primo vale da solo, secondo me, il prezzo del volume. Purtroppo, il resto non è all'altezza (anche se di King non si butta via niente). "Il telefono del signor Harrigan" è un racconto decisamente ipnotico e inquietante, di quelli che non si riesce a staccare gli occhi dalla lettura e anzi, a pagine finite, dispiace che non sia stato più lungo: lo spunto poteva essere quello per un romanzo, con il cellulare in tasca a un morto sepolto nel cimitero che continua a mandare messaggi a distanza di anni. Il racconto che dà il titolo all'antologia, "Se scorre il sangue", è un sequel del romanzo "The Outsider", ma anche della trilogia di "Mister Mercedes", dato che vi compaiono alcuni dei personaggi principali, soprattutto Holly Gibney, a cui King sembra particolarmente affezionato (anche se, sinceramente, non capisco perché). Il titolo allude alla predilezione dei giornalisti per le storie cruente che attirano i lettori, e difatti c'è un certo giornalista televisivo che accorre sempre per primo sui luoghi dei disastri e sembra provarci gusto. Holly era stata la protagonista anche di "The Outsider", dove aveva combattuto contro una sorta di creatura mutaforma che si nutre di dolore e di paura assumendo aspetti umani che cambia continuamente. Si poteva credere che di mostri del genere ce ne fosse soltanto uno, invece Holly ne individua un secondo. La storia che ne viene fuori (lunga oltre duecento pagine) avrebbe potuto essere pubblicata come romanzo a parte, in ogni caso non è emozionante come quella a cui fa da sequel, anzi, si rivela ripetitiva e noiosa. Gli altri due racconti sono più brevi, uno tratta della fine del mondo e tutto sommato si fa leggere, l'altro narra di uno scrittore che resta bloccato in uno chalet di montagna a causa di una bufera di neve: lo spunto è buono, il finale delude. Attendiamo il Re alla prossima prova.



lunedì 5 ottobre 2020

SPIGOLE

 


 


Tito Faraci 
SPIGOLE
Feltrinelli
brossurato, 2020
200 pagine, 16.50 euro

 

"Tutti i fatti, i luoghi e i personaggi di questo romanzo sono inventati. Anche quelli reali", ammonisce l'avvertenza. Impossibile però non riconoscere in Ettore Lisio, lo sceneggiatore di fumetti protagonista del racconto, lo stesso Tito Faraci, così come nel Ranger che lo ossessiona non si può non vedere Tex Willer e nel Boss l'editor bonelliano Mauro Boselli. Se non altro, Roberto Recchioni (il "fighetto romano") è rimasto Roberto, come Mauro Marcheselli era rimasto Mauro in "Non è successo niente" di Tiziano Sclavi, un altro romanzo che parla del mestiere di scrivere fumetti raccontando fatti quasi veri e quasi cambiando solo i nomi dei personaggi, e che viene subito in mente come pietra di paragone. Paragone del resto impossibile al cento per cento perché "Spigole" è tutt'altro, più leggero e meno angosciante, come del resto si può ben immaginare solo pensando alla diversa personalità dei due autori, Sclavi e Faraci, appunto. Ma paragone possibile per certi aspetti, quali gli aspetti nevrotici del mestiere di scrivere (e del "dover" scrivere), lo scenario milanese, il bere troppo, gli aneddoti di vita vissuta trasformati in capitoli del libro, i sassolini tolti dalle scarpe. Ettore Lisio è talmente stressato dalla quotidianità del suo lavoro creativo per un fumetto seriale da desiderare ardentemente cambiare attività e aprire, perché no, una pescheria. Un radicale mutamento di prospettiva. In più, impedendo che chiuda una storica rivendita di pesce sui Navigli, e dunque contribuendo a conservare l'identità della zona a cui Ettore (al pari di Faraci) si sente legatissimo. Consultatosi con il suo gruppetto di amici fidati che sono una sorta di famiglia (Ettore è vedovo e cresce da solo una figlia), lo sceneggiatore si decide a telefonare ai proprietari del negozio. E qui, la storia prende una piega noir. Anzi, si trasformare il un mezzo giallo. Quantomeno, la trama si fa avventurosa, entrano in ballo dei malviventi, una ragazza maltrattata, delle indagini da svolgere: il tutto, però, non diventa mai del tutto drammatico. Resta fumetto un un thriller brillante, come del resto nelle corde dell'autore, uno che non delude mai. Gradevole, ilare, con qualche scena da telefilm e qualche altra da sit-com, si legge tutto d'un fiato e vien da pensare che più che un film, si potrebbe trarne un fumetto. "Giuli Bai", di Berardi & Milazzo, c'è già, ma lo spazio non manca, sui Navigli.



domenica 4 ottobre 2020

DAI GAS, LIZ!



 

 

Francesco Matteuzzi 
Marcello Toninelli 
DAI GAS, LIZ! 
Taita Press
brossurato, 2016
100 pagine, 9.90 euro
 
 

"La strada per il successo" a cui allude il sottotitolo è quella di Elizabeth Connor, per gli amici Liz, addetta alla pompa della benzina nella stazione di rifornimento del vecchio John, spersa in mezzo al nulla lungo una delle strade che attraversano il cuore deserto degli Stati Uniti. Per Liz, John è tutta la sua famiglia, almeno da quando lavora per lui, e John se ne sente un po' il padre o, come ripete spesso, il nonno. Il vecchio gestore non capisce perché una come lei rimanga lì e non cerchi fortuna altrove. Forse la ragazza è proprio un posto come quello, che cerca. Fatto sta che non vuol sentir parlare di andarsene. Almeno fino a quando un guasto all'automobile non costringe un impresario di passaggio, Cameron, a fermarsi in attesa dei pezzi di ricambio: scopre così il talento di Liz nel canto, dato che la ragazza si esibisce con la chitarra nel piccolo buffet dell'area di servizio. Ce ne vuole del bello e del buono per convincerla a credere in se stessa, come l'ha sempre esortata a fare John. Comincia così la carriera di una nuova stella della musica. Che però non dimentica da dove è partita, quando John si trova in gravi difficoltà. Ma quel che accade fa parte della storia che vi invito a leggere, una storia semplice e delicata, raccontata con buon gusto e con misura dal bravo Francesco Matteuzzi ma ancor meglio illustrata da Marcello Toninelli, disegnatore dalla grafica inconfondibile, abile con le matite e con le chine almeno quanto che come sceneggiatore di cose proprie o altrui. "Dai gas, Liz!" è uno dei pochi esempi del suo talento messo al servizio di testi altrui, e vien voglia di vederlo ancora cimentarsi in graphic novel del genere, oltre che con le strip di cui è indiscutibile maestro.

sabato 3 ottobre 2020

L'ORRENDO DELITTO DEL VICOLO BABBINI

 


Claudio Nizzi
L'ORRENDO DELITTO DEL VICOLO BABBINI
Adelmo Iaccheri Editore
brossurato, 2020
180 pagine, 15 euro

 

Il sesto romanzo del ciclo di Borgo Torre non si svolge a Borgo Torre ma a Pavullo. Chi ha letto i primi cinque è in grado di capire di che cosa stiamo parlando, per gli altri è necessario un breve riassunto delle puntate precedenti. Innanzitutto, l'autore è Claudio Nizzi, ovvero uno dei maggiori sceneggiatori italiani di fumetti (per quantità e qualità di opere pubblicate nel corso di una carriera più che sessantennale (ci basti qui ricordarlo per Tex). Nizzi è nativo di Fiumalbo, ridente borgo del Frignano, zona appenninica in provincia di Modena, dove trascorre molti mesi dell'anno. Nel 2008 ha dato alle stampe, grazie a un editore locale, un romanzo intitolato "L'epidemia", ambientato negli anni Cinquanta in un paese di montagna chiamato Borgo Torre, che assomiglia molto appunto a Fiumalbo, ma è una località di fantasia. Quel libro gli è riuscito piuttosto bene, e così nel 2009 ecco "Il federale di Borgo Torre", e nel 2010 "Il pretino" e "L'americano", quindi nel 2017 "I delitti di Borgo Torre". Inizialmente i carabinieri del paesello, e in particolare il maresciallo Caruso, sono personaggi inseriti in un contesto corale, poi l'aspetto giallo delle vicende comincia a prevalere sugli altri. Resta però il set provinciale e montanaro, con tutti i risvolti di commedia anche piccanti che si possono immaginare nelle tresche di una piccola comunità, ma anche agganci con la realtà storica e la ricostruzione della vita quotidiana sull'Appennino nel dopoguerra, e dunque anche con risvolti drammatici. Tutti i romanzi sono divertenti e gradevoli, scritti peraltro in punta di penna, utilizzando un linguaggio elegantissimo e puntuale, con frasi brevi in cui non c'è mai una parola di troppo ma che sono in grado di restituire l'efficacia di ogni scena come se la si vedesse scorrere davanti agli occhi un una pellicola in bianco e nero, esseziale ma ficcante, di un film degli anni giovanili di Nino Manfredi o Ugo Tognazzi. "L'orrendo delitto del vicolo Babbini", sesto titolo della saga, vede il maresciallo Lello Caruso trasferirsi per qualche settimana a Pavullo, località realmente esistente nel Frignano, confinante con l'immaginario comune di Borgo Torre, dove è stato scoperto un corpo di donna tagliato a pezzi e abbandonato in un sacco. Le indagini imboccano la pista di una setta satanica, con la scoperta di insospettabili cittadini pavullesi usi a mascherarsi per eseguire improbabili riti magici. Saranno davvero loro i responsabili? Come al solito, le indagini di Caruso, investigatore che non brilla di particolare acume ma che macina interrogatori come uno schiacciasassi, servono anche a descrivere una società di provincia di anni passati in bianco e nero ma per certi versi più divertenti e colorati dei giorni di oggi.

venerdì 2 ottobre 2020

LA PRIMA ALBA DEL COSMO

 


 

Roberto Battiston
LA PRIMA ALBA DEL COSMO
Rizzoli
cartonato, 2019
260 pagine, 19 euro

 

 

Se qualcuno avesse dei dubbi sulla competenza di Roberto Battiston quale fisico e cosmologo, basterà far notare come, addirittura, nel 2017 sia stato dato il suo nome a un asteroide. In ogni caso, ha anche diretto dal 2014 al 2018 l'Agenzia Spaziale Italiana e non si contano le sue prestigiose collaborazioni con i più grandi laboratori del mondo (al di là della sua cattedra di Fisica Sperimentale a Trento e le sue pubblicazioni scientifiche). In ogni caso, con "La prima alba del cosmo" Battiston non si rivolge al pubblico degli iniziati ma veste i panni del divulgatore per il grande pubblico. Diversamente da altri saggi che ho recensito di recente in questo spazio, sempre più che abbordabili ma un tantino specialistici, qui non troviamo nessuna formula matematica e tutto viene spiegato in maniera tale da poter essere compreso senza eccessivo sforzo anche dalla casalinga di Voghera, almeno quella curiosa di scoprire a che punto siano le indagini sull'origine dell'universo. Origine che, spiega Battiston, sembra avvenuta gratis: le fluttuazioni quantistiche del vuoto a un certo punto hanno cominciato a ribollire scaturendo particelle che, caricate negativamente e positivamente, hanno creato quanti di energia a somma zero. Alan Guth, uno dei padri della cosmologia contemporanea, ha definito questa genesi "the ultimate free lunch", il più straordinario pranzo gratuito mai concepito. Un altro capitolo del libro che mi ha colpito è quello sulla materia oscura e sull'energia oscura che, qualunque cosa siano, costituiscono la maggior parte dell'universo, ma che noi non vediamo, non percepiamo, non possiamo indagare. Non solo l'Uomo non è al centro dell'Universo, ma dell'Universo può vedere solo una piccolissima porzione (e ciò basti a toglierci ogni illusione di essere, non si sa perché, il popolo eletto di una qualche divinità). Dopo aver ricostruito la storia della formazione delle stelle, delle galassie, dei pianeti e della Terra, Battiston prova a prevedere gli sviluppi futuri dell'astronomia, della fisica e dell'esplorazione del cosmo, dando un quadro assolutamente intrigante di ciò che ci aspetta nei prossimi anni.

mercoledì 30 settembre 2020

BALLATA PER UN TRADITORE

 

 

 


 

Massimo Carlotto
Pasquale Ruju
Davide Ferracci
BALLATA PER UN TRADITORE
Feltrinelli
brossura, 2020
128 pagine, 16 euro

 

Sempre interessanti i graphic novel della Feltrinelli Comics, che spaziano attraverso vari generi proponendo romanzi a fumetti di taglio autoriale ma senza supponenze. Intrigante come deve essere un vero noir metropolitano, "Ballata per un traditore" nasce da un soggetto originale di Massimo Carlotto, uno dei maestri nella narrativa di questo genere (suo il personaggio hard boiled dell'Alligatore) e già questo basterebbe a destare l'attenzione. Carlotto del resto, pur scrittore in prosa, si è già prestato a progetti a fumetti, come nel caso di "Arrivederci, amore ciao", graphic novel realizzato con Luca Crovi e Andrea Tutti (Edizioni BD, 2004). A occuparsi della sceneggiatura è invece Pasquale Ruju, veterano in casa Bonelli con lunghe militanze nelle serie di Dylan Dog e Tex (per non parlare di Cassidy e altri progetti realizzati da professionista). I disegni di Davide Ferracci si segnalano per la loro graffiante essenzialità e per il sapiente uso del retino. La storia, tutta milanese, alterna passato e presente ruotando attorno alla figura del commissario Lo Porto, oggi pensionato ma dirigente, in anni passati, dell'Anticrimine a capo di una squadra composta da due uomini fidati, Galli e Valenti, più volte decorati per i loro successi sul campo. In realtà, il "metodo Lo Porto", che aveva portato a una diminuzione dei fatti di sangue in città, era basato su una sorta di trattativa segreta con la malavita. Il gioco viene scoperto dall'integerrimo magistrato Santini, le cui indagini portano allo smantellamento del gruppo e al pensionamento anticipato dei suoi componenti. Al posto di Lo Porto, oggi c'è una donna, la tostissima Stefania Rosati, che non tratta con i delinquenti ma agisce ben oltre i confini della legalità come una sorta di angelo vendicatore, spinta da motivi personali. Nell'imprevedibile e non consolatorio finale, dopo che tutti i fantasmi del passato sono stati riportati sulla scena, la Rosati deve fare i conti con la realtà di una nuova Milano dove la vecchia mala è stata sostituita da qualcosa di molto più insidioso.

venerdì 18 settembre 2020

MAIGRET AL PICRAT'S

 



Georges Simenon
MAIGRET AL PICRATT’S
Adelphi
2001, brossurato
180 pagine, 10 euro


Colpiscono due particolarità, in questo trentaseiesimo romanzo della saga del commissario Maigret, scritto da Georges Simenon nel 1950. La prima, l’audacia (per i tempi) nelle descrizioni di situazioni e personaggi dai risvolti legati al sesso, trattati comunque senza morbosità e senza alcun moralismo. La seconda, l’altrettanta audacia nell’affrontare senza remore il tema della tossicodipendenza. A un certo punto, Maigret chiede a un omosessuale morfinomane perché abbia cominciato a drogarsi, e la risposta è “non ne ho la minima idea”, così come accadrebbe (ne sono convinto io, ma ne era convinto evidentemente anche Simenon) nella realtà. Il personaggio di Arlette, la spogliarellista di un night-club di basso livello, il Picratt’s appunto, viene descritta fino al punto di dire e ribadire che aveva il pube depilato, e fatta risaltare nel talento a letto che anziché connotare una prostituta ne fa spiccare l’aspetto ribelle di ragazza fuggita di casa per vivere liberamente. Il locale notturno in cui si trova a lavorare, e dove si intrecciano le vicende umane di ballerine, musicisti, gestori e figure del sottobosco metropolitano come il Grillo (un nano tuttofare che procura i clienti), non è mai dipinto, malgradi lo squallore, come un ricettacolo del vizio ma come un teatrino di varia umanità, a cui Maigret è estraneo ma a cui non guarda come un censore. Come al solito, Simenon è abilissimo nel tratteggiare ambienti e figure, caratteri e personalità, e l’indagine poliziesca, che pure è interessante da seguire, non è che uno dei tanti aspetti della narrazione. Due le vittime, Arlette e una vecchia contessa, un solo assassino che fino all’ultimo appare inafferrabile anche per la mancanza di relazione fra le donne uccise. Nel finale, Maigret agisce anche con la pistola in mano e ha un guizzo felino prima di caricare con tutto il peso della sua stazza.

giovedì 3 settembre 2020

LE INDIE NERE




Jules Verne
LE INDIE NERE
RBA
2019, cartonato
200 pagine


Sono un centinaio i romanzi di Jules Verne (1828-1905) pubblicati da lui in vita o usciti postumi a cura del figlio. Oltre ai più noti, che sono comunque tantissimi, ce ne sono altri meno conosciuti - ma in cui si riconoscono comunque il genio, l’inventiva, la visionarietà e lo stile del grande scrittore, uno dei padri fondatori della fantascienza oltre che massimo esponente del genere avventuroso. Fra queste “opere minori”, assolutamente godibile è “Le Indie Nere”, ambientato in Scozia, dato alle stampe nel 1877. Il nome “Indie Nere” veniva dato ai territori scozzesi dove erano state scavate le ricche miniere di carbone, responsabili dell’annerimento di ogni cosa nei paraggi, ma anche dello sviluppo economico della regione. L’idea alla base del romanzo è che alcuni minatori, legati indissolubilmente al loro lavoro, decidano di continuare a vivere per libera scelta nelle cavità sotterranee, anche dopo che l’esaurimento dei filoni carboniferi ha portato alla chiusura dell’attività estrattiva. “Le Indie Nere” comincia, anzi, proprio allorché la miniera di Aberfoyle, che fa da principale teatro della vicenda è stata abbandonata. Colpisce il vagheggiamento da parte dei minatori dei bei tempi che furono, quando potevano scavare il carbone che non c’è più. Molti si sono messi a fare i contadini ma qualcuno, come si diceva, è rimasto sottoterra: la famiglia Ford, il cui capo, Simon, continua da anni, con il figlio Henry, a sondare la roccia delle gallerie convinto che ci siano altri filoni da poter sfruttare, senza mai tornare in superficie, supportato dalla moglie che ha organizzato una abitazione alla base del pozzo principale. Un giorno, Simon Ford convoca James Starr, proprietario della miniera, e gli rivela di aver scoperto un giacimento incredibilmente ricco. Ed è così, solo che tutta una serie di sabotaggi rivela la presenza di qualcun altro, molto ostile, che si aggira tra le buie gallerie. C’è chi crede all’opera di fantasmi, forse quelli dei minatori morti sul lavoro, forse di uno dei “penitenti” vale a dire quegli operai che, strisciando in ginocchio con una torcia alzata sopra la testa, davano fuoco, rischiando la vita, alle sacche di gas, evitandone l’accumulo. La riapertura della miniera convince un gran numero di minatori a seguire l’esempio dei Ford e ben presto sulle rive di un lago sotterraneo nasce una cittadina illuminata da gigantesche lampade elettriche. Nessuno sembra aver troppa nostalgia della vita in superficie, giacché sottoterra non piove mai e la temperatura è mite. Addirittura la cittadina ipogea attira turisti. Intanto, in un recesso della miniera viene ritrovata una giovane donna, chiamata Nell, che parla l’antico gaelico e riferisce di non aver mai visto la luce del sole, senza volere o sapere aggiungere altro. Henry Ford se ne prende cura, e la ragazza pian piano impara a vivere con gli altri, finché un giorno viene accompagnata all’aperto e per la prima volta vede il sole, il cielo, il mare. Nell ed Henry vorrebbero sposarsi, ma il misterioso abitante delle oscure cavità sembra intenzionato a riprendere la donna con sé, visto che era stato lui ad allevarla per anni nei recessi più impenetrabili. Alla parte avventurosa e di anticipazione (la città sotterranea ricorda quella degli “Abissi d’acciaio” di Isaac Asimov) Verne unisce elementi da feuilleton e da romanzo horror. Un bel mix. Peccato per il paternalismo con cui viene dipinta la figura del proprietario della miniera, davvero un capitalista illuminato, e per la mancanza di realismo nella descrizione delle reali condizioni dei minatori, avvelenati dalla polvere di carbone e costretti a lavorare con ritmi disumani. Qui gli operai sembrano tutti felici di poter scavare nella miniera, e questo è l’aspetto più fantasioso dell’opera.


martedì 1 settembre 2020

MASSA




Jim Baggott
MASSA
Adelphi
2019, brossurato
290 pagine, 32 euro


Anche quelli che hanno fatto il classico come me, sanno che, negli atomi, la massa (ovvero, quella che in soldoni si potrebbe definire "la quantità di materia", per quanto la definizione sia tutt'altro che soddisfacente) è racchiusa quasi del tutto nei protoni e nei neutroni del nucleo, essendone gli elettroni, che vi orbitano attorno in una nuvola quantistica, quasi del tutto privi. Più protoni e neutroni ci sono, insomma, più un atomo è "pesante" nella tabella degli elementi di Mendeleev. Leggendo lo straordinario saggio di Baggott scopriamo, però, che protoni e neutroni sono costituiti da altre particelle elementari, e più precisamente dai quark u e d. Uno si aspetterebbe che sommando fra loro la massa di questi "mattoncini" si arrivi a ricavare la massa del protone e quella del neutrone. Niente affatto. La massa dei quark uniti insieme costituisce solo l'uno per cento del totale. C'è da rimanerne strabiliati. E dunque? Di che cosa è fatta la materia? Gli studi più recenti suggeriscono che la maggior parte della massa dei protoni e dei neutroni sia una conseguenza delle interazioni fra quark e gluoni (altre particelle che fungono da collante, o meglio sono ciò che i quark si scambiano interagendo fra loro). A loro volta la pur minima massa dei quark è dovuta all'interazione dei medesimi con il bosone di Higgs, la "particella di Dio" che tiene insieme l'Universo. Quindi, la massa praticamente non esiste, è una "qualità secondaria" delle particelle: non è qualcosa che le particelle hanno, è qualcosa che le particelle fanno. Quindi, siamo fatti di energia, letteralmente. Jim Baggott, con chiarezza esemplare, esamina come la scienza, a partire dai filosofi greci, è arrivata a questa conclusione. Che peraltro è in perfetta corrispondenza con l'equazione di Einstein secondo la quale E = mc al quadrato.